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	<title>Storia In Rete &#187; Stampa italiana 1</title>
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		<title>E Bismarck recitò la Marsigliese per Thomas Edison&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.thelatinlibrary.com/imperialism/images/bismarck.jpg" alt="" width="90" height="90" />È un documento sensazionale la registrazione, effettuata nel 1889, della voce di Otto von Bismarck, trovata 123 anni dopo in New Jersey negli archivi di Thomas Edison, l’inventore del fonografo.<br />
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di Paolo Lepri dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.thelatinlibrary.com/imperialism/images/bismarck.jpg" alt="" width="90" height="90" />È un documento sensazionale la registrazione, effettuata nel 1889, della voce di Otto von Bismarck, trovata 123 anni dopo in New Jersey negli archivi di Thomas Edison, l’inventore del fonografo.<br />
.<br />
di Paolo Lepri dal &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 1 febbraio 2012 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" width="156" height="14" /><br />
.<br />
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<p>Ma già gli storici si stanno chiedendo perché mai l’allora settantaquattrenne “cancelliere di ferro”, l’uomo che aveva sconfitto la Francia nel 1871, abbia deciso di recitare anche le strofe iniziali della Marsigliese. Uno scherzo, una riparazione, un omaggio postumo al nemico, una simpatia segreta? «Saranno gli studiosi a dircelo», sorride lo scienziato tedesco Stephan Puille, autore con alcuni colleghi americani della scoperta. Intanto, bisogna informare il dirigente socialista francese Arnaud Montebourg che proprio nei giorni scorsi, per enfatizzare la sua opposizione alla linea tedesca nella crisi dell’euro, ha accusato Angela Merkel di fare una politica “bismarckiana” cioè di “fare fortuna sulle rovine degli altri”. Un’altra novità che sta appassionando i tedeschi e che la voce del vecchio artefice della Germania imperiale non era affatto acuta, e in falsetto, come la tradizione aveva sempre ritenuto. Ma andiamo per ordine.</p>
<p>Nel 1889 uno dei collaboratori di Edison, Edward Adelbert Theodor Wangemann, fu spedito a fare un giro “promozionale” in Europa, con il fonografo in valigia, per pubblicizzare l’invenzione e compiere registrazioni della voce di personaggi famosi. A Vienna ci fu un incontro anche con Johannes Brahms. Alcuni, come lo zar russo Alessandro III e l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe I, non rimasero particolarmente impressionati. Più disponibile l’imperatore tedesco Guglielmo II, che si fece spiegare il funzionamento dell’apparecchio ma preferì non parlare vicino al nuovo strumento, temendo possibili conseguenze negative. A nulla valsero le insistenze di Wangemann, che si recò più volte a Potsdam per convincerlo. Diversa fu la reazione di Bismarck. Invece di limitarsi a registrare un messaggio di saluto ai «connazionali sulle due sponde dell’Atlantico», l’anziano statista decise di divertirsi, anche dopo aver ricevuto il parere favorevole della moglie. In primo luogo recitò, con un forte accento tedesco l’inizio della canzone popolare americana In Good Old Colony Times, forse in segno di cortesia nei confronti di Edison. Poi alcuni versi di una ballata del lirico di Tubinga Ludwig Uhland e, in latino, dell&#8217;inno goliardico Gaudeamus Igitur. Poi, a sorpresa, perfino la Marsigliese. La voce del “cancelliere di ferro” fu riconosciuta poche settimane dopo anche dal figlio Herbert. Del viaggio in Europa di Wangemann si sapeva, ma si erano perdute le tracce dei cilindri di cera del fonografo. O meglio, qualcosa era stato ritrovato negli archivi di Edison nel 1957, ma le ricerche sistematiche non sono iniziate che nel 2005.</p>
<p>«È stata la scoperta più importante della mia carriera», ha dichiarato Puille, che lavora alla Scuola superiore di tecnica ed economia a Berlino e si occupa della nascita delle registrazioni vocali. Oltre a rappresentare un sicuro successo per il suo lungo lavoro, l’annuncio di Puille ha anche il merito di dare al personaggio di Bismarck e all&#8217;inventore del Kulturkampf una dimensione più umana. Era, insomma, un uomo dotato anche di un certo spirito. Come del resto lo stesso Edison, che quando girò per la prima volta la manovella del fonografo disse: «Mary aveva un agnellino».</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 febbraio 2012</p>
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		<title>Il monumento alla Vittoria a Bolzano verrà &#8220;storicizzato&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 23:21:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.moldrek.com/Immagini/monumento_alla_vittoria_bolzano.jpg" alt="" width="90" height="90" />Dopo decenni di polemiche, il complesso del monumento alla Vittoria a Bolzano verrà storicizzato come luogo della memoria e aperto ai cittadini. L’accordo di programma sottoscritto oggi (3 gennaio) nella sede del Commissariato del governo dall’assessore provinciale Sabina Kasslatter Mur, in rappresentanza&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.moldrek.com/Immagini/monumento_alla_vittoria_bolzano.jpg" alt="" width="90" height="90" />Dopo decenni di polemiche, il complesso del monumento alla Vittoria a Bolzano verrà storicizzato come luogo della memoria e aperto ai cittadini. L’accordo di programma sottoscritto oggi (3 gennaio) nella sede del Commissariato del governo dall’assessore provinciale Sabina Kasslatter Mur, in rappresentanza del presidente Luis Durnwalder, e dal sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli assicura un sollecito impiego delle risorse finanziarie messe a disposizione dagli enti pubblici coinvolti nel progetto che vuole spiegare e contestualizzare il monumento costruito tra il 1926 e il 1928: lo Stato(Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto) ha stanziato834.788,75 euro, la Provincia e il Comune di Bolzano un contributo di 100.000 euro ciascuno, per oltre un milione di euro complessivo che servirà all’adeguamento funzionale degli spazi necessari e all’allestimento del percorso espositivo pubblico nei locali sottostanti la gradonata basamentale del manufatto. Alla cerimonia della firma il Ministero per i beni e le attività culturali era rappresentato dal Direttore regionale per i beni culturali paesaggistici del Veneto, architettoUgo Soragni, che è anche responsabile dell’attuazione dell’accordo.</p>
