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	<title>Storia In Rete &#187; Enigmi</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>Rapporto dell&#8217;ENEA: &#8220;la Sindone non è un falso&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 16:12:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Enigmi]]></category>
		<category><![CDATA[ENEA]]></category>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://vaticaninsider.lastampa.it/typo3temp/pics/bc3b080ef7.jpg" alt="Sindone" width="90" height="90" />L’Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha pubblicato un rapporto sui cinque anni di esperimenti svolti nel centro Enea di Frascati sulla “colorazione simil-sindonica di tessuti di lino tramite radiazione nel lontano</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://vaticaninsider.lastampa.it/typo3temp/pics/bc3b080ef7.jpg" alt="Sindone" width="90" height="90" />L’Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, ha pubblicato un rapporto sui cinque anni di esperimenti svolti nel centro Enea di Frascati sulla “colorazione simil-sindonica di tessuti di lino tramite radiazione nel lontano ultravioletto”. In parole povere: si è cercato di capire come si è impressa sul telo di lino della Sindone di Torino l’immagine così particolare che ne costituisce il fascino, e il più grande e radicale interrogativo, di “individuare i processi fisici e chimici in grado di generare una colorazione simile a quella dell’immagine sindonica”.</div>
<div>.</div>
<div>di Marco Tosatti da <img src="http://vaticaninsider.lastampa.it/fileadmin/templates/img/logo.gif" alt="" width="245" height="26" /> del 14 dicembre 2011</div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Nell’articolo linkato si trova lo sviluppo della ricerca. Gli scienziati (Di Lazzaro, Murra, Santoni, Nichelatti e Baldacchini) partono dall’ultimo (e unico) esame completo interdisciplinare del lenzuolo, compiuto nel 1978 dalla squadra degli scienziati americani dello STURP (Shroud of Turin Reasearch Project). Una base di partenza di cui troppo spesso chi scrive e discetta di Sindone preferisce non tenere conto, a dispetto dell’evidenza dei dati, verificati da un accurato controllo su riviste “peer rewieved”, cioè approvate da altri scienziati in modo oggettivo e indipendente.</div>
<div id="_mcePaste">Il rapporto dell’Enea smentisce, con molto fair play, quasi “en passant”, ma con molta chiarezza, l’ipotesi che la Sindone di Torino possa essere opera di un falsario medievale. L’ipotesi è stata avvalorata – contro molte argomentazioni di peso – dall’esito delle discusse, e probabilmente falsate – misurazioni al C14; un esame la cui credibilità è stata resa molto fragile oltreché dalla difficoltà oggettiva (le possibilità di contaminazione di un tessuto di cui non si conosce che in parte il percorso storico sono altissime), anche da errori fattuali di calcolo, dimostrati, e dall’impossibilità di ottenere per i controlli necessari i “dati grezzi” dai laboratori. A dispetto delle reiterate richieste. Un’omissione che basta da sola a gettare un’ombra pesante sulla correttezza scientifica dell’episodio.</div>
<div id="_mcePaste">Scrive il rapporto: “La doppia immagine (frontale e dorsale) di un uomo flagellato e crocifisso, visibile a malapena sul lenzuolo di lino della Sindone di Torino   presenta numerose caratteristiche fisiche e chimiche talmente peculiari   che rendono ad oggi impossibile ottenere in laboratorio una colorazione identica in tutte le sue sfaccettature, come discusso in numerosi articoli, elencati nelle referenze. Questa incapacità di replicare (e quindi falsificare) l’immagine sindonica impedisce di formulare un’ipotesi attendibile sul meccanismo di formazione dell’impronta.  Di fatto, ad oggi la Scienza non è ancora in grado di spiegare come si sia formata l’immagine corporea sulla Sindone.</div>
<div id="_mcePaste">A parziale giustificazione, gli Scienziati lamentano l’impossibilità di effettuare misure dirette sul lenzuolo sindonico.  Infatti, l’ultima analisi sperimentale in situ delle proprietà fisiche e chimiche dell’immagine corporea della Sindone fu effettuata nel lontano 1978 da un gruppo di 31 scienziati sotto l’egida dello Shroud of Turin Research Project, Inc. (STURP). Gli scienziati utilizzarono strumentazione all’avanguardia per l’epoca, messa a disposizione da diverse ditte produttrici per un valore commerciale di due milioni e mezzo di dollari, ed effettuarono numerose misure non distruttive di spettroscopia infrarossa, visibile e ultravioletta, di fluorescenza a raggi X, di termografia e pirolisi, di spettrometria di massa, di analisi micro-Raman, fotografia in trasmissione, microscopia, prelievo di fibrille e test microchimici”.</div>
<div id="_mcePaste">Le analisi effettuate sul telo sindonico non trovarono quantità significative di pigmenti (coloranti, vernici) né tracce di disegni.  Sulla base dei risultati delle decine di misure effettuate, i ricercatori STURP conclusero che l’immagine corporea non è dipinta, né stampata, né ottenuta tramite riscaldamento. Inoltre, la colorazione dell’immagine risiede nella parte più esterna e superficiale delle fibrille che costituiscono i fili del tessuto di lino, e misure effettuate recentemente su frammenti di telo sindonico dimostrano che lo spessore di colorazione è estremamente sottile, pari a circa 200 nm = 200 miliardesimi di metro, ovvero un quinto di millesimo di millimetro, corrispondente allo spessore della cosiddetta parete cellulare primaria della singola fibrilla di lino. Ricordiamo che un singolo filo di lino è formato da circa 200 fibrille.</div>
<div id="_mcePaste">Altre importanti informazioni derivate dai risultati delle misure STURP sono le seguenti: Il sangue è umano, e non c’è immagine sotto le macchie di sangue; la sfumatura del colore contiene informazioni tridimensionali del corpo; le fibre colorate (di immagine) sono più fragili delle fibre non colorate; la colorazione superficiale delle fibrille di immagine deriva da un processo sconosciuto che ha causato ossidazione, disidratazione e coniugazione della struttura della cellulosa del lino. “In altre parole, la colorazione è conseguenza di un processo di invecchiamento accelerato del lino”.</div>
<div id="_mcePaste">Come già accennato, fino ad oggi tutti i tentativi di riprodurre un’immagine su lino avente le medesime caratteristiche sono falliti. Alcuni ricercatori hanno ottenuto immagini aventi un aspetto simile all’immagine sindonica, ma nessuno è mai riuscito a riprodurre simultaneamente tutte le caratteristiche microscopiche e macroscopiche. “In questo senso, l’origine dell’immagine sindonica è ancora sconosciuta. Questo sembra essere il nodo centrale del cosiddetto “mistero della Sindone”: indipendentemente dall’età del lenzuolo sindonico, che sia medioevale (1260 &#8211; 1390) come risulta dalla controversa datazione al radiocarbonio o più antico come risulta da altre indagini, e indipendentemente dalla reale portata dei controversi documenti storici sull’esistenza della Sindone negli anni precedenti il 1260, la domanda più importante, la “domanda delle domande” rimane la stessa: come è stata generate l’immagine corporea sulla Sindone?”.</div>
<div id="_mcePaste">Ci sono due possibilità, scrivono gli scienziati, su come il lenzuolo sindonico sia stato posto intorno al cadavere: posato sotto e sopra (non completamente a contatto con tutto il corpo irrigidito dal rigor mortis) oppure pigiato sul corpo e legato in modo da avere un contatto con quasi tutta la superficie corporea.</div>
<div id="_mcePaste">“La prima modalità è avvalorata dal fatto che esiste una precisa relazione tra l’intensità (sfumatura) dell’immagine e la distanza fra corpo e telo. Inoltre, l’immagine è presente anche nelle zone del corpo non a contatto con il telo, ad esempio immediatamente sopra e sotto le mani, e intorno la punta del naso. La seconda modalità è meno probabile perché sono assenti le deformazioni geometriche tipiche di un corpo a tre dimensioni riportato a contatto su un lenzuolo a due dimensioni. Inoltre, manca l’impronta dei fianchi del corpo. Di conseguenza, possiamo dedurre che l’immagine non si è formata dal contatto del lino con il corpo”.</div>
<div id="_mcePaste">E’ proprio questa osservazione, “unita alla estrema superficialità della colorazione e all’assenza di pigmenti” che “rende estremamente improbabile ottenere una immagine simil-sindonica tramite metodi chimici a contatto, sia in un moderno laboratorio, sia a maggior ragione da parte di un ipotetico falsario medioevale”. Sotto le macchie di sangue non c’è immagine. Questo significa che le tracce di sangue si sono depositate prima dell’immagine. Quindi l’immagine si formò in un momento successivo alla deposizione del cadavere. Inoltre tutte le macchie di sangue hanno contorni ben definiti, senza sbavature, quindi si può ipotizzare che il cadavere non fu asportato dal lenzuolo. “Mancano segni di putrefazione in corrispondenza degli orifizi, che si manifestano dopo circa 40 ore dalla morte. Di conseguenza, l’immagine non dipende dai gas di putrefazione e il cadavere non rimase nel lenzuolo per più due giorni”.</div>
<div id="_mcePaste">Una della ipotesi relative alla formazione dell’immagine era quella di una forma di energia elettromagnetica (ad esempio un lampo di luce a corta lunghezza d’onda), che potrebbe avere i requisiti adatti a riprodurre le caratteristiche dell’immagine sindonica, quali la superficialità della colorazione, la sfumatura del colore, l’immagine anche nelle zone del corpo non a contatto con il telo e l’assenza di pigmenti sul telo.</div>
<div id="_mcePaste">I primi tentativi di riprodurre il volto sindonico tramite radiazione, utilizzarono un laser CO2 che hanno prodotto una immagine su un tessuto di lino simile a livello macroscopico. Tuttavia, l’analisi microscopica ha evidenziato una colorazione troppo profonda e molti fili di lino carbonizzati, caratteristiche incompatibili con l’immagine sindonica. Invece i risultati dell’Enea “dimostrano che un brevissimo e intenso lampo di radiazione VUV direzionale può colorare un tessuto di lino in modo da riprodurre molte delle peculiari caratteristiche della immagine corporea della Sindone di Torino, incluse la tonalità del colore, la colorazione superficiale delle fibrille più esterne della trama del lino, e l’assenza di fluorescenza”. Tuttavia, avvertono gli scienziati dell’Enea, “va sottolineato che la potenza totale della radiazione VUV richiesta per colorare istantaneamente la superficie di un lino corrispondente ad un corpo umano di statura media, pari a IT  superficie corporea = 2000 MW/cm2  17000 cm2 =  34mila miliardi di Watt rende oggi impraticabile la riproduzione dell’intera immagine sindonica usando un singolo laser eccimero, poiché questa potenza non può essere prodotta da nessuna sorgente di luce VUV costruita fino ad oggi (le più potenti reperibili sul mercato arrivano ad alcuni miliardi di Watt)”.</div>
