Home Stampa italiana 1 Cancellare Cadorna? Smemoratezza e suicidi politici

Cancellare Cadorna? Smemoratezza e suicidi politici

Non da oggi il Parlamento italiano mostra vocazione al suicidio. Una Camera dei deputati che fa arrestare un proprio membro prima che la magistratura ne pronunci la condanna definitiva sottoscrive la propria disfatta. Ma non è la prima volta. Accadde anche in età monarchica. Nel maggio 1915 le Camere dovevano scegliere tra la neutralità e l’intervento nella Grande Guerra a fianco della Triplice Intesa, deciso da un paio di ministri (Salandra e Sonnino) all’insaputa del Parlamento e dello stesso governo, col seguito del drammatico voltafaccia contro gli Imperi Centrali di cui Roma era ancora alleata.

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di Aldo A. Mola

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La generalità dei parlamentari era contraria all’intervento. Quando l’ex presidente del Consiglio e capo morale della maggioranza, Giovanni Giolitti, ai primi di maggio arrivò a Roma per fermare la corsa verso l’abisso ricevette il plauso scritto di circa trecento parlamentari; ma fallì la missione e rientrò a Cavour, inseguito da fischi e insulti di plebi organizzate. Quel Parlamento allora votò i pieni poteri al presidente in carica, Antonio Salandra. Si consegnò mani e piedi legati al governo, che a sua volta scaricò sulle spalle delle Forze Armate una guerra che l’Italia era impreparata ad affrontare.

Capo di stato maggiore dell’Esercito era Luigi Cadorna, subentrato nel luglio 1914 ad Alberto Pollio, morto improvvisamente proprio quando più v’era bisogno della sua preparazione e della sua saggezza. Dubbioso sul legame tra Esercito e Paese il ministro della Guerra Domenico Grandi nell’ottobre 1914 si era dimesso ed era stato sostituito con il generale Vittorio Zupelli. Cadorna fece miracoli per fronteggiare l’esercito austro-ungarico dopo che per mesi era stato rafforzato il fronte contro la Francia. Attuò uno sforzo organizzativo prodigioso. Resse alla spedizione punitiva austro-ungarica del 1916, in agosto liberò Gorizia e un anno dopo la Seconda Armata di Luigi Capello avanzò sul Carso quando ormai la Russia era in preda alla rivoluzione e l’esercito franco-inglesi erano in crisi. Vienna chiese controvoglia il soccorso militare tedesco e il 24 ottobre sfondò il fronte italiano a Caporetto. Con fredda determinazione, lo stesso Cadorna, che per anni aveva imposto offensive esose di sangue, dispose la ritirata sul Piave: perse una parte della Seconda Armata e impostò la riscossa. Lo capì Vittorio Emanuele III che ne accettò la sostituzione con Armando Diaz, ma gli serbò stima e nel 1924 lo volle Maresciallo d’Italia, a fianco di Diaz, Duca della Vittoria. E lo documenta Pierluigi Romeo di Colloredo su “Storia in Rete” di luglio-agosto 2011, che cita i giudizi di Conrad e di Alfred Krauss, concordi nel valutare Cadorna un gigante a fronte di “nullità”: i “politici”, da Salandra allo stesso Orlando al cocciuto Sonnino, a tacere di Camera e Senato che in seduta segreta dette uno spettacolo indecoroso, come a Giolitti scrisse Alfredo Frassati, il direttore della “Stampa”.

Il comando supremo di Cadorna era a Udine, la città che ora ha intitolato all’Unità d’Italia l’ex Piazza Cadorna. Senza Cadorna non avremmo il confine attuale, decurtato dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Unità d’Italia, quindi, vuol dire Cadorna. Ma la smemoratezza e la falsificazione della storia vanno di moda. Dimentichiamo, per esempio, che nel 1923 la Camera dei deputati eletta due anni prima sotto la regia di Giolitti approvò la legge che attribuiva due terzi dei seggi al partito che avesse raggiunto il venticinque per cento dei voti. Fu il suicidio di un Parlamento eletto sulla base della “maledetta proporzionale” voluta da don Sturzo, “prete intrigante” e fatuo. Quella proporzionale ancor oggi è rimpianta da chi pensa di ricattare qualunque governo o maggioranza sulla base di un 10% di voti raccattati in qualche regione anziché nell’intero Paese o sommando gruppetti sparsi, come fa l’aspirante terzo polo capitanato da deputati di antico conio: Rutelli, Casini e Fini, che solo in un Parlamento indeciso a tutto può fare il capopartito e il presidente della Camera.

Dunque, cancelliamo pure il nome di Cadorna dalla toponomastica. Ma quali eroi di riferimento hanno da proporre le due repubbliche? I comunisti che appoggiarono la repressione dell’Ungheria con i carri armati sovietici? Certi sedicenti cattolici intruppati con i relitti del comunismo?

Allora, teniamoci le vie e piazze Cadorna e studiamo di più e meglio la storia. Cadorna è la prova del nove della pochezza del Parlamento quando occorre fare politica estera e politica militare. Fu il Comandante Supremo. Non venne abbattuto dalle Camere ma dall’offensiva austro-tedesca. Fu sostituito da Diaz, che, narra il suo biografo, Luigi Gratton, resse l’Italia con mano di ferro in guanto di velluto e vinse a Vittorio Veneto perché tenne in pugno il patriottismo. A fianco aveva Ugo Cavallero (massone), gli arditi e un Paese che scelse per motto “Vinceremo”, una insegna utilizzata male in anni seguenti. Nel 1918 l’Italia vinse la prova più difficile della sua storia: dalla conca di Plezzo (Caporetto) gli austro-tedeschi puntavano diritti su Verona e Milano. Sarebbe stata la fine dell’Italia nata dal Risorgimento. L’Esercito salvò il Paese; le Camere lo precipitarono nel caos e generarono esse stesse il regime autoritario di Mussolini che prese il potere quando aveva appena 37 deputati su 535. Tra i fuochi fatui di questo 150° poco se ne è parlato. All’epoca la casta politica era meno costosa ma altrettanto inadeguata. Perciò poi gli elettori approvarono il Duce a pieni voti.

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Inserito su www.storiainrete.com il 29 luglio 2011

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