<p>.</p>
<p>da <img src="http://www.tafter.it/wp-content/themes/evotafter/images/logo_tj.jpg" alt="Tafter Journal" /> del 3 gennaio 2012</p>
<p>.</p>
<p>Il commissario del Governo Fulvio Testi ha ripercorso il veloce cammino procedurale del progetto dal 30 ottobre 2010 ad oggi, “nel rispetto di tutte le sensibilità” e che ha portato all’accordo definito “obiettivo storico” dal Prefetto. L’auspicio è di proseguire “con lo stesso spirito propositivo e costruttivo” per rendere il manufatto fruibile al pubblico e liberarlo dalle strumentalizzazioni dei gruppi linguistici. L’assessora provinciale ai beni culturali Kasslatter Mur ha parlato di “un bell’inizio di 2012″ e ha ricordato l’assoluta necessità di contestualizzare un monumento “che celebra il fascismo”, e nel quale la mancanza di spiegazioni adeguate “può dare l’impressione che quella celebrazione sia ancora valida.” Kasslatter Mur ha ribadito che è fuori discussione lo smantellamento del manufatto, “perchè deve restare come monito, accessibile e liberato dell’attuale carica simbolica e ideologica.” Oggi servono “il dialogo e la trasmissione della conoscenza storica – ha proseguito l’assessore citando un detto tedesco – perchè se non si sa nulla, non si riesce a vedere.”  Ha poi ringraziato per l’impegno la Giunta provinciale, lo Stato e il Comune capoluogo: “Con il buonsenso delle persone e di tutte le istituzioni coinvolte si lavora assieme per eliminare la connotazione di divisione che il manufatto rappresenta nella società civile.” L’auspicio è che i prossimi passi, che vedranno svilupparsi l’indice tematico del percorso espositivo, possano portare all’apertura del centro di documentazione entro l’anno.<br />
Questo percorso espositivo – proposto da una Commissione composta da Soragni (presidente) e dagli storici Andrea di Michele, Christine Roilo, Silvia Spada e Hannes Obermair – documenterà la storia del Monumento alla Vittoria e i suoi significati ideologici nonché più in generale le vicende locali dal 1918 al 1945 correlate alle dittature fascista e nazionalsocialista. Le aree tematiche, distribuite in 13 locali su una superficie di circa 700 mq, approfondiscono tra l’altro storia e interpretazioni del monumento, la Grande guerra, il cambio di sovranità, la nascita del regime e gli effetti della svolta autoritaria, la creazione della città italiana, i palazzi della politica e militari, formazione, arte e cultura, la politica sociale e l’industrializzazione, le Semirurali, le opzioni e la Seconda guerra mondiale, e arrivano fino a illustrare la fine del conflitto e la nascita del primo Statuto di autonomia.<br />
Alla firma dell’accordo il sindaco Spagnolli ha sottolineato l’importanza “di aprire alla popolazione nuovi spazi per approfondire il periodo storico su cui poggia la nostra convivenza e per costruire, attraverso la conoscenza, un futuro di pace.” L’architetto Soragni ha lodato il lavoro congiunto compiuto finora, “consapevoli che le diversità delle posizione critiche sono inevitabili, si pensi al Risorgimento, e che oggi bisogna respongere contrapposizioni anacronistiche.” La durata dell’intesa, comprensiva delle necessarie operazioni di collaudo delle opere, è di un anno ed è rinnovabile per ulteriori sei mesi, fatte salve circostanze documentate di forza maggiore. Per monitorare l’attuazione dell’accordo è stato istituito anche un Collegio di vigilanza composto da tre membri nominati, uno ciascuno, dal Ministero, dal Comune e dalla Provincia.</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 9 gennaio 2012</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>La CIA aveva previsto la fine URSS 10 anni prima</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 16:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 1]]></category>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://pastorsteveweaver.files.wordpress.com/2007/05/reagan-gorbachev.jpg" alt="" width="90" height="90" />A vent&#8217;anni dalla fine dell&#8217;Urss, annunciata a Natale del 1991 e avvenuta entro il 31 dicembre di quell&#8217;anno con lo scioglimento di tutte le istituzioni sovietiche, la Cia ha desecretato documenti che confermano come l&#8217;amministrazione Reagan e quella di</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://pastorsteveweaver.files.wordpress.com/2007/05/reagan-gorbachev.jpg" alt="" width="90" height="90" />A vent&#8217;anni dalla fine dell&#8217;Urss, annunciata a Natale del 1991 e avvenuta entro il 31 dicembre di quell&#8217;anno con lo scioglimento di tutte le istituzioni sovietiche, la Cia ha desecretato documenti che confermano come l&#8217;amministrazione Reagan e quella di Bush padre l&#8217;avessero anticipata, e come vi avessero contribuito con l&#8217;appoggio di Papa Giovanni Paolo II.</div>
<div id="_mcePaste">Il crollo dell&#8217;Urss, precisano i documenti, avvenne prima del previsto, grazie all&#8217;implosione del suo impero e al rifiuto di Mikhail Gorbaciov, suo ultimo presidente, di prevenirlo con la forza. Ma fin dal 1978, alla elezione del cardinale polacco Karol Wojtyla a pontefice, la Cia aveva dato l&#8217;implosione per probabile, sia pure più tardi. E fin dal dicembre 1980, un anno prima della legge marziale in Polonia, aveva indicato i mezzi per agevolarla a Reagan, in procinto di insediarsi alla Casa Bianca.</div>
<div>.</div>
<div>di Ennio Caretto dal &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 30 dicembre 2011 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" width="156" height="14" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Altri documenti della Cia erano già stati pubblicati nel 1999, nel decennale del crollo del Muro di Berlino. Ma quelli nuovi, discussi il mese scorso a Mosca in un simposio tenuto da Gorbaciov, completano la storia segreta della caduta dell&#8217;Urss, l&#8217;evento più importante dalla Seconda guerra mondiale.</div>
<div>I documenti confermano anche che le convulsioni sovietiche nel fatale 1991 spaventarono l&#8217;amministrazione Bush. Il presidente temette che la caduta dell&#8217;Urss causasse guerre e sottrazioni di armi atomiche in alcune repubbliche ex sovietiche, rendendole ingovernabili e mortalmente pericolose, quindi cercò di ritardarla. Lo testimoniano le sue prime telefonate, una al leader russo Eltsin un&#8217;altra a Gorbaciov, del 21 agosto di quell&#8217;anno, subito dopo il fiasco del colpo di Stato tentato dai falchi del Cremlino. «Boris, come posso aiutarti?», chiede Bush a Eltsin. «Con forti dichiarazioni di sostegno &#8211; gli risponde Eltsin &#8211; come quella che hai già fatto. Non è interferenza nei nostri affari, è appoggio al nostro popolo».</div>
