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	<title>Storia In Rete &#187; Medio Evo</title>
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		<title>La “grande crisi” fu nel 1300: e da lì nacque il mercato</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 22:02:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/quentin-metsys-il-cambiavalute-e-la-moglie-1514.jpg" alt="Marinus_van_Reymerswaele, L’esattore con sua moglie (Olio su pannello, 1539)" width="90" height="90" />Nella storia della finanza ci sono dei momenti in cui non c’è limite al peggio. Proprio come negli anni ’30 del 1300, quando fallirono i due più importanti istituti di credito di allora, i banchi dei Bardi e dei Peruzzi,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/quentin-metsys-il-cambiavalute-e-la-moglie-1514.jpg" alt="Marinus_van_Reymerswaele, L’esattore con sua moglie (Olio su pannello, 1539)" width="90" height="90" />Nella storia della finanza ci sono dei momenti in cui non c’è limite al peggio. Proprio come negli anni ’30 del 1300, quando fallirono i due più importanti istituti di credito di allora, i banchi dei Bardi e dei Peruzzi, schiacciati rispettivamente da un debito di 900mila e 600mila fiorini. Come mai? Re Edoardo III d’Inghilterra firma l’armistizio di Esplechin che sancisce il fallimento delle spedizioni contro la Francia, sovvenzionate dai fiorentini. Re Roberto di  Napoli, preoccupato di questa mossa, ritira i suoi depositi presso i banchieri toscani, e come se non bastasse viene dichiarata la trasferibilità dei titoli di debito pubblico, che fa crollare il loro valore. Non solo: in quegli stessi anni le inondazioni e la peste bubbonica dimezzeranno la popolazione.</p>
<p>.</p>
<p>di Alessandro Marzio Magno, da Linkiesta del 5 febbraio 2012 <img src="http://www.linkiesta.it/sites/all/themes/lkblog/logo.png" alt="Home" width="140" height="27" /></p>
<p>.</p>
<p>«Che lavoro schifoso!» «Potrebbe esser peggio». «E come?» «Potrebbe piovere». Quella tra Gene Wilder e Marty Feldman, in Frankenstein Junior, è uno dei dialoghi più famosi della storia del cinema. Stanno scavando in un cimitero, di notte, per disseppellire la bara del candidato mostro; in effetti si mette subito a piovere.</p>
<p>Nella storia della finanza, ma più in generale nella storia, ci sono stati dei momenti in cui è andata proprio così: un evento negativo si è susseguito a un altro, generando una tremenda concatenazione recessiva. È esattamente quello che accadde a Firenze verso la metà del Trecento, quando fallirono le due più grandi banche dell&#8217;Europa di allora, i Peruzzi e i Bardi.</p>
<p>Le due famiglie fiorentine mettono in piedi un sistema bancario che non ha eguali: hanno filiali in tutta Europa, prestano denaro a mercanti e regnanti, la loro rete finanziaria fa impallidire il ricordo della Tavola del senese Orlando Bonsignori, che un secolo prima era stata la più importante banca europea. Ma Firenze, negli anni Trenta del Trecento, si trova coinvolta in un paio di guerre. Fare la guerra era una faccenda costosissima, lo è anche oggi, ma al tempo lo era proporzionalmente di più, perché non esistevano sistemi fiscali raffinati come quelli attuali. Inoltre le guerre erano una faccenda da condottieri, personaggi che si facevano pagare uno sproposito (in alcuni casi diventano così ricchi da prendersi il governo di uno stato, come i Malatesta o gli Sforza).</p>
<p>Gli stati quindi si indebitano per poter combattere e i banchieri sono ben lieti di prestare loro i denari perché gli stati – in genere – sono solvibili o perché in cambio si fanno assegnare rendite ricchissime (le dogane, lo sfruttamento del sale, o quant&#8217;altro). Alla fine della guerra contro gli Scaligeri (1336-38) il Comune di Firenze si ritrova debitore per circa 450.000 fiorini d&#8217;oro e la successiva guerra di Lucca (1341-43) porto l&#8217;indebitamento a oltre 600.000 fiorini. Una cifrona. Tanto per avere un’idea, si pensi che un fiorino d&#8217;oro pesava 3,5 grammi, quindi significava che il Comune doveva oltre tre tonnellate e mezzo d’oro, ma il confronto è improprio perché il potere d&#8217;acquisto dell’oro varia enormemente col trascorrere del tempo. Comunque gli anni precedenti erano stati di euforia finanziaria e i banchieri avevano prestato più che volentieri al Comune.</p>
<p>Il 23 settembre 1340 re Edoardo III d&#8217;Inghilterra firma l’armistizio di Esplechin, con cui si sancisce il fallimento delle spedizioni contro la Francia e l’inizio di quella che sarà conosciuta come Guerra dei Cent’anni. È subito chiaro che il sovrano inglese non sarebbe stato in grado di ripagare i banchieri fiorentini che gli avevano sovvenzionato le campagne. Firenze, allora, modifica la propria linea politica, decidendo di allontanarsi dal papato per avvicinarsi all&#8217;imperatore Lodovico il Bavaro. Re Roberto di Napoli non ne è affatto contento: teme che il salto della quaglia fiorentino provochi il congelamento dei suoi depositi nelle banche toscane: lui guelfo è, e guelfo rimane. Quindi baroni e prelati napoletani si precipitano a Firenze per ritirare i depositi. La crisi di liquidità è sempre più grave. Basta? No. Tra la fine del 1344 e l&#8217;inizio del 1345 viene dichiarata le negoziabilità dei titoli di debito pubblico fino allora non trasferibili. I titoli immediatamente crollano, con il medesimo effetto di un crollo in borsa dei giorni nostri.</p>
<p>Il sistema bancario fiorentino, pur il più avanzato del suo tempo, non è in grado di sopportare tutti assieme la bancarotta inglese, i prelievi napoletani e il crollo dei titoli di debito pubblico. Nel 1345 i banchi dei Peruzzi e dei Bardi falliscono: il botto è da un milione e mezzo di fiorini (600.000 i Peruzzi, 900.000 i Bardi). Le conseguenze sono catastrofiche. Il fallimento delle banche più grandi si trascina le altre, saltano gli Antellesi, gli Acciaioli e vari altri. Gli archivi ci restituiscono una lista di 350 cittadini fiorentini falliti, ma sicuramente devono esser stati molti di più. Crolla anche il mercato immobiliare. Il cronista Giovanni Villani riferisce che è peggio di una guerra perduta: mai a Firenze c&#8217;è stata «maggiore ruina e sconfitta». Non c&#8217;è più liquidità, sempre Villani scrive che «non rimane quasi sostanza di pecunia ne’ nostri cittadini». Firenze è in ginocchio.</p>
<p>È sufficiente? Macché. Per motivi assolutamente indipendenti dai fallimenti bancari dal 1345 al 1347 cresce il corso dell’argento. Il sistema dei prezzi fiorentini è basato sull’argento (l’oro serviva agli scambi internazionali) e quindi il rincaro del metallo prezioso aggrava la deflazione. Giovanni Villani riferisce che «tutte le monete d’argento si fondieno e portavansi oltremare» dove il rapporto con l&#8217;oro era rimasto più stabile e quindi si potevano realizzare buoni guadagni sul cambio tra i due metalli. Fonti veneziane e fiorentine confermano che in pochi anni l&#8217;argento si era rivalutato sull’oro di oltre il 30 per cento. E siccome la moneta aurea non può essere toccata perché ne andrebbe del prestigio dello Stato, tutte le tensioni inflazionistiche si scaricano sulla moneta d&#8217;argento.</p>
<p>Basta così? Mica tanto. Nell&#8217;ottobre 1345 comincia a piovere e in pratica non smette più fino a primavera. Si susseguono le inondazioni che si portano via le semine primaverili. Il raccolto del 1346 è miserabile, qualcuno dice il peggiore del secolo. Normalmente quando il raccolto va male si acquistano granaglie all&#8217;estero. Ma a Firenze non sono tempi normali: non c’è denaro, non c’è metallo prezioso, non si possono finanziare importazioni. Il governo aggrava ulteriormente le imposizioni fiscali, ma c’è poco da fare, la carestia che segue al cattivo raccolto è devastante, una delle più violente che la città toscana abbia mai sperimentato.</p>
<p>Fallimenti, deflazione, crisi di liquidità, carestie. C’è altro?<br />
Nel 1347 da una galea genovese proveniente da Caffa, nel Mar Nero, sbarca a Messina un topo che porta con sé un ospite indesiderato, il più indesiderato che si potesse immaginare: una pulce infettata dal batterio della peste bubbonica. La malattia, endemica in Asia, compare per la prima volta in Europa; la popolazione, del tutto priva di difese immunitarie, viene sterminata. Quella che passerà alla storia come la “morte nera” svuota le città da un terzo alla metà della loro popolazione. Firenze, già indebolita dalla carestia,giro di un mese, l&#8217;agosto del 1348, passa da 90.000 a meno di 45.000 abitanti. Potrebbe andare peggio?</p>
<p>________________________</p>
<p>Vuoi saperne di più? Leggi Storia in Rete</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2009/04/1435/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/i-cover-storia-42.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 7 febbraio 2012</p>
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		<title>Al Museo del Medioevo di Parigi in esposizione le spade</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 20:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://i227.photobucket.com/albums/dd64/rocky42970/Beyond%20Fantasy%20Anima/Durandal.png" alt="" width="90" height="90" />Che perfino la monarchia inglese sia cambiata lo si è capito quando William ed Henry sono andati all&#8217;altare in uniforme ma lasciando a casa la spada. I loro antenati medievali senza spada al fianco non sarebbero andati nemmeno a prendere&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://i227.photobucket.com/albums/dd64/rocky42970/Beyond%20Fantasy%20Anima/Durandal.png" alt="" width="90" height="90" />Che perfino la monarchia inglese sia cambiata lo si è capito quando William ed Henry sono andati all&#8217;altare in uniforme ma lasciando a casa la spada. I loro antenati medievali senza spada al fianco non sarebbero andati nemmeno a prendere un tè (che peraltro ancora non c&#8217;era).</p>
<p>.</p>
<p>di Alberto Mattioli dalla Stampa del 14 maggio 2011 ﻿<img src="http://www.lastampa.it/common/inctmpl/img/logo_stampa_italia.jpg" alt="" width="172" height="22" /></p>
<p>.</p>
<p>O almeno è quello che si evince da una bella mostra dedicata dal Musèe National du Moyen Age di Parigi appunto a “L&#8217;èpèe”, la spada. Sottotitolo: usi, miti e simboli. Perchè la spada non è solo un oggetto, peraltro semplicissimo e, come molti oggetti semplici, funzionale, efficace e, in pratica, non migliorabile. La spada è anche leggenda, storia, mito. E pure arte. Del resto, non c&#8217;è bisogno delle disquisizioni degli specialisti per rifarsi gli occhi con alcuni degli oggetti esposti, capolavori non solo di metallurgia ma anche di oreficeria. E, come al solito quando si parla di bellezza, compare il made in Italy. La più bella della mostra, diciamo la miss spada, è quella di un Duca di Milano del XV secolo: non è dato sapere di quale signore si tratti, ma l&#8217;araldica incisa sulla lama è inequivocabile. Poi, naturalmente, c&#8217;è la spada come arma, da usare contro altri bipedi o contro degli sventurati animali. E allora, nella versione da caccia, la caccia si incrocia con la lancia, come nel curioso spiedo appartenuto, pare, al mitico Roi Renè d&#8217;Angiò, tuttora popolarissimo da quelle parti.</p>