<div id="_mcePaste">Però l’’immagine sindonica &#8220;presenta alcune caratteristiche che non siamo ancora riusciti a riprodurre, &#8211; ammettono &#8211; per esempio la sfumatura dell’immagine dovuta ad una diversa concentrazione di fibrille colorate gialle alternate a fibrille non colorate&#8221;.  E avvertono: “Non siamo alla conclusione, stiamo componendo i tasselli di un puzzle scientifico affascinante e complesso”.  L’enigma dell’origine dell’immagine della Sindone di Torino rimane ancora “una provocazione all’intelligenza”, come aveva detto Giovanni Paolo II.</div>
<div>_____________________</div>
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<div><a href="http://www.storiainrete.com/1785/edicola/storia-in-rete-n%c2%b0-45-46-luglio-agosto-2009/"><img class="alignnone" style="max-width: 100%; margin-top: 0px; margin-right: 5px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; display: inline; color: #333333; font-family: trebuchet, arial, sans-serif; font-size: 12px; text-align: left; padding: 4px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/07/i-cover-storia-45-46.jpg" alt="" width="104" height="148" /></a></div>
<pre><a style="text-decoration: none; color: #4499cc; padding-left: 0px; margin-left: 0px; font-family: 'Trebuchet MS', verdana, sans-serif; font-size: 12px; text-align: left;" href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/05/pdf-54-59-sindone.pdf">1939: si salvi la Sindone dagli artigli di Hitler!!</a> di Sergio Boschiero (Storia in Rete n. 55)</pre>
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		<title>5 Novembre 1605, nasce la faccia di Anonymus e Indignados</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 09:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-kaP11pjsOC0/TpWNeAQeKGI/AAAAAAAAAGY/28e6E4enn70/s1600/guy-fawkes.jpg" alt="" width="90" height="90" />La maschera di V for Vendetta indossata da hacker e indignati ha una storia vecchia di quattrocento anni. Il Regno Unito è da sempre una terra di complotti, traditori e spie che spesso si muovevano tra i corridoi di corte.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-kaP11pjsOC0/TpWNeAQeKGI/AAAAAAAAAGY/28e6E4enn70/s1600/guy-fawkes.jpg" alt="" width="90" height="90" />La maschera di V for Vendetta indossata da hacker e indignati ha una storia vecchia di quattrocento anni. Il Regno Unito è da sempre una terra di complotti, traditori e spie che spesso si muovevano tra i corridoi di corte. Fino ai tempi recenti quando, nel 1999, l’87enne Melita Norwood rivelò di aver condotto per anni una doppia vita nelle vesti di informatrice dello spionaggio russo.</p>
<p>.</p>
<p>di Dario Mazzocchi, da Linkiesta del 5 novembre 2011 <img src="http://www.linkiesta.it/sites/all/themes/lkblog/logo.png" alt="Home" width="140" height="27" /></p>
<p>.</p>
<p>“<em>Remember, remember, the fifth of November, Gundpower Treason and Plot</em>”, recita la filastrocca. Ricorda il 5 di novembre, il giorno della congiura delle polveri: era il 1605 e quella notte il Parlamento londinese sarebbe dovuto saltare in aria per mano di un gruppo di cattolici tra i quali figurava Guy Fawkes, oggi volto noto per via di quella maschera resa famosa dal film “V for Vendetta”, emblema della battaglie di hacker e indignati. L’obiettivo dell’attentato di quel 5 novembre era Giacomo I, sovrano protestante. I papisti d’altronde non piacevano nemmeno ad un filosofo come John Locke: sudditi di un re straniero e quindi una minaccia per la stabilità dell’Inghilterra e del suo impero.</p>
<p><strong>La storia della Gran Bretagna è un continuo susseguirsi di complotti</strong>, traditori e spie che spesso si muovevano tra i corridoi di corte. Come Roger Mortimer, nobiluomo che non solo divenne amante della moglie di Edoardo II, Isabella di Francia, ma l’aiutò a deporre il marito dal trono dopo aver fatto da garante al contratto matrimoniale tra i due. La sua gloria durò tre anni, prima di essere fatto prigioniero dal figlio più grande di re Edoardo: i suoi giorni finirono il 29 novembre 1330 e il suo corpo fu lasciato appeso alla forca per due giorni e due notti, come monito ai sudditi. Oppure come James Scott, duca di Monmouth e figlio illegittimo di Carlo II che nel 1685 si pose a capo di una sollevazione nei confronti di Giacomo II. Sconfitto in battaglia, riuscì a scappare prima di essere catturato e condannato per tradimento. I suoi sostenitori, all’incirca un migliaio, furono anch’essi condannati a morte o esiliati nelle Indie Occidentali. Una fine drammatica venne riservata anche a William Wallace che se nell’immaginario comune è il patriota scozzese per eccellenza, per gli inglesi era un pericoloso nemico: catturato il 5 agosto 1305 a Glasgow, il 23 agosto fu prima trascinato da un cavallo per la strade di Londra e in seguito il suo corpo venne diviso in quattro parti, con la testa appesa al London Bridge.</p>
<p><strong>Se Guy Fawkes e soci avevano ideato il loro piano in un pub nei pressi di Charing Cross</strong>, nel 1820 salirono alla ribalta i cospirato di Cato Street, un’organizzazione radicale e rivoluzionaria che si ispirava al manifesto politico dell’avvocato Thomas Spence, nel quale era previsto l’eliminazione dell’aristocrazia e la democratizzazione dei suoi possedimenti terrieri. L’intento era di uccidere i membri dell’esecutivo, compreso il Primo ministro Lord Liverpool, mentre cenavano assieme: l’attentato svanì per mano di una spia governativa che era riuscita ad intrufolarsi nel gruppo e i responsabili finirono alla forca. Soltanto tre anni prima a Nottingham un altro esponente radicale, Jeremiah Branderth, radunò 300 uomini nella speranza di dare inizio ad una sollevazione popolare. Ci rimise la testa, tagliata con un colpo d’ascia.</p>
<p><strong>La morte violenta per chi osasse ordire contro il re e le istituzioni </strong>non lasciò scampo nemmeno a Roger Casement, divenuto all’inizio del Novecento un rispettabile diplomatico britannico con tanto di nomina a cavaliere per l’impegno a tutela dei diritti umani. Sposò la causa indipendentista irlandese e venne arrestato mentre tentava di convincere la Germania a fornire armi ai ribelli in vista della rivolta di Pasqua del 1916. Nonostante le proteste sollevate da esponenti del mondo culturale come Arthur Conan Doyle e il poeta William Butler Yeats, finì al cappio. L’ultimo uomo ad essere condannato all’esecuzione per tradimento è stato William Joyce, nel 1945. Filonazista e riconoscibile per una cicatrice sul volto di cui aveva incolpato “gli ebrei comunisti”, nel 1940 ottenne la cittadinanza tedesca e lavorò alla propaganda per il regime hitleriano e venne soprannominato “Lord Haw-Haw”, soprannome creato per indicare gli speaker che dai microfoni delle stazioni radiofoniche della Germania cercavano di far presa sul pubblico britannico.</p>
<p><strong>Ma il Novecento rimane il secolo delle spie </strong>e diversamente non poteva essere per la patria di James Bond. Primi fra tutti, i cinque di Cambridge. Apparentemente Kim Philby, Donald Maclean, Guy Burgess e Anthony Blunt erano cinque tranquilli impiegati governativi. In realtà, erano informatori dell’Unione sovietica che operarono per tutto il periodo della Seconda guerra mondiale e i primi anni ’50. Philby, Maclean e Burgess disertarono, Blunt confessò in cambio dell’immunità. Del quinto del gruppo non si è mai saputo nulla. Con gli uomini del KGB Londra ha sempre avuto grane, diventate argomento di barzellette in una famosa e irrisoria serie televisiva, “Yes, Prime minister”: non c’è nessuno al mondo che conosca così bene i segreti britannici come Mosca.</p>
<p><strong>Nel 1999, l’87enne Melita Norwood rivelò di aver condotto per anni una doppia vita</strong> nelle vesti di informatrice dello spionaggio russo: la più longeva della spie se n’è andata in pace nel giugno 2005. Mentre è vicenda di poche settimane fa il flirt intercorso tra il deputato liberaldemocratico Mike Hancock e l’assistente Katia Zatuliveter, in missione per conto del governo moscovita. Una versione mal riuscita del film “007 &#8211; La spia che mi amava”.</p>
<p>____________________________</p>
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<p><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-23-settembre-2007/"><img title="cover-23" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-23.jpg" alt="" width="138" height="200" /></a></p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 7 novembre 2011</p>
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		<title>Decifrato codice segreto del &#8217;700. Un mistero per 20 anni</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/5705/enigmi/decifrato-codice-segreto-del-700-per-oltre-20-anni-un-mistero/</link>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 23:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Enigmi]]></category>
		<category><![CDATA[Codice Cipher]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2011/10/28/copiale_b1--180x140.jpg?v=20111028151707" alt="Il Copiale Cipher" width="90" height="90" />Per vent&#8217;anni era stato un rompicapo sul quale si erano cimentati i migliori scienziati al mondo esperti di decrittazione e linguaggi segreti. Senza riuscire a decifrare il linguaggio segreto con il quale era stato scritto il Copiale Cipher, un documento&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2011/10/28/copiale_b1--180x140.jpg?v=20111028151707" alt="Il Copiale Cipher" width="90" height="90" />Per vent&#8217;anni era stato un rompicapo sul quale si erano cimentati i migliori scienziati al mondo esperti di decrittazione e linguaggi segreti. Senza riuscire a decifrare il linguaggio segreto con il quale era stato scritto il Copiale Cipher, un documento di 105 pagine risalente al XVIII secolo (1760-1780) scritto in una lingua e in caratteri sconosciuti, ritrovato alla fine della guerra fredda all&#8217;Accademia di Berlino Est.</p>
