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	<title>Storia In Rete &#187; &#8217;600 e &#8217;700</title>
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		<title>Archivi: l’Università di Cambridge digitalizza i manoscritti di Newton</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 23:49:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.alsalos.it/wp-content/uploads/2011/08/isaac_newton-21.jpg" alt="" width="90" height="90" />L&#8217;università di Cambridge ha avviato un ambizioso progetto di digitalizzazione del patrimonio librario. Il primo impegno è stato quello di scannerizzare e mettere on line oltre 4mila pagine dei manoscritti dell&#8217;autore dei celebri «Philosophiae Naturalis Principia Mathematica»</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.alsalos.it/wp-content/uploads/2011/08/isaac_newton-21.jpg" alt="" width="90" height="90" />L&#8217;università di Cambridge ha avviato un ambizioso progetto di digitalizzazione del patrimonio librario. Il primo impegno è stato quello di scannerizzare e mettere on line oltre 4mila pagine dei manoscritti dell&#8217;autore dei celebri «Philosophiae Naturalis Principia Mathematica»</p>
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<div id="_mcePaste">di Pier Francesco Borgia da &#8220;Il Giornale&#8221; del 16 dicembre 2011 <img src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.png" alt="" width="147" height="20" /></div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<p>Alzi la mano chi, da bambino, non è rimasto perplesso pensando che la caduta accidentale di una mela possa aver davvero fatto scoprire una delle più importanti leggi della fisica. Il secondo pensiero, altrettanto perplesso e altrettanto immediato, andava subito a quel tale «pensatore e scienziato» inglese che ha fatto di un frutto di Eva il grimaldello della scienza moderna. Proprio lui, Isaac Newton o Isacco (come si diceva un tempo qui da noi), torna alla ribalta della cronaca grazie all&#8217;università di Cambridge. Il prestigioso ateneo ha messo on line quasi 4mila manoscritti del filosofo, fisico e matematico inglese (nato a Woolsthorpe-by-Colsterworth il 4 gennaio del 1642 e morto a Londra il 31 marzo del 1727). Newton è considerato uno dei padri della rivoluzione scientifica e della teoria eliocentrica. Le migliaia di pagine autografe dei lavori di Newton, compresi molti disegni e annotazioni, sono state scansionate in alta risoluzione e sono ora consultabili presso l&#8217;archivio digitale del prestigioso ateneo britannico. Per la prima volta alcune tra le più importanti opere di Newton e molti dei suoi appunti di lavori sono consultabili dal grande pubblico grazie al trasferimento dei testi sul supporto originale. Finora l&#8217;accesso agli autografi era riservato a pochi studiosi. Tra i preziosi manoscritti digitalizzati spicca quello del «Philosophiae naturalis principia mathematica» (1687), considerata un&#8217;opera fondamentale nella storia della scienza. In aggiunta a queste 4mila pagine, l&#8217;università di Cambridge ha annunciato che molti altri documenti originali verranno scannerizzati e pubblicati nei prossimi mesi. Il progetto Cambridge Digital Library, curato dalla biblioteca dell&#8217;ateneo, è stato reso possibile grazie a una donazione di un milione e mezzo di sterline da parte della Fondazione Polonsky. Quella conservata a Cambridge è la più ricca collezione di manoscritti scientifici e di studi matematici di sir Isaac Newton. Circa 130 testi di Newton erano già stati resi disponibili online attraverso un progetto dell&#8217;Università del Sussex.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 11 gennaio 2012</p>
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		<title>Il sangue di Luigi XVI di Francia fu conservato in una zucca?</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 14:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://blogstorico.files.wordpress.com/2010/11/carles-lalueza-fox.jpg?w=600&#38;h=599" alt="" width="90" height="90" />Una curiosa ricerca avrebbe individuato all’interno di una zucca a forma di bottiglia il sangue di Luigi XVI, il re “desiderato” – ma anche Luigi l’Ultimo, per i rivoluzionari che nel 1793 lo ghigliottinarono. La zucca potrebbe dunque essere quella&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://blogstorico.files.wordpress.com/2010/11/carles-lalueza-fox.jpg?w=600&amp;h=599" alt="" width="90" height="90" />Una curiosa ricerca avrebbe individuato all’interno di una zucca a forma di bottiglia il sangue di Luigi XVI, il re “desiderato” – ma anche Luigi l’Ultimo, per i rivoluzionari che nel 1793 lo ghigliottinarono. La zucca potrebbe dunque essere quella in cui, secondo la leggenda, tal Maximilien Bordaloue avrebbe custodito un fazzoletto immerso nel sangue di Luigi XVI il giorno della sua morte.</p>
<p>.</p>
<p>di Aezio dal blog <strong><a href="http://ilfattostorico.com/2010/11/09/in-una-zucca-il-sangue-di-luigi-xvi/">Il Fatto Storico</a></strong></p>
<p>.</p>
<p>“Nei resoconti contemporanei viene descritto che il patibolo era pieno di sangue dopo la decapitazione e che, in effetti, molte persone si avvicinarono per immergere i loro fazzoletti nel sangue”, dice l’autore dello studio Carles Lalueza-Fox.</p>
<p>Sebbene conservare sangue o parti del corpo in una zucca decorata possa sembrare oggi poco probabile, Lalueza-Fox dice che non lo sarebbe stato a quell’epoca: “Può sembrare strano oggi, ma probabilmente per una persona comune che abbia assistito all’esecuzione, una di queste zucche dove [normalmente si teneva] la polvere da sparo era un contenitore accettabile per conservarci qualcosa di valore”, e aggiunge anche che le zucche erano materiali duraturi e contenitori comuni nel 18′ secolo in Francia.</p>
<p>Ad ogni modo, racconta l’antropologo Davide Pettener, lo studio in questione inizia un anno fa, quando l’esponente di una famiglia romagnola, che vuole l’anonimato, bussò ai laboratori dell’Alma Mater di Bologna portando una zucca finemente istoriata, ereditata dalla fine dell’800.</p>
<p>Sebbene del fazzoletto non vi fosse più traccia, dentro la zucca gli scienziati vi trovarono però dei residui di una polvere nera. Stabilito che era sangue umano, se ne è estratto e analizzato il Dna, evidenziando due rare linee genetiche e, nel gene Herc2, la mutazione tipica degli occhi azzurri: il re sposo di Maria Antonietta li aveva appunto “azzurro Sassonia”. Inoltre l’impronta genetica, “estremamente rara nei moderni euroasiatici”, suggerisce che potrebbe provenire da una discendenza reale.</p>
<p>Per una conferma definitiva ci sarebbe bisogno di verificare la corrispondenza genetica con qualche suo parente, e il cuore mummificato attribuito al figlio, Luigi XVII, conservato in Saint-Denis a Parigi, fa proprio al caso giusto.</p>
<p>Lo studio è stato pubblicato su <em>Forensic Science International: Genetics</em> ed è stato effettuato dagli antropologi molecolari e dai genetisti forensi dell’Alma Mater insieme al team spagnolo di Carles Lalueza-Fox, il ricercatore che scoprì la pelle chiara e i capelli rossi di alcuni uomini di Neanderthal.</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 13 novembre 2010</p>
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		<title>Ritrovata in Scozia partitura di un concerto di Antonio Vivaldi</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 14:57:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Barocco]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tg1.rai.it/dl/images/260x01286453806817vivaldi.jpg" alt="Scoperto in Scozia concerto perduto di Vivaldi" width="90" height="90" />Un concerto per flauto di Antonio Vivaldi che si credeva perduto è stato scoperto in Scozia in mezzo a una montagna di carte polverose conservate agli archivi nazionali di Edimburgo. Il manoscritto, una copia di 300 anni fa della partitura originale&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tg1.rai.it/dl/images/260x01286453806817vivaldi.jpg" alt="Scoperto in Scozia concerto perduto di Vivaldi" width="90" height="90" />Un concerto per flauto di Antonio Vivaldi che si credeva perduto è stato scoperto in Scozia in mezzo a una montagna di carte polverose conservate agli archivi nazionali di Edimburgo. Il manoscritto, una copia di 300 anni fa della partitura originale del compositore italiano, comprende le parti per &#8220;Il Gran Mogol&#8221;, uno di una serie di quartetti del musicista la cui esistenza era nota attraverso un catalogo dei un libraio olandese del 18/o secolo: gli altri, intitolati &#8220;La Francia&#8221;, &#8220;La Spagna&#8221; e &#8220;L&#8217;Inghilterra&#8221; restano perduti.</p>