<p>Sul combattimento fra umani risultano smentiti i classici di Hollywood, con quei bei duelli che durano venti minuti e finiscono solo quando il malvagio precipita dalla torre. Stando ai manuali medievali e rinascimentali, si preferiva invece andare al sodo e ammazzare in fretta e bene, anche se poi, com&#8217;è noto, le battaglie dell&#8217;epoca erano quasi incruente perchè tutti cercavano di catturare piuttosto che di uccidere, almeno nel caso di prigionieri solvibili. Curioso poi l&#8217;esperimento dell&#8217;Università di Ginevra, che ha fatto indossare l&#8217;armatura a due disgraziati e li ha filmati mentre corrono, salgono scale e fanno capriole per dimostrare che si muovono con inaspettata agilità, smentendo l&#8217;altro luogo comune che i cavalieri corazzati fossero più immobili delle sardine nella loro latta. Però, si diceva, c&#8217;è spada e spada. E alcune assurgono all&#8217;immortalità leggendaria o letteraria. Come Joyeuse, la spada presunta di Carlomagno, immancabile al fianco di ogni re di Francia (qui c&#8217;è Luigi XIV) in ogni ritratto ufficiale. O la spada attribuita a San Maurizio, diventata uno dei simboli dei Savoia e tuttora conservata a Torino. E poi, certo, la  Durlindana di Rolando, infissa nella roccia in un muro della chiesa di Rocamadour, vicino a Roncisvalle, e tuttora venerata dalle donne incinte: ma purtroppo quella che si vede oggi è una cattiva copia, perchè nel Settecento il principe di Condè obbligò i canonici a vendergli l&#8217;originale. E poi: trattati di scherma, spade-giocattolo, spade per bambini, una spada da donna (trovata nella tomba di una capessa vichinga in Scandinavia), spade di giustizia a uso del boia (solo per nobili, per gli altri c&#8217;era l&#8217;accetta) e spade simbolo della giustizia, perchè la spada è bipartisan, taglia da entrambe le parti. Dunque, seguendo l&#8217;esempio di Salomone, il Re rende giustizia portando una spada. Insomma, manca solo Excalibur.</p>
<p>Finchè non si arriva al passato prossimo quasi presente. Al povero Dreyfus degradato viene spezzata la spada, come da celebre copertina del “Petit Journal”. In Francia, l&#8217;ultimo duello alla spada, fra due deputati nostalgici, avviene nel 67, fermato &#8211; purtroppo &#8211; al secondo sangue. Ma, maliziosamente, in mostra c&#8217;è anche la scintillante spada regalata negli Anni Ottanta dal presidente siriano Hassad, padre dell&#8217;attuale e non meno dittatore, a quello francese Mitterrand. E si scopre che tuttora, nel cantone svizzero dell&#8217;Appenzell, nei giorni di votazione i maschi adulti si presentano in piazza portando uno spadino, simbolo di cittadinanza. Certo, siamo lontani dai tempi di Roland che, prima di morire nell&#8217;omonima Chanson, cerca di spezzare Durandal, non ci riesce perchè la spada, a differenza sua, è immortale e allora la saluta “avec tendresse”: “Eh, Durandal, comme tu es belle et si sainte!”. Con tutto il rispetto, altro che William&#8230;</p>
<p>_______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 22 maggio 2011</p>
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		<title>&#8220;MarKo Polo, esploratore croato&#8221;. L&#8217;ennesimo scippo di Zagabria</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 12:45:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.queimada-agency.com/brand_care_blog/wp-content/uploads/2007/10/marco-polo.jpg" alt="" width="90" height="90" />L&#8217;ex presidente croato Stjepan Mesic, scrive l&#8217;agenzia Hina, «ha inaugurato il museo dedicato a Marko Polo nella città cinese di Yangzhou». «Marko» Polo? Con la «k»? Esatto. Mesic ha anzi ricordato solennemente quel «viaggiatore del mondo nato in Croazia</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.queimada-agency.com/brand_care_blog/wp-content/uploads/2007/10/marco-polo.jpg" alt="" width="90" height="90" />L&#8217;ex presidente croato Stjepan Mesic, scrive l&#8217;agenzia Hina, «ha inaugurato il museo dedicato a Marko Polo nella città cinese di Yangzhou». «Marko» Polo? Con la «k»? Esatto. Mesic ha anzi ricordato solennemente quel «viaggiatore del mondo nato in Croazia che ha aperto la Cina all&#8217;Europa». I cinesi, pare, hanno applaudito. Prova provata che le nostre autorità non sanno fare il loro mestiere: è mai possibile farsi scippare Marco Polo? La leggenda della «croatità» del grande commerciante e navigatore veneziano non è nuovissima. Qualcuno, secondo Alvise Zorzi che sulla città lagunare ha scritto un mucchio di libri dei quali uno proprio sull&#8217;autore de il Milione, la fa risalire a un&#8217;altra leggenda, quella che Marco fosse stato catturato dai genovesi nel 1298 in una battaglia nelle acque vicine all&#8217;isola di Curzola, in Dalmazia. Cosa che lo storico «serenissimo» esclude: «Pare piuttosto che, durante uno dei suoi viaggi, fosse finito nelle mani di corsari genovesi davanti a Laiazzo, sulla costa della Cilicia».</div>
<div>.</div>
<div>di Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera del 22 aprile 2011 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20110224150834" alt="Corriere della Sera.it" width="215" height="31" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Ma il punto non è questo. Ammesso che possa esistere l&#8217;ipotesi che Marco fosse nato casualmente a Curzola (anche Italo Calvino, per dire, nacque casualmente a l&#8217;Avana ma a nessuno verrebbe in mente di definirlo uno «scrittore cubano»), non solo l&#8217;isola che oggi i croati chiamano Korcula era di cultura venezianissima, come testimoniano la città vecchia, le porte con il «Leon» e la cattedrale di San Marco, ma era un feudo della famiglia Zorzi. E tale sarebbe rimasta fino alla metà del quindicesimo secolo.</div>
<div id="_mcePaste">Attribuire natali «croati» non solo a Marco Polo ma a qualunque abitante della Curzola di allora solo perché oggi l&#8217;isola è in territorio croato, è una stravaganza storica. Con lo stesso metro, poiché l&#8217;antica Tagaste allora sede episcopale della Numidia si chiama oggi Souk Ahras ed è nell&#8217;attuale Algeria, Sant&#8217;Agostino per esser nato lì sarebbe un filosofo algerino. Settimio Severo, essendo nato nella romana Leptis Magna a due passi da Al Khums nell&#8217;attuale Tripolitania, sarebbe un imperatore tripolitano e Giustiniano nato nell&#8217;attuale Zelenikovo in Macedonia sarebbe un imperatore macedone o se volete, visto che governava nell&#8217;attuale Istanbul, turco. Per non dire di Giuseppe Garibaldi, che essendo di Nizza sarebbe un patriota francese.</div>
<div id="_mcePaste">Ridicolo. Non bastasse, spiega Zorzi, Marco Polo non nomina mai (mai) Curzola nel «Milione» dettato nelle prigioni di Genova a Rustichello da Pisa (un redattore di romanzi cavallereschi che si scrivevano allora in lingua d&#8217;oeil come in lingua d&#8217;oeil è il libro originariamente intitolato «Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l&#8217;on conte les merveilles du monde») né Curzola è mai nominata in tutti i documenti di famiglia conservati a Venezia.</div>
<div id="_mcePaste">Materiali abbondanti, dai quali è possibile risalire alla storia venezianissima di tutta la stirpe Polo (quasi certamente insediata dalle parti di San Trovaso) a partire dal X secolo: nati, morti, matrimoni, mogli, testamenti&#8230; Tutto.</div>
<div id="_mcePaste">Come è dunque possibile che l&#8217;ex presidente croato, se non vogliamo mettere in dubbio la cronaca dell&#8217;agenzia Hina ripresa dal quotidiano della minoranza italiana «La voce del popolo» di Fiume, sia stato invitato dalle autorità cinesi a inaugurare un museo del navigatore veneziano proprio a Yangzhou, dove Polo racconta di aver avuto incarichi amministrativi dall&#8217;imperatore Kubilai Khan e dove si sarebbe fermato anche, qualche anno dopo, il missionario Odorico da Pordenone? E com&#8217;è possibile che il nostro governo e le nostre autorità diplomatiche siano riusciti a far passare in Cina, con tutto il peso che ha per i reciproci rapporti di amicizia, gli scambi commerciali e il turismo, una figura immensamente famosa tra i cinesi quale quella dell&#8217;autore de «Il Milione»? Con tutto il rispetto per Stjepan Mesic, possiamo accettare che vada lì a ringraziare «per l&#8217;onore concessogli di essere lui a inaugurare un museo dedicato &#8220;a un viaggiatore del mondo nato in Croazia, il quale ha aperto la Cina all&#8217;Europa, e che con i suoi scritti ha anche risvegliato l&#8217;interesse dell&#8217;Europa per la Cina&#8221;»? Alla larga dal nazionalismo rancoroso e dal risentimento per l&#8217;espulsione di 350 mila italiani dall&#8217;Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia: abbiamo già visto, proprio nella ex Jugoslavia, cosa può succedere se si coltiva l&#8217;odio. È andata così, amen. Lo sgarbo di Yangzhou, però, è l&#8217;ultimo di una serie di «appropriazioni indebite» da parte dei nazionalisti di Zagabria di un patrimonio culturale che non è loro.</div>
<div id="_mcePaste">Vale per quei dépliant turistici di Spalato dove i nazionalisti slavi ribattezzarono il Leone di San Marco «Leone post-illirico». Vale per il promemoria «addomesticato» fornito a Giovanni Paolo II per la sua visita in Dalmazia del 1988 che indusse il Papa a dire che «Spalato e Salona hanno un&#8217;importanza del tutto particolare nello sviluppo del cristianesimo in questa regione, a partire dall&#8217;epoca croata e poi in quella successiva romana», come se gli slavi non fossero arrivati al seguito degli Avari tra il settimo e l&#8217;ottavo secolo ma un millennio prima. Vale soprattutto per la mostra nella Biblioteca Vaticana inaugurata in occasione del Giubileo da Franjo Tudjman, uno che nello sforzo di annientare anche il ricordo della cultura veneto-italiana si era spinto a definire Marco Polo «croato di stirpe e di nascita».</div>
<div id="_mcePaste">Si intitolava, quella mostra, «Arte religiosa e fede croata». Ma, a dispetto del tentativo di spacciare la Basilica veneziana di Parenzo quale «alta espressione dell&#8217;arte croata», lo stesso professor Miljenko Domijan, uno dei coordinatori, riconobbe col quotidiano «Novi List» che si trattava di una forzatura.</div>