<p>.</p>
<p>dal &#8220;Corriere della sera&#8221; del 28 ottobre 2011 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20110224150834" alt="Corriere della Sera.it" width="215" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p>Ora, grazie all&#8217;aiuto determinante di sistemi computerizzati, il <a rel="nofollow" href="http://www.isi.edu/natural-language/people/copiale-11.pdf" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">codice è stato decifrato</span></a>, ha annunciato l&#8217;Università della California del Sud (Usc). I 75 mila caratteri manoscritti &#8211; in parte composti da lettere romane e greche, in parte simboli astratti &#8211; descrivono le pratiche iniziatiche di una società segreta tedesca del Settecento. Il Copiale Cipher, rinchiuso in una copertina di prezioso broccato verde ricamato in oro, ora in una collezione privata, rivela i rituali di una comunità affascinata dagli occhi e dall&#8217;oftalmologia. Gli esperti che sono riusciti a decrittare il testo &#8211; Kevin Knight di Usc insieme a Beáta Megyesi e Christiane Schaefer dell&#8217;Università di Uppsala (Svezia) &#8211; hanno provato con 80 lingue diverse prima di rendersi conto che i caratteri alfabetici romani erano privi di significato e servivano solo per disorientare i lettori occasionali che non erano autorizzati a capire il significato del testo. Il vero messaggio era contenuto nei simboli astratti. E le prime parole che sono emerse, scritte in tedesco del Settecento, sono risultate: «Cerimonie di iniziazione» e «Sezione segreta».</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 29 ottobre 2011</p>
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		<title>Simoncelli: &#8220;sulla morte del Duce ora sappiamo cosa non quadra&#8221;</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/5397/enigmi/simoncelli-ora-e-certo-che-la-vulgata-sulla-morte-del-duce-e-falsa/</link>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 11:33:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Renzo De Felice]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Audisio]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="https://cdn.shopify.com/s/files/1/0073/1602/products/inlay_dvd_mussolini_large.jpg?100209" alt="Mussolini. Una morte da riscrivere" width="90" height="120" />Ripartiamo da De Felice; addirittura fin dal Mussolini il rivoluzionario (1966), nella cui prefazione Cantimori in merito alla morte di Mussolini poteva già rinviare all’«ultimo volume» dell’intera opera di De Felice in cui sarebbero stati forniti «documenti e particolari tali»&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="https://cdn.shopify.com/s/files/1/0073/1602/products/inlay_dvd_mussolini_large.jpg?100209" alt="Mussolini. Una morte da riscrivere" width="90" height="120" />Ripartiamo da De Felice; addirittura fin dal Mussolini il rivoluzionario (1966), nella cui prefazione Cantimori in merito alla morte di Mussolini poteva già rinviare all’«ultimo volume» dell’intera opera di De Felice in cui sarebbero stati forniti «documenti e particolari tali» da modificare la versione tradizionale dei fatti: cioè della fucilazione di Mussolini e della Petacci a Giulino di Mezzegra il 28 aprile ’45 alle 16.10. Trent’anni dopo De Felice, alla vigilia della morte, affidava al Rosso e nero (1995) la sintetica anticipazione di quanto non riuscì a completare: «Nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare che cosa è veramente successo fra il 27 e il 28 aprile a Salò e a Giulino di Mezzegra.<br />
.</p>
<p>di Paolo Simoncelli da &#8220;Avvenire&#8221; dell&#8217;8 settembre 2011 <img src="http://www.giovaniericonciliazione.it/sites/default/files/imagecache/immagine_orizzontale/logoAvvenire_2.gif" alt="" width="96" height="47" /></p>
<p>.</p>
<p>Tutto è rimasto oscuro, alla mercé delle più terribili dietrologie». Nel frattempo si sono avute diciassette diverse versioni di quell’esecuzione e sono progressivamente apparsi al proscenio una decina di esecutori. Oggi aiuta a far luce un importante <a href="https://storiainrete.myshopify.com/collections/dvd/products/dva-mussolini-una-morte-da-riscrivere" target="_blank">Dvd curato da Fabio Andriola e Alessandra Gigante, <strong>Mussolini. Una morte da riscrivere</strong> (Storia in rete, euro 14,90)</a>. Nessun sensazionalismo; una ricostruzione asciutta, seria, fatta incrociando dati storici e novità scientifiche nel campo medico-legale.</p>
<p>Ad operare queste nuove analisi è Giovanni Pierucci del policlinico San Matteo di Pavia con i suoi collaboratori (Gianluca Bello, Gabriella Carlesi e Francesco Gavazzeni). Pierucci era già stato chiamato a pronunciarsi sulla morte di Mussolini da Giorgio Pisanò che in appendice al volume su Gli ultimi cinque secondi di Mussolini (1996; tra i maggiori contributi alla ripresa delle discussioni) ne pubblicò la Consulenza medico-legale sul famoso referto autoptico del corpo del Duce operato la mattina del 30 aprile 1945 all’obitorio comunale di Milano dal professor Cattabeni. Nel frattempo, un altro medico settore, Aldo Alessiani, nel 1989 aveva sottoposto ad una serrata critica le conclusioni autoptiche del Cattabeni rilevandone nel referto clamorose reticenze: Cattabeni non avrebbe indicato l’ora della morte di Mussolini; addirittura non avrebbe contato bene neanche i colpi sul corpo.</p>
<div id="attachment_5385" class="wp-caption alignleft" style="width: 138px"><strong><em><a href="https://storiainrete.myshopify.com/collections/dvd/products/dva-mussolini-una-morte-da-riscrivere"><img class="size-medium wp-image-5385    " style="margin-left: 0px; margin-right: 15px;" title="inlay_dvd_mussolini_large" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/09/inlay_dvd_mussolini_large-213x300.jpg" alt="La copertina del DVD di &quot;Storia in Rete&quot; &quot;Mussolini una morte da riscrivere&quot; di Fabio Andriola e Alessandra Gigante" width="128" height="180" /></a></em></strong><p class="wp-caption-text">La copertina del DVD di &quot;Storia in Rete&quot; &quot;Mussolini una morte da riscrivere&quot; di Fabio Andriola e Alessandra Gigante</p></div>
<p>Per Alessiani analisi balistiche ricavabili dalle diverse fotografie del corpo del Duce e dalle dolose lacune nel referto di Cattabeni portavano a individuare una doppia serie di colpi maggiori e una “polispazialità” di traiettorie che facevano credere che Mussolini fosse morto durante una colluttazione ben prima delle 16.10, dunque non fucilato davanti al cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra. Seppure sulla base di una serie ridotta di analisi fotografiche, il professor Baima Bollone nel 2005 era però rimasto convinto della tesi tradizionale.</p>
<p>Utilizzando nuove, straordinarie tecniche sviluppatesi in questi ultimi anni (quasi alla Csi, Cold Case ecc.) Pierucci e la sua squadra, intervistati da Andriola, tornano oggi in argomento e offrono nuove risultanze. Intanto, con maggior garbo rispetto alle critiche di Alessiani, intervengono sul testo del referto di Cattabeni: formalmente non un’“autopsia giudiziaria” che risponde a diversi quesiti posti dalla magistratura, ma un semplice “riscontro diagnostico” diretto ad indicare solo la causa del decesso; senza contare le circostanze eccezionali in cui Cattabeni operò: tra partigiani e giornalisti che entravano e uscivano dalla sala, affollando il tavolo anatomico ecc. Tuttavia anche Pierucci rileva diverse anomalie nell’analisi di Cattabeni: intanto vennero del tutto trascurati gli indumenti indossati da Mussolini al momento della morte; il corpo del Duce venne presentato al tavolo anatomico già lavato (impedendo quindi altre analisi essenziali per una corretta autopsia); non furono individuati tutti i colpi, e neanche la corrispondenza tra fori d’entrata e fori d’uscita dei proiettili dal corpo.</p>
<p>Sappiamo così ora che ben undici furono i colpi che attinsero Mussolini in vita, anziché gli otto indicati da Cattabeni; di questi undici, tre sono raggruppati nell’emitorace destro ed esplosi con un’angolazione di 35°-40°, quattro nell’emitorace sinistro ed esplosi in perpendicolare; un colpo all’anca, due nella zona addominale e uno all’avambraccio destro. I colpi risultano esplosi da una distanza variabile tra i venti e i quaranta centimetri. Questa circostanza esclude una fucilazione rituale (in genere a qualche metro di distanza dal bersaglio); indica piuttosto un’esecuzione spiccia, come desumibile anche dal colpo sull’avambraccio destro, piegato a circa 90° a protezione del volto: gesto istintivo tipico di chi si trova a subire un improvviso atto offensivo.</p>
<p>Non solo: gli indumenti di Mussolini, riscontrabili già nelle terribili foto e filmati di piazzale Loreto, non riportano alcun foro d’entrata di proiettili. Evidentemente è stato colpito prima di essere rivestito; le analisi della cosiddetta “scala dei grigi”, atta a individuare macchie di sangue e aloni incombusti di polvere, dimostrano che Mussolini, al momento della morte, aveva indosso solo una maglietta. Andriola e Gigante, con l’ausilio di altra documentazione storica confortano l’ormai facile critica della “vulgata”: mentre a Dongo tutta la popolazione venne invitata ad assistere alla fucilazione dei gerarchi sulla spalletta del lungolago, a Giulino di Mezzegra la via XXIV Maggio, dove s’affaccia il cancello di Villa Belmonte, venne chiusa dai partigiani in entrambi i sensi di marcia per nascondere ad eventuali passanti occasionali la fucilazione di Mussolini e della Petacci. Ancora: Claretta non era stata condannata a morte da nessun organo del Cln, nemmeno dal famigerato Comitato insurrezionale (composto da Longo, Pertini, Valiani e Sereni).</p>
<p>Eppure il “colonnello Valerio” nel tragico appello fatto nel pomeriggio a Dongo dei gerarchi prigionieri e relativa sentenza, dice: «Claretta Petacci, a morte!»; così come: «Mussolini, a morte!», e uno per uno tutti gli altri. Ma la Petacci non era in quell’elenco. Il “colonnello Valerio” a Dongo nel pomeriggio sapeva quindi che lei e Mussolini erano già morti. A che ora dunque erano stati ammazzati? Le precedenti risultanze del referto di Cattabeni, le critiche di Alessiani e il primo intervento di Pierucci avevano concordemente indicato l’assenza di tracce di cibo nello stomaco di Mussolini; Lia De Maria, padrona della casa dove Mussolini e la Petacci avevano trascorso le poche ore della notte del 27 e la mattina del 28 aprile, disse di aver dato da mangiare a Mussolini a mezzogiorno. Questa testimonianza sarebbe stata incompatibile con le risultanze autoptiche precedenti: Mussolini era stato ucciso prima di mangiare.</p>