<p>.</p>
<p>dal TG1 online <img src="http://www.tg1.rai.it/imgPeP/logoTg1.gif" alt="" /> dell&#8217;8 ottobre 2010</p>
<p>.</p>
<p>La partitura, quasi completa (manca una parte per il secondo violino), è stata autenticata da Andrew Wooley, musicologo alla Southampton University. Non è chiaro come sia arrivata in Scozia: una teoria è che sia stata acquistata da lord Robert Kerr, un amante del flauto e figlio del terzo marchese di Lothion, durante un grand tour in Europa all&#8217;inizio del Settecento. Il testo non è stato scritto di proprio pugno dal violinista del tardo barocco, ma copiato dall&#8217;originale nel diciottesimo secolo. Trattandosi però dell&#8217;unico esemplare di cui si abbia conoscenza, il ritrovamento è importantissimo. Lo spartito non é completo perché manca una parte per il secondo violino. Gli studiosi britannici sono riusciti a ricostruirlo interamente aiutandosi con un altro concerto per flauto di Vivaldi, custodito a Torino e che è probabilmente una riedizione del &#8220;Gran Mogol&#8221;. Secondo l&#8217;opinione di alcuni ricercatori l&#8217;opera non sarebbe stata mai eseguita e la prima è già stata programmata per gennaio alla &#8220;Perth Concert Hall&#8221; di Edimburgo.</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 25 ottobre 2010</p>
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		<title>Il Cardinal Mazzarino, l&#8217;italiano che fece grande la Francia</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Oct 2010 00:05:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.narnia.it/butimazarino.jpg" alt="" width="90" height="90" />Machiavellico, ipocrita, cinico, ladro, bugiardo, sodomita e, naturalmente, italiano: il linciaggio morale subìto dal Cardinale Mazzarino nel Seicento, al tempo della Fronda, non gli avrebbe impedito di governare per quasi vent&#8217; anni la Francia in qualità di primo ministro facendone&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.narnia.it/butimazarino.jpg" alt="" width="90" height="90" />Machiavellico, ipocrita, cinico, ladro, bugiardo, sodomita e, naturalmente, italiano: il linciaggio morale subìto dal Cardinale Mazzarino nel Seicento, al tempo della Fronda, non gli avrebbe impedito di governare per quasi vent&#8217; anni la Francia in qualità di primo ministro facendone la monarchia più potente d&#8217; Europa, ma avrebbe dato origine a una leggenda nera dura a morire. A ribaltarne l&#8217; immagine e a rendergli giustizia è oggi una appassionante biografia di Simone Bertière (Mazarin, le maître du jeu, Editions de Fallois, pagg. 697, euro 24) che ha immediatamente conquistato lettori e critica. E alla studiosa abbiamo chiesto di illustrarci la sua interpretazione del grande Cardinale.</p>
<p>.</p>
<p>Benedetta Craveri per la Repubblica del 21 dicembre 2007 <img src="http://www.repubblica.it/sharedfiles/images/la_repubblica_logo2lev.gif" alt="la Repubblica.it" width="89" height="36" /></p>
<p>.</p>
<p>Qual è la vera identità di Mazzarino? «Nato nel 1602, per un caso, in Abruzzo, allora sotto il dominio spagnolo, Mazzarino è in realtà un suddito del Papa ed è nella Roma dei Barberini, dove trascorre la sua giovinezza, che forma la sua personalità, la sua cultura, la sua sensibilità, il suo gusto per le arti. La capitale del mondo cattolico lo marcherà profondamente; fino alla fine della sua vita si considererà, prima ancora che italiano, romano e continuerà a firmarsi Mazzarini». Lei accenna, a più riprese, a un suo &#8220;patriottismo italiano&#8221;. «Mazzarino non è sfiorato dall&#8217; idea di un possibile ideale unitario, ma non sopporta di vedere il nord d&#8217; Italia fungere da campo di battaglia per le rivalità tra la casa di Francia e gli Asburgo, né vuole che la Spagna estenda ulteriormente il suo dominio sulla penisola. Per questo si adopera affinché Piemonte e Venezia rimangano &#8220;Stati liberi&#8221;». La sua biografia mette anche in luce un Mazzarino pacifista ed europeista. «Mazzarino prefigura il pacifismo che connoterà il pensiero politico del Settecento. Per lui la guerra non è un fine ma un mezzo e ha come unico obbiettivo quello di condurre a una pace stabile che può essere perseguita solo su scala europea, e solo sulla base di precisi accordi. Sarà questo a costituire la sua originalità: fin dal suo debutto in diplomazia Mazzarino si comporta e pensa come un europeo.</p>
<p>E la sua visione politica è di gran lunga superiore a quella di Richelieu». Come prende forma l&#8217; intesa fra lui e Richelieu? «I due sono profondamente diversi ma condividono un certo numero di idee. A differenza del Papa, dell&#8217; Imperatore e del re di Spagna, che vogliono restaurare con le armi il cattolicesimo nella Germania protestante, sia Richelieu che Mazzarino pensano che la situazione sia ormai irreversibile e che solo riconoscendo ai protestanti le posizioni acquisite si impedirà alla religione riformata di guadagnare ulteriore terreno e sarà possibile aprire dei negoziati che consentano di raggiungere una pace duratura. Per questo Mazzarino lascia il servizio di Urbano VIII dove aveva iniziato la sua carriera diplomatica e passa a quello di Richelieu. Non si tratta di un tradimento ma di una scelta politica diversa. Nel 1640, guadagnata la fiducia di Richelieu, Mazzarino si trasferisce in Francia e riesce a conquistare quella di Luigi XIII e di Anna d&#8217; Austria, diventando cardinale e primo ministro. Come spiega questo exploit? «La prima arma di Mazzarino è la seduzione. Dotato di una intelligenza superiore, è bello, fine, spiritoso, caloroso e ha l&#8217; arte di ascoltare e capire i suoi interlocutori. Sa sposare il punto di vista degli altri per poi portarli insensibilmente sulle sue posizioni. Diversissimo in questo da Richelieu che era autoritario, arrogante, collerico, Mazzarino ha subito conquistato con il suo tatto Luigi XIII , a lungo umiliato dal comportamento tirannico del suo primo ministro, restituendogli la fiducia in se stesso.</p>
<p>Egli farà lo stesso con Anna d&#8217; Austria e con Luigi XIV. Pedagogo straordinario, Mazzarino dà ai suoi interlocutori la sensazione di essere intelligenti e di trovare loro stessi le decisioni giuste da prendere. Ma nel caso di Anna d&#8217; Austria non è piuttosto il caso di parlare di manipolazione? «Il termine è forte ma non improprio. Non credo che Mazzarino menta quando manifesta alla Regina devozione e affetto. Ma è anche evidente che di quell&#8217; affetto, di cui è stata così a lungo privata nel corso del suo triste matrimonio, Anna d&#8217; Austria ha un gran bisogno e Mazzarino si rende conto che se non sarà lui a colmare quest&#8217; esigenza, altri lo faranno al suo posto. La loro rimarrà comunque una relazione di natura platonica, nel solco della tradizione cavalleresca e cortese. Qual è la molla di questa ambizione così implacabile a cui è pronto a sacrificare tutto se stesso? «Mazzarino è partito dal basso ed è straordinariamente intelligente, più di Richelieu. Vuole provare di cosa è capace e vuole a tutti i costi avere la meglio. La sua vita è un susseguirsi di sfide, di rischi. Più l&#8217; obiettivo è difficile è più ne è attratto». Che peso ha per lui la religione? «Mazzarino è profondamente credente. La sua è una fede spontanea, che lo porta a pensare che l&#8217; uomo non sia irrimediabilmente corrotto e che Dio conduca a buon fine le cose a condizione che gli uomini ci mettano del loro. Quanto alla chiesa, di cui conosce perfettamente il funzionamento, egli pensa che sia una istituzione umana, che vada considerata come tale, e che il papa non sia diverso dagli altri uomini». Questo non sembra impedirgli una certa dose di cinismo.</p>