<div>La telefonata del presidente americano a Gorbaciov, per alcuni giorni ostaggio dei golpisti, è emotiva. «È meraviglioso riuscire a parlarti, ero preoccupato per te, Mikhail», dice Bush. «Caro George, sono così felice di sentirti», replica il leader sovietico. I due statisti discutono il da farsi, Bush assicura a Gorbaciov «pieno supporto» e questi lo ringrazia «della tua umanità e amicizia». Bush userà toni diversi in autunno: «Alla fine dell&#8217;anno &#8211; affermerà &#8211; sul Cremlino al posto della bandiera sovietica sventolerà la bandiera russa».</div>
<div id="_mcePaste">Dai massicci dossier della Cia, centinaia di documenti, il decennio che cambierà il corso della storia nasce con la presidenza Reagan. Nel gennaio 1981 i problemi politici e militari americani sono enormi. L&#8217;Iran e l&#8217;Iraq sono in guerra, Teheran tiene ostaggi i diplomatici dell&#8217;ambasciata Usa da 13 mesi, l&#8217;Urss ha occupato l&#8217;Afghanistan, ha fomentato il terrorismo e la guerriglia in Centro America e ha alterato a proprio vantaggio l&#8217;equilibrio strategico. La situazione in apparenza non potrebbe essere più favorevole al Cremlino.</div>
<div>Eppure la Cia lo considera in gravi difficoltà, difficoltà che consiglia a Reagan di accentuare. «L&#8217;economia sovietica &#8211; scrive &#8211; è in crisi. L&#8217;Urss dovrebbe ridimensionare i propri programmi militari e ridurre i sussidi all&#8217;Est europeo, che ha ormai un tenore di vita superiore al suo, ma la situazione polacca, dove da mesi il sindacato Solidarnosc è in rivolta, glielo impedisce». Il Cremlino, aggiunge la Cia esortando Reagan a incontrare il Papa per discutere il futuro assetto europeo, «si chiede con ansia quale effetto avrà Giovanni Paolo II su problemi cruciali come il dissenso nell&#8217;Urss e l&#8217;autonomia degli Stati satelliti».</div>
<div id="_mcePaste">Alla morte del leader sovietico Leonid Brežnev, nel novembre del 1982, viene messo a punto il piano di Reagan per indebolire l&#8217;Urss. Gli Stati Uniti si riarmeranno per costringerla a una corsa insostenibile, varando il progetto dello scudo spaziale l&#8217;anno seguente, e cercheranno di isolarla. Secondo la Cia, queste pressioni provocheranno un cambio della guardia al Cremlino: «La cerchia di Breznev, gli Andropov e i Cernenko, resterà al potere solo due o tre anni, e le subentrerà la nuova generazione dei Gorbaciov e degli Shevardnadze».</div>
<div id="_mcePaste">La previsione è esatta: nel 1983 le due superpotenze sfioreranno lo scontro frontale come nel 1961, ma nel 1985, scomparsi gli anziani falchi del Cremlino, sarà disgelo, il disgelo conclusivo della guerra fredda. Quell&#8217;anno Reagan, dopo avere stabilito rapporti diplomatici ufficiali con il Vaticano, apre una serie di vertici con Gorbaciov, e nell&#8217;86 rinuncia al programma delle guerre stellari. La Cia modifica allora la sua ricetta. La storia, ribadisce al presidente, «non è più dalla parte dell&#8217;Urss». Il declino sovietico è irreversibile, e per evitare esplosioni gli Usa dovranno tenere un delicato equilibrio: non avversare né aiutare Mosca, aspettare invece che le riforme di Gorbaciov falliscano o abbiano successo.</div>
<div id="_mcePaste">Una delle rivelazioni più interessanti è che Gorbaciov segue una linea più morbida di Reagan e di Bush. Al principio, i due presidenti americani diffidano di lui, anche perché la Cia non esclude che «voglia un po&#8217; di respiro» per rimettere in piedi l&#8217;Urss. Solo nel settembre del 1989, due mesi prima della demolizione del Muro di Berlino, quando l&#8217;intero Est europeo è in fermento, la Cia ammette che i cambiamenti promossi o accettati da Gorbaciov «segnalano la probabilità di una nuova era, in cui gli Stati Uniti potrebbero passare dalla strategia del contenimento a quella dell&#8217;inserimento dell&#8217;Urss nella comunità internazionale».</div>
<div>Ma nel 1990 gli eventi si susseguono a una velocità che inquieta i servizi segreti americani. Dietro loro consiglio, Bush rifiuta di aiutare economicamente Gorbaciov e nel 1991 cerca un altro interlocutore in Eltsin, «il primo leader eletto dal voto popolare nella storia russa». «I tentativi di Gorbaciov di preservare il comunismo e la pianificazione economica &#8211; avverte la Cia &#8211; hanno ridotto quasi a zero la sua credibilità». Un&#8217;ambiguità che ancora oggi l&#8217;ultimo presidente dell&#8217;Urss rinfaccia all&#8217;«amico George».</div>
<div id="_mcePaste">I documenti svelano anche che l&#8217;estate del 1991 è per la Cia un periodo di paura. Teme che «Eltsin e Gorbaciov non reggano alle tensioni che si stanno creando o che vengano assassinati» e che «sotto il pretesto della legalità e dell&#8217;ordine i falchi impongano una dittatura». Alla vigilia del viaggio di Bush a Mosca per la riduzione degli armamenti atomici, la Cia sostiene che «elementi delle truppe e della polizia politica sovietiche fanno preparativi per l&#8217;uso della forza» e che «i loro primi bersagli saranno Eltsin e Gorbaciov».</div>
<div id="_mcePaste">Ma conclude che c&#8217;è qualche possibilità che un golpe eventuale fallisca «grazie all&#8217;opposizione popolare» e che «entro un anno Gorbaciov si ritiri e ciascuna repubblica sovietica assuma i propri poteri». Per fortuna dell&#8217;Urss, dell&#8217;America e dell&#8217;Europa, sarà una conclusione profetica.</div>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 2 gennaio 2012</p>