<p>Ora invece Pierucci non ritiene incompatibile l’ora ufficiale della morte, le 16.10, con il pranzo delle 12.00. Possiamo però aggiungere elementi ulteriori a proposito dell’ora della morte: il “rilasciamento” del corpo che interviene dopo la rigidità cadaverica si manifesterebbe circa quarantott’ore dopo la morte. I l referto autoptico di Cattabeni, che iniziò a operare alle 7.30 del 30, aprile indica una «rigidità cadaverica risolta alla mandibola. Persistente agli arti». Ma un testimone d’eccezione presente quel giorno all’obitorio, il giornalista Bruno Romani, scrisse su “Risorgimento liberale” del 5 maggio seguente che «ad ogni movimento la sua testa (di Mussolini) dondolava pesante come quella di una bambola di segatura». A prender per buona questa testimonianza, la morte di Mussolini sarebbe dunque occorsa nella mattina del 28 aprile, non alle 16.10. E cambia naturalmente lo scenario: non più il cancello di Villa Belmonte, dove sarebbe stata solo inscenata una finta fucilazione, ma casa De Maria a Bonzanigo (poco a nord di Giulino di Mezzegra). Pisanò raccolse la testimonianza straordinaria di una vicina di casa dei De Maria, Dorina Mazzola, che sentì prima un grande trambusto e, nascosta, vide poi buona parte delle drammatiche scene occorse intorno alle 10.00 con l’uccisione di Mussolini e, alle 12.00, con quelle della Petacci.</p>
<p>Questa testimonianza e le nuove risultanze medico-legali non sono affatto in contraddizione. Andriola e Gigante chiudono in modo apprezzabilmente cauto l’inchiesta: sappiamo oggi cosa non è accaduto; non ancora ciò che realmente è occorso. Ne approfittiamo per qualche rilievo conclusivo che apre a nuove ricerche: intanto perché questa omertà pertinace nel nascondere le vere circostanze della morte di Mussolini? Un’assurdità che di fronte già alle varie e contraddittorie versioni sull’esecuzione di Mussolini fornite da Walter Audisio, ha legittimato ipotesi alternative d’ogni genere, alimentato fertili fantasie, moltiplicato i giustizieri. Dunque quella versione ufficiale nascondeva qualcosa di grosso, doveva celare qualche segreto importante; da cui i morti ammazzati sopraggiunti immediatamente tra i testimoni e i protagonisti dell’evento che avevano manifestato qualche segno di cedimento dinanzi alla consegna del silenzio.</p>
<p>Non a caso ad essere ucciso subito fu “Lino”, uno dei due partigiani che avevano custodito Mussolini e la Petacci dal loro arrivo a casa De Maria alla loro morte. “Lino” venne ammazzato appena una settimana dopo Mussolini; pochi giorni dopo fu la volta del “capitano Neri”, il mese dopo della sua compagna, “Gianna”, che ne cercava notizie. Le risultanze dell’inchiesta (come già la ricostruzione di Pisanò), affievoliscono di molto la “pista inglese”, sostenuta plausibilmente fino ad oggi dalle testimonianze di uno dei molti possibili esecutori del Duce, Bruno Lonati, assieme al capitano inglese John Maccarone (testimonianze ritrasmesse nel luglio 2010 da Rai3). Secondo questa ipotesi, la “prima” vera morte di Mussolini sarebbe stata dovuta alla necessità di sottrargli la documentazione scottante che aveva con sé, in particolare il carteggio segreto con Churchill occorso poco prima e soprattutto dopo l’entrata in guerra dell’Italia.</p>
<p>Le due circostanze possono coesistere senza essere necessariamente correlate: la documentazione segreta di Mussolini era già stata sequestrata dai partigiani; a volerlo morto erano sì gli inglesi, non meno dei comunisti, anzi del già visto Comitato insurrezionale del Cln timoroso che, come ne disse lo stesso Longo, se Mussolini fosse stato consegnato agli Alleati e processato dai loro tribunali, forse non sarebbe stato condannato a morte. All’esistenza di quel carteggio continuò a credere De Felice; riteneva che quelle lettere di Churchill avrebbero potuto riservare «qualche sorpresa»; probabilmente relativa alle vere cause dell’intervento in guerra dell’Italia.</p>
<p>____________________________</p>
<p><em>L&#8217;articolo del professor Simoncelli è stato <a href="http://lanostrastoria.corriere.it/2011/09/la-doppia-fucilazione-di-musso.html" target="_blank">ripreso anche  sul blog del Corriere della Sera &#8220;La nostra storia&#8221;</a> da Dino Messina, che ci segue sempre con simpatia. </em></p>
<p><a href="http://lanostrastoria.corriere.it/2011/09/la-doppia-fucilazione-di-musso.html" target="_blank"><img src="http://lanostrastoria.corriere.it/la_nostra_storia.jpg" alt="La nostra storia" width="372" height="63" /></a></p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 10 settembre 2011</p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;?</strong></p>
<p><strong>LEGGI STORIA IN RETE N. 7</strong></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-7-maggio-2006/"><img title="cover-7" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-7.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></p>
<p><strong>Vedi anche</strong></p>
<h1><a title="Permanent Link: Mussolini, l’uomo che fu ucciso due volte" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/5453/in-primo-piano/mussolini-luomo-che-fu-ucciso-due-volte/">Mussolini, l’uomo che fu ucciso due volte</a></h1>
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		<title>Il RIS: «È Majorana, 10 punti del volto corrispondono»</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 08:42:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ettore Majorana]]></category>
		<category><![CDATA[indagini forensi]]></category>
		<category><![CDATA[sparizioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ubcfumetti.com/mm/mm191a.jpg" alt="" width="90" height="90" />Dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria». È stato questo a convincere i magistrati romani a riaprire l&#8217;inchiesta sulla scomparsa di Ettore Majorana. A rispolverare, due mesi fa, quel fascicolo vecchio di 73 anni. Perché la sorte del geniale fisico&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ubcfumetti.com/mm/mm191a.jpg" alt="" width="90" height="90" />Dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria». È stato questo a convincere i magistrati romani a riaprire l&#8217;inchiesta sulla scomparsa di Ettore Majorana. A rispolverare, due mesi fa, quel fascicolo vecchio di 73 anni. Perché la sorte del geniale fisico catanese sparito il 25 marzo del 1938, è un mistero che sembra non avere fine. Ipotesi e suggestioni non sono mai state sufficienti a chiarire se davvero possa essere morto suicida gettandosi dal postale sul quale si era imbarcato a Palermo con destinazione Napoli o se invece abbia deciso di far perdere le proprie tracce alimentando così il suo mito e la leggenda sulla sua figura. Ci hanno provato storici, giornalisti, scrittori del calibro di Leonardo Sciascia a indagare su questo giallo, a cercare una strada per arrivare alla verità. E tre anni fa è bastata la consegna di una foto scattata in Argentina nel 1955 per tracciare un nuovo percorso da seguire.</p>
<p>.</p>
<p>di Fiorenza Sarzanini, da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 7 giugno 2011 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20110224150834" alt="Corriere della Sera.it" width="215" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p><strong>Ora si scopre che in realtà quella fotografia potrebbe davvero dare una svolta</strong> alla nuova indagine condotta dal procuratore aggiunto di Roma Pierfilippo Laviani, determinato a tentare ogni possibilità pur di afferrare la traccia giusta. I rilievi effettuati dai carabinieri del Ris di Roma hanno infatti fornito «dieci coincidenze» tra l&#8217;immagine acquisita tre anni fa e quelle del fisico siciliano. Ma soprattutto hanno verificato una «compatibilità» tra l&#8217;uomo ritratto in quella istantanea e suo padre Fabio Massimo, evidenziando «la trasmissione ereditaria». Indizi indispensabili per decidere di andare avanti e disporre accertamenti in Sudamerica, lì dove Majorana potrebbe aver deciso di nascondersi e di costruirsi una nuova identità. Verifiche per scoprire se proprio dall&#8217;altra parte del mondo possa esserci la sua tomba.</p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cultura/2011/06/07/img/foto-majorana-dieci-concidenze_580x248.jpg?v=20110607124217" alt="Le foto: due immagini del giovane Majorana con al centro una foto del 1950 scattata in Germania. Ma la svolta all'inchiesta è stata data da una seconda foto, scattata in Argentina nel 1955: secondo il Ris in questa seconda immagine ci sarebbero «10 coincidenze» tra il volto del fisico italiano e quello del padre" width="580" height="248" />Comincia tutto nel 2008</strong> quando un uomo telefona alla trasmissione di Raitre Chi l&#8217;ha visto? e dice di essere convinto di aver frequentato Majorana, anche se lui ha sempre detto di chiamarsi signor Bini. La sua testimonianza è riportata sul sito internet del programma: «Sono partito per il Venezuela perché non andavo d&#8217;accordo con mio padre, era l&#8217;aprile del 1955. Arrivato a Caracas, sono andato a Valencia con Ciro, un mio amico siciliano, che mi presentò un certo Bini. Ho collegato Bini e Majorana grazie al signor Carlo, un argentino. Mi disse: &#8220;Ma lo sai chi è quello? Quello è uno scienziato. Quello ha una capoccia grande che tu neanche ti immagini. Quello è il signor Majorana&#8221;. Si erano conosciuti in Argentina. Era di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Capelli bianchi di chi aveva avuto i capelli neri. E si vedeva dal fatto che portava sempre l&#8217;orologio sopra la camicia e per lavarsi le mani si apriva le maniche della camicia e aveva i peli neri. Era timido, preferiva stare in silenzio e se lo invitavi al night non veniva. Poteva avere sui 50 &#8211; 55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta. Sembrava un principe. Io certe volte gli dicevo: &#8220;Ma che cavolo campi a fa. Ti vedo sempre triste&#8221;. Lui diceva che lavorava, andavamo a mangiare, poi stava 10-15 giorni senza farsi sentire. Aveva una macchina gialla una Studebacker. Pagava solo la benzina, altrimenti sembrava che non avesse mai una lira. Ogni tanto gli dicevo: &#8220;Ci tieni tanto alla tua macchina e c&#8217;hai tutta sta carta&#8221;. Erano fogli con numeri e virgole, sbarramenti. Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di farsi fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia. Era più basso di me. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare, sennò era inutile che dicevo che avevo conosciuto Majorana».</p>