<p>«Mazzarino non è cinico, è pragmatico. Prende gli uomini e le situazioni per quel che sono, non pretende di cambiare il mondo, vuole solo farlo funzionare nel miglior modo possibile. è profondamente tollerante: fin quando non entra in conflitto con l&#8217; ordine pubblico ciascuno può pensare quel che vuole. Non avrebbe certo approvato la decisione presa da Luigi XV di revocare l&#8217; editto di Nantes». In che misura Mazzarino ha fatto sua la concezione dello Stato di Richelieu? «Lei mi chiede se Mazzarino è un partigiano dell&#8217; assolutismo? Richelieu ha grandemente rafforzato l&#8217; autorità reale e Mazzarino ne ha ereditato l&#8217; impegno e vi si è mantenuto fedele, trasmettendo a Luigi XIV un regno forte e pacificato. Ma non credo che ciò corrispondesse in lui a una ideologia, alla convinzione che l&#8217; assolutismo fosse la forma di governo ideale. Il suo pragmatismo lo induceva piuttosto a pensare che quella fosse allora la sola soluzione possibile per la Francia. Se si fosse trovato alla testa di una repubblica avrebbe governato in accordo ai principi repubblicani». Una delle grandi accuse che pesano su Mazzarino è di essersi arricchito senza scrupoli ai danni dello Stato, ma lei mostra a riguardo una certa indulgenza. «Il suo comportamento non è diverso da quello dei suoi predecessori. Era povero e aveva bisogno di denaro per governare. Non esisteva una Banca di Francia e le casse del Tesoro erano sempre vuote, e per fare la guerra c&#8217; era bisogno di soldi. Il denaro era per lui uno strumento di potere e se fosse stato onesto, nel senso che diamo noi oggi alla parola, avrebbe avuto le mani legate. I soldi costituivano anche, per un grande collezionista quale egli era, uno strumento di godimento estetico. E come non provare un po&#8217; di indulgenza per le sue prevaricazioni, visto il patrimonio artistico &#8211; il complesso monumentale dell&#8217; Institut con la sua biblioteca, i suoi quadri oggi al Louvre &#8211; che egli ha lasciato alla Francia?» Quanto ha inciso su di lui l&#8217; esperienza francese? Si può parlare di un Mazzarino francese? «Credo che Mazzarino sia rimasto molto italiano. Arrivato in Francia a quarant&#8217; anni, con una personalità già formata, non ha mai adottato né i valori, né lo stile di vita della nobiltà francese. Probabilmente egli non amava i francesi che lo avevano trascinato nel fango durante la Fronda, ma amava le persone che serviva, Anna d&#8217; Austria e Luigi XIV, a cui avrebbe fatto da padre, insegnandogli il suo mestiere di re. Ma il suo cuore era rimasto a Roma, in quella Roma in cui non avrebbe più fatto ritorno».</p>
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		<title>Barbari e Barberini: una “pasquinata“ ingiusta e apocrifa</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Oct 2010 15:05:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/6d/Coat_of_arms_of_the_House_of_Barberini.svg/420px-Coat_of_arms_of_the_House_of_Barberini.svg.png" alt="" width="90" height="90" />Per chi ama l’arte e la storia è un evento felice la riapertura del romano palazzo Barberini, non soltanto restaurato ma anche reso accessibile negli splendidi locali occupati per decenni dal Circolo Ufficiali. Succede, però, che nei molti articoli e servizi&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/6/6d/Coat_of_arms_of_the_House_of_Barberini.svg/420px-Coat_of_arms_of_the_House_of_Barberini.svg.png" alt="" width="90" height="90" />Per chi ama l’arte e la storia è un evento felice la riapertura del romano palazzo Barberini, non soltanto restaurato ma anche reso accessibile negli splendidi locali occupati per decenni dal Circolo Ufficiali. Succede, però, che nei molti articoli e servizi televisivi, non si sia solo parlato dell’illustre edificio ma anche del più illustre tempio giuntoci quasi intatto dall’antichità: il Pantheon. C’è infatti una tenace convinzione – non soltanto popolare, ma accolta pure dalle guide turistiche e dai libri d’arte– secondo cui la Chiesa non avrebbero esitato a sfigurare quel simbolo dell’antichità che, alla fine dell’Impero, aveva trasformato in chiesa cristiana senza quasi manometterlo.</p>
<p>.</p>
<p>di Vittorio Messori dal Corriere della Sera del 25 settembre 2010 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/5/58/Corriere_Della_Sera_logo.png/200px-Corriere_Della_Sera_logo.png" alt="Logo di Corriere della Sera" /></p>
<p>.</p>
<p>Poiché autore del misfatto sarebbe stato Maffeo Barberini, papa con il nome di Urbano VIII, molti giornalisti, annunciando lo splendore rinnovato del palazzo della sua famiglia, hanno ricordato la presunta pasquinata <em>Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini.</em> Dico presunta, perché la battuta non venne dalla gente –che invece, come vedremo, applaudì entusiasta- bensì dagli avversari politici di un pontefice avversato via via dalla Francia di Richelieu, dalla Spagna del Conte Duca, dagli Asburgo di Vienna  e sul quale, dunque, si avventarono le propagande contrapposte. Un papa, comunque, il Barberini, dalle altissime benemerenze artistiche. Si deve al suo gusto e alla sua intuizione, tra l’altro, la scoperta e il lancio in tutta Europa di Gian Lorenzo Bernini,  che diede anche  una svolta decisiva ai lavori del palazzo principesco di cui Roma si è oggi riappropriata. Ebbene, di quale “barbarie“  è accusato questo pontefice, grande mecenate? Il misfatto di avere asportato e fatto fondere le travi di bronzo che, dal II secolo, reggevano il pronao, il portico di entrata al Pantheon.</p>
<p>Come accennavamo, anche molti  storici ignorano che (al contrario di quanto dice la  falsa pasquinata) tutti i contemporanei di papa Barberini non solo non si scandalizzarono ma lodarono ed ascrissero a sua gloria la decisione. In effetti, spinto   dal desiderio di abbellire Roma e, con essa, la Chiesa, Urbano VIII diede l’impulso finale al cantiere di San Pietro, aperto ormai da quasi due secoli.  Per l’altar maggiore occorreva un “segno“  grandioso che indicasse il sito della sepoltura di Pietro e che, al contempo, non precludesse la vista dell’abside. Naturalmente, a risolvere il problema fu convocato il prediletto Bernini. Questi fece la geniale proposta che ancora ammiriamo: quattro enormi colonne  tortili sormontate da un baldacchino. Il tutto in bronzo e alto come un palazzo di dieci piani. Il pontefice ne fu entusiasta: ma come procurarsi una simile quantità di metallo? Il denaro non mancava (l’opera costò 200.00 scudi) ma c’era gran difficoltà a procurarsi il bronzo, riservato dagli Stati alla costruzione di cannoni e di cui Venezia, ad esempio, limitava l’esportazione. Ed eccoci allora all’episodio fatidico. Fu Bernini stesso che comunicò a Urbano VIII una sua   scoperta: da giovane, quando, su impulso del papa, si impratichiva in architettura, aveva studiato la struttura del Pantheon, scoprendo che, per reggere il portico, i romani avevano usati non travi di legno, come d’uso, ma di bronzo. Una sorta di “megalomania imperiale”,come si disse: si trattava, infatti, di elementi scarsamente  visibili, posti molto in alto in un ambiente oscuro. Fu così che si procedette allo smontaggio, mettendo solidissima quercia di Slavonia, che ha retto benissimo per secoli, al posto del bronzo. Il ricavato fu tanto abbondante che col metallo non soltanto si costruì il gigantesco baldacchino di San Pietro ma si poterono fondere anche 80 cannoni per Castel Sant’Angelo.</p>
<p>Scrive il più illustre degli storici moderni del papato, il barone Ludwig von Pastor che per primo, ebbe accesso agli archivi segreti vaticani: “La battuta troppo spesso ripetuta – <em>Quod non fecerunt barbari…</em>- è profondamente ingiusta: non si trattò della fusione di un’opera d’arte, ma solo della sostituzione di una struttura tecnica  ben poco visibile e senza alcuna decorazione. Non si può parlare di un atto  vandalico ma , anzi , della possibilità di fornire a uno dei maggiori artisti della storia la materia prima per un capolavoro. Senza quel bronzo seminascosto sotto il  tetto , Bernini avrebbe dovuto rinunciare al suo progetto o ridimensionarlo. I contemporanei, in coro,  esaltarono l’opera, che fu subito imitata nell’intera Europa: epigrammi, sonetti, poemi piovvero sull’artefice del prodigio e sul suo generoso mecenate“. I rallegramenti a Urbano VIII, e con lui a Bernini, insistevano sulla geniale trovata di “usare un materiale invisibile per erigere il più visibile altare della cristianità“.</p>
<p>E‘ comunque curioso come  molti  storici, che ripetono la presunta pasquinata,  dimentichino di ricordare che sia successo quando, alla fine del Settecento, Roma fu strappata ai papi dalle orde di saccheggiatori guidati dal giovane Bonaparte. Le   opere d’arte trasferite a Parigi o vendute al miglior offerente, lo stesso Archivio Segreto portato in Francia (e metà andò distrutto), chiese e conventi confiscati,   devastati, trasformati in stalle e caserme, le biblioteche disperse o bruciate. E questo non solo a Roma, ma nell’Italia intera. Lo stesso <em>abbé</em> Gregoire, il prete giacobino, coniò per i suoi compagni rivoluzionari un neologismo: “vandalismo“. Insomma, è giustizia storica riconoscerlo: non è su papa Barberini che si allunga l’ombra della “barbarie”.</p>