<div><span style="color: #464646; font-family: Georgia, Palatino, serif; line-height: 21px;">Effettivamente, spiegò lo studioso, l&#8217;esposizione spacciava col marchio croato tante opere figlie della cultura italiana: «Non si poteva fare altrimenti perché la produzione di esclusiva etnicità croata ha scarso valore. Non so proprio che cosa potremmo mostrare, sarebbe tutto sotto un certo livello». Furono così croatizzati il ritratto del vescovo di Spalato di Lorenzo Lotto, una Pietà del Tintoretto, un busto argenteo di Santo Stefano opera dell&#8217;oreficeria di Roma, una statua di San Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, l&#8217;arca di San Simone di Francesco da Milano (nel catalogo ribattezzato «Franjo iz Milana»), una tela del Carpaccio e ancora piani e documenti della cattedrale di Zara in stile pisano o di quella di Sebenico costruita da Giorgio Orsini da Zara. Croatizzato, si capisce, col nome di Juraj Dalmatinac&#8230;</span></div>
<div><span style="color: #464646; font-family: Georgia, Palatino, serif; line-height: 21px;">__________________________</span></div>
<div><span style="font-family: Georgia, Palatino, serif; color: #464646;"><span style="line-height: 21px;">Inserito su www.storiainrete.com il 22 aprile 2011</span></span></div>
<div><span style="font-family: Georgia, Palatino, serif; color: #464646;"><span style="line-height: 21px;"><strong>PER SAPERNE DI PIU&#8217; VEDI GLI ARTICOLI DI STORIA IN RETE SUGLI SCIPPI STORICI DEI CROATI E SULLE BUFALE DEL PRESIDENTE CROATO MESIC</strong></span></span></div>
<div>
<ul>
<li><span style="color: #333333; font-family: trebuchet, arial, sans-serif;"><a style="text-decoration: none; color: #4499cc;" href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/02/italianidalmazia.pdf"><strong>I dalmati dimenticati: su Wikipedia, l’Italia dimentica, la Croazia fa man bassa</strong></a></span></li>
<li><span style="color: #333333; font-family: trebuchet, arial, sans-serif;"><a style="text-decoration: none; color: #4499cc;" href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/05/croazia.pdf"><strong>Crimini italiani in Iugoslavia… e quelli <em>iugoslavi</em> in Iugoslavia? da Mesic l’Italia non prende lezioni di Storia</strong></a></span></li>
</ul>
</div>
<div><span style="font-family: Georgia, Palatino, serif; color: #464646;"><span style="line-height: 21px;"><br />
</span></span></div>
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		<title>Il Medioevo è bello ma è scomodo! Segre stronca Umberto Eco</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 20:16:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.positanonews.it/publicnew/articles/2011/Gennaio/Umberto_Eco_A_Sorrento_Narratore_Per_Utopia_Isola_Felice.jpg" alt="" width="90" height="90" />Presso il grande pubblico, del Medioevo si parla, più o meno a proposito, ormai da decenni. Ora Umberto Eco ci fornisce una trattazione sistematica su quel periodo, in tre volumi di cui due appena pubblicati (rispettivamente sull&#8217;alto Medioevo e sul&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.positanonews.it/publicnew/articles/2011/Gennaio/Umberto_Eco_A_Sorrento_Narratore_Per_Utopia_Isola_Felice.jpg" alt="" width="90" height="90" />Presso il grande pubblico, del Medioevo si parla, più o meno a proposito, ormai da decenni. Ora Umberto Eco ci fornisce una trattazione sistematica su quel periodo, in tre volumi di cui due appena pubblicati (rispettivamente sull&#8217;alto Medioevo e sul periodo tra XI e XIII secolo), aggiungendo al titolo generico (Medioevo, appunto) dei sottotitoli trinitari, e abbastanza discutibili («Barbari Cristiani Musulmani», «Cattedrali Cavalieri Città», e per il terzo, imminente, sul Tre e Quattrocento, «Castelli Mercanti Poeti»).</p>
<p>.</p>
<p>di Cesare Segre per il &#8220;<a href="http://www.corriere.it/" target="_blank">Corriere della Sera</a>&#8221; del 7 aprile 2010</p>
<p>.</p>
<p>I due volumi pubblicati (presso EncycloMedia, € 42 per volume) sono di circa settecento pagine l&#8217;uno. Come prevedibile per un&#8217;opera promossa da Eco, si notano almeno due caratteristiche qualificanti: primo, l&#8217;ampiezza della visuale che comprende tutta la storia europea del periodo, andando oltre i confini quando opportuno (per l&#8217;Islam, tra l&#8217;altro; e c&#8217;è persino un capitolo, molto isolato, sulla Cina), e presta massima attenzione all&#8217;articolarsi della società civile o religiosa; secondo, un impianto che non mette al centro dell&#8217;analisi la storia politica o la letteratura o la filosofia ma lo sviluppo dei vari saperi, anche pratici, con particolare attenzione alle scienze e alle tecniche, nonché alle arti visive.</p>
<p>Insomma, la lezione degli storici francesi, specialmente di quelli formati sulle Annales, è ben utilizzata. Certo, muoversi in un quadro così vario tenendo anche conto, com&#8217;è inevitabile, dello sviluppo storico, non è tanto semplice; in complesso mi pare che l&#8217;abbozzo stia in piedi.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.dagospia.com/img/foto/04-2011/95433_tn.jpg" alt="" width="144" height="124" />Va poi segnalato con particolari lodi il corredo illustrativo, con belle tricromie di opere non tutte di repertorio. Sulla periodizzazione non ci sono prese di posizione nette. Tipica l&#8217;introduzione di Eco (ideatore e organizzatore, che poi appare raramente come collaboratore), più attenta a criticare posizioni tradizionali che a motivarne il rinnovamento; eppure motivare le periodizzazioni, anche se contestabili, resta un&#8217;utile presa di posizione metodologica.</p>
<p>Se in Italia si fa terminare il Medioevo con il tracollo demografico della peste nera (1348) o con gl&#8217;inizi dell&#8217;Umanesimo, in sostanza con Petrarca (e per la nostra storia culturale va benissimo), nel resto dell&#8217;Europa si arriva sino alla caduta di Costantinopoli (1453) o alla scoperta dell&#8217;America (1492), e va altrettanto bene per quei Paesi (data la scelta europea, Eco non poteva discostarsi dal secondo modello). Ma poi ci mette in confusione quando cita l&#8217;ottava dell&#8217;Ariosto contro gli archibugi e la polvere da sparo (Furioso, XI, 26).</p>
<p>Scrive: «18 anni prima della fine &#8220;ufficiale&#8221; del Medioevo Ludovico Ariosto canterà» ecc. Dato che la terza redazione del Furioso, che presenta per la prima volta l&#8217;ottava, è del 1532, il Medioevo finirebbe nel 1550. Data esageratamente e inaccettabilmente avanzata né, mi pare, proposta nel resto del volume.</p>
<p>Ci dev&#8217;essere stato un corto circuito che ci sfugge. È consuetudine saggia domandarsi a quale pubblico si rivolga un prodotto. Nel volume s&#8217;intravvedono due diverse impostazioni. L&#8217;Introduzione guarda a un lettore piuttosto sprovveduto, quello che crederebbe ancora ai «secoli bui» o al Medioevo dominato da una «visione cupa della vita».</p>
<p>Naturalmente questo dà a Eco lo spunto per un godibile disegno del periodo, in cui sono valorizzate tutte le anticipazioni di un futuro che saprà rinnovare le arti e le scienze. Un disegno rafforzato dalla menzione di progressi tecnici e artistici che in parte preannunciano la rivoluzione rinascimentale.</p>
<p>I collaboratori, varie decine e di qualità ineguali, nelle loro brevi sintesi, che si succedono affannosamente, sembrano pensare invece a lettori di una certa cultura. Ma peccano forse di sopravvalutazione, se credono che sia chiara la definizione di tipologia come «corrispondenza fra tipo, solitamente nell&#8217;Antico Testamento, e antitipo, nel Nuovo» a chi non abbia letto l&#8217;articolo di Auerbach su «figura» ; oppure parlano di fueros, senza spiegare che cosa siano.</p>
<p>I capitoli su letteratura e teatro appaiono comunque come dei riassunti di storia letteraria (e si riconoscono spesso le fonti). Forse, dato che sono rivolti a non specialisti, avrebbero dovuto illustrare più ampiamente la creazione di nuovi generi, le tematiche, le innovazioni formali e contenutistiche, piuttosto che ambire a una completezza inventariale inutile per il non specialista, che non può intuire tutto ciò che sta dietro a qualunque informazione.</p>
<p>Guai poi se il riassunto non è preciso, come quando, per esempio, per il Roman de la Rose, si parla di «due versioni di Guillaume de Lorris e Jean de Meung», mentre i due poeti sono autori di due parti successive e non alternative del poema.</p>
<p>Che cosa sia poi questo Roman de la Rose, non si capisce bene. E meno si capiscono le proporzioni quantitative: i pur deliziosi lais di Maria di Francia occupano quattro pagine, la metà dell&#8217;epica, che vanta decine e decine di testi, rapporti con la storia e con la crociate, diffusione e sviluppi europei, ecc. Ci permettiamo di aggiungere qualche osservazione di tipo redazionale (riferendoci, in prevalenza, alle pp. 343-439 del secondo volume).</p>
<p>Pare che all&#8217;opera sia mancata una attenta revisione, della forma e dei contenuti. Disturba trovare refusi come poetrae per poetriae, artes dictamins per dictaminis; disturbano gli errori di francese antico e moderno, come Évangile aux femme invece che femmes oppure querelle des Anciennes (invece che Anciens) et des Modernes; oppure sainte Foy che, miracolosamente sdoppiata, diventa Saintes Foy. Non si può dire se la responsabilità sia redazionale o d&#8217;autore, come nel caso del titolo Comments d&#8217;amours, che pare alludere a un «commento» , mentre si tratta di un commens, «inizio» ; o di Li livres dou Tresor («Il libro», non «I libri» del Tesoro).</p>
<p>Insomma, i volumi diventeranno molto più pregevoli dopo una revisione attenta; ancora meglio se si aggiungerà un lessico dei tecnicismi e magari qualche informazione bibliografica. Chi vuole approfondire dove deve rivolgersi? I capitoli, forzatamente sintetici, sono poco più che degli aide-mémoire. E l&#8217;Indice si gioverebbe molto di riferimenti alle innumerevoli opere anonime, da citare per titolo, senza le quali l&#8217;elenco è dimezzato. Anche qui naturalmente occorrerebbe una revisione, così da non confondere, per esempio, la poetessa Maria di Francia con la contessa Maria di Champagne. Prosit.</p>
<p>__________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 7 aprile 2011</p>
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		<title>Robin Hood? Rubava ai ricchi per prestare a strozzo ai poveri!</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 08:47:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.badidea.co.uk/wp-content/uploads/2008/10/robin_hood_logo.jpg" alt="" width="90" height="90" />Robin Hood rubava sì ai ricchi, ma i soldi ai poveri li prestava, anziché regalarli. E&#8217; questa la tesi contenuta in un nuovo libro, secondo il quale il leggendario fuorilegge della foresta di Sherwood fu in realtà uno dei primi&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.badidea.co.uk/wp-content/uploads/2008/10/robin_hood_logo.jpg" alt="" width="90" height="90" />Robin Hood rubava sì ai ricchi, ma i soldi ai poveri li prestava, anziché regalarli. E&#8217; questa la tesi contenuta in un nuovo libro, secondo il quale il leggendario fuorilegge della foresta di Sherwood fu in realtà uno dei primi usurai e faceva tra l&#8217;altro parte dell&#8217;ordine dei Templari.</p>
<p>da www.ansa.it del 7 marzo 2010 <img class="alignnone" src="http://www.gildavenezia.it/hp-img/logo/ansa_logo3.gif" alt="" width="109" height="23" /></p>