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		<title>Mosca: nostalgici e Ziuganov onorano 132° compleanno Stalin</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 15:48:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tmnews.it/web/images/603-0-20111221_104017_71327531.jpg" alt="       AFP      " width="90" height="90" />Gennady Ziuganov, leader del partito comunista russo e candidato alle presidenziali del 4 marzo 2012, ha reso omaggio alla tomba di Stalin, a ridosso delle mura del Cremlino. Oggi cade il 132esimo anniversario della nascita del dittatore sovietico, e oltre&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tmnews.it/web/images/603-0-20111221_104017_71327531.jpg" alt="       AFP      " width="90" height="90" />Gennady Ziuganov, leader del partito comunista russo e candidato alle presidenziali del 4 marzo 2012, ha reso omaggio alla tomba di Stalin, a ridosso delle mura del Cremlino. Oggi cade il 132esimo anniversario della nascita del dittatore sovietico, e oltre a Ziuganov &#8211; che ha deposto una corona di fiori &#8211; circa cinquecento nostalgici del &#8216;Piccolo padre&#8217; si sono riuniti presso il busto che segna il luogo di sepoltura di Iosif Vissarionovic Dzhugashvili. Fiori anche dal gruppo &#8216;Due garofani per il compagno Stalin&#8217;, che ha raccolto donazioni da tutta la Russia per l&#8217;acquisto di alcune migliaia di garofani rossi, deposti stamattina davanti alla tomba del leader sovietico morto nel 1953.</p>
<p>da <img class="alignnone" src="http://img20.imageshack.us/img20/5749/tmnews.jpg" alt="" width="230" height="56" /> del 21 dicembre 2011</p>
<p><strong><a href="http://multimedia.lastampa.it/multimedia/nel-mondo/lstp/104900/">GUARDA LA GALLERIA FOTOGRAFICA DA &#8220;LA STAMPA&#8221;</a></strong></p>
<p><strong>___________________________</strong></p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;?</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2010/01/storia-in-rete-numero-50-gennaio-2010/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/01/00-cover-storia-51.jpg" alt="" width="146" height="200" /></a></strong></p>
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		<title>40 anni di faldoni del Tribunale di Roma agli Archivi di Stato</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 21:20:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/F/faldoni_web--400x300.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il processo per il golpe Borghese riempie ottantanove raccoglitori di carte, il totale dei primi tre dedicati al sequestro e all&#8217;omicidio di Aldo Moro arriva a trecentodieci. Poi c&#8217;è il dibattimento per l&#8217;attentato a Giovanni Paolo II, novanta faldoni</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/F/faldoni_web--400x300.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il processo per il golpe Borghese riempie ottantanove raccoglitori di carte, il totale dei primi tre dedicati al sequestro e all&#8217;omicidio di Aldo Moro arriva a trecentodieci. Poi c&#8217;è il dibattimento per l&#8217;attentato a Giovanni Paolo II, novanta faldoni di documenti, mentre quello per la rapina all&#8217;ufficio postale di piazza dei Caprettari &#8211; con un poliziotto abbattuto da una raffica di mitra sparata dai banditi, in pieno centro, nel 1975 &#8211; si ferma a undici. Gli atti raccolti nel 1983 per giudicare 253 imputati del reato di insurrezione armata contro i poteri dello Stato sono contenuti in 160 faldoni.</div>
<div id="_mcePaste">Sono i numeri dei grandi processi celebrati davanti alla Corte d&#8217;assise di Roma tra il 1951 e il 1990, che il tribunale ha deciso di cedere all&#8217;archivio di Stato. Quarant&#8217;anni di attività giudiziaria sfociata in accusatori, accusati e testimoni che sfilavano davanti ai giudici popolari; casi grandi e piccoli, episodi di malavita noti e meno noti, attentati e trame rosse e nere che hanno segnato la vita pubblica nella cosiddetta «prima Repubblica». Quelle carte ormai ingiallite e sfrangiate al limite del deterioramento, chiuse finora nei sotterranei del Palazzo di giustizia, saranno trasferite nella sede dell&#8217;Archivio romano dello Stato, a disposizione degli studiosi: così la cronaca si trasforma, ufficialmente, in storia.</div>
<div>.</div>
<div>Giovanni Bianconi dal &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 6 dicembre 2011  <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20111114070437" alt="Corriere della Sera" width="215" height="31" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">«È un momento importante, un segnale di transizione anche generazionale &#8211; spiega il direttore dell&#8217;Archivio, Eugenio Lo Sardo -. Con la consegna di questi documenti si passa dal momento della valutazione giudiziaria a quello di una riflessione critica e storica su eventi cruciali per l&#8217;esistenza collettiva. Basti pensare alla vicenda Moro, per la quale tutti si ricordano dov&#8217;erano e che cosa stavano facendo quando hanno saputo del rapimento e dell&#8217;omicidio».</div>
<div id="_mcePaste">Proprio al presidente della Democrazia cristiana assassinato dalle Brigate rosse nel 1978 è dedicato l&#8217;anticipo di questa operazione: il restauro delle lettere autografe di Aldo Moro scritte nella «prigione del popolo», che rischiavano di ammuffire nelle cartelline di plastica dov&#8217;erano custodite, e oggi saranno esposte al Salone della giustizia in corso in a Roma. «La costruzione di una memoria collettiva su un episodio centrale per la storia del Paese passa anche da operazioni come queste», spiega il presidente del tribunale Paolo De Fiore, che ha firmato i protocolli con l&#8217;Archivio di Stato e sta seguendo personalmente i diversi passaggi burocratici per il trasferimento dei fascicoli.</div>
<div>La mole degli incartamenti assegnati alla custodia pubblica raggiunge cifre impressionanti. Si tratta di 2.368 dibattimenti svoltisi nel corso di quattro decenni, che messi in fila uno dopo l&#8217;altro occupano 792 metri di scaffalature. Due giri completi di un campo di calcio. Dietro questi dati statistici si nascondono fatti che hanno coinvolto persone e travolto esistenze nelle quali è possibile continuare a scavare proprio a partire dagli atti processuali, che possono accendere i ricordi di chi ne è stato protagonista ed è ancora in vita, la curiosità di chi vi ha assistito, l&#8217;interesse di chi ha solo potuto leggerne qualcosa sui giornali o sui libri.</div>
<div id="_mcePaste">Si può risalire al caso di Wilma Montesi, la ventunenne trovata morta e mezza svestita sulla spiaggia di Torvaianica nell&#8217;aprile 1953, primo scandalo a sfondo sessuale che coinvolse la politica di quel tempo. O ancora ai delitti di Maria Fenaroli di cui fu accusato il marito (1958), di Christa Wanninger pugnalata in un appartamento di via Veneto all&#8217;epoca della «Dolce vita» (1963), dell&#8217;uomo d&#8217;affari egiziano Faruk Chourbagi ucciso nel 1964: i coniugi Claire e Yousseph Bebawi si accusarono vicendevolmente fino ad essere assolti in primo grado, in appello furono entrambi condannati quando erano già fuggiti all&#8217;estero.</div>