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		<title>Breve storia della felicità: dal &#8217;700 a Malthus a Kennedy</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Sep 2010 11:34:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_JHLswmP--ws/TC8MaXxtapI/AAAAAAAACv4/odh9U-3TFuM/s1600/dichiarazione_indipendenza.jpg" alt="" width="90" height="90" />Bisogna risalire alla seconda metà del &#8217;700 per trovare le origini del pensiero economico che fa coincidere il «benessere» statistico con il «ben avere», sebbene nello stesso periodo l&#8217;illuminista napoletano Antonio Genovesi avesse sottolineato la necessità di una economia</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_JHLswmP--ws/TC8MaXxtapI/AAAAAAAACv4/odh9U-3TFuM/s1600/dichiarazione_indipendenza.jpg" alt="" width="90" height="90" />Bisogna risalire alla seconda metà del &#8217;700 per trovare le origini del pensiero economico che fa coincidere il «benessere» statistico con il «ben avere», sebbene nello stesso periodo l&#8217;illuminista napoletano Antonio Genovesi avesse sottolineato la necessità di una economia fondata sulla ricerca del bene comune. Temi che si ripropongono oggi con grande urgenza e che richiedono l&#8217;elaborazione di nuovi codici e regole. L&#8217;anticipazione di un intervento a Pordenonelegge.</div>
<div>.</div>
<div>di Serge Latouche da &#8220;Il Manifesto&#8221; del 17 settembre 2010 <img src="http://www.amicidialberto.org/images/thumb/f/f2/Ilmanifesto-testata.jpg/500px-Ilmanifesto-testata.jpg" alt="" width="180" height="40" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Per concepire e costruire una società di abbondanza frugale e una nuova forma di felicità, è necessario decostruire l&#8217;ideologia della felicità quantificata della modernità; in altre parole, per decolonizzare l&#8217;immaginario del pil pro capite, dobbiamo capire come si è radicato.</div>
<div id="_mcePaste">Quando, alla vigilia della Rivoluzione francese, Saint-Just dichiara che la felicità è un&#8217;idea nuova in Europa, è chiaro che non si tratta della beatitudine celeste e della felicità pubblica, ma di un benessere materiale e individuale, anticamera del pil pro capite degli economisti. Effettivamente, in questo senso, si tratta proprio di un&#8217;idea nuova che emerge un po&#8217; ovunque in Europa, ma principalmente in Inghilterra e in Francia. La Dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776 degli Stati Uniti d&#8217;America, paese in cui si realizza l&#8217;ideale dell&#8217;Illuminismo su un terreno ritenuto vergine, proclama come obiettivo: «La vita, la libertà e la ricerca della felicità». Nel passaggio dalla felicità al pil pro capite si verifica una tripla riduzione supplementare: la felicità terrestre è assimilata al benessere materiale, con la materia concepita nel senso fisico del termine; il benessere materiale è ricondotto al «ben avere» statistico, vale a dire alla quantità di beni e servizi commerciali e affini, prodotti e consumati; la stima della somma dei beni e dei servizi è calcolata al lordo, ossia senza tenere conto della perdita del patrimonio naturale e artificiale necessaria alla sua produzione.</div>
<div id="_mcePaste">Il primo punto è formulato nel dibattito fra Robert Malthus e Jean Baptiste Say. Malthus comincia col comunicarci la propria perplessità: «Se la pena che ci si dà per cantare una canzone è un lavoro produttivo, perché gli sforzi che si fanno per rendere divertente e istruttiva una conversazione e che sicuramente offrono un risultato ben più interessante, dovrebbero essere esclusi dal novero delle produzioni attuali? Perché non vi si dovrebbero comprendere gli sforzi che dobbiamo fare per moderare le nostre passioni e per diventare obbedienti a tutte le leggi divine e umane che sono, senza possibilità di smentita, i beni più preziosi? Perché, in sostanza, dovremmo escludere un&#8217;azione qualsiasi il cui fine sia quello di ottenere il piacere o di evitare il dolore, sia del momento che nel futuro?».</div>
<div id="_mcePaste">Materiali e immateriali</div>
<div id="_mcePaste">Certo, ma è Malthus stesso poi a osservare che questa soluzione porterebbe direttamente all&#8217;autodistruzione dell&#8217;economia come campo specifico. «È vero che in tal modo potrebbero esservi comprese tutte le attività della specie umana in tutti i momenti della vita», nota giustamente. Infine, aderisce al punto di vista riduttivo di Sabisogny: «Se poi, insieme a Say», scrive Malthus «desideriamo fare dell&#8217;economia politica una scienza positiva, fondata sull&#8217;esperienza e capace di dare risultati precisi, dobbiamo essere particolarmente precisi nella definizione del termine principale di cui essa di serve (cioè, la ricchezza) e comprendervi solamente quegli oggetti il cui aumento o diminuzione siano tali da potere essere valutati; e la linea più ovvia e utile da tracciare è quella che separa gli oggetti materiali da quelli immateriali».</div>
<div id="_mcePaste">In accordo con Jean-Baptiste Say, che definisce così la felicità del consumo, non molto tempo fa Jan Tinbergen proponeva di ribattezzare il pnl semplicemente fnl (felicità nazionale lorda). In realtà, questa pretesa arrogante dell&#8217;economista olandese è solo un ritorno alle fonti. Se la felicità si materializza in benessere, versione eufemizzata del «ben avere», qualsiasi tentativo di trovare altri indicatori di ricchezza e di felicità sarebbe vano. Il pil è la felicità quantificata.</div>
<div id="_mcePaste">È facile condannare questa pretesa di equiparare felicità e pil pro capite, dimostrando che il prodotto interno o nazionale misura solo la «ricchezza» commerciale. In effetti, dal pil sono escluse le transazioni fuori mercato (lavori domestici, volontariato, lavoro in nero), mentre invece le spese di «riparazione»sono contate in positivo e i danni generati (esternalità negative) non vengono dedotti, neppure la perdita del patrimonio naturale. Si dice ancora che il pil misura gli outputs o la produzione, non gli outcomes o i risultati.</div>
<div id="_mcePaste">È appropriato ricordare il bellissimo discorso di Robert Kennedy (scritto probabilmente da John Kenneth Galbraith) pronunciato qualche giorno prima del suo assassinio. «Il nostro pil (&#8230;) include l&#8217;inquinamento dell&#8217;aria, la pubblicità delle sigarette e le corse delle ambulanze che raccolgono i feriti sulle strade. Include la distruzione delle nostre foreste e la scomparsa della natura. Include il napalm e il costo dello stoccaggio dei rifiuti radioattivi. In compenso, il pil non conteggia la salute dei nostri bambini, la qualità della loro istruzione, l&#8217;allegria dei loro giochi, la bellezza della nostra poesia o la saldezza dei nostri matrimoni. Non prende in considerazione il nostro coraggio, la nostra integrità, la nostra intelligenza, la nostra saggezza. Misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta».</div>
<div id="_mcePaste">La società economica della crescita e del benessere non realizza l&#8217;obiettivo proclamato dalla modernità, cioè: la felicità più grande per il maggior numero di persone. Lo constatiamo chiaramente. «Nel XIX secolo, nota Jacques Ellul, la felicità è legata essenzialmente al benessere, ottenuto grazie a mezzi meccanici, industriali, e grazie alla produzione. (&#8230;) Una tale immagine della felicità ci ha condotti alla società del consumo. Adesso che sappiamo per esperienza che il consumo non fa la felicità, conosciamo una crisi di valori». Il fatto è che nella riduzione economicista , come osserva Arnaud Berthoud, «tutto ciò che fa la gioia di vivere insieme e tutti i piaceri dello spettacolo sociale dove ognuno si mostra agli altri in tutti i luoghi del mondo &#8211; mercati, laboratori, scuole, amministrazioni, vie o piazze pubbliche, vita domestica, luoghi di svago&#8230; sono rimossi dalla sfera economica e collocati nella sfera della morale, della psicologia o della politica. La sola felicità che ci si aspetta ancora dal consumo è separata dalla felicità degli altri e dalla gioia comune». (&#8230;)</div>
<div id="_mcePaste">Il progetto di una «economia» civile o della felicità sviluppato soprattutto da un gruppo di economisti italiani (rappresentato principalmente da Stefano Zamagli, Luigino Bruni, Benedetto Gui, Stefano Bartolini e Leonardo Becchetti) si ricollega alla tradizione aristotelica e trae origine da una critica dell&#8217;individualismo. La costruzione di una tale economia resuscita la «publica felicità» di Antonio Genovesi e della scuola napoletana del XVIII secolo che il trionfo dell&#8217;economia politica scozzese ha respinto. La felicità terrestre, in attesa della beatitudine promessa ai giusti nell&#8217;aldilà, generata da un governo retto (buon governo) che persegue la ricerca del bene comune era, in effetti, l&#8217;oggetto di riflessione degli Illuministi napoletani. Integrando il mercato, la concorrenza e la ricerca da parte del soggetto commerciale di un proprio interesse personale, essi non ripudiavano l&#8217;eredità del tomismo. Questi teorici dell&#8217;economia civile sono perfettamente coscienti del «paradosso della felicità» riscoperto dall&#8217;economista americano Richard Easterlin. «È legge dell&#8217;universo &#8211; scriveva Genovesi &#8211; che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri». Ci sono voluti due secoli di distruzione frenetica del pianeta grazie al «buon governo» della mano invisibile e dell&#8217;interesse individuale eretto a divinità per riscoprire queste verità elementari. (&#8230;)</div>