<p>John Paul Davis, autore del volume &#8216;Robin Hood: the Unknown Templar&#8217;, ha elaborato la sua teoria studiando alcuni passaggi di un&#8217;antica ballata inglese che racconta come Robin Hood avesse prestato 400 sterline a un cavaliere che aveva un grosso debito con un abate. Nella ballata, intitolata a &#8216;A Gest of Robyn Hode&#8217; e che rappresenta uno dei primi riferimenti in forma scritta al celebre fuorilegge, Robin chiede al cavaliere se qualcuno può garantire per lui e poi accetta di prestargli i soldi, che dovranno essergli restituiti entro un anno.</p>
<p>Più avanti nella ballata, che risale al Cinquecento, il cavaliere torna da Robin e gli offre di restituirgli i soldi con un piccolo extra. Il fuorilegge si rifiuta tuttavia di accettare i soldi, dicendo di averli già rubati all&#8217;abate per punirli della sua avidità e dice al cavaliere che sarebbe sbagliato per lui farsi dare i soldi due volte. <img class="alignright" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/41x0OtMbSnL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" /></p>
<p>Secondo Davis inoltre, quanto descritto nella ballata proverebbe anche che Robin Hood era un membro dell&#8217;ordine dei Templari. Quel tipo di prestito era infatti praticato all&#8217;epoca soltanto dai Templari e trattandosi di una cifra molto grossa, &#8220;dietro al prestito &#8211; afferma Davis &#8211; doveva esserci una grossa organizzazione e non soltanto un fuorilegge solitario&#8221;.</p>
<p>______________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com l&#8217;8 marzo 2010</p>
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		<title>L&#8217;Imperatore Federico II e il demone della politica</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:09:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.homolaicus.com/storia/medioevo/images/federicoII.jpg" alt="" width="90" height="90" />L’arma della criminalizzazione dell’avversario politico, come si sa, è vecchia come il mondo. E se in questi ultimi mesi abbiamo visto paragonare un presidente del Consiglio liberamente eletto dalla maggioranza degli italiani a Hitler, Mussolini e al golpista argentino Videla,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.homolaicus.com/storia/medioevo/images/federicoII.jpg" alt="" width="90" height="90" />L’arma della criminalizzazione dell’avversario politico, come si sa, è vecchia come il mondo. E se in questi ultimi mesi abbiamo visto paragonare un presidente del Consiglio liberamente eletto dalla maggioranza degli italiani a Hitler, Mussolini e al golpista argentino Videla, molto peggio era accaduto a Federico II di Svevia che alla metà del XIII secolo cercò di ripristinare la grandezza del Sacro Romano Impero della Nazione germanica fondato nel 962 da Ottone I di Sassonia.</p>
<p>.</p>
<p>di Eugenio de Rienzo per &#8220;Il Giornale&#8221; del 30 dicembre 2009  <img class="alignnone" src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.gif" alt="" width="147" height="20" /></p>
<p>.</p>
<p>Se i ghibellini videro in lui lo strumento del giusto castigo divino che avrebbe punito lo strapotere del clero, il suo grande rivale, il pontefice Gregorio IX, dopo averlo scomunicato nel settembre del 1227, lo bollò del titolo di Anticristo. Da quel momento, la propaganda guelfa dipinse l’Imperatore come un convertito all’islam, un eretico negatore di tutte le religioni, diffondendo una leggenda nera che Dante avrebbe ripreso nella sua Commedia.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Salimbene de Adam avrebbe arricchito questa saga oscura di nuovi tenebrosi particolari nel libello, poi andato perduto, Le dodici scelleratezze di Federico Imperatore. Anche il monaco cistercense Gioacchino da Fiore fece la sua parte stilando una profezia che avrebbe dato luogo al mito secondo cui Federico II sarebbe ritornato a vivere, dopo mille anni dalla sua morte, per tornare a flagellare la cristianità nelle vesti di nuovo Nerone. Infine, nel primo decennio del Settecento, un erudito olandese rivelava che l’Imperatore tedesco doveva considerarsi come uno dei probabili autori del Trattato dei tre impostori, dove Mosè, Cristo e Maometto erano ritratti come avventurieri che avevano strumentalizzato la credulità dei loro adepti per soddisfare la propria brama di potere.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Proprio a partire dal XVII secolo, la leggenda nera fredericiana si tramutava tuttavia in leggenda aurea. Un pensatore che avrebbe anticipato molti temi dell’Illuminismo come Pietro Giannone esaltava nel principe svevo il creatore di un modello statale capace di aver ragione non solo delle forze disgregatrici del feudalesimo, ma soprattutto dell’ingerenza ecclesiastica nella vita pubblica. Dopo il 1870, numerosi storici tedeschi fecero di Federico il primo fondatore dello Stato assoluto superiore a ogni interesse particolare e idoneo a dare impulso alla volontà di potenza germanica. Nel 1933 anche il grande storico Ernest Kantorovicz scriveva al ministro dell’Educazione del Terzo Reich che «i miei scritti sull’Imperatore Federico II attestano pienamente il mio favore per una Germania nuovamente orientata in senso nazionale».<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Molto diversa da tutte queste letture ideologiche è la monumentale biografia di Wolfang Stürner (Federico II e l’apogeo dell’Impero, Salerno Editore, pagg. 1127, euro 84), che dichiara di aver voluto «proporre una ponderata interpretazione dell’Imperatore che ne evitasse ad un tempo l’eccessiva esaltazione come pure la sottovalutazione». Questo contributo sarà utile al pubblico italiano per evitare di cadere in un altro diffuso fraintendimento della verità storica. Proprio nel nostro Paese, infatti, si propagò alla fine degli anni Trenta l’ipotesi che la creazione del Regno di Sicilia (comprensivo in realtà di gran parte del Meridione), da parte di Federico II, sarebbe stato il mezzo per sanare la frattura tra le «due Italie» che avevano progressivamente divaricato il loro percorso a partire dal crollo dell’Impero romano.</p>
<p>Il Nord, sottoposto all’influenza della cultura germanico-romana, e il Sud, soggetto all’egemonia di quella bizantino-islamica, avrebbero potuto ricomporre la loro antica ossatura unitaria, proprio perché il nuovo Regno sarebbe stato unito nella persona di Federico all’Impero germanico che dominava almeno nominalmente il comparto settentrionale della Penisola. Da questa saldatura, avrebbe scritto Gabriele Pepe nel 1938, sarebbe stato il Mezzogiorno a godere dei maggiori vantaggi. La simpatia dell’Imperatore svevo per la civiltà araba e la sua amicizia personale con il nipote del grande Saladino avrebbero fatto dei suoi porti un ponte teso fra cristianità e mediterraneo islamico. Inoltre la sua energica azione di governo sarebbe stata in grado di reprimere gli abusi del sistema feudale. Soltanto la morte di Federico, avvenuta nel dicembre 1250, concludeva Pepe, avrebbe interrotto questo grande disegno.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Il volume di Stürner ha il grande merito di demolire questa congettura, ricordandoci come i poteri effettivi di colui che fu definito dai suoi contemporanei «lo stupore del mondo», fossero in realtà del tutto inadatti a raggiungere questo obiettivo. In linea di principio il diritto romano codificato dal grande Giustiniano e l’unzione divina che aveva accompagnato la sua incoronazione sancivano pienamente la sua autorità. Tuttavia nella realtà Federico mancava di quel monopolio della decisione politica che caratterizzerà l’età moderna, ma che era del tutto assente nel mondo medioevale. Le prerogative dell’Imperatore facevano tutt’uno infatti con quelle dei principi tedeschi, laici ed ecclesiastici, che trovarono nel figlio Enrico, nominato nel 1220 re di Germania, un più «liberale» difensore dei loro privilegi. Lo scontro politico su questa cruciale questione portò alla fine a una vera e propria guerra del padre contro il suo diretto successore che, sconfitto nel 1235, venne privato di ogni diritto al trono.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Ma quei privilegi che Enrico voleva tutelare e ampliare e che Federico intendeva invece decisamente ridimensionare, non avrebbero mai potuto essere annientati, a meno di non voler distruggere con essi i titoli della legittima sovranità imperiale. Più risoluta fu invece la lotta dell’Imperatore per abbattere l’autonomia dei centri urbani del meridione italiano anche a costo di usare la mano forte come accade nella sanguinosa repressione della rivolta di Messina del 1234. In quell’opera il sovrano svevo ebbe sicuramente successo, anche perché non incontrò nessun tipo di resistenza paragonabile a quella strenua e vittoriosa che i Comuni lombardi opposero a Legnano al suo avo Federico Barbarossa nel maggio del 1176.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" /></p>
<p>_______________________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 21 gennaio 2010</p>
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		<title>Il Medioevo fuori dai ricordi (sbagliati) di scuola</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 11:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.agoranews.it/assets/18.jpg" alt="" width="90" height="90" />Un Medioevo senza piramidi feudali, senza vescovi-conte, senza servi della gleba e senza strapotere pontificio almeno fino all’Anno Mille: molto lontano, dunque, dai ricordi scolastici e dalle semplificazioni, dai luoghi comuni di chi vuole solo il Medioevo che piace al pubblico, fatto&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.agoranews.it/assets/18.jpg" alt="" width="90" height="90" />Un Medioevo senza piramidi feudali, senza vescovi-conte, senza servi della gleba e senza strapotere pontificio almeno fino all’Anno Mille: molto lontano, dunque, dai ricordi scolastici e dalle semplificazioni, dai luoghi comuni di chi vuole solo il Medioevo che piace al pubblico, fatto di “secoli bui” e decadenza. E’ quello che ci presenta la fascinosa cavalcata attraverso l’”età di mezzo” di Renato Bordone e Giuseppe Sergi, <strong>Dieci secoli di medioevo</strong> (Einaudi, 415 pagine, 26 euro), opera con la quale  la &#8220;scuola di Torino&#8221; di medievistica, fra le più note a livello internazionale, è pervenuta a un prodotto di sintesi divulgativa per il largo pubblico.</p>
<p>.</p>
<p>di Carlo Grande da La Stampa <img class="alignnone" src="http://www.lastampa.it/common/images/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" /></p>
<p>.</p>