<div id="_mcePaste">Sono «fattacci» di cronaca nera sui quali si divise l&#8217;opinione pubblica non solo a Roma, che si sommano a vicende di cui fu teatro la capitale ma investirono l&#8217;intera nazione. Come le gesta dei terroristi rossi e neri, sfociate nei processi alle Br e alle altre formazioni eversive di destra e di sinistra. Andando a spulciare tra quei faldoni gli studiosi potranno entrare nei dettagli dei giudizi per gli omicidi e i ferimenti commessi dalle diverse bande armate degli anni Settanta, ricostruire i percorsi delle vittime e degli assassini.</div>
<div>O entrare nei meandri delle inchieste contro Autonomia operaia &#8211; Toni Negri più 44 imputati &#8211; che provocarono polemiche mai del tutto sopite. E provare a capire perché, nonostante le sentenze definitive, certi misteri non sono stati svelati e sono rimasti tali: dal caso Moro, per l&#8217;appunto, al golpe Borghese, all&#8217;attentato al papa.</div>
<div id="_mcePaste">Manca il processo per la strage di Ustica, perché sul Dc9 abbattuto la sera del 27 giugno 1980 c&#8217;è ancora un&#8217;indagine aperta e dunque le carte non possono ancora lasciare il palazzo di giustizia. E manca un delitto importante rimasto misterioso come quello di cui fu vittima Pier Paolo Pasolini, celebrato davanti al tribunale dei minori; altra gestione, altri archivi. Ci sono invece gli atti del processo per la morte di Vincenzo Paparelli, il tifoso laziale ucciso all&#8217;Olimpico da un razzo lanciato dalla curva romanista, prima di un derby, il 28 ottobre 1979. Anche la violenza da stadio entra nella storia d&#8217;Italia passata dalle aule di giustizia.</div>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 6 dicembre 2011</p>
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		<title>Ida Magli: perché è impossibile scusarsi per la storia</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 13:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 1]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[crociate]]></category>
		<category><![CDATA[Ida Magli]]></category>
		<category><![CDATA[Mea Culpa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.usu.edu/markdamen/1320Hist&#38;Civ/slides/15crusad/crusaders&#38;moslems.jpg" alt="" width="90" height="90" />Uno dei problemi forse più gravi della nostra società e del nostro tempo è l&#8217;incapacità di capire la storia. Si è discusso molto, è vero, di «revisionismo», ma anche su che cosa si intenda per revisionismo è difficile trovare un&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.usu.edu/markdamen/1320Hist&amp;Civ/slides/15crusad/crusaders&amp;moslems.jpg" alt="" width="90" height="90" />Uno dei problemi forse più gravi della nostra società e del nostro tempo è l&#8217;incapacità di capire la storia. Si è discusso molto, è vero, di «revisionismo», ma anche su che cosa si intenda per revisionismo è difficile trovare un accordo. Il Novecento, secolo di grande e rinnovato sviluppo delle discipline storiche, ci ha lasciato la più grande conquista: collocare sempre l&#8217;avvenimento nel suo contesto. Contesto psicologico, religioso, politico, culturale o, se si vuole dirlo nei termini dell&#8217;antropologia, capire il punto di vista dell&#8217;indigeno, ossia dell&#8217;attore di quella storia, contemporaneamente soggetto e oggetto di quel particolare contesto. La Chiesa non ha mai riconosciuto validità al nuovo modo di intendere e di fare storia, cosa che, se è permesso dirlo, le impedisce di comprendere non soltanto il proprio passato, ma anche ciò che afferma come valido in assoluto nell&#8217;attualità.</p>
<p>.</p>
<p>di Ida Magli, da &#8220;Il Giornale&#8221; del 29 ottobre 2011 <img src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.gif" alt="" width="147" height="20" /></p>
<p>.</p>
<p>Il «mea culpa» che Benedetto XVI ha pronunciato ieri a nome di tutte le Chiese per gli errori dei cristiani, condannando le violenze commesse dai crociati e dall&#8217;inquisizione, mette in crisi sia i credenti nella Chiesa come istituzione divina che coloro che la guardano semplicemente come un&#8217;istituzione religiosa e politica importante. Dal punto di vista dei credenti riconoscere come colpevoli i crociati è davvero un pugno nel petto. Le crociate sono state decise dai Papi, finanziate con denaro chiesto a tutti i fedeli, anche i più poveri, con cicli massicci di predicazione apposita e incrementate con la promessa della salvezza eterna per tutti quelli che andavano a combattere per riconquistare la Terra santa. La Madonna li proteggeva con una particolare benedizione ed era soprattutto questa fiducia nella Madonna a consolare le famiglie rimaste prive dell&#8217;affetto e del lavoro degli uomini per molti anni o per sempre. Chi, dunque, ha sbagliato? I Papi che hanno indetto le crociate o i singoli fedeli? Potevano davvero, in quel contesto, i cristiani pensare che i Papi sbagliassero? Non credere alla promessa della salvezza eterna per chi, per quanto peccatore, offriva la propria vita a Cristo? Noi adesso non vogliamo pensare che anche i Papi, come molti politici, considerino i popoli colpevoli di ciò che decidono i loro capi, Re, Imperatori, Dittatori che siano. Da questo punto di vista non è ancora stato risolto il tragico dilemma delle responsabilità per quanto riguarda la Seconda guerra mondiale.</p>
<div id="_mcePaste">È anche per questo che chiediamo a un Papa tedesco, di cui comprendiamo e rispettiamo la sofferenza, di non mettere sulle spalle dei credenti e non credenti di oggi, con una maniera così generica e ambigua di ripensare la storia, dei nuovi pesi che essi non sono in grado, e non meritano di portare.</div>
<div id="_mcePaste">In realtà è difficilissimo, anzi quasi impossibile, chiedere scusa per la storia, perch´ la storia è fatta da uomini e gli uomini, ivi inclusi quelli dell&#8217;istituzione Chiesa, vivono nella storia, in quel dato tempo, in quel dato luogo, in quel dato contesto politico, sociale, culturale, morale. Forse per tentare di salvarsi da questi legami la Chiesa dovrebbe rinunciare alla sua organizzazione nel mondo e consegnare il Vangelo alla libera azione dei credenti. Che lo voglia o no, infatti, quello che dice il Papa, comprese le scuse, ha una valenza politica nei confronti di tutti gli Stati, in primis l&#8217;Italia, e ovviamente nei confronti degli Stati musulmani.</div>