<p><strong>Quella foto è stata portata nei laboratori dell&#8217;Arma</strong> e sottoposta a decine di comparazioni. I primi raffronti sono stati effettuati con l&#8217;immagine comparsa sui cartelloni poco dopo la sparizione. Occhi, naso, bocca, orecchie, fronte, mento: ogni altezza e larghezza è stata analizzata. E il risultato è apparso sorprendente agli specialisti guidati dal colonnello Luigi Ripani. Perché la linea del naso, che fa un piccola curva verso sinistra, appare identica, così come la parte alta del padiglione auricolare che piega leggermente verso l&#8217;interno. Il «signor Bini» ha i capelli bianchi e nell&#8217;immagine scattata mostra un&#8217;età vicina ai 50 anni. Majorana al momento della sparizione ne aveva 31 ed era castano scuro, ma anche l&#8217;invecchiamento effettuato al computer ha fornito elementi positivi.</p>
<p><strong>Indizi che nella relazione consegnata ai magistrati</strong> consentono di «non poter escludere che il soggetto sia proprio Majorana». Quanto bastava per decidere di andare oltre e confrontare la foto consegnata dal testimone e quelle del padre Fabio Massimo, ma anche del fratello Luciano forse il più somigliante ad Ettore. Ed è stato proprio questo lavoro a fornire ai magistrati il tassello per decidere di affidare ai carabinieri verifiche ulteriori in Argentina e Venezuela. Scrivono infatti gli specialisti del Ris: «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudine somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio».</p>
<p><strong>Il «signor Bini» potrebbe dunque essere proprio Majorana.</strong> Il fisico potrebbe effettivamente aver deciso di costruirsi una nuova vita in Sudamerica sfuggendo alla notorietà ma continuando a svolgere i suoi studi. Riuscire a rintracciare la sua tomba a distanza di così tanti anni non appare impresa facile. Ma con i risultati già raggiunti i magistrati romani hanno ritenuto che valga comunque la pena di tentare.</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 17 giugno 2011</p>
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		<title>Il giallo degli affaristi dietro la morte di Matteotti</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 14:10:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rovigooggi.it/files/2010/04/tn/foto-matteotti-ridotta-1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Giacomo Matteotti (Fratta Polesine 1885 – Roma 1924), deputato al Parlamento, dal 1922 e segretario del Partito Socialista Unitario, forte oppositore del fascismo. Elezioni del 6 aprile 1924: il fascismo ottenne un risultato superiore a ogni pronostico, al “Listone” vanno 535&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rovigooggi.it/files/2010/04/tn/foto-matteotti-ridotta-1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Giacomo Matteotti (Fratta Polesine 1885 – Roma 1924), deputato al Parlamento, dal 1922 e segretario del Partito Socialista Unitario, forte oppositore del fascismo. Elezioni del 6 aprile 1924: il fascismo ottenne un risultato superiore a ogni pronostico, al “Listone” vanno 535 deputati con 4.305.938 voti sui 7.628.859 votanti, contro 40 deputati ai popolari, 47 ai socialisti, 18 ai comunisti e 45 ad altri vari partiti. La vittoria della lista nazionale fascista era evidente.</p>
<p>.</p>
<p>di Giuliano e Luca Fiorani da Rinascita del 30 maggio 2011 <img src="http://negozio.rinascita.eu/skin/frontend/default/default/images/rinascita-scritta-web.png" alt="" width="200" height="59" /></p>
<p>.<br />
Nei giorni che seguirono, durante un colloquio con Mussolini, Antonio Borghese riguardo alle sue impressioni sul risultato elettorale, consigliò il presidente di realizzare una collaborazione di governo dei tre partiti di massa, fascista, socialista e popolare. Secca la risposta di Mussolini “troppo tardi”.<br />
E forte della maggioranza ottenuta si rimise al lavoro con ottimismo.<br />
Ai prefetti il 25 aprile riguardo alla situazione interna, Mussolini telegrafò che scomparsi nel Paese gli ultimi episodi di violenza post elettorale, la situazione poteva considerarsi buona, ma non ancora perfetta. Il 22 maggio il Duce partecipò alla riunione del Consiglio Nazionale delle Corporazioni Sindacali, e disse che i patti stipulati per i lavoratori andavano sempre migliorati, auspicava la collaborazione di classe, praticata in due e che gli industriali dovevano entrare con spirito di lealtà nell’ordine d’idee e di un’effettiva collaborazione.<br />
Il 25 maggio inaugurazione della XXVII Legislatura, con discorso della Corona, e il 27 prima seduta della Camera, Mussolini parlò alla maggioranza parlamentare.<br />
A Montecitorio, il 30 maggio l’onorevole Matteotti con una coraggiosa requisitoria attaccò violentemente Mussolini, accusando il governo e il fascismo di reali o presunte coercizioni esercitate nelle elezioni del 6 aprile. Matteotti parlò di brogli elettorali, si oppose alla convalida di alcuni deputati e sostenne addirittura l’illegittimità della Camera.<br />
Mussolini che chiamava Matteotti un “nemico indisponente e ostinato”, il primo giugno sul Popolo d’Italia replicò di aver trovato “fin troppo longanime la condotta della maggioranza, perché l’onorevole Matteotti ha tenuto un discorso mostruosamente provocatorio”. Il 3 giugno sempre sul Popolo d’Italia con il titolo “Le mascalzonate del disonorevole Matteotti”, pubblicò una circolare dell’onorevole Matteotti che doveva restare riservata, dove invitava i compagni a raccogliere informazioni e faceva nomi di persone da lui chiamate “mattoidi, o criminaloidi, e commedianti… che sono fra i capi e i dirigenti del fascismo, nazionali e locali …”. A quella circolare seguiva il commento: “La vigliaccheria di tale documento non ha bisogno di alcuna parola per essere dimostrata. Il disonorevole Matteotti, il milionario che ha tiranneggiato per tanto tempo nelle sue terre in nome del… socialismo, chiese orsono appena due mesi, di entrare nelle grazie del governo fascista, facendo domandare al Duce del fascismo di essere preso in considerazione. È anche noto che il presidente del Consiglio… proclamò in Parlamento che non avrebbe accettato nel suo ovile “le pecore rognose”… Il Matteotti neutralista antinazionale, che si era comportato male durante la guerra, opponendosi, come consigliere provinciale di Rovigo, alla concessione di un sussidio ai profughi del Friuli e all’impianto di un ospedale della Croce Rossa in Arquà Polesine. Da Salandra era stato definito “acre e increscioso avversario”. Il Corriere della Sera lo aveva chiamato “il Marat del Polesine”. Alla Camera, il 4 giugno Mussolini replicò brevemente all’onorevole Matteotti. Seguì una vivace discussione sull’indirizzo di risposta alla Corona.<br />
Il 7 giugno la Camera approvò la fiducia al Governo, con voti 561 contro 107.<br />
Mussolini a chiusura del dibattito e con risposta a Matteotti, elencò le numerose vittime fasciste durante la campagna elettorale: 18 morti e 147 feriti e affermò “Qui si è fatto il processo alle elezioni del 6 aprile, ebbene, guardate, io voglio ragionare per assurdo e mettermi sul vostro stesso terreno polemico. La lista nazionale ha riportato cinque milioni di voti, cioè quattro milioni e ottocentomila. Ebbene io sono disposto a regalarvi un milione e ottocentomila voti; ma voi dovete sempre ammettere che tre milioni di cittadini coscienti e che, sommati, raggiungono i vostri voti messi assieme, hanno votato con piena coscienza per il Partito Nazionale Fascista”.<br />
A Roma Lungotevere Arnaldo da Brescia, il 10 giugno presso la sua abitazione romana è rapito Giacomo Matteotti. La notizia non era ancora trapelata l’11 giugno, ma il deputato socialista Modigliani già ne aveva denunciato la scomparsa in questura. Le circostanze di tempo e luogo della scomparsa di Matteotti non erano ancora ben precisate, ma legittimava l’ipotesi di un delitto.<br />
Velia Ruffo moglie di Matteotti, il 13 giugno s’incontrò a Montecitorio con il capo del Governo, durante il penoso incontro, la signora chiese la restituzione del marito, vivo o morto, Mussolini rispose di ignorare ancora dove fosse.<br />
Ai prefetti del Regno, il 14 giugno Mussolini telegrafò per essere informato “sull’impressione suscitata dalla scomparsa di Matteotti nell’opinione pubblica in genere, e negli ambienti fascisti in particolare”.<br />
L’organo ufficiale del PCUS la Pravda a proposito dell’affare Matteotti scrisse: “Mussolini fu amaramente sorpreso dell’assassinio di Matteotti. Si può credere che questo disgustoso affare fu organizzato a sua insaputa”.<br />
Il presidente del Consiglio il 24 giugno espone al Senato la politica legalitaria e pacificatrice del governo, e ripeté che sarebbe rimasto al suo posto. E il 26 il Senato approvò la fiducia con 225 favorevoli, 21 contrari e 6 astenuti.<br />
Votò favorevole anche Benedetto Croce.<br />
I partiti dell’opposizione ad eccezione dei comunisti, il 27 giugno riuniti in una sala di Montecitorio, decidono di non partecipare più all’attività parlamentare e si ritirano sull’Aventino. Il 29 giugno l’onorevole Giolitti interpellato sulla decisione presa dall’opposizione di ritirarsi sull’Aventino rispose: “L’onorevole Mussolini ha tutte le fortune politiche; a me l’opposizione ha sempre dato fastidio e travagli, con lui se ne va e gli lascia libero il campo”.<br />
Mussolini nei suoi appunti il 19 luglio annotò: “Il cadavere di Matteotti non si trova. La tensione aumenta. Le accuse di affarismo dilagano”.<br />
Farinacci su Cremona Nuova del 29 luglio scrisse: “Se si farà il processo al fascismo noi lo faremo al partito a cui apparteneva Matteotti… se si farà il processo ai nostri morti noi lo faremo al morto avversario. Questo però non autorizza in nessun modo gli avversari ad agire contro un regime…”.<br />
Dalla scomparsa dell’onorevole Matteotti furono presentate alcune dimissioni da iscritti al PNF. Ma la fase critica era superata, anche se la battaglia interna proseguiva ancora e la stampa straniera cominciava a prendere atto della salda resistenza del Duce agli attacchi.<br />
Il 16 agosto alla periferia di Roma è ritrovato il cadavere dell’onorevole Matteotti. Mussolini nei suoi appunti scrisse: “…col ritrovamento del cadavere dilegua un incubo atroce”.<br />