<p>Nel libro le sorprese non mancano: a proposito delle origini dei comuni, ad esempio, che nella maggior parte dei casi non furono borghesi ma aristocratiche, perché i promotori della “rinascita cittadina” erano per lo più membri dell&#8217;élite militare o della struttura dell’autorità: per ben cinque secoli, dal IX al XIII, i poteri locali furono inoltre appannaggio di “signori di castello”, sorta di “self-made-man”, e non dei feudatari che avevano ricevuto il potere dall&#8217;alto. Per non parlare del potere ecclesiastico: fino a Gregorio VII e al secolo XI, la Chiesa non era una monarchia papale, poiché il Papa era poco di più che il vescovo di Roma e tutti gli altri vescovi non erano suoi sottoposti. Nell&#8217;alto Medioevo – spiegano ancora Bordone (in alto, nella foto piccola) e Sergi &#8211; il denaro circolava, c&#8217;erano i mercati, l&#8217;economia non era affatto “chiusa” e il baratto era poco praticato; e i Franchi i dominarono l’Europa perché non imposero i loro usi, ma erano inclini alle integrazioni fra diverse civiltà: Il Medioevo – si legge– fu una “millenaria stagione di rimescolamenti”, con una “pluralità di poteri”. Altro cliché da sfatare, la definizione di “Germani” applicata a troppi popoli. Sarebbe ora di chiamarli semplicemente &#8211; alla greca &#8211; “barbari”, perché il primo termine suggerisce un&#8217;appartenenza etnica per niente sentita dai protagonisti. Questo vale per molte tribù, comprese quelle &#8211; cadono in questi mesi i duemila anni dal massacro nella selva di Teutoburgo – guidate dal “barbaro” Arminio.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 9px; margin-right: 9px;" src="http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/admin/immagine.asp?ID_blog=248&amp;ID_file=104" alt="" width="194" height="300" align="right" /></p>
<p>La definizione di “barbaro” vale anche per il principe sciro Odoacre, che depose nel 476 d.C. ‘ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augustolo (nell&#8217;immagine, la scena che lo ritrae mentre riceve l&#8217;imperatore romano). Gli Sciri si erano stanziati nella regione dei Carpazi ed erano genti definite “germaniche”, ma Odoacre era a capo di un esercito composito, fatto da Eruli, Rugi e varie altre tribù danubiane. Insomma, fra le colonne d’Ercole cronologiche che segnano i dieci secoli medievali – 476 d.C. deposizione di Romolo Augustolo, e 1492, involontaria scoperta dell’America e delle sue immense ricchezze, corrono molti fatti e tanti stereotipi colti. Quanto a Odoacre, anche lui ci riserva una piccola sorpresa: era l’erede della sapienza militare unna, quindi, culturalmente, uno di loro. Suo padre era alle dipendenze nientemeno che di Attila.</p>
<p>___________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 14 novembre 2009</p>
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		<title>Luciano Canfora VS Barbara Frale: scontro sulla Sindone</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2009 13:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.timestars.org/images/sindone.jpg" alt="" width="90" height="90" />Botta e risposta sul quotidiano torinese &#8220;La Stampa&#8221; fra la studiosa Barbara Frale &#8211; sostenitrice dell&#8217;autenticità della Sindone &#8211; e Luciano Canfora, a caccia di falsi storici da smascherare dopo il caso del Papiro di Artemidoro. Ecco qui di seguito&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.timestars.org/images/sindone.jpg" alt="" width="90" height="90" />Botta e risposta sul quotidiano torinese &#8220;La Stampa&#8221; fra la studiosa Barbara Frale &#8211; sostenitrice dell&#8217;autenticità della Sindone &#8211; e Luciano Canfora, a caccia di falsi storici da smascherare dopo il caso del Papiro di Artemidoro. Ecco qui di seguito l&#8217;articolo di Mario Baduino con le rivelazioni di Barbara Frale e la successiva intervista di Luciano Canfora e la risposta della Frale al filologo.</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2009/07/storia-in-rete-n%C2%B0-45-46-luglio-agosto-2009/">VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SULLA SINDONE? </a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2009/07/storia-in-rete-n%C2%B0-45-46-luglio-agosto-2009/">Leggi il numero 45-46 di Storia in Rete, in edicola a luglio e agosto 2009</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2009/07/storia-in-rete-n%C2%B0-45-46-luglio-agosto-2009/"><img class="alignnone" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/07/i-cover-storia-45-46.jpg" alt="" width="104" height="148" /></a></p>
<p>______________________________</p>
<p><span class="boxocchiello2">LE INDAGINI DELLA STORICA BARBARA FRALE</span></p>
<h1>&#8220;La Sindone è vera, vi spiego perché&#8221;</h1>
<p>MARIO BAUDINO &#8211; La Stampa del 21/7/2009 <img class="alignnone" src="http://www.lastampa.it/common/images/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" /></p>
<div class="articologirata">Sulla Sindone c’è una scritta in caratteri ebraici che rinvia all’aramaico, la lingua dei primissimi cristiani. L’ha scoperta uno scienziato francese, Thierry Castex, e ne dà notizia per la prima volta una studiosa italiana, Barbara Frale, nel suo saggio da poco uscito per il Mulino col titolo <em>I templari e la Sindone di Cristo</em>. E’ invisibile a occhio nudo, ma è stata evidenziata grazie a procedimenti fotografici; una presenza del genere sul lenzuolo conservato a Torino, che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù, non è certo un episodio che possa restare confinato nel mondo degli studiosi. La storica italiana, ufficiale dell’Archivio segreto Vaticano, ha ricevuto la documentazione per un consulto, e d’accordo con lo scopritore l’ha resa pubblica nel libro sui Templari, che è il prologo a un nuovo lavoro, tutto sul «Sacro lino», di imminente pubblicazione. I due argomenti sono collegati. Barbara Frale è nota per aver trovato fra le carte vaticane nuovi documenti sull’atteggiamento del papa Clemente V nei confronti dei monaci-guerrieri accusati di eresia, quando all’inizio del Trecento il re di Francia Filippo il Bello scatenò contro di essi una repressione feroce. Ha smontato le leggende esoteriche e dimostrato la riluttanza del Papato rispetto alla persecuzione, che per ragioni politiche non poté essere comunque impedita. Nel libro appena uscito segue il filo che lega la Sindone all’austero esercito nato dopo la prima crociata per proteggere i pellegrini in Terrasanta, diventato una grande potenza «multinazionale» e finito sui roghi. Arriva a conclusioni appassionanti, perché conferma l’intuizione di uno studioso inglese secondo cui dopo il saccheggio di Costantinopoli ad opere di veneziani e francesi (nel corso della quarta crociata), il lenzuolo passò effettivamente in mano templare: ma per essere conservato e adorato in gran segreto.</p>
<p>Le misteriose testimonianze sul culto di un idolo o di un volto demoniaco andrebbero così riferite ai pochi eletti che ebbero modo di vedere la Sindone, ripiegata allo stesso modo in cui la conservava l’imperatore di Bisanzio. Ma di qui in poi, l’obiettivo cambia. Barbara Frale è sulle tracce più antiche della Sindone. Al centro di questa ricerca si staglia l’imprevedibile scritta in aramaico, pochi caratteri che tuttavia possono essere ricondotti a un significato del tipo: «Noi abbiamo trovato». Ma vengono proposti anche nuovi documenti, per esempio sull’arrivo nella capitale dell’Impero d’Oriente della preziosa reliquia. E contro la tesi che venisse adorato in realtà un «fazzoletto» con un ritratto dipinto (il mandylion), la studiosa esibisce un testo scoperto nel ’97 sempre alla Biblioteca Vaticana (dallo storico Gino Zaninotto). E’ un’omelia del X secolo in cui viene descritta la reliquia, che l’imperatore Romano I aveva mandato a prelevare nella città di Edessa.</p>
<p>L’autore è Gregorio il Referendario, arcidiacono della Basilica di Santa Sofia, incaricato della delicatissima operazione nell’anno 943. Non parla di un fazzoletto dipinto, ma di una grande immagine: pare proprio di leggere la descrizione della Sindone di Torino, che pure anni fa venne sottoposta all’esame del carbonio 14, usato per datare i reperti antichi, e dichiarata un manufatto medioevale. Come spiega la Frale questa contraddizione? «L’esperimento aveva, date le tecnologie a disposizione in passato, ampi margini di ambiguità. E poi non è stato condotto in modo verificabile», sostiene la studiosa. Ormai, aggiunge, non fa più testo. «I documenti mi portano molto più all’indietro nel tempo. Anche nel quarto secolo ci sono testi che parlano della Sindone».</p>
<p>Ma torniamo alle scritte, che in realtà sono più d’una: in greco, e anche in latino, scoperte a partire dal 1978. Lei spiega che non sembrano vergate sul lino, ma impresse per contatto, forse casuale, con cartigli e reliquiari. Che cosa dimostrano? «Quella in caratteri ebraici poteva essere un motivo importante per spiegare la segretezza di cui i templari circondarono la Sindone, in anni di fortissimo antisemitismo». Però c’è dell’altro: «Sì, c’è il fatto che dopo il 70 non si parlò più aramaico nelle comunità cristiane. E già San Paolo scriveva in greco». A cosa sta pensando, allora? «Ci sono molti indizi, direi un’infinità, che sembrano collegare la Sindone ai primi trent’anni dell’era cristiana. Per ora è una traccia di ricerca». Pensa che il testo si sia impresso prima del 70? «Quel che sappiamo del mondo antico ci costringe a formulare questa ipotesi». E qui la studiosa si ferma, rinviando al nuovo libro, <em>La Sindone di Gesù Nazareno</em>, che uscirà sempre per il Mulino prima di Natale. Ma non si sottrae alle domande. La prima è ovvia: come escludere che si tratti semplicemente di un «falso», nel senso di una reliquia costruita e modificata nel tempo?</p>
<p>Magari realizzata proprio sulla scorta dei Vangeli? «Innanzi tutto il mondo antico non ha mai avuto interesse a confermare i Vangeli. Non conosce il nostro concetto di riscontro o di prova. In secondo luogo le scritte possono essere datate, in base alla loro forma, alla grammatica, al contesto. Gli studiosi che le hanno esaminate le fanno risalire a un periodo fra il primo e il terzo secolo». Si ritiene però che l’archeologia del terzo secolo fosse molto diversa dalla nostra. La madre di Costantino trovò a Gerusalemme tutto ciò che desiderava, dalla croce alla casa di Pietro. «Non è così semplice. Quest’idea rischia di diventare un luogo comune. La questione dell’imperatrice Elena è un capitolo a parte».</p>
<p>Ultima osservazione: la Sindone riporta un’immagine tridimensionale. Per ottenerla non posso avvolgere semplicemente un corpo in un lenzuolo, come farei al momento della sepoltura. «No, deve fare molte altre cose, questo è vero. Però ricordiamoci che, data la sua sacralità, è difficile accostare e studiare l’oggetto stesso». Infatti queste scritte non sono mai state viste da nessuno, in tanti anni, anche quando la Sindone era, come lei spiega, molto meno sbiadita di adesso. «Tenga conto che veniva avvicinata raramente, e con una forma quasi di terrore sacrale. Io comunque non mi sono interrogata sulla sua formazione, perché sarebbe un tentativo di razionalizzare una materia dove lo storico, qualora lo faccia, si espone a troppi rischi, anche di figuracce. Come chi aveva spiegato la trasfigurazione di Cristo ricorrendo ai fenomeni ottici che si verificano sui ghiacciai. Preoccupiamoci piuttosto di studiare seriamente. L’unica cosa certa è che dobbiamo toglierci dalla testa di avere in mano, al proposito, le carte definitive».</p></div>