<div id="_mcePaste">Il punto nevralgico per la Chiesa, nell&#8217;ambito di questa riflessione, è il «relativismo». Forse c&#8217;è un equivoco su ciò che i Papi intendono per relativismo.</div>
<div id="_mcePaste">Ma dal punto di vista dello storico la cosa è viceversa molto chiara.</div>
<div id="_mcePaste">Il Papa ha chiesto scusa per l&#8217;inquisizione: cosa ne facciamo adesso di tutti quegli inquisitori che la Chiesa ha canonizzato? San Bernardino da Siena che mandava al rogo le streghe e i sodomiti di Firenze, sbagliava? O era l&#8217;Istituzione Chiesa di quei tempi, la teologia di quei tempi che era responsabile dei suoi errori? La Chiesa ha affermato che è santo, dunque che non sbagliava.</div>
<div id="_mcePaste">Non sarebbe meglio ammettere la relatività del vissuto storico, ivi incluso quello della Chiesa?</div>
<div>____________________________</div>
<div>Inserito su www.stroriainrete.com il 31 ottobre 2011</div>
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		<title>Ecco i vincitori del 44° Premio Acqui Storia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 06:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 1]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://libriblog.com/files/2010/09/acqui-storia1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Stefano Zecchi, Roberto de Mattei, Andrea Vento, i vincitori della 44a edizione del Premio Acqui Storia. Ezio Greggio, Marcello Veneziani, Ida Magli, Brunello Cucinelli Testimoni del Tempo. A Roberto Giacobbo e a Voyager il Premio La Storia in TV. A&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://libriblog.com/files/2010/09/acqui-storia1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Stefano Zecchi, Roberto de Mattei, Andrea Vento, i vincitori della 44a edizione del Premio Acqui Storia. Ezio Greggio, Marcello Veneziani, Ida Magli, Brunello Cucinelli Testimoni del Tempo. A Roberto Giacobbo e a Voyager il Premio La Storia in TV. A Antonio Martino Medaglia Presidente della Repubblica. Le Giurie del Premio Acqui Storia riunitesi in Acqui Terme, hanno designato i vincitori della 44° edizione del Premio Acqui Storia.</p>
<p>Il Premio Acqui Storia, nato nel 1969 per onorare il ricordo della “Divisione Acqui” e i caduti di Cefalonia nel settembre 1943, è divenuto in questi ultimi anni, con l’avvento dell’Assessore alla Cultura di Acqui Carlo Sburlati, uno dei più importanti riconoscimenti europei nell’ambito della storiografia e del romanzo storico, ottenendo una grande visibilità internazionale, un eccezionale rilancio scientifico, mediatico e mondano. Stefano Zecchi, docente di Estetica all’Università degli Studi di Milano, romanziere, saggista ed editorialista, con il volume Quando ci batteva forte il cuore, Mondadori, si aggiudica i 6500 euro del Premio nella sezione dedicata al romanzo storico. In questo libro, la rigorosa ricostruzione di un periodo terribile e ancora poco conosciuto del Novecento si accompagna a una storia intima, delicata, toccante. L’Autore dà vita a un affresco importante, che illumina il dramma di un popolo e insieme racconta tutta l’emozione di un grande amore tra padre e figlio. Roberto de Mattei, docente di Storia della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma nonché Vice Presidente Nazionale del C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche) tra il 2004 e il 2011, prevale nella sezione storico-scientifica con il volume Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, un’esauriente ricostruzione dell’evento, delle sue radici e delle sue conseguenze, una “storia mai scritta” del Vaticano II, che ci aiuta a comprendere non solo le vicende di ieri, ma anche i problemi religiosi della Chiesa di oggi.</p>
<p>Andrea Vento, [<a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/02/54-59-sim-6.pdf">vedi "Storia in Rete" nn. 35-41</a>] storico e giornalista, esperto di relazioni internazionali e promozione culturale, viene premiato nella sezione storico-divulgativa con il volume In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla Guerra fredda, Il Saggiatore. Nel 150mo dell&#8217;Unità d&#8217;Italia vengono svelati episodi di intelligence, azioni di spionaggio e di controspionaggio in campo militare, economico, scientifico-tecnologico, spesso rimasti sconosciuti o confinati ad un pubblico specialistico. Riemergono atti eroici, viaggi ignoti, così come alcuni abusi compiuti dai servitori segreti all’insegna della ragion di Stato. Si tratta comunque di una galleria di personaggi affascinanti e dotati come pochi di un intuito particolare, persino nell&#8217;anticipare le volontà del potere politico. Sabato 22 ottobre alle ore 17.30 presso il Teatro Ariston di Acqui Terme, Piazza Matteotti si terrà la cerimonia di premiazione della 44° edizione del Premio Acqui Storia. Sarà condotta, come di consueto, da Alessandro Cecchi Paone e sarà il culmine di un intenso programma di eventi, iniziati nella mattinata, organizzati dall’Assessore alla Cultura Carlo Sburlati. Sul palco, oltre alla presenza dei vincitori delle tre sezioni, le personalità insignite dei premi speciali “Testimone del Tempo”, “La  Storia in TV”, Medaglia Presidente della Repubblica. L’assegnazione del premio Testimone del Tempo 2011, che rappresenta il momento più prestigioso della manifestazione, vedrà calcare il palco del Teatro Ariston quattro figure di straordinario rilievo nel panorama culturale e artistico contemporaneo: Ezio Greggio, Marcello Veneziani, Ida Magli, Brunello Cucinelli.</p>