<div id="_mcePaste">Merci fittizie</div>
<div id="_mcePaste">Come aveva visto bene Baudrillard a suo tempo, «una delle contraddizioni della crescita è che produce beni e bisogni allo stesso tempo, ma non li produce allo stesso ritmo». Ne risulta ciò che egli chiama «una pauperizzazione psicologica», uno stato di insoddisfazione generalizzata, che, dice, «definisce la società di crescita come l&#8217;opposto di una società di abbondanza». La frugalità ritrovata permette di ricostruire una società di abbondanza sulla base di quello che Ivan Illich chiamava la «sussistenza moderna». Vale a dire, «il modo di vita in un&#8217;economia postindustriale all&#8217;interno della quale le persone sono riuscite a ridurre la propria dipendenza nei confronti del mercato, e l&#8217;hanno fatto proteggendo &#8211; con mezzi politici &#8211; un&#8217;infrastruttura in cui tecniche e strumenti servono, essenzialmente, a creare valori di uso non quantificato e non quantificabile dai fabbricanti professionali di bisogni». Si tratta di uscire dall&#8217;immaginario dello sviluppo e della crescita, e di re-incastonare il dominio dell&#8217;economia nel sociale attraverso una Aufhebung (toglimento/superamento).</div>
<div id="_mcePaste">Tuttavia, uscire dall&#8217;immaginario economico implica rotture molto concrete. Sarà necessario fissare regole che inquadrino e limitino l&#8217;esplosione dell&#8217;avidità degli agenti (ricerca del profitto, del sempre più): protezionismo ecologico e sociale, legislazione del lavoro, limitazione della dimensione delle imprese e così via. E in primo luogo la «demercificazione» di quelle tre merci fittizie che sono il lavoro, la terra e la moneta. Si sa che Karl Polanyi vedeva nella trasformazione forzata di questi pilastri della vita sociale in merci il momento fondante del mercato autoregolatore. Il loro ritiro dal mercato mondializzato segnerebbe il punto di partenza di una reincorporazione/reinnesto dell&#8217;economia nel sociale. Parallelamente a una lotta contro lo spirito del capitalismo, sarà opportuno dunque favorire le imprese miste in cui lo spirito del dono e la ricerca della giustizia mitighino l&#8217;asprezza del mercato. Certo, per partire dallo stato attuale e raggiungere «l&#8217;abbondanza frugale», la transizione implica nuove regole e ibridazioni e in questo senso le proposte concrete degli altermondialisti, dei sostenitori dell&#8217;economia solidale fino alle esortazioni alla semplicità volontaria, possono ricevere l&#8217;appoggio incondizionato dei partigiani della decrescita. Se il rigore teorico (l&#8217;etica della convinzione di Max Weber) esclude i compromessi del pensiero, il realismo politico (l&#8217;etica della responsabilità) presuppone il compromesso per l&#8217;azione. La concezione dell&#8217;utopia concreta della costruzione di una società di decrescita è rivoluzionaria, ma il programma di transizione per giungervi è necessariamente riformista. Molte proposte «alternative» che non rivendicano esplicitamente la decrescita possono dunque felicemente trovare posto all&#8217;interno del programma.</div>
<div id="_mcePaste">Lo spirito del dono</div>
<div id="_mcePaste">Un elemento importante per uscire dalle aporie del superamento della modernità è la convivialità. Oltre ad affrontare il riciclaggio dei rifiuti materiali, la decrescita si deve interessare alla riabilitazione degli emarginati. Se lo scarto migliore è quello che non è prodotto, l&#8217;emarginato migliore è quello che la società non genera. Una società decente o conviviale non produce esclusi. La convivialità, il cui termine Ivan Illich prende in prestito dal grande gastronomo francese del XVIII secolo Brillat Savarin (Le fisiologia del gusto. Meditazioni di gastronomia trascendentale), mira appunto a ritessere il legame sociale smagliato dall&#8217;«orrore economico» (Rimbaud). La convivialità reintroduce lo spirito del dono nel commercio sociale accanto alla legge della giungla e riprende così la philia (amicizia) aristotelica, ricordando al contempo lo spirito dell&#8217;agape cristiana. Questa preoccupazione si ricollega appieno +all&#8217;intuizione di Marcel Mauss che nel suo articolo del 1924 <em>Apprezzamento sociologico del bolscevismo</em> sostiene, «a rischio di apparire antiquato» di dover tornare «ai vecchi concetti greci e latini di caritas (che oggi traduciamo così male con carità), di philia, di koinomia, di questa &#8220;amicizia&#8221; necessaria, di questa &#8220;comunità&#8221; che sono l&#8217;essenza delicata della città».</div>
<div id="_mcePaste">È importante anche scongiurare la rivalità mimetica e l&#8217;invidia distruttrice che minacciano ogni società democratica. Lo spirito del dono, fondamentale per la costruzione di una società di decrescita, è presente in ognuna delle R che formano il cerchio virtuoso proposto per dare vita all&#8217;utopia concreta della società autonoma. Soprattutto nella prima R, rivalutare, poiché indica la sostituzione dei valori della società commerciale (la concorrenza esacerbata, il ciascuno per sé, l&#8217;accumulo senza limiti) e della mentalità predatrice nei rapporti con la natura, con i valori di altruismo, di reciprocità e di rispetto dell&#8217;ambiente. Il mito dell&#8217;inferno dalle lunghe forchette con cui si apre la seconda parte del libro La scommessa della decrescita è esplicito: l&#8217;abbondanza abbinata al ciascuno per sé produce miseria, mentre la spartizione, pur nella frugalità, genera soddisfazione in tutti, perfino gioia di vivere. La seconda R, riconcettualizzare, insiste invece sulla necessità di ripensare la ricchezza e la povertà. La «vera» ricchezza è fatta di beni relazionali, quelli fondati appunto sulla reciprocità e la non rivalità, il sapere, l&#8217;amore, l&#8217;amicizia. Al contrario, la miseria è soprattutto psichica e deriva dall&#8217;abbandono nella «folla solitaria», con cui la modernità ha sostituito la comunità solidale. (&#8230;)</div>
<div id="_mcePaste">È imperativo ridurre il peso del nostro modo di vita sulla biosfera, ridurre l&#8217;impronta ecologica i cui eccessi si traducono in prestiti richiesti alle generazioni future e all&#8217;insieme del cosmo, ma anche al Sud del mondo. Abbiamo dunque l&#8217;obbligo di dare in cambio ciò che si trova al centro della maggior parte delle altre R: ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Ridistribuire rimanda all&#8217;etica della spartizione, ridurre (la propria impronta ecologica) al rifiuto della predazione e dell&#8217;accaparramento, riutilizzare, al rispetto per il dono ricevuto e riciclare, alla necessità di restituire alla natura e a Gaia ciò che è stato preso in prestito da loro.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>Traduzione di Laura Pagliara</div>
<div>____________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 23 settembre 2010</div>
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		<title>Processo a Richelieu: un cinico o un innovatore?</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Aug 2010 23:43:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.la-litterature.com/images/17s_richelieu.jpg" alt="" width="90" height="90" />Un cardinale «politico» sotto processo. In forma di spettacolo. Nella «sua» Luçon, nella Vandea francese, dove fu vescovo circa 4 secoli fa, il cardinale Richelieu è protagonista di un processo che lo vede imputato sotto l’accusa di un procuratore generale&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.la-litterature.com/images/17s_richelieu.jpg" alt="" width="90" height="90" />Un cardinale «politico» sotto processo. In forma di spettacolo. Nella «sua» Luçon, nella Vandea francese, dove fu vescovo circa 4 secoli fa, il cardinale Richelieu è protagonista di un processo che lo vede imputato sotto l’accusa di un procuratore generale e difeso da un apposito avvocato. E nel corso del dibattimento entrano in campo diversi personaggi del passato – come Carlo Magno, Napoleone Bonaparte, Luigi XI e il suo successore Luigi XIV – che dicono la loro sul porporato transalpino. È stato il Consiglio generale della Vandea a promuovere questo show la cui ultima replica si tiene proprio questa sera.</p>