<div class="articologirata">____________________________________________________</div>
<div class="articologirata"><span class="boxocchiello2">IL LIBRO DELLA FRALE SULL&#8217;AUTENTICITA&#8217; DELLA RELIQUIA</span></p>
<h1>&#8220;Quelle scritte sulla Sindone non provano un bel niente&#8221;</h1>
</div>
<div class="sezione">MARIA GIULIA MINETTI su &#8220;La Stampa&#8221; del 22\7\2009 <img class="alignnone" src="http://www.lastampa.it/common/images/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" /></div>
<div class="sezione">.</div>
<div class="articologirata">Ha confutato l’autenticità del papiro di Artemidoro, avallata da uno studioso della statura di Salvatore Settis, col piglio diresti giocoso che è una sua maniera amabile o insopportabile &#8211; dipende dalla posizione dell’interlocutore &#8211; di evitare la pomposità accademica senza evitarne affatto l’autorevolezza, la dottrina. Luciano Canfora, filologo classico dotato di una vivacità polemica pari alla brillante capacità di narratore, accetta subito di commentare la nuova scoperta relativa alla Sindone e alla sua datazione fatta dallo studioso francese Thierry Castex e divulgata dalla storica italiana Barbara Frale nel libro <em>I templari e la Sindone di Cristo</em> appena pubblicato dal Mulino (vedi sulla <em>Stampa</em> di ieri l’articolo di Mario Baudino «<a class="linkblu" href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200907articoli/45702girata.asp">La Sindone è vera. Vi spiego perché</a>»).</div>
<div class="articologirata">
<p><strong>La nuova scoperta, dunque…</strong><br />
«Se lei la chiama scoperta, l’ammiro».</p>
<p><strong>Sono i due studiosi a chiamarla così. Sostengono che una scritta in caratteri ebraici e in lingua aramaica rinvenuta solo ora sulla Sindone la daterebbe a un periodo anteriore al 70 d. C. Come mai? Perché dopo quella data, ci informano, l’aramaico smise di essere parlato.<br />
</strong>«Va bene, esaminiamo questo ragionamento, se vogliamo chiamarlo così. Guardiamo da vicino su che basi si sostiene. Procederò pian piano, come suggerisce Orazio, per ignes suppositos cineri doloso, attento ai fuochi che potrebbero covare sotto la cenere ingannatrice».</p>
<p><strong>Che cenere?</strong><br />
«Be’, quella deposta sulla guerra civile. In quest’ode Orazio sconsiglia a Asinio Pollione di scriverne la storia, roba scottante…».</p>
<p><strong>Come le diatribe sulla Sindone?</strong><br />
«Per carità. La guerra civile è una cosa seria, le baruffe sulla datazione della Sindone no».</p>
<p><strong>Lei ha un tono caustico.</strong><br />
«Davvero? Be’, vediamo un po’ la questione che abbiamo davanti. L’argomento portato dai nostri due studiosi è che nel 70 non si parlava più aramaico. E allora?».</p>
<p><strong>E allora cosa?</strong><br />
«Ma scusi, la scritta può essere stata aggiunta in qualunque altro periodo. Il latino non si parla più da molto tempo, però lei magari scriverà nel suo articolo le parole dell’ode di Orazio. E allora?».</p>
<p><strong>Barbara Frale sostiene che ci sono buone ragioni per credere che la scritta si sia impressa sul lino della Sindone «per contatto», forse casuale, con cartigli e reliquiari.</strong><br />
«Le scritte, tra l’altro, sono più d’una, non solo quella in aramaico, ci viene detto. Ce n’è anche in greco e in latino, un’<script src="http://www.storiainrete.com/wp-content/plugins/cforms/js/langs/it.js?ver=311" type="text/javascript"></script><script src="http://www.storiainrete.com/wp-content/plugins/wp-polls/tinymce/plugins/polls/langs/it.js?ver=311" type="text/javascript"></script>enciclopedia! Un coacervo inconcepibile. Ma lasciamo stare, c’è ben altro».</p>
<p><strong>Cioè?</strong><br />
«Sia sul vostro giornale sia sulla Repubblica la signora Frale ha ribadito la sua convinzione che la scritta si sia impressa sul lenzuolo per contatto. Dice d’essere persuasa che il testo con cui la Sindone entrò in contatto non fosse un libro ma un documento. Dunque ne è proprio convinta».</p>
<p><strong>Si direbbe proprio di sì.</strong><br />
«Già, ma quando trasferisco per contatto la scrittura si capovolge. Anche nello pseudo-Artemidoro c’è una scrittura che si dice impressa, e naturalmente è capovolta. Qui non è successo, il che è assurdo, francamente. Viene in mente il grandissimo Boccaccio e la piuma dell’Arcangelo Gabriele di frate Cipolla. Certo era una piuma, quanto all’Arcangelo Gabriele… La Sindone è sicuramente un grande telo. Quanto a datarla…».</p>
<p><strong>Barbara Frale giudica inattendibile l’esame del carbonio 14 che colloca l’origine del manufatto nel Medioevo.</strong><br />
«Ha ragione, il carbonio 14 per oscillazioni di tempo brevi è, più che inattendibile, inutile. Serve a stabilire se una certa selce è del Pleistocene o dell’Età del Ferro. Ma per oggetti come la Sindone o il Papiro di Artemidoro affidarsi all’esame del carbonio 14 è ridicolo».</p>
<p><strong>In conclusione, lei dice che queste cosiddette nuove prove non provano un bel niente.</strong><br />
«Nulla di nulla. Ma che escano ora, che se ne discuta ora, secondo me dipende dall’imminente visita del Papa a Torino. Ci verrà l’anno venturo e ci sarà l’ostensione della Sindone, ed ecco che tutti quelli che sono interessati alla cosa puntano di nuovo gli occhi sulla reliquia».</p>
<p><strong>Lei è sicuro che si tratti d’un oggetto realizzato molti secoli dopo la morte di Cristo, vero?</strong><br />
«Nel 1978 uscì un libro di Vittorio Pesce intitolato E l’uomo creò la Sindone, edizioni Dedalo. L’argomento &#8211; e la dimostrazione del titolo &#8211; vi è trattato in ogni aspetto, incontrovertibilmente. Basta rifarsi a questo libro, il resto è un inutile sofisticare».</div>
<div class="articologirata">_____________________________________________________________</div>
<div class="articologirata"><span class="boxocchiello2">BARBARA FRALE</span></p>
<h1>&#8220;Quelle critiche di Canfora mi ricordano Harry Potter&#8221;</h1>
<div class="sezione">BARBARA FRALE su &#8220;La Stampa&#8221; il 23/7/2009 <img class="alignnone" src="http://www.lastampa.it/common/images/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" /></div>
<div class="articologirata"><em>Dopo la pagina dedicata martedì alle nuove ricerche sulla Sindone da parte di Barbara Frale, convinta di avere le prove dell’autenticità della reliquia, La Stampa ha pubblicato ieri un’intervista in cui Luciano Canfora smonta le sue tesi. Oggi la replica della studiosa.</em></p>
<p>In tutte le epoche ci sono state persone che, scrutando gli astri, i fondi di caffè o le palle di vetro, hanno visto cosa c’è nel futuro: si chiama arte della divinazione, una materia fondamentale nel curriculum di studi di Harry Potter a Hogwarts. Questi maghi esistono anche da noi. Mi riferisco alla critica mossa dal professor Luciano Canfora (<em>La Stampa</em> di ieri) al mio prossimo libro in cui tratterò dettagliatamente le tracce di scrittura identificate da alcuni scienziati francesi sulla Sindone.</p>
<p>Sono dispiaciuta nel constatare come un ricercatore autorevole polemizzi preliminarmente con un libro che non è stato ancora pubblicato e che uscirà presso il Mulino solo il prossimo novembre. Nel mio libro attualmente disponibile<em>, I Templari e la Sindone di Cristo</em>, le scritte in questione sono state solo presentate con cenni brevissimi e ho specificato con chiarezza che l’argomento sarebbe stato trattato come merita solo nel prossimo saggio.</p>
<p>Passando dal metodo al merito, ricordo che il professor Canfora è certamente un esperto nel suo settore specifico di studi, la filologia greca, non altrettanto si può dire in altri campi della ricerca come la paleografia e la papirologia, inoltre non mi risulta abbia mai studiato né i Templari né la Sindone. Piuttosto che la prova della falsità della reliquia citata da Canfora e fornita da Vittorio Pesce Delfino, preferirei qui ricordare la recente dimostrazione di Raymond N. Rogers del laboratorio di Los Alamos (University of California), che ha sottoposto fibre di lino tratte dalla Sindone al test di rilevamento della vanillina (un composto della lignina presente nel lino) e si è accorto che queste fibre si comportano allo stesso modo di campioni prelevati sul sito archeologico di Qumran, molto diversamente da tessuti medievali. In effetti lo stesso Canfora riconosce che l’analisi con il radiocarbonio non è affidabile per i metodi assai discutibili usati nel prelevare i campioni (e non certo pe<script src="http://www.storiainrete.com/wp-content/plugins/cforms/js/langs/it.js?ver=311" type="text/javascript"></script><script src="http://www.storiainrete.com/wp-content/plugins/wp-polls/tinymce/plugins/polls/langs/it.js?ver=311" type="text/javascript"></script>r una presunta incapacità dei laboratori che l’hanno effettuata).</p>
<p>Rispondo infine all’obiezione di Canfora il quale sostiene che le scritte, se davvero fossero state trasferite sul lino, dovrebbero risultare capovolte. Nel mio libro disponibile in libreria (ma che evidentemente non ha ancora letto) spiego infatti che sono capovolte, ma che per comodità dei lettori abbiamo deciso di riprodurle girate come stavano sul documento che le riportava. La discussione sulle misteriose scritte della Sindone verrà e io sono la prima a volerla, come si vedrà nel mio libro che uscirà a novembre, dove presento questa ipotesi come una proposta di studio avvalorata da centinaia di indizi. Ma il professor Canfora, come tutti i lettori appassionati della materia, deve avere un po’ di pazienza.</p></div>
<div class="articologirata">______________________________________________________________</div>
<div class="articologirata">Inserito su www.storiainrete.com il 14 agosto 2009</div>
</div>
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		<title>Jacopone da Todi, un frate tra storia e leggenda</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 10:15:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bonifacio VIII]]></category>
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		<category><![CDATA[Jacopone da Todi]]></category>