<p>Ezio Greggio, attore, conduttore televisivo, regista, sceneggiatore, scrittore e comico, è un personaggio dotato di grande carisma, che ha saputo dare un contributo alla cultura attraverso il linguaggio dell’arte nelle sue molteplici espressioni, con un sapiente utilizzo del linguaggio della satira e dell’umorismo, che più facilmente cattura l’attenzione delle diverse tipologie di pubblico. Interprete e regista di films e di popolari serie cinematografiche e televisive, si è inoltre distinto per la sua eccezionale capacità nel toccare temi concreti e di scottante attualità, non solo umoristici, per poi restituirli al grande pubblico arricchiti di una personale ed originale interpretazione. Tra i Maestri del giornalismo italiano, Marcello Veneziani, porta con sé un ricco contributo culturale, espresso attraverso la sua poliedrica figura di giornalista, direttore di testate, filosofo e scrittore, attento all’importanza della qualità dell’informazione, quanto consapevole della forza del pensiero veicolato attraverso i suoi saggi di storia, filosofia e cultura politica, distinguendosi nel panorama culturale del nostro Paese per il suo coraggio e il suo anticonformismo. Un’insigne studiosa ed esperta di antropologia, Ida Magli si aggiudica il Premio Testimone del Tempo 2011, oltre che per la vita dedicata agli studi antropologici, per l’attenzione particolare che puntualmente presta ai fenomeni socio-politici di maggior rilievo, affrontando le problematiche attuali più scottanti e dimostrando, attraverso la sua fervida attività di opinionista, un grande coraggio intellettuale.</p>
<p>Il conferimento a Brunello Cucinelli, vuole essere un riconoscimento ad un imprenditore-stilista che ha saputo dare un significativo contributo alla società, all’economia, all’Italian Style e alla cultura, attraverso una visione di imprenditoria di stampo umanistico e sociale ed un impegno volto al recupero dell’arte, dell’alto artigianato manifatturiero, della spiritualità e alla valorizzazione del patrimonio storico, archeologico e ambientale italiano, quali valori fondamentali per realizzare il suo ideale di miglioramento dell’uomo. “La  Storia in TV” 2011 vuole rendere un significativo omaggio alla carriera di Roberto Giacobbo, giornalista, ideatore di format ed esperto di comunicazione, autore e conduttore del programma Voyager &#8211; ai confini della conoscenza &#8211; da lui ideato nel 2003 e tuttora trasmesso sulla Rai. Il Premio speciale, rappresentato da una medaglia Presidenziale, assegnata al Premio dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano, è stato conferito all’Onorevole Antonio Martino, sottolineando l’impegno profuso quale innovativo e coraggioso referente della cultura politica italiana come Ministro degli Esteri e della Difesa e durante la sua lunga attività parlamentare e di professore universitario. La cerimonia sarà condotta da Alessandro Cecchi Paone, figura di rilievo, legata ormai da anni al Premio Acqui Storia, che si distingue per il brio, la leggerezza, l’ironia e la sua rabdomantica abilità nell’interagire e coinvolgere i vari ospiti insigniti di questo prestigioso Premio.</p>
<p>&#8220;Il 2011 si presenta come un anno importante sotto il profilo storico per il nostro Paese che festeggia i 150 anni dall’Unità d’Italia, una ricorrenza che ha caratterizzato in modo significativo la corrente edizione del nostro Premio Acqui Storia, costituendo uno degli argomenti più dibattuti dagli Autori partecipanti con pubblicazioni di notevole interesse storico” – ha dichiarato il Sindaco di Acqui Terme Danilo Rapetti. “Il numero dei volumi, in costante crescita (quest’anno 186, il record assoluto di tutti i 44 anni del Premio), e i temi, sempre più importanti e controversi, sottoposti alla valutazione dei giurati, dimostrano che il Premio si pone come punto di riferimento per tutti coloro che fanno e scrivono la storia e consolida la sua importanza come maggior premio storico non solo italiano ma europeo” ha rimarcato l’Assessore alla Cultura diAcqui Terme Carlo Sburlati, artefice in questi ultimi anni di uno spettacolare rilancio scientifico e mediatico &#8211; mondano del Premio, celebrato ormai in quasi tutti i telegiornali nazionali. “La lunga vita del Premio, il prestigio assunto nel tempo, la sua risonanza scientifica e mediatica – ha osservato Pierangelo Taverna, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria &#8211; confermano il valore di una lontana intuizione che trova ai nostri giorni energie e motivazioni rinnovate. Mi riferisco al legame vitale tra cultura e turismo che oggi rappresenta un pilastro di ogni azione promozionale, ma che forse nell’Italia di metà anni sessanta non era così evidente o condiviso.</p>
<p>In questi 44 anni, intanto, il Premio Acqui Storia ha assunto una dimensione di rilievo nazionale e internazionale giustificando, pur in momenti così difficili per la nostra economia, quello che abbiamo ritenuto essere un investimento per l’intero territorio. Purtroppo, anche quest’anno, vi sono state fughe di notizie sui vincitori del Premio e questo non ha messo i media nelle stesse condizioni di comunicare, così come sono fiorite polemiche sui premiati. Tutti fatti che non giovano all’Acqui Storia. Credo, pertanto, che prima della prossima edizione sia necessario fare una serie di riflessioni sia sui criteri utilizzati per le scelte, sia su come comunicare le notizie e con quale protocollo, in quanto solo in presenza di equilibrio ed in assenza di polemiche, la Fondazione potrà serenamente contribuire alla crescita del Premio”. L’Acqui Storia ha l’Adesione del Presidente della Repubblica e il Patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Il Premio ogni anno è organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Acqui Terme, con il contributo della Regione Piemonte, della Provincia di Alessandria, delle Terme di Acqui, del Gruppo Amag e della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria che si conferma partner fondamentale dell’iniziativa.</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 6 ottobre 2011</p>
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		<title>De Mattei vince l&#8217;Acqui Storia, il presidente della giuria si dimette</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 05:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.agenfax.it/wp-content/uploads/premio-acqui-storia.jpg" alt="" width="90" height="90" />I motivi della rottura «Non ho voluto legittimare nemmeno con un voto di minoranza una decisione che ritengo un grave errore» Le polemiche precedenti Il vicepresidente del Cnr ha promosso un convegno antidarwiniano e ha definito lo tsunami «castigo</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.agenfax.it/wp-content/uploads/premio-acqui-storia.jpg" alt="" width="90" height="90" />I motivi della rottura «Non ho voluto legittimare nemmeno con un voto di minoranza una decisione che ritengo un grave errore» Le polemiche precedenti Il vicepresidente del Cnr ha promosso un convegno antidarwiniano e ha definito lo tsunami «castigo divino».</div>
<div>.</div>