<p>.</p>
<p>di Lorenzo Fazzini, da &#8220;Avvenire&#8221; del 20 luglio 2010 <img src="http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Images/Site/logoAvvenire.gif" alt="LogoAvvenire" width="67" height="43" /></p>
<p>.</p>
<p>Tecniche di suono e immagini ultramoderne, con ben 7 videoproiettori ad illuminare il duomo di Luçon, teatro naturale di questo dibattimento. Ma dunque questo cardinale ministro del re di Parigi va storiograficamente assolto o condannato? Che giudizio storico merita il suo operato, che lo rese uno dei grandi della politica e della diplomazia del XVII secolo? Come ha spiegato al quotidiano <em>France Ouest</em> l’attore e regista di «Richelieu l’ultime combat»,«lo spettacolo vuole porre la problematica: gli uomini di Stato sono dei grandi costruttori? Come si è costruita la loro leggenda? Li si può giudicare?». Del resto la vulgata comune associa al nome del cardinale Richelieu (al secolo Armand-Jean du Plessis, nato nel 1585 e morto nel 1642) l’immagine di perfido uomo di palazzo e di intrighi di corte tramandato dal romanziere Alexandre Dumas nel celebre <em>I tre moschettieri</em>. Ma forse Richelieu era qualcosa di più: rimasto orfano a 5 anni, nel 1614 fu nominato rappresentante del clero del Poitou agli Stati Generali. Fu consigliere della regina-madre Maria de’ Medici e nel 1622, grazie ai suoi appoggi, fu creato cardinale dopo essersi guadagnato la simpatia di papa Paolo V durante un soggiorno a Roma. Nel 1624 divenne infatti al contempo ministro, segretario di Stato alla Guerra e agli Affari esteri. Accrebbe così tanto il suo potere a corte sotto Luigi XIII (1601-1643) che riuscì ad esiliare la sua stessa benefattrice. Nel 1635 portò il regno transalpino nella Guerra dei Trent’anni, lasciando poi il suo potere all’erede designato, il cardinale Mazarino.</p>
<p>«Fu una figura di grande primo ministro perché rappresenta un nuovo, notevole esempio di responsabile di un governo che si distacca dalla monarchia. Diventando così il modello di un’inedita forma di Stato». Questo è il primo giudizio sul porporato transalpino di <strong>Paolo Prodi</strong>, docente di storia moderna all’università di Bologna. «La sua peculiarità è appunto quella di un uomo di Stato che si distanzia dal re – prosegue Prodi –. Inoltre, è una personalità che arriva al potere non provenendo dall’interno della corte. Quindi rappresenta in qualche modo il frutto di una selezione professionale». Richelieu dunque come una sorta di politico «anti-casta» <em>ante-litteram</em>? «In un certo senso sì – risponde Prodi –. Inoltre egli in qualche modo incarna l’unione della Chiesa con lo Stato, ovvero quel movimento che fece della confessione cattolica il fondamento dello Stato francese. Va ricordato che l’ideologia confessionale ha rappresentato uno degli elementi di costruzione dello Stato moderno, fattore poi superato nel tempo. Dopo le guerre di religioni Richelieu, con l’assedio di La Rochelle nel 1628 ricostruì, in qualche modo, l’unità confessionale dello Stato francese emarginando la minoranza protestante». La Rochelle è ricordato come il momento in cui, mettendo sotto torchio una delle roccaforti protestanti, Richelieu ristabilì l’unità suprema del trono di Francia sotto egemonia cattolica. Sul piano che potremmo definire più morale, Prodi ricorda «tutte le accuse, vere o esagerate, di machiavellismo a lui rivolte per la sua spregiudicatezza politica. Non c’è nessun dubbio che egli fu un esempio sommo di quel che si chiama ragion di Stato».</p>
<p>Su Richelieu «come grande uomo di Stato per la Francia» concorda anche padre <strong>Luigi Mezzadri</strong>, docente emerito di Storia della Chiesa moderna all’università Gregoriana di Roma. «Egli fu un ministro, parola che etimologicamente indica il servitore che porta a compimento il ruolo affidatogli. Ed egli fece proprio quanto gli fu chiesto. Richelieu operò in un momento difficile per la Francia: internamente essa usciva dal periodo delle guerre di religione, esternamente Parigi era assente da un certo tempo dallo scacchiere politico e diplomatico europeo. Per questo Richelieu cercò di indebolire il potere dei protestanti che con l’editto di Nantes (1598) avevano acquisito il diritto ad alcune roccaforti e con l’assedio di La Rochelle, una di queste roccaforti, tolse il potere militare alla minoranza protestante». E all’esterno? «Ha riportato in auge il ruolo della Francia. Certo, è stato rimproverato dagli storici spagnoli perché ha indebolito la ripresa cattolica: infatti, si era alleato con gli svedesi contro Madrid e l’Impero. Dobbiamo evidenziare che prima di lui la Francia era uno Stato feudale, dove il potere della nobiltà era fortissimo e le grandi famiglie si erano nascoste dietro la scusa del protestantesimo per allargare il loro potere. Invece egli ha scoperto il loro gioco e ne ha abbattuto l’influenza». Ma Mezzadri rievoca anche un tratto poco conosciuto del ministro Richelieu: «Era in perfetta sintonia con San Vincenzo de’ Paoli sul fatto che la fede cattolica non andava imposta con la forza ma doveva essere frutto di convinzione personale. Per questo motivo promosse molto le missioni popolari nella sua diocesi, dove fu un vescovo zelante, affinchè il cattolicesimo venisse accolto liberamente». Epperò il docente della Gregoriana sottolinea che il nodo resta capire «se un uomo di Chiesa poteva governare anche con il potere della spada, che prevede anche la possibilità di uccidere. Certo è che a quel tempo non vi era un’altra classe dirigente preparata allo stesso livello». <strong>Franco Cardini</strong>, professore di storia medievale all’Istituto di Studi Umanistici di Firenze, guarda soprattutto al lato storiografico del cardinale-politico: «È un personaggio estremamente importante perché ha risolto alcuni problemi non affrontati da Enrico IV, l’ex capo ugonotto convertitosi al cattolicesimo per diventare re di Francia. La situazione della Francia del tempo era quella di uno Stato diviso in alcune potenze interne quali l’aristocrazia, i calvinisti, la Chiesa. Richelieu fa un passo avanti importante costruendo lo Stato assoluto stabilendo un accordo con la borghesia produttrice ed eliminando le residue presenze calviniste». Cardini ricorda comunque come «se egli internamente porta avanti una politica di riconquista cattolica, esternamente si pone contro la Santa Sede e nella Guerra dei Trent’anni si schiera contro la Spagna cattolica e l’Impero». Su Richelieu va tolta quella patina negativa e sprezzante, dettata dal «giudizio romantico» che secondo Cardini si è appiccicata su questa personalità soprattutto a causa dei <em>Tre moschettieri</em> di Dumas, poi approfonditasi in numerosi film: «Richelieu fu un grande politico moderno fondatore di uno Stato che fu prim’attore fino alla prima metà del Settecento».</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 2 agosto 2010</p>
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		<title>Caravaggio, in una nuova biografia la verità sulla sua morte</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 21:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Andrew Graham-Dixon]]></category>
		<category><![CDATA[Barocco]]></category>
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		<category><![CDATA[Una vita tra Sacro e Profano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/02/caravaggio-150x150.jpg" alt="" width="90" height="90" />Un protettore violento, pronto a uccidere per amore e lussuria. Che Michelangelo Merisi, meglio noto come Caravaggio, avesse avuto una vita turbolenta, era noto a tutti. Ma che il grande pittore barocco avesse esercitato per un certo periodo la professione&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/02/caravaggio-150x150.jpg" alt="" width="90" height="90" />Un protettore violento, pronto a uccidere per amore e lussuria. Che Michelangelo Merisi, meglio noto come Caravaggio, avesse avuto una vita turbolenta, era noto a tutti. Ma che il grande pittore barocco avesse esercitato per un certo periodo la professione di lenone e avesse avuto da un relazione clandestina una figlia illegittima lo rivela per la prima volta la nuova biografia dedicata al maestro italiano scritta da Andrew Graham-Dixon, noto critico d&#8217;arte e conduttore televisivo britannico. Nel volume, intitolato &#8220;Caravaggio, Una vita tra Sacro e Profano&#8221; che sarà nelle librerie inglesi dal prossimo 1 luglio, sono raccontati numerosi dettagli inediti della vita dell&#8217;artista. Il Telegraph di Londra, che ha recensito in anteprima il libro rivela che oltre a dedicare interessanti pagine allo stile unico del pittore vissuto a cavallo del XVI e XVII secolo, Graham Dixon si sofferma sulla sfrenata brama sessuale di Caravaggio che condizionò estremamente la sua vita.</p>