I resti di Matteotti furono ritrovati seppelliti a fior di terra, in una piccola fossa nella macchia boscosa della Quartarella, nei pressi di Riano, a nord di Roma.<br />
Turati dopo l’identificazione scrisse alla Kuliscioff: “Tutto è distrutto, non c’è più nemmeno lo scheletro, ma soltanto tibie, femori, costole, ossa disperse e il teschio. Ma il teschio assomiglia in modo impressionante al nostro povero morto, e più che a lui, alla madre sua, che essendo quasi scheletrica è più simile al teschio del figliuolo che al figliuolo stesso… qualche ciocca di capelli… fu raccolta e conservata&#8230;”. (Turati fa una descrizione macabra e bugiarda).<br />
Dopo il ritrovamento del cadavere e la perizia necroscopica, le spoglie di Matteotti da Riano Flaminio saranno traslate alla stazione di Monterotondo, dove partiranno direttamente alla volta del suo paese natale, Fratta Polesine (Rovigo), per essere tumulate nella tomba di famiglia.<br />
La stampa di opposizione dopo il rinvenimento del cadavere, organizzò al massimo lo sfruttamento politico dell’affare Matteotti: “Si disse che la salma fosse stata deliberatamente occultata fino a quel giorno, che il ritrovamento fosse una commedia, che mancassero ossa, che il cadavere fosse stato decapitato. Si distinse ancora il giornale di don Sturzo, con la calunniosa pretesa che il teschio fosse di Matteotti, ma il resto del corpo appartenesse a una donna. Il foglio clericale voleva i testicoli, ma tacque quando tra i miseri resti si trovò un resto dello scroto”. A precisare, così scrisse Attilio Tamaro.<br />
Dalla perizia necroscopica si ebbero i seguenti risultati: “il cadavere era integro, e in tutte le sue parti dell’onorevole Matteotti, la fossa dove venne trovato il cadavere non era stata mai manomessa, il corpo non era stato seviziato, né vivo, né morto, e integro nei suoi organi genitali, non è possibile stabilire precisamente le cause della morte, le ossa non portano segni di lesioni, il cadavere fu sepolto la sera stessa del fatto”.<br />
Pietro Nenni il 22 agosto in un opuscolo dal titolo “L’assassinio di Matteotti e il processo al Regime”, sosteneva l’infondata tesi della “evidente complicità e responsabilità di Mussolini” circa il delitto, avvertendo però che ne mancava la prova. Si saprà poi che gli autori furono: Dumini, Malacria, Poveromo, Viola, Volpi e altri minori. Si disse che l’azione era per strappare al deputato socialista le prove o una confessione di responsabilità degli assassinii compiuti in Francia a danno dei fascisti. E che il rapimento non era per uccidere, ma la morte sarebbe avvenuta accidentalmente, quasi subito, per emorragia interna, provocata in un organismo tubercolotico dai colpi ricevuti.<br />
Ma quali siano le responsabilità di quei fascisti implicati nella morte di Matteotti, da nessun documento, da nessuna indiscrezione, da nessuna frase pronunciata, risultava che Mussolini abbia dato l’ordine di sopprimere il deputato socialista e neppure di dargli una “lezione” per fiaccarne lo spirito.<br />
Il 5 settembre Mussolini a D’Annunzio: “Mio caro compagno… mi hanno gettato un cadavere tra i piedi: era pesante: mi hanno fatto barcollare e soffrire…”.<br />
Il giorno seguente il re ricevette Mussolini e lo rassicurò, incitandolo a resistere: “Lei è un uomo tutto d’un pezzo”.<br />
A Roma il 12 settembre l’operaio socialista Giovanni Corvi, assassinò il deputato fascista Armando Casalini, alla presenza di una bimba della vittima.<br />
Affermò di voler così vendicare Matteotti.<br />
5 dicembre il Senato approvò la fiducia al governo con 208 voti favorevoli contro 54 contrari e 37 astenuti.<br />
16 marzo 1926, a Chieti si apre il processo per il delitto Matteotti, comparvero come imputati soltanto gli esecutori materiali. La vedova Matteotti aveva rinunciato a costituirsi parte civile e accettò in seguito una riservata assistenza finanziaria da Mussolini per l’allevamento dei figli.<br />
La Corte d’Assise di Chieti il 30 marzo concluse con la condanna di tutti gli imputati per l’uccisione di Matteotti.<br />
Per molti anni rimasero gli interrogativi sul perché della morte di Matteotti: era stato Mussolini a ordinare la soppressione fisica? Oppure l’assassinio del deputato socialista fu voluto e commissionata da un gruppo di potere, per compromettere agli occhi del re e dell’opinione pubblica, la figura del Capo del Fascismo?<br />
Andiamo avanti.<br />
Novembre 1985, Marcello Staglieno per Storia Illustrata intervista Matteo Matteotti (classe 1921) figlio di Giacomo. Intervista che suscita clamore.<br />
Domanda: “Benito Mussolini aveva interesse a far uccidere suo padre?”.<br />
Risposta: “Mussolini voleva fin dal 1922, subito dopo la Marcia su Roma riavvicinarsi ai socialisti. Il 7 giugno 1924… pronunciò un appello alla collaborazione rivolto proprio ai socialisti… No, il Duce non aveva alcun interesse a far uccidere mio padre… Lo stesso Pietro Nenni, nel 1929, affermò che quello era stato un delitto affaristico”. Inoltre, Matteo Matteotti per quanto riguarda la morte del padre, “era convinto che il crimine fosse stato organizzato da potenti personaggi del vertice politico finanziario contrari al riavvicinamento fascisti-socialisti, che doveva spaventare molto la Corona e la borghesia industriale italiana”. Questa spiegazione del figlio di Matteotti è degna di considerazione, ma per chiarire in tutti i suoi aspetti e retroscena del delitto Matteotti, non basta. Perché non bisogna dimenticare il servizio pubblicato dal Corriere della Sera il 6 marzo 1947, dove il giornalista Ferruccio Lanfranchi fa l’elenco del contenuto di un grosso baule zincato appartenente a Mussolini: un gruppo di fascicoli legati con un cordoncino tricolore recante l’etichetta “Processo Matteotti”, una cartelletta bianca con la scritta “Processo di Verona”, una cartella dedicata a Cesare Rossi. Questi documenti, prima di sparire, erano passati in varie mani, dai partigiani di Garbagnate all’avvocato Luigi Meda del CLN lombardo, da questi al conte Piermaria Annoni sempre del CLN, il presidente di detto organismo era il comunista Emilio Sereni.<br />
Purtroppo il prezioso materiale della segreteria di Mussolini, che avrebbe potuto chiarire molte cose risultò di fatto scomparso nel nulla. Ma non tutto è andato perduto.<br />
Piero Pisenti ministro della Giustizia della Rsi, da Gardone Riviera nel dicembre 1944 manda una lettera a Carlo Silvestri, giornalista e antifascista di vecchia data. Scrive Pisenti: “Ieri, durante un lungo colloquio, ho parlato di te a Mussolini… Egli mi ha detto: “Silvestri è stato un vero capo dell’opposizione extra parlamentare ai tempi dell’affare Matteotti… Ditegli che se verrà da me non avrò difficoltà a parlargli… Diciannove anni non contano per la verità”. Prosegue Pisenti “Ho avuto la netta impressione, parlando con Mussolini, che venendo qua potrai scrivere un giorno una pagina di storia”.<br />
Silvestri fece sapere a Pisenti che era pronto a incontrare il Capo della Rsi.<br />
Il giornalista e Mussolini si incontrarono il 29 gennaio 1945, esiste solo il resoconto redatto da Silvestri a Milano pochi giorni dopo l’incontro, e che riassumiamo. Riguardo alla crisi Matteotti, il Duce, subito volle ricordare “che il delitto era stato compiuto non da me, ma contro di me”. Dopo questa premessa Mussolini continuò: “… colgo l’occasione per informarvi che Nicola Bombacci e il prefetto Luigi Gatti stanno battendo una pista che porterà al decisivo accertamento delle fondamentali responsabilità nel delitto Matteotti. Sono responsabilità pesanti per molti personaggi e per molti ambienti… Vi autorizzo a parlare sia con Gatti sia con Bombacci… posso assicurarvi, sin d’ora, che le indagini fin qui condotte hanno già conseguito risultati altamente apprezzabili, forse decisivi”.<br />
I colloqui tra Silvestri, Bombacci e Gatti durarono tutto febbraio 1945. Furono visionati i documenti e dati di eccezionale importanza, in grado di chiarire quel meccanismo criminoso che il 10 giugno 1924 aveva portato al rapimento e alla morte dell’onorevole Matteotti.<br />
Come ebbe ad affermare più volte Carlo Silvestri, dagli incontri con Bombacci e Gatti uscì convinto dalle prove inoppugnabili che il Capo della Rsi, non c’entrava assolutamente sull’assassinio di Matteotti, ma la cosa più sconcertante era che la soppressione del deputato socialista era stata voluta, architettata e ordinata dagli avversari più implacabili di Benito Mussolini.<br />
Carlo Silvestri con coraggio e autocritica giunse alle conclusioni che: 1) nel 1924 Mussolini erroneamente fu ritenuto mandante dell’omicidio di Giacomo Matteotti. 2) il motivo del delitto era da ricercarsi nella lotta condotta dall’onorevole Matteotti contro il governo fascista.<br />
Il giornalista, al momento opportuno contava di appoggiarsi sull’imponente documentazione raccolta dalla segreteria personale di Mussolini, per sostenere le sue conclusioni. Purtroppo la mattina del 28 aprile 1945, nei pressi di Garbagnate Milanese, dopo un breve scontro a fuoco con una colonna fascista diretta a Como un gruppo di partigiani s’impadronivano – come già detto – del baule di Mussolini, e il contenuto sparito.<br />
Luigi Gatti e Nicola Bombacci (al corrente dei particolari di tutti i documenti contenuti nel baule), fermati a Dongo dai partigiani, furono fucilati il 28 aprile 1945.<br />
Carlo Silvestri convinto dell’innocenza personale di Mussolini del delitto Matteotti, si trasformò in teste in sua difesa, e a futura memoria stese un memoriale, con i risultati cui era pervenuta l’inchiesta promossa da Mussolini, e che lui era venuto a conoscenza, purtroppo morì senza essere riuscito a utilizzarlo. Ma quanto da lui raccolto non è andato perduto, sono dati che possono dare risposte alle seguenti domande:<br />
1) il figlio di Matteotti ha ammesso che non fu Mussolini il mandante dell’aggressione al padre, allora chi volle e ordinò la morte del deputato socialista?<br />
2) in realtà, qual era la posta in gioco?<br />
Secondo il memoriale Silvestri, esistette un gruppo di congiurati che decretò la morte di Matteotti. Sempre secondo Silvestri, quel gruppo era da individuare nel gruppo politico – affaristico che faceva capo a Max Bondi, grosso esponente della finanza e socio in affari con l’amministratore delegato della Banca Commerciale, Giuseppe Toeplitz, e a Filippo Naldi, un faccendiere in stretti rapporti personali con Emilio Bruzzone (Unione Zuccheri), Arturo Bocciardo (ILVA), Gigetto Parodi e Attilio Bodero (Armatori). Un gruppo di potere che si appoggiava alla Massoneria di Palazzo Giustiniani e poteva contare sui politici, Filippo Turati e Giovanni Amendola, e sul direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini.<br />