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		<category><![CDATA[medioevo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.international.rai.it/taccuinoitaliano/img/152x144/jacoponedatodi1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Vita e misteri di una delle figure più controverse del mondo francescano. Autore di splendide laudi, fu uno dei padri della nostra letteratura. Seguace di san Francesco e oppositore di papa Bonifacio VIII, “giullare” e mistico, percorse l’Umbria medievale lasciando,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.international.rai.it/taccuinoitaliano/img/152x144/jacoponedatodi1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Vita e misteri di una delle figure più controverse del mondo francescano. Autore di splendide laudi, fu uno dei padri della nostra letteratura. Seguace di san Francesco e oppositore di papa Bonifacio VIII, “giullare” e mistico, percorse l’Umbria medievale lasciando, ai suoi tempi, pochissime tracce. Sul suo conto, dopo la morte, fiorirono numerose leggende. Storia di frate un che non riuscì – suo malgrado &#8211; a diventare santo.</p>
<p>Di Elena Percivaldi &#8211; da <span style="color: #993300;"><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-17-marzo-2007/" target="_blank">Storia in Rete n° 17</a></strong></span></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/05/74-79-jacopone.pdf">Jacopone da Todi: pazzo, mistico o santo?</a></p>
<p>«O papa Bonifazio, molt’ài iocato al mondo; / pensome che iocondo non te ’n porrai partire!». La celebre invettiva di Jacopone da Todi contro il pontefice  Bonifacio VIII, che lo aveva  fatto incarcerare  nei sotterranei del convento di San Fortunato, risuona ancora oggi come un potente monito contro chi, nella Chiesa, più che di questioni spirituali si ostina ad occuparsi  di faccende mondane, allontanandosi  da quel modello di santità indicato con tanta forza da chi da sempre si richiama alla parola vera di Cristo.  E sono versi che tra l’anno scorso e quello appena iniziato sono stati e saranno letti e recitati chissà quante volte  insieme ai tanti altri scritti dal frate nelle sue Laude, visto che di Jacopone, nel 2006, si sono celebrati i 700 anni della morte. Un omaggio più che doveroso nei confronti di  uno dei protagonisti della letteratura italiana delle origini e di uno dei padri della nostra tradizione poetica, che continua anche nei prossimi mesi.</p>
<p>UNA VITA AI MARGINI<br />
Jacopone (o Iacopone, secondo una variante grafica) da Todi, al secolo Jacopo  de’ Benedetti, nacque a Todi da famiglia nobile intorno al 1230. Dopo  aver studiato giurisprudenza a Bologna, si avviò alla carriera notarile  in  città finché, nel 1268, fu colpito da una  tragedia che gli avrebbe cambiato la vita: la morte dell’amatissima moglie Vanna, travolta dall’improvviso crollo del  pavimento di casa. Al dolore e allo  sconcerto che seguì il lutto si aggiunse la scoperta che la consorte, di nascosto, indossava il cilicio come veste penitenziale.  Jacopone  conobbe così una vera e propria crisi mistica che lo portò, seguendo le orme di san Francesco d’Assisi, a lasciare il lavoro e i rapporti sociali per  iniziare un percorso di pubblica  penitenza e umiliazione. Un iter spirituale profondo e sofferto, al quale non furono alieni momenti di esaltazione che rasentavano la follia, come quando – narrano le fonti &#8211; giunse ad un convivio camminando carponi carico di un basto d’asino, oppure  quando alle nozze del fratello si  presentò nudo, spalmato di grasso e rivoltato fra piume. Per dieci anni, Jacopone  fece vita di  “bizzoco”, dedicandosi  cioè all’ascesi e mendicando, collocandosi dunque ai margini della società, ultimo fra gli ultimi.  Un’esperienza radicale, che terminò solo nel 1278 quando entrò nell’ordine francescano come frate laico.</p>
<p>TEMPI CUPI<br />
Erano, gli ultimi decenni del secolo XIII, momenti cupi per il movimento fondato mano di cinquant’anni prima con tante difficoltà dal poverello di Assisi. Morto Francesco nel 1226, l’ordine, nonostante la fulminea e capillare diffusione un po’ ovunque,  si macerava nel travaglio delle lotte intestine tra la fazione dei  Conventuali, intenzionati ad attenuare il rigore  pauperistico della regola di san Francesco, e il gruppo degli Spirituali,   fermamente vocati  a mantenere inalterato lo spirito originario dell’Ordine.  Jacopone si schierò con questi  ultimi, e insieme ai cardinali Jacopo e Pietro Colonna  arrivò al punto di  disconoscere   &#8211; firmando il cosiddetto “manifesto di Lunghezza  del 10 maggio 1297 &#8211; la validità dell’elezione di papa Bonifacio VIII, che invece  vedeva di buon occhio l’affermazione dei Conventuali ed aveva sostituito il suo predecessore Celestino V, al secolo Pier del Morrone, “costringendolo” a lasciargli il posto. La reazione del pontefice non si fece attendere. Prima emanò contro gli oppositori  la scomunica, poi spedì loro contro un vero e proprio esercito. La  roccaforte dei Colonna a  Palestrina, stretta in d’assedio, capitolò un anno dopo e fu rasa al suolo. Sul terreno il papa fece spargere il sale in modo che non vi potesse crescere più nemmeno l’erba.<br />
Jacopone, catturato,  fu condannato  al carcere perpetuo.  A liberarlo fu, nel 1303,  il successore del Caetani,  Benedetto XI. Ormai vecchio e prostrato, il frate poeta poté così  trascorrere  gli ultimi  anni  della sua vita nel  convento di San Lorenzo di Collazzone, nelle vicinanze di Todi,  dove si  spense, pare, il 25 dicembre del 1306.</p>
<p>GIULLARE O SANTO?<br />
Fin qui la storia nota. Ma Jacopone fu un mistico e un santo oppure un giullare e un eretico?  Sono due giudizi sulla personalità esattamente agli antipodi, eppure forse entrambi dotati dello stesso “diritto di cittadinanza”, se è vero come è vero che del frate francescano di ufficiale si conosce, in effetti, ben poco. Le fonti sono scarse e poco attendibili, e le poche notizie sulla sua vita derivano da una Leggenda scritta, sembra, intorno al 1425 che molto deve a ciò che di se stesso Jacopone scriveva nelle sue Laude.<br />
Strano a dirsi, ma nonostante la fama di santità di Jacopone si fosse diffusa subito dopo la sua morte, per avere un biografo – o meglio, un agiografo – il frate dovette attendere quasi un secolo, sino al ritratto scritto da un certo Bartolomeo da Pisa nel suo De Conformitate. Fino a quel momento, l’unico documento certo e attendibile è il già citato “Manifesto di Lunghezza”: tra i testimoni che firmano la dichiarazione di non validità della rinuncia al papato da parte di Celestino V e decretano illegittima l’elezione del suo successore Bonifacio VIII c’è proprio il nostro frater Iacobus Benedicti de Tuderto. Tralasciando un altro paio di documenti che parrebbero citare Jacopone tra i testimoni, qualche nota che appare qua e là in cronache scritte nel ‘300 e qualche appunto quattrocentesco, nulla o quasi pare parlarci del frate. Che sembra, ad eccezione della nota vicenda in cui si oppose a Bonifacio VIII e che lo portò in carcere, scomunicato, quasi un fantasma. Fu dopo la morte, dunque, che iniziarono a fiorire sul suo conto numerose leggende, a cominciare dalla vera data della sua scomparsa. Se infatti una nota del codice di Chantilly fissa tale momento al 25 marzo (sbagliando  però l’anno, indicato nel 1296, quando invece sappiamo che nel ’97 era a Lunghezza), fra Mariano da Firenze, autore di un paio di Vite di Jacopone in volgare e in latino, sostiene che il frate morì il 25 dicembre del 1306 a Collazzone e che fu sepolto nel convento di Montesanto (o Montecristo), a Todi.</p>
<p>SOMIGLIANZE SOSPETTE<br />
Questione risolta? Niente affatto. Fra Mariano scrive tra fine Quattro e inizi Cinquecento, e riprende nei dettagli – compresi gli aneddoti sulla conversione dopo la morte della moglie, la vita da “bizzocone” e l’ascesi – la Vita scritta tra il 1474 e il 1476 da Giacomo Oddi: entrambi, dunque, scritti molto tardi. Di più. Se si legge la cronaca delle ultime ore di Jacopone secondo il racconto che ne fece il suo primo agiografo, si nota infatti una indubbia somiglianza con la dipartita di un altro personaggio ben noto ai francescani e stranamente omonimo del Nostro, Iacopo da Falerone. Dipartita narrata negli Actus beati Francisci et sociorum eius. Sia Jacopone che Iacopo avrebbero ricevuto infatti, al proprio capezzale, la visita del francescano Giovanni della Verna, giunto miracolosamente a somministrare i sacramenti, il che rende il racconto, vista la congruenza dei dettagli, fortemente sospetto. Come e quando morì dunque Jacopone? Impossibile dirlo con certezza. Non serve, allo scopo, nemmeno seguire gli spostamenti che dovette subire la sua salma. Innanzitutto, perché il frate fu tumulato non a Collazzone, dove morì, ma a Montesanto? Da lì, poi, secondo una nota datata 1433, le ossa sarebbero state spostate a un centinaio di metri di distanza, nell’Ospedale della Carità. Perché? Qui la risposta è più facile. Pare che le Clarisse stessero lasciando per sempre il monastero, ormai quasi ridotto visti i mala tempora, ad un cumulo di macerie.  Infine, le ossa trovarono la loro dimora definitiva in San Fortunato.</p>
<p>SANTO MANCATO<br />
L’immagine del frate tramandataci dalla Legenda che si formò sul suo conto risente fortemente dell’intento edificante che vi profusero gli autori delle Vite. Jacopone, quindi, emerge come un modello di amore per Dio e per il prossimo, nel totale disprezzo per il mondo e le sue lusinghe, forte di una vita condotta nel rigore e nella povertà perseguiti fino agli eccessi. Senza timore di essere giudicato pazzo. In ciò richiama chiaramente alla memoria l’esempio di san Francesco e forse, chissà, come il poverello d’Assisi avrebbe potuto conoscere l’onore degli altari. Le cose però andarono diversamente. In certi ambienti ecclesiastici, le scelte fin troppo rigoriste del frate, che già in vita gli avevano attirato l’accusa di volersi spingere “ai margini” dell’ortodossia, lo resero vittima dopo la morte, se non di una vera e propria damnatio memoriae, almeno della congiura del silenzio. A scrivere la parola “fine” sulla sua eventuale beatificazione fu però forse il suo concittadino Giovanni Battista Guazzaroni (morto nel 1624), che ne scrisse la biografia per così dire “definitiva”, anche se in realtà sul piano storico è la meno attendibile. Il “suo” Jacopone,  appartenente alla «antica et honorata famiglia de Benedetti», tra invenzioni di nomi e di fatti, si staglia in un’epoca irrorata di tensioni tra le «diaboliche fattioni de Guelfi e Gibellini» come un uomo illustre, non certo come un santo. Ed ecco l’epilogo di questa storia di fraintendimenti. Nel 1596 il vescovo Angelo Cesi fece costruire, sotto l’altare maggiore della chiesa di San Fortunato, una tomba per ospitarne le spoglie di Jacopone da Todi. Incisa sopra, gaffe involontaria ma che ha il tragico sapore della beffa, la data di morte sbagliata.</p>
<p>BOX: LA POESIA: DALL’INVETTIVA ALLA MISTICA DEL LUTTO</p>
<p>La poesia di Jacopone è contraddistinta da una grande varietà di temi, dalla violenta  condanna del vizio all’esortazione alla povertà, dall’invettiva  contro le degenerazioni del clero contemporaneo e contro lo stesso  papa, a un profondo slancio mistico.  Il corpus poetico a lui attribuito consta di un centinaio circa  di Laudi,  tra cui le celeberrime  Donna de Paradiso e Il pianto della Madonna, un trattato  ascetico e alcuni componimenti latini tra i quali, per intensità e fortuna, svetta lo Stabat Mater, che racconta il dolore della Madonna ai piedi della Croce dove è crocifisso Gesù.<br />