<p>.</p>
<p>Di Lorenzo Tortora da <img src="http://scavicchialanotizia.files.wordpress.com/2009/12/corrieredellasera271006logo.gif" alt="" width="216" height="37" /> del 21 giugno 2010</p>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">LA VERITA&#8217; SULL&#8217;OMICIDIO &#8211; L&#8217;autore focalizza la sua attenzione soprattutto sull&#8217;ultimo periodo della vita del pittore morto a Porto Ercole 400 anni fa. Nel 1606 Caravaggio uccise a Roma il giovane Ranuccio Tommasoni da Terni. Ma a differenza di quanto ci è stato tramandato, l&#8217;omicidio non fu commesso né per un debito non pagato né a seguito di una lite nata durante una partita di pallacorda. Il vero motivo fu passionale: Tommasoni avrebbe sfidato a duello Caravaggio perché quest&#8217;ultimo l&#8217;aveva disonorato. Il pittore, suggerisce Graham-Dixon che cita alcuni documenti recentemente scoperti negli archivi romani, avrebbe avuto una relazione con Lavinia Giugoli, moglie di Tommasoni: «C&#8217;era un&#8217;antica ostilità tra i due» &#8211; dichiara al Telegraph l&#8217;autore &#8211; «e Tommasoni volle che ad assistere al duello ci fossero anche suo fratello e suo cognato. Ciò dimostra che si trattava di una lite d&#8217;onore». Dalla relazione extraconiugale tra Caravaggio e Lavinia sarebbe nata anche una bambina. Pochi mesi dopo la morte di Tommasoni e la fuga di Caravaggio da Roma, Lavinia avrebbe dato in adozione la bambina e lei si sarebbe trasferita a Firenze.</div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2010/06/20/libro--140x180.jpg" alt="La copertina del libro (da Andrewgraham-dixon.com)" width="140" height="180" />IL LAVORO DA PROTETTORE E L&#8217;ARRESTO A MALTA &#8211; Tommasoni avrebbe odiato Caravaggio anche per motivi “professionali”. Sebbene provenisse da un’agiata famiglia, Tommasoni era stato ripetutamente fermato dalla polizia papalina in compagnia di prostitute e segnalato come il loro protettore. Secondo il racconto del critico inglese durante il suo soggiorno a Roma anche Caravaggio esercitò la professione di lenone e per questo si attirò l&#8217;ira del rivale. Inoltre l&#8217;autore rivela che Caravaggio riuscì a sottrarre dalla protezione di Tommasoni Fillide Melandroni, una delle prostitute più quotate di Roma e che divenne la musa del pittore comparendo in molti suoi celebri quadri. Il libro si sofferma anche sulle vere cause dell&#8217;arresto di Caravaggio a Malta, dove era fuggito dopo l&#8217;omicidio di Tommasoni. Il pittore fu arrestato perché aveva aggredito Fra Giovanni Rodomonte Roero, uno dei più importanti cavalieri dell&#8217;Ordine di Malta. Lo testimoniano i documenti deteriorati che lo studioso Keith Sciberras è riuscito ad analizzare grazie alle più moderne tecnologie ai raggi X. Lo stesso cavaliere Roero, dopo la scarcerazione di Caravaggio nel 1609, avrebbe inseguito l&#8217;artista fino a Napoli. Lo sorprese nell’Osteria del Cerriglio &#8211; taverna che secondo le ricerche dell&#8217;autore era frequentata abitualmente da omosessuali &#8211; e qui lo ferì gravemente sfigurando anche il suo volto. Caravaggio non si sarebbe mai ripreso dalle ferite inflittegli dal rivale e un anno dopo sarebbe morto prematuramente all&#8217;età di 39 anni. «Spero con questo libro di riuscire a dimostrare il vero carattere di Caravaggio» &#8211; dichiara Graham-Dixon al Telegraph &#8211; «Non è un uomo irrazionale, come spesso ci è stato suggerito. Il pittore era solo un uomo violento che viveva in un&#8217;epoca violenta e la cui tragica storia è stata certamente una delle più straordinarie mai vissute da un&#8217;artista».</div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Francesco Tortora</div>
<div>_____________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 12 luglio 2010</div>
<div></div>
<div>Vuoi saperne di più su Caravaggio? leggi l&#8217;articolo <span style="font-family: trebuchet, arial, sans-serif; font-size: 12px; color: #333333;"><a style="text-decoration: none; color: #77bbff;" href="https://docs.google.com/viewer?url=http%3A%2F%2Fwww.storiainrete.com%2Fwp-content%2Fuploads%2F2010%2F03%2F2-pdf-26-33-caravaggio.pdf">Caravaggio, un genio dalla lingua tagliente</a></span><span style="font-family: trebuchet, arial, sans-serif; font-size: 12px; color: #333333;"> da </span></div>
<p><span style="font-family: trebuchet, arial, sans-serif; font-size: 12px; color: #333333;"><a style="text-decoration: none; color: #2277aa;" href="http://www.storiainrete.com/2010/03/2750/"><img class="alignleft" style="max-width: 100%; float: left; margin-top: 0px; margin-right: 5px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; display: inline; padding: 4px; border: initial none initial;" title="I cover storia 53" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/03/I-cover-storia-531-210x300.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a><strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> numero 53</span></p>
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		<title>Se la natura fa come vuole: la siccità e il crollo degli imperi</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 16:10:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[el Nino]]></category>
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		<category><![CDATA[Ming]]></category>

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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://sites.google.com/site/cremalogboat/_/rsrc/1240578334944/Home/1atema-generale/la-datazione-del-legno/dendrocrono.jpg" alt="" width="90" height="90" />Una ricerca di dendrocronologia &#8211; cioè lo studio degli anelli d&#8217;accrescimento dei tronchi degli alberi - mostra come nel continente asiatico gli eventi climatici abbiano influito sul corso di mille anni di storia, dal collasso dell&#8217;Impero Khmer fino alla caduta della</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://sites.google.com/site/cremalogboat/_/rsrc/1240578334944/Home/1atema-generale/la-datazione-del-legno/dendrocrono.jpg" alt="" width="90" height="90" />Una ricerca di dendrocronologia &#8211; cioè lo studio degli anelli d&#8217;accrescimento dei tronchi degli alberi - mostra come nel continente asiatico gli eventi climatici abbiano influito sul corso di mille anni di storia, dal collasso dell&#8217;Impero Khmer fino alla caduta della dinastia Ming. Uno studio pubblicato su Science ha tracciato un dettagliato profilo dei quattro maggiori periodi di siccità che hanno colpito l&#8217;Asia nell&#8217;ultimo millennio, riuscendo a porli in relazione con variazioni nel fenomeno di El Niño, il periodico fenomeno di riscaldamento delle acque superficiali in alcune aree del Pacifico.</div>
<div>.</div>
<div>dal sito de &#8220;Le Scienze&#8221;  <img src="http://antoniogenna.files.wordpress.com/2007/10/lescienze.jpg" alt="" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">La ricerca è stata condotta grazie a un esteso programma di studi dendrocronologici durato oltre 15 anni, buona parte dei quali impiegati per individuare una serie di alberi sufficientemente vecchi. I ricercatori hanno esaminando attentamente oltre 300 siti a foresta dalla Siberia all&#8217;Indonesia, dall&#8217;Australia settentrionale al Pakistan fino al Giappone, riuscendo a individuare diversi esemplari ultramillenari.</div>
<div id="_mcePaste">Le analisi sulla struttura degli anelli di accrescimento degli alberi nel corso di tutto questo tempo hanno così fornito dati che hanno rivelato almeno quattro grandi siccità in coincidenza con altrettanti eventi storici catastrofici. L&#8217;evento più antico rilevato risale ai secoli XIV e XV quando, intervallati da un periodo di piogge monsoniche particolarmente violente, la siccità si protrasse dapprima dal 1340 al 1360 e quindi dal 1400 al 1420, portando al collasso dell&#8217;Impero Khmer.</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste">Anche il triennio 1638-1641 fu caratterizzato da una severissima siccità nella Cina nord-orientale, ivi compresa la regione di Pechino, contribuendo alla caduta della dinastia Ming nel 1644.</div>