Il gruppo Bondi –Naldi e la loro influenza corruttrice con contributi all’Avanti! di Nenni, al Nuovo Paese di Bazzi, al Corriere Italiano di Filippelli, era per conseguire dei fini ben precisi e determinanti.<br />
Mussolini non sbagliava quando disse esplicitamente: “Vi sono ancora focolai d’infezione, che potrebbero avvelenare la vita del nostro Paese, focolai massonici, plutocratici, comunisti, massimalisti, democratici, giornalistici…”.<br />
Nel 1946 Togliatti, De Gasperi, La Malfa, Nenni e Saragat, i nuovi governanti dell’Italia democratica, decisero di far rifare in tribunale il processo al delitto Matteotti, e in nome del Popolo Italiano a Roma nel febbraio 1947, dare con un processo farsa al defunto fondatore del fascismo la responsabilità della morte di Matteotti.</p>
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		<title>Secondo i russi Hess voleva asse Londra-Berlino anti URSS</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 20:24:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_PnjruCyyH70/ShYd9_fFgsI/AAAAAAAAAXE/_DNcEsHhDxE/s400/1941%2Brudolf%2Bhess.jpg" alt="" width="90" height="90" />Continua a tenere banco il mistero del famoso volo di Rudolf Hess sulla Scozia concluso con un lancio con il paracadute. Una missione, individuale o per conto di Adolf Hitler, per aprire chissà quali trattative con il governo britannico. Ora&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_PnjruCyyH70/ShYd9_fFgsI/AAAAAAAAAXE/_DNcEsHhDxE/s400/1941%2Brudolf%2Bhess.jpg" alt="" width="90" height="90" />Continua a tenere banco il mistero del famoso volo di Rudolf Hess sulla Scozia concluso con un lancio con il paracadute. Una missione, individuale o per conto di Adolf Hitler, per aprire chissà quali trattative con il governo britannico. Ora un nuovo documento, spuntato fuori dagli archivi russi, svelerebbe il giallo: la Germania sperava nell&#8217;alleanza o almeno nella neutralità di Londra in caso di attacco alla Russia.</p>
<p>.</p>
<p>di Enrico Silvestri da &#8220;Il Giornale&#8221; del 29 maggio 2011 <img src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.gif" alt="" width="147" height="20" /></p>
<p>.<br />
Nato ad Alessandria d&#8217;Egitto nel 1894 da un ricca famiglia di commercianti, durante la prima guerra si arruolò nel reggimento «List», tra i più aggressivi e tenaci dell&#8217;esercito tedesco, in cui combatteva anche un certo caporale di origine austriaca, tal Adolf Hitler. Fu proprio lui che convinse Hess a entrare in politica nel 1920, anno in cui tra l&#8217;altro abbandonò l&#8217;Università di Monaco mentre stava per laurearsi in filosofia. Dunque nazista della primissima ora, partecipò al Putsch di Monaco nel 1923. La rivolta fallì ed egli fu arrestato insieme ad Hitler. In carcere, Hess aiutò il futuro Führer a scrivere il «Mein Kampf», «La mia Battaglia». Da quel momento egli divenne uno dei più stretti collaboratori di Hitler, tanto da esserne considerato il successore alla guida del partito. Infatti, nel 1933, Hitler lo nomina suo vice, dandogli ampi poteri sia all&#8217;interno del partito sia nel governo. Sei anni dopo, Rudolf Hess fu nominato ufficialmente numero tre del partito, dietro ovviamente a Hitler e Hermann Göring.<br />
Il 10 maggio del 1941 vola in Scozia da solo e si paracadutò nel Lanarkshire per raggiungere il castello del Duca di Hamilton, considerato un fautore del dialogo con il Terzo Reich. I motivi di quel viaggio non sono mai stati chiariti, ma la versione ufficiale britannica dipinge Hess un uomo in crisi, con disturbi mentali, sconvolto dagli orrori della guerra, messo da parte dal regime, intenzionato, all&#8217;insaputa del dittatore, a proporre, tramite il Duca, un utopistico piano di pace all&#8217;Inghilterra. Secondo alcuni storici in realtà la missione avvenne con il consenso di Hitler, per aprire una trattativa di pace tra i due Paesi.<br />
La nuova versione, illustrata dallo «Spiegel» avvalora l&#8217;ipotesi di un viaggio su mandato del Führer, ma per chiedere agli inglesi il «placet» di invadere l&#8217;Unione Sovietica. Il settimanale ha infatti esaminato un documento di 28 pagine, scovato negli archivi russi da uno storico tedesco e redatto nel 1948 da Karlheinz Pietsch, ex aiutante di campo di Hess al momento del suo volo. Nel documento è scritto che la missione concordata con gli inglesi, aveva come obiettivo di riuscire a porre in atto «con ogni mezzo un&#8217;alleanza militare tra Germania ed Inghilterra contro la Russia, o come minimo ottenere la neutralità dell&#8217;Inghilterra».<br />
Una trattativa, come ha dimostrato la storia, forse neppure aperta, ma sicuramente respinta dalla Gran Bretagna. Internato fino alla fine della guerra, nel 1946 fu portato alla sbarra come imputato al Processo di Norimberga. Hess fu assolto dall&#8217;accusa di crimini contro l&#8217;umanità, ma condannato all&#8217;ergastolo per «cospirazione contro il trattato di Versailles e crimini contro la pace» e quindi rinchiuso nella prigione-fortezza di Spandau, a Berlino. Nel 1987 Hess si suicidò all&#8217;età di 93 anni, strangolandosi con un cavo elettrico, portando nella tomba il suo segreto.</p>
<p>_______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 giugno 2011</p>
<p>Vuoi saperne di più?</p>
<h1><a title="Permanent Link: Storia In Rete n° 17, marzo 2007" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/93/archivio-arretrati/storia-in-rete-n%c2%b0-17-marzo-2007/">Storia In Rete n° 17, marzo 2007</a></h1>
<p><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-17.jpg" alt="" width="87" height="120" /></p>
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</span></div>
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		<title>E i documenti dell&#8217;FBI parlano di UFO e omini verdi&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 10:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ufosonearth.com/site/wp-content/uploads/2011/02/fake_ufo_Do_You_Think_Aliens_Are_Real-s500x375-20525.jpg" alt="" width="90" height="90" />Questa volta il documento sugli Ufo viene niente meno che dall&#8217;FBI. Secondo l&#8217;agente Guy Hottel, il 22 marzo del 1950 tre oggetti volanti non identificati precipitarono nel New Mexico e furono &#8220;catturati&#8221; dal servizio investigativo americano. All&#8217;interno dei velivoli c&#8217;erano&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ufosonearth.com/site/wp-content/uploads/2011/02/fake_ufo_Do_You_Think_Aliens_Are_Real-s500x375-20525.jpg" alt="" width="90" height="90" />Questa volta il documento sugli Ufo viene niente meno che dall&#8217;FBI. Secondo l&#8217;agente Guy Hottel, il 22 marzo del 1950 tre oggetti volanti non identificati precipitarono nel New Mexico e furono &#8220;catturati&#8221; dal servizio investigativo americano. All&#8217;interno dei velivoli c&#8217;erano nove corpi dalle fattezze umanoidi alti circa 90-100 centimetri. Gli oggetti non identificati avevano un diametro di circa 16 m ed erano leggermente rialzati al centro. Insomma Ufo nel senso più classico del termine. &#8220;Gli occupanti erano vestiti come i piloti dei jet&#8221;, racconta Hottel nel suo documento. E&#8217; possibile, conclude l&#8217;agente dell&#8217;FBI, che gli oggetti volanti siano precipitati causa delle interferenze dei numerosi radar presenti nell&#8217;area.</p>
<p>.</p>
<p>di Luigi Bignami, da &#8220;La Repubblica&#8221; del 10 aprile 2011 <img src="http://www.repubblica.it/static/images/detail/2010/la-repubblica-it-logo.png" alt="Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale." width="162" height="30" /></p>
<p>.</p>
<p>Questa testimonianza è in una serie di altri atti resi pubblici dall&#8217;FBI negli ultimi giorni in un suo sito Internet dove vengono divulgati documenti non più segreti richiesti dai cittadini statunitensi. Il <a href="http://vault.fbi.gov/">sito Vault <sup>1</sup></a> presenta testi che riguardano vari aspetti delle investigazioni dell&#8217;FBI, dai diritti civili ai ganster, dalle testimonianze di ricerche su organizzazioni criminali fino a quelli che vengono definiti &#8220;fenomeni inspiegati&#8221;. I documenti vengono lasciati sul sito fin quando vi è una certa richiesta da parte del pubblico, dopo di che vengono cancellati.</p>
<p>Attualmente tra i documenti c&#8217;è, tra gli altri, il caso Hottel. Interessante però è anche il documento che riguarda il caso ufologico noto come &#8220;incidente di Roswell&#8221;. Si verificò nel luglio del 1947, quando qualcosa di strano per quell&#8217;epoca precipitò in prossimità della cittadina di Roswell, nel New Messico. I racconti passati di mano in mano segnalano che dapprima un comunicato stampa pubblicato dalla base aerea che si trovava in prossimità di quella località parlava proprio di un &#8220;disco volante&#8221;, ma poi le dichiarazioni ufficiali statunitensi spiegarono che si trattava di un semplice pallone sonda e a tal proposito vennero mostrate alcune immagini.</p>
<p>Il caso però ha continuato ad alimentare sospetti e ancora oggi viene avanzata l&#8217;ipotesi che a cadere nel deserto non fu un pallone sonda, ma qualcosa di sconosciuto. Ebbene il sito dell&#8217;FBI il caso sembra offrire una soluzione: si parla di un oggetto che aveva la forma di un disco esagonale che doveva essere sospeso per mezzo di un cavo a un pallone, il quale aveva un diametro di circa sei metri e mezzo, e si dice anche tuttavia, che secondo comunicazioni telefoniche tra due basi aeree l&#8217;ipotesi del pallone sonda fosse poco credibile. In ogni caso il pallone e il disco vennero portati alla base aerea e lì trattenuti senza ulteriori analisi.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 14 aprile 2011</p>
<div><span style="color: #222222; font-family: Arial, Helvetica, sans-serif; line-height: 20px;"><br />
</span></div>
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		<title>Il radiocarbonio svela l&#8217;età del &#8220;Manoscritto Voynich&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Feb 2011 09:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carbonio 14]]></category>