Il linguaggio di Jacopone è  basato fondamentalmente sul dialetto umbro,  crudo e sensuale;  la struttura metrica contamina modelli  dell’innografia latina con elementi della tradizione volgare, a dimostrazione della loro forte letterarietà. Letterarietà che è contraddistinta, sempre, da un acceso  spirito combattivo che lo colloca al tempo  dello scontro interno al movimento francescano tra Spirituali e Conventuali, tra chi cioè (semplificando, ma non troppo) era per una riforma profonda della Chiesa in senso rigorista e morale, e  chi invece non si scandalizzava del suo avere a che fare, in tutto e per tutto,  con le “cose del mondo”.<br />
Dopo la sua morte i suoi versi conobbero una grande diffusione soprattutto a livello popolare.  A favorirne l’apprezzamento senz’altro  la vicinanza, quantomeno come ispirazione,  al Cantico delle Creature di Francesco. Rispetto al modello, però, i componimenti del frate di Todi sono caratterizzati da un  tono e da una  poetica assai  meno lieta  e mistica. Scompare il senso di armonia con la natura e  lo stupore (a tratti quasi ingenuo) del mondo che caratterizzava lo slancio di Francesco, vi domina invece una concezione ben più materiale, intima e  dolorosa della vita e del creato,  in  parte autobiografica, in parte dovuta all’oscurità morale dei tempi.  In molte laudi prevalgono le accuse e  l’invettive agli avversari, come nei citati versi  contro Bonifacio VIII, oppure in quelli altrettanto celebri che  rimproverano papa Celestino V, al secolo Pier del Morrone,  di non fare abbastanza &#8211; lui che per gli Spirituali fu depositario di grandi speranze &#8211; per promuovere la causa della riforma in seno alla Chiesa.  In tutti i componimenti, comunque, si respira potente il senso del realismo e una grande immaginazione, pari forse solo a quella di Dante, che del resto ne conobbe e apprezzò l’opera anche per la forza dello stile e delle scelte linguistiche, di sconcertante efficacia, intensità e violenza espressiva.<br />
Apparentemente semplici e immediate, le laude di Jacopone mostrano invece la profonda cultura del frate e la sua conoscenza della  tradizione retorica, sia per quanto concerne l’innografia mediolatina, sia per ciò che riguarda l’allora nascente  lirica volgare,  sacra e profana. Per questo,  Jacopone può essere considerato tra i poeti delle origini secondo solo al Sommo,  sia per l’ampiezza dell’opera, sia per la  diffusione manoscritta. Dopo la sua morte il laudario fu trascritto decine e decine di volte e diffuso  non solo in ambiente culturale umbro, ma anche in Toscana   e  nel Lombardo-Veneto.  E la struggente icasticità dei versi dello Stabat Mater, entrati di prepotenza nella liturgia pasquale e nelle sacre rappresentazioni popolari (al punto da essere musicata da moltissimi compositori da Giovan Battista Pergolesi  a Johann Sebastian Bach, da Antonio Vivaldi a  Gioacchino Rossini, su su fino a  Giuseppe Verdi  e oltre), è rimasta per secoli il simbolo più potente della sofferenza e della morte, non solo come mistero liturgico ma anche come lutto  profondamente, puramente umano.  Ed è  forse la religiosità così profonda e schietta  la più grande eredità lasciataci da questo frate vissuto sette secoli or sono, ma oggi   ancora così  attuale.</p>
<p>BOX: UN FRATE E L’ARTE DEL SUO TEMPO</p>
<p>Per celebrare degnamente Jacopone nel VII centenario della morte, la sua città natale ha pensato di allestire al Palazzo del Popolo, nel Museo Pinacoteca,  la mostra “Iacopone da Todi e l’arte in Umbria nel suo tempo”. Aperta fino al 2 maggio 2007, è articolata in due sezioni: nella prima, curata da Enrico Menestò dell’Università degli Studi di Perugia, viene ripercorsa l’esperienza umana e spirituale di Jacopone, attraverso l’esposizione di rarissimi manoscritti contenenti i testi delle sue laude, documenti e altre testimonianze dell’epoca, oltre che immagini del frate poeta, tra le quali un frammento di affresco attribuito a  Paolo Uccello. Nella seconda, curata da Fabio Bisogni dell’Università degli Studi di Siena, sono invece presentate opere di pittura, scultura e oreficeria dei secoli XII e XIII, che ricostruiscono lo straordinario processo evolutivo delle tipologie e dei modelli artistici medievali. Ad opere legate alla colta ed estatica committenza benedettina, espressione di una cultura figurativa ancora ispirata al registro aulico dello stile romanico, si affiancheranno infatti croci dipinte e paliotti con “Storie di san Francesco”, che testimoniano l’influenza esercitata dagli ordini mendicanti – quello francescano in primis – sulle arti visive.<br />
Sotto lo stimolo della spiritualità francescana, tutta volta ad una meditazione incentrata sugli aspetti più drammatici e fisicamente tangibili della Passione di Cristo, anche il linguaggio formale assume, infatti, tratti realistici ed espressivi, come è dato riscontrare in molti capolavori della scuola umbra due e trecentesca.<br />
Evidente risulta, dunque, la centralità del territorio umbro che, soprattutto grazie al grande e vitale cantiere della Basilica di San Francesco ad Assisi, vide confluire al suo interno una molteplice varietà di linguaggi artistici internazionali &#8211; dalla lingua franca d’oltralpe agli stilemi importati da maestranze inglesi e nordiche che furono impegnate nella realizzazione della chiesa superiore -, favorendo così anche l’arricchimento e la diversificazione della produzione artistica locale. Il catalogo, pubblicato da Skira (pp. 232, euro 38), fornisce utili notizie sulla vita e l’opera di Iacopone puntando soprattutto sulle fonti agiografiche e storico-letterarie, ma non trascura di dipingere un accurato affresco del ricco contesto storico e artistico in cui il frate si trovò immerso e che rappresenta un momento d’oro non solo per l’Umbria, ma per tutta l’Italia medievale.<br />
Elena Percivaldi</p>
<p>inserito su <strong><span style="color: #993300;">www.storiainrete.com</span></strong> il 13 maggio 2009</p>
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		<title>Paris : la première enceinte médiévale mise au jour</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2009 09:31:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://images.encarta.msn.com/xrefmedia/sharemed/targets/images/pho/t975/T975151A.jpg" alt="" width="90" height="90" />Une équipe d&#8217;archéologues a dégagé en plein centre de la capitale les vestiges de la première enceinte médiévale, construite vers le Xe-XIe siècle. La moins connue des enceintes qui ont jadis enserré la capitale. Paris retrouve une de ses anciennes&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://images.encarta.msn.com/xrefmedia/sharemed/targets/images/pho/t975/T975151A.jpg" alt="" width="90" height="90" />Une équipe d&#8217;archéologues a dégagé en plein centre de la capitale les vestiges de la première enceinte médiévale, construite vers le Xe-XIe siècle. La moins connue des enceintes qui ont jadis enserré la capitale. Paris retrouve une de ses anciennes «frontières». Une équipe d&#8217;archéologues de l&#8217;Institut national de recherches archéologiques préventives (INRAP) a mis au jour lors d&#8217;une fouille sur une parcelle enclavée dans un îlot d&#8217;immeubles, les vestiges de la première enceinte médiévale de Paris. Un îlot situé en plein cœur de la capitale, rue de Rivoli.</p>
<p>di Jérôme Bouin, da <a href="http://www.lefigaro.fr/culture/2009/04/09/03004-20090409ARTFIG00454-paris-la-premiere-enceinte-medievale-mise-au-jour-.php">Le Figaro.fr</a></p>
<p>Avant la construction d&#8217;un ensemble immobilier, un diagnostic réalisé en décembre 2008 avait mis les archéologues sur la piste de cette enceinte, la seule de la capitale à n&#8217;avoir conservé aucun vestige, mais aussi la moins bien documentée. Les fouilles entamées à la demande de l&#8217;État le 23 mars, et qui doivent s&#8217;achever le 22 avril, selon l&#8217;archéologue Xavier Peixoto, interrogé par lefigaro.fr, ont confirmé les prévisions initiales.</p>
<p>Le site qui ne sera pas visible par la presse (en dehors des photos que le figaro.fr vous propose), «en raison d&#8217;un accès dangereux», présente un profond fossé (3 mètres) creusé en forme de «V» sur environ 20 mètres de long et douze de large. Selon le communiqué de l&#8217;INRAP, ce fossé était «doublé par un talus supportant probablement une palissade en bois». «La levée de terre et les pieux ont été arasés dès l&#8217;abandon de l&#8217;enceinte, le sous-sol parisien n&#8217;en livrant aucune trace», ajoute le texte. Sur place, «seule la différence des sédiments (les couches constituant le sol, ndlr) permet d&#8217;identifier les bords du fossé et de suivre son profil», précise l&#8217;archéologue, décrivant un chantier pas forcément spectaculaire mais historiquement très riche.</p>
<p>«Oubliée des historiens»</p>
<p>En 1995, une autre fouille avait permis de toucher une autre portion du même fossé, plus à l&#8217;est (rue du Temple, quatrième arrondissement). Cette nouvelle découverte constitue selon l&#8217;INRAP une confirmation du tracé de cette enceinte «longtemps restée imprécise». «Elle fut tantôt dénommée ‘enceinte carolingienne&#8217;, tantôt ‘enceinte du XIe siècle&#8217;. Seconde enceinte de Paris, elle se situe entre celle de la fin de l&#8217;Antiquité (début du IVe siècle, sur l&#8217;île de la Cité) et celle de Philippe Auguste (vers 1200, sur les deux rives) », explique l&#8217;INRAP. La première enceinte médiévale a été «oubliée des historiens jusqu&#8217;au 18e siècle», explique Xavier Peixoto. «Aucun document n&#8217;en parle de façon précise».</p>
<p>Pour les historiens, la confrontation des données collectées en 1995 aux données obtenues aujourd&#8217;hui pourraient permettre de confirmer le tracé de cette enceinte : un arc de cercle situé sur la rive droite de la Seine, en face de l&#8217;île de la Cité. Autre défi, la datation de cette enceinte (probablement le Xe ou le XIe siècle) et le contexte politique de son édification. «Dans un Paris en plein essor économique et urbain », explique le communiqué de l&#8217;INRAP, «le Xe siècle est une période charnière qui voit l&#8217;affaiblissement des souverains Carolingiens et l&#8217;essor des Robertiens, ancêtres des Capétiens». Les Capétiens allaient notamment régner de manière continue sur la France jusqu&#8217;en 1792 .</p>
<p>Une fois les fouilles terminées, le projet de construction pourra débuter. À la différence d&#8217;un vestige bâti pouvant être restauré et présenté au public, celui-ci est un simple creusement, nu, pas conservable en tant que tel.</p>
<p><img class="alignnone" src="http://deafmute.net/files/plan_paris-moyen_age.png" alt="" width="1008" height="864" /></p>
<p>Parigi nel Medioevo, da http://deafmute.net</p>
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