<div id="_mcePaste">Fu di nuovo il Sud Est asiatico a essere particolarmente colpito dall&#8217;evento successivo, fra il 1756 e il 1768, in coincidenza ancora una volta con il collasso dei regni dominanti allora in quella regione. Questo evento siccitoso, seguito a breve distanza da quello del 1790-96, pur non essendo il più grave, si estese peraltro ben al di là dell&#8217;area asiatica dato che gli storici ricordano che proprio in quegli anni in Messico il lago Pátzcuaro subì un abbassamento tale da provocare accese dispute per il possesso delle ampie aree così emerse. A risentirne fu anche l&#8217;Europa, dove &#8211; soprattutto in Francia &#8211; si ebbe un crollo delle produzioni agricole che non fu estraneo alla crescita del malcontento che sarebbe sfociato nella Rivoluzione francese.</div>
<div id="_mcePaste">L&#8217;ultimo gravissimo evento di questo tipo, secondo solo a quello che portò alla fine dei Khmer, fu la &#8220;grande sete&#8221; che colpì buona parte dell&#8217;area tropicale dal 1868 al 1878, che provocò una carestia in cui perirono almeno 30 milioni di persone, soprattutto in India, ma anche in Cina e in Indonesia.</div>
<div id="_mcePaste">&#8220;I modelli climatologici globali non riescono al momento a simulare in modo adeguato il monsone asiatico e questa limitazione si ripercuote sulla nostra capacità di pianificare il futuro di fronte a cambiamenti potenzialmente inaspettati e rapidi di un mondo in via di riscaldamento&#8221;, ha detto Edward Cook, che ha coordinato lo studio. &#8220;I dati strumentali affidabili per questa regione arrivano solo fino al 1950. Questa ricostruzione fornisce a chi elabora i modelli una quantità di dati enorme e dà indicazioni preziose sulle cause della variabilità del monsone asiatico.&#8221; (gg)</div>
<div>__________________________</div>
<div></div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 28 aprile 2010</div>
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		<title>Simposio internazionale: ecco tutti i dati sull&#8217;Inquisizione</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/2869/600-e-700/inquisizione-convegno-internazionale-ecco-tutti-i-dati-sui-processi/</link>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 08:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA['600 e '700]]></category>
		<category><![CDATA[Inquisizione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.cbc.ca/quirks/archives/08-09/images/Galileo_Inquisition.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il 15 giugno 1998, nella Sala Stampa Vaticana è stato presentato il volume &#8220;L&#8217;Inquisizione&#8221;, Atti del Simposio Internazionale, promosso dalla Commissione teologico-storica del Comitato Centrale del Grande Giubileo dell&#8217;Anno 2000. Nell&#8217;occasione, il prof. Agostino Borromeo, curatore del libro, ha tracciato&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.cbc.ca/quirks/archives/08-09/images/Galileo_Inquisition.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il 15 giugno 1998, nella Sala Stampa Vaticana è stato presentato il volume &#8220;L&#8217;Inquisizione&#8221;, Atti del Simposio Internazionale, promosso dalla Commissione teologico-storica del Comitato Centrale del Grande Giubileo dell&#8217;Anno 2000. Nell&#8217;occasione, il prof. Agostino Borromeo, curatore del libro, ha tracciato una breve storia dell&#8217;Inquisizione. &#8220;Con il termine Inquisizione, &#8211; ha spiegato Borromeo &#8211; si suole designare un complesso di tribunali ecclesiastici, il cui titolare, in base ad espressa delega papale, era investito della giurisdizione riguardante uno specifico delitto, il delitto di eresia&#8221;.</p>
<p>.</p>
<h3>Corrispondenza romana 861/03 del 19 giugno 2004 da <a href="http://www.europaoggi.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=532&amp;Itemid=0">EuropaOggi</a></h3>
<p>.</p>
<p>&#8220;Durante il pontificato di Gregorio XI (1227-1241) cominciano ad agire speciali commissari (inquisitores) delegati dalla Sede Apostolica con il compito di combattere l&#8217;eresia in determinate regioni. Progressivamente, con il trascorrere del tempo, il papato dotò questa istituzione di una propria organizzazione, una propria burocrazia e una propria normativa (specialmente in materia di procedure processuali)&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Inquisizione, particolarmente attiva nei secoli XIII e XIV nel combattere i movimenti ereticali medievali (soprattutto catari e valdesi), conobbe una fase di declino nel secolo XV, registrando una rilevante ripresa della sua attività nel XVI e nel XVII secolo con la fondazione dei nuovi tribunali della penisola iberica (la cui azione fu principalmente rivolta contro i falsi convertiti dal giudaismo e dall&#8217;islamismo) e la creazione del Sant&#8217;Ufficio romano, concepito inizialmente come strumento per la lotta contro la diffusione del protestantesimo. I tribunali finiranno con l&#8217;essere soppressi tra la seconda metà del XVIII secolo e i primi decenni del XIX secolo sotto la spinta delle idee illuministiche e coll&#8217;affermarsi dell&#8217;ideologia liberale, mentre continuerà a sopravvivere la Congregazione romana del Sant&#8217;Ufficio fino alla radicale riforma operata da Paolo VI nel 1965, che ne muterà il nome in quello odierno di Congregazione per la Dottrina della Fede.</p>
<p>Su 100.000 processi effettuati da tribunali civili ed ecclesiastici secondo la procedura dell&#8217;Inquisizione, &#8220;le condanne al rogo comminate da tribunali ecclesiastici sono state 4 in Portogallo, 59 in Spagna, 36 in Italia, in tutto, quindi, meno di 100 casi&#8221;, ha precisato il prof. Borromeo. Ciò sfata la leggenda nera sull&#8217;Inquisizione, creata ad arte dalla propaganda anticattolica. Prendendo spunto da quanto affermato dal prof. Borromeo, il Card. Georges Cottier, Pro-Teologo della Casa Pontificia, ha detto che &#8220;una domanda di perdono che la Chiesa deve fare a riguardo dei propri errori del passato, non può riguardare che fatti veri e obbiettivamente riconosciuti. Non si chiede cioè perdono per alcune immagini diffuse all&#8217;opinione pubblica, che hanno più del mito che della realtà&#8221;. &#8220;La Chiesa&#8221; ha continuato il Card. Cottier &#8220;non vuole domandare perdono in maniera disordinata, ma con la conoscenza effettiva di ciò che è successo, anche perché la verità non può far paura&#8221;.</p>
<p>[...] &#8220;Ormai gli storici &#8211; ha affermato il relatore [Agostino Borromeo, curatore del volume su "L'inquisizione", presentato oggi in Vaticano] &#8211; non usano più il tema dell&#8217;Inquisizione come strumento per difendere o attaccare la Chiesa&#8221;, perché a differenza di quanto in passato &#8220;il dibattito si è spostato sul piano storico, con statistiche serie&#8221;, anche grazie al &#8220;grosso passo avanti&#8221; rappresentato dall&#8217;apertura degli archivi segreti dell&#8217;ex Congregazione del Sant&#8217;Uffizio, voluta dal Papa nel 1998.</p>
<p>&#8220;Oggi è possibile fare la storia dell&#8217;Inquisizione prescindendo dai luoghi comuni perpetrati fino all&#8217;Ottocento&#8221;, ha puntualizzato lo studioso. Interrogato dai giornalisti sulla &#8220;caccia alle streghe&#8221;, Borromeo ha citato, in particolare, l&#8217;attività dell&#8217;Inquisizione spagnola, che su 125.000 processi ha mandato al rogo 59 &#8220;streghe&#8221;; 36 ne sono state bruciate in Italia, 4 in Portogallo.</p>
<p>&#8220;Se si sommano questi dati &#8211; ha commentato &#8211; non arriviamo neanche ad un centinaio di casi, contro i 50.000 di persone condannate al rogo, in prevalenza dai tribunali civili, su un totale di 100.000 processi (civili ed ecclesiastici) celebrati in tutta Europa nell&#8217;età moderna&#8221; <em>(il grosso delle condanne avvenne nei Paesi protestanti, ndr)</em>.</p>
<p>Analogo discorso per la pena di morte: sui 44.674 processi celebrati dall&#8217;Inquisizione spagnola tra il 1540 e il 1700, si legge nel volume, i condannati a rogo ammontano all&#8217;1,8%, cui va aggiunto un altro 1,7% di condannati a morte in contumacia (veniva bruciato un manichino con il nome e cognome della persona che si era data alla fuga). Per quanto riguarda, invece l&#8217;Italia, il tribunale dell&#8217;Inquisizione di Aquileia-Concordia (nella diocesi di Udine), tra i primi 1.000 processi istruiti, i condannati a morte sono stati solo 5 (lo 0,5%). Numeri più &#8220;alti&#8221;, invece, per l&#8217;Inquisizione portoghese: tra il 1540 e il 1629 su 13.255 processi, le condanne a morte costituirono il 5,7%, anche se negli anni successivi l&#8217;attività repressiva è calata progressivamente.</p>
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<p>Inserito su www.storiainrete.com il 18 aprile 2010</p>
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