		<category><![CDATA[libri antichi]]></category>
		<category><![CDATA[Manoscritto Voynich]]></category>
		<category><![CDATA[Rinascimento]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.webtrekitalia.com/upload/giancarlo/voynich2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Grazie alla datazione del carbonio-14 i ricercatori della &#8220;UA&#8217;s Department of Physics&#8221; in Arizona, hanno stabilito con precisione l&#8217;età del &#8220;Manoscritto Voynich&#8221;, considerato il libro più misterioso del mondo.</p>
<p>da Net1News del 15 febbraio 2011 <img src="http://www.net1news.org/sites/default/files/logo-news.gif" alt="News" width="115" height="54"&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.webtrekitalia.com/upload/giancarlo/voynich2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Grazie alla datazione del carbonio-14 i ricercatori della &#8220;UA&#8217;s Department of Physics&#8221; in Arizona, hanno stabilito con precisione l&#8217;età del &#8220;Manoscritto Voynich&#8221;, considerato il libro più misterioso del mondo.</p>
<p>da Net1News del 15 febbraio 2011 <img src="http://www.net1news.org/sites/default/files/logo-news.gif" alt="News" width="115" height="54" /></p>
<p>Il manoscritto Voynich,  è tutt&#8217;oggi l&#8217;unico libro scritto nel Medioevo non ancora decifrato. Tra le sue pagine in pergamena vi sono immagini alchemiche, astronomiche e di piante mai viste, ma è anche  scritto in un idioma che non appartiene ad alcun sistema alfabetico/linguistico conosciuto. In molti, nel corso del tempo, hanno cercato di decifrare il suo criptico significato, senza alcun successo.</p>
<p>Di proprietà della Beinecke Rare Book e della Biblioteca del Yale in cui è custodito, il manoscritto fu scoperto nella Villa Mondragone nei pressi di Roma nel 1912 dal rivenditore di libri antichi Wilfrid Voynich mentre valutava una cassa di libri offerti in vendita dalla Compagnia di Gesù. Il suo scopritore passò gli anni di vita cercando di comprenderne il mistero, senza giungere ad alcun risultato tangibile.</p>
<p>Il team di scienziati, diretto da Greg Hodgins della &#8220;UA&#8217;s Department of Physics&#8221; in Arizona, hanno prelevato dei campioni microscopici di fibra dalla pergamena per ottenere una datazione al radiocarbonio. I risultati sono sorprendenti. Il manoscritto sarebbe più antico di almeno 100 anni, risalendo pertanto al XV secolo. Mentre Hodgins sottolinea che qualsiasi cosa al di là dell&#8217;aspetto della datazione è fuori della sua competenza, ammette che è altrettanto affascinato dal libro come tutti gli altri studiosi che hanno cercato di svelare la sua storia e il suo significato.  &#8220;Trovo che questo manoscritto sia assolutamente affascinante. Mettere insieme queste cose è stato fantastico. Si tratta di un grande puzzle che nessuno ha ancora svelato&#8221;, conclude Hodgins.</p>
<p>________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 16 febbraio 2011</p>
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		<title>I diari del Duce: veri o falsi in base a come dipingono Mussolini?</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 17:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Claretta Petacci]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://webstorage.mediaon.it/media/2010/11/187332_3130977_mussolini__12701733_medium.jpg" alt="" width="90" height="90" />Protagonisti di tanti duelli televisivi, scontri pubblici e polemiche infuocate, i &#8220;Diari di Mussolini. 1939&#8243; (pag. 994, 21,50 euro) pubblicati da Bompiani con il significativo sommario di &#8220;veri o presunti&#8221;, andrebbero anzitutto letti. L&#8217;impressione, invece, è che si&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://webstorage.mediaon.it/media/2010/11/187332_3130977_mussolini__12701733_medium.jpg" alt="" width="90" height="90" />Protagonisti di tanti duelli televisivi, scontri pubblici e polemiche infuocate, i &#8220;Diari di Mussolini. 1939&#8243; (pag. 994, 21,50 euro) pubblicati da Bompiani con il significativo sommario di &#8220;veri o presunti&#8221;, andrebbero anzitutto letti. L&#8217;impressione, invece, è che si sia di fronte all&#8217;ennesimo episodio di critica testuale senza che si senta la necessità di conoscere il testo, ovvero di conoscere ciò di cui si parla. La giustificazione interessata, l&#8217;alibi, che molti accampano e che è stata spesso usata per chiudere la bocca a Marcello Dell&#8217;Utri &#8211; che di questi documenti è l&#8217;ultimo &#8220;scopritore&#8221; &#8211; è che si tratta di un falso, ragione più che sufficiente perché proprio della falsificazione si discuta, senza nemmeno entrare nel merito. Se si fa un passo avanti, è per argomentare che, trattandosi appunto di un falso, il suo scopo non può che essere quello di riabilitare la figura del dittatore: di qui l&#8217;immancabile denuncia di nostalgie neofasciste e la conseguente indiscutibile condanna dell&#8217;intera operazione, che, se non concepita come mera speculazione, deve avere per forza questo inquietante risvolto più biecamente politico che storico.</p>
<p>.</p>
<p>di Antonio Marino da <img src="http://webstorage.mediaon.it/media/sites/informativi/como/media_site_repository/images/header/logo.gif" alt="La Provincia di Como" width="183" height="48" /> del 27 novembre 2010</p>
<p>.<br />
Messa in questi termini, la questione non sarebbe meritevole di ulteriore approfondimento e potrebbe essere considerata chiusa. Il fatto è che se ci si prende la briga di leggere il volume, le cose appaiono immediatamente meno semplici e scontate. Il primo punto è che, proprio come dichiara il sommario &#8220;veri o presunti&#8221;, l&#8217;autenticità dei diari non è postulata come un dato di certezza assoluta, ma che nemmeno la loro falsità può essere un dogma indiscutibile. Ben  57 pagine dell&#8217;introduzione sono dedicate a un&#8217;analisi dettagliatissima e addirittura pedante delle «perizie e pareri (prevalentemente negativi) dal punto di vista storico» che rifanno la storia di queste agende, elencando autorevolissime opinioni &#8211; come quella negativa di De Felice, ma anche quella positiva di Mack Smith &#8211; ma anche ammettendo che una parola definitiva, un giudizio incontrovertibile ancora non ci sono. Tanto più questo dubbio resta se si passa a considerare l&#8217;altra argomentazione, quella di una falsificazione a scopo di riabilitazione di Mussolini. Di questo, infatti, nel testo non c&#8217;è traccia, i &#8220;diari&#8221; &#8211; ancora una volta, a patto di leggerli &#8211; non solo non tracciano un quadro storico nuovo, ma nemmeno introducono novità degne di nota sulla figura del dittatore, sulle sue scelte, sulle sue antipatie, sui suoi tic. Resterebbe l&#8217;ipotesi di una falsificazione a scopo commerciale, cosa che è già stata tentata in passato senza successo con gli stessi diari di Mussolini, ma anche con quelli di Hitler. Naturalmente, fino a che non ci sarà una perizia definitiva (ammesso che sia possibile ed economicamente conveniente affrontarne i costi) il dubbio è legittimo, senonché, l&#8217;accuratezza e la verosimiglianza delle annotazioni presuppone una conoscenza della figura e una ricerca sulle attività del dittatore, oltre che un riscontro certosino con i documenti ufficiali dell&#8217;epoca, che appaiono un investimento (soprattutto di tempo) decisamente spropositato a fronte di pur pingui ritorni economici.<br />
Quanto al testo, uno dei dati che colpisce è l&#8217;altalenante atteggiamento del Duce riguardo ai tedeschi. Sul patto d&#8217;acciaio le perplessità sono più d&#8217;una, al massimo Mussolini lo considera alla vigilia dell&#8217;invasione della Polonia (5 agosto) «uno sbaglio ovvero l&#8217;opportunità per non essere anche noi ingoiati dai tedeschi», quanto alla possibilità di schierarsi contro la Germania, a Galeazzo Ciano (16 agosto)  che gli comunica che «gli italiani sarebbero fieri di fare guerra alla Germania» Mussolini risponde: «Ma non mi faccia ridere, ma quale guerra? In poche ore la svastica sventolerebbe su tutta Italia e di noi non rimarrebbe neanche il segno della nostra polvere». Dunque, un&#8217;alleanza dettata dal timore, cosa che peraltro non esclude, ma in qualche maniera anzi spiega un astio verso il collega dittatore che emerge palese nelle annotazioni dell&#8217;8 novembre, dedicate all&#8217;attentato che a Monaco risparmiò il Fuhrer, ma provocò la morte di sette persone. In proposito Mussolini scrive: «Farò un dispaccio per lo scampato pericolo, ma in verità se il colpo fosse andato a buon fine si sarebbe finalmente respirato aria di pace e di salvezza».<br />
Il diario del 1939, che non fa cenno (in qualche misura ovviamente) a Claretta Petacci, cita invece a più riprese la moglie Rachele. Una prima volta, sotto la data del 13 marzo, a proposito della proposta (ripetuta  e ricorrente, a quanto pare) di Vittorio Emanuele di farlo principe. «Principe di che? Oh! La Rachele principessa!! Con una delle sue battute romagnole riderebbe di gusto!!». E ancora, il 21 novembre, l&#8217;uomo passato alla storia per le sue avventure amorose e che addirittura finirà ucciso a Giulino di Mezzegra accanto alla sua amante, tenta di consegnare alla posterità un autoritratto familiare a tinte pastello: «A casa &#8211; scrive  &#8211; trovo quella pace che mi sarebbe stata negata ovunque. Rachele ha saputo dare alla nostra casa quel semplice e sano ambiente patriarcale della nostra Romagna che nella favolosa Roma mi riconduce ogni giorno alla rurale mia terra». Una notazione che pare, come tante altre, chiaramente interessata e che, in vista di una fine che si approssima, fa pensare &#8211; come è stato ipotizzato -  non a un falso, ma a una riscrittura, da parte dello stesso Mussolini, dei diari del 1939 fra il 1943 e il 1944, nella relativa tranquillità e nel vuoto di potere e di attività imposto dall&#8217;occhiuta tutela dei tedeschi  a villa Feltrinelli, sul lago di Garda.</p>
<p>___________________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 29 novembre 2010</p>
<p>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;?</p>
<p>LEGGI <strong><a title="Permanent Link to I diari di Mussolini: eccone un’anteprima da “Oggi”" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/in-primo-piano/diari-duce/">I diari di Mussolini: eccone un’anteprima da “Oggi”</a></strong></p>
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