<div>di Antonio Carioti da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 3 ottobre 2011 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20110224150834" alt="Corriere della Sera.it" width="129" height="19" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Tempesta sul premio Acqui Storia, il più prestigioso riconoscimento italiano in campo storiografico. La scelta di attribuirlo, per la sezione scientifica, al saggio di Roberto de Mattei Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau) ha provocato le dimissioni del presidente della giuria, Guido Pescosolido. «Non ho voluto legittimare neppure con un voto di minoranza l&#8217; assegnazione del premio a un libro il cui autore non esercita la funzione critica di storico, ma quella di militante in favore di determinate tesi», dichiara al «Corriere» Pescosolido, docente di Storia moderna alla Luiss e alla Sapienza di Roma, membro della giuria da 15 anni. La decisione di premiare de Mattei, noto per il suo ferreo tradizionalismo cattolico, non è ancora stata comunicata ufficialmente (la relativa conferenza stampa si terrà giovedì prossimo), ma diverse fonti la confermano. È stata assunta domenica 25 settembre ad Acqui (provincia di Alessandria) dal resto della giuria (Massimo de Leonardis, Aldo A. Mola, Giuseppe Parlato, Francesco Perfetti, Gennaro Sangiuliano), a quanto pare con un voto non unanime, poiché le perplessità del presidente non erano del tutto isolate. Un paio di giurati erano assenti, ma hanno comunicato la loro preferenza, anche se va ricordato che, a norma di regolamento, è valido solo il suffragio di chi partecipa personalmente alla riunione. Per la sezione divulgativa e quella del romanzo storico, che hanno giurie distinte, sono stati premiati rispettivamente il libro di Andrea Vento In silenzio gioite e soffrite (una storia dei servizi segreti italiani edita dal Saggiatore) e quello di Stefano Zecchi Quando ci batteva forte il cuore (Mondadori). «Io non so nulla &#8211; precisa Pescosolido &#8211; ma certamente il successo di de Mattei si profilava con chiarezza da tempo. Perciò il 21 settembre mi sono dimesso formalmente, dichiarando che ritenevo di non poter più svolgere serenamente le funzioni di giurato e di presidente.</div>
<div>Dato che però le mie dimissioni sono state respinte e che tutti, a cominciare dall&#8217; assessore alla Cultura del Comune di Acqui Terme, Carlo Sburlati, mi hanno manifestato un grande apprezzamento, ho dovuto confermarle, precisando che non volevo partecipare in alcun modo a una decisione che promuovesse quel libro come meritevole di vincere l&#8217; Acqui Storia. Poi non so che cosa sia accaduto, perché ovviamente non sono andato alla riunione in cui è stato scelto il testo da premiare. E nessuno mi ha comunicato il verdetto della votazione». Nel merito Pescosolido esprime un giudizio severo sul lavoro di de Mattei: «Presenta il Concilio Vaticano II come la più grande sciagura nella storia della Chiesa cattolica e valuta di conseguenza l&#8217; operato dei pontefici che ne furono protagonisti. Non si tratta di una ricostruzione storiografica, ma di un&#8217; opera militante in senso tradizionalista. Io rispetto le idee di tutti, compreso ovviamente de Mattei, ma rivendico la libertà di respingere la scelta di premiarlo, anche attraverso le mie dimissioni preventive». De Mattei, che insegna Storia del cristianesimo all&#8217; Università Europea di Roma (legata ai Legionari di Cristo), è abitualmente al centro di polemiche, soprattutto nella sua veste di vicepresidente del Consiglio nazionale delle ricerche. Come tale infatti promosse, nel febbraio 2009, un convegno antidarwiniano duramente contestato dalla comunità scientifica, in particolare dai biologi, e più tardi ha ipotizzato che il terremoto e lo tsunami in Giappone potessero essere il prodotto di un castigo divino, suscitando reazioni ancor più roventi.</div>
<div>Se atei e progressisti lo bersagliano spesso, reclamando le sue dimissioni dal Cnr, va ricordato che il suo libro sul Vaticano II ha subito una stroncatura da parte dello stesso quotidiano dei vescovi «Avvenire», nel dicembre scorso, per mano di un intellettuale anch&#8217; egli di matrice tradizionalista come Massimo Introvigne. D&#8217; altronde Pescosolido, allievo del biografo di Cavour Rosario Romeo, non si può certo considerare un esponente della cultura di sinistra. Si pensi che tre anni fa, quando era preside della facoltà di Lettere e filosofia della Sapienza, venne sequestrato e minacciato da esponenti dei collettivi studenteschi. Non a caso è rimasto alla testa della giuria, anche dopo che gli equilibri interni di un premio nato per celebrare la resistenza della divisione Acqui, massacrata dai nazisti a Cefalonia nel 1943, si erano spostati a destra per via degli esiti elettorali amministrativi. «Sono onoratissimo &#8211; afferma Pescosolido &#8211; del ruolo di presidente che ho svolto in questi anni. Più volte mi sono trovato in minoranza nelle votazioni, ma ritengo che la giuria abbia svolto sempre un lavoro eccellente. Ritengo tuttavia che la decisione di dimettermi sia anche nell&#8217; interesse del premio, che ha sempre avuto un alto profilo scientifico, cui non deve rinunciare».</div>
<div>_____________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 6 ottobre 2011</div>
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		<title>Libia, fine della tragicommedia. Una lezione di storia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 21:11:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><em><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="https://cdn.shopify.com/s/files/1/0073/1602/products/i_cover_storia35_large.jpg?100206" alt="Storia in Rete n. 35" width="90" height="128" />In questi giorni torna d&#8217;attualità quanto scrivemmo due anni fa su &#8220;Storia in Rete&#8221; n. 35 a proposito di Gheddafi. Allora, con ben altri argomenti, si mostrava il volto oscuro di un dittatore con cui tutte le nazioni che ora</em>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="https://cdn.shopify.com/s/files/1/0073/1602/products/i_cover_storia35_large.jpg?100206" alt="Storia in Rete n. 35" width="90" height="128" />In questi giorni torna d&#8217;attualità quanto scrivemmo due anni fa su &#8220;Storia in Rete&#8221; n. 35 a proposito di Gheddafi. Allora, con ben altri argomenti, si mostrava il volto oscuro di un dittatore con cui tutte le nazioni che ora lo bombardano volevano fare affari d&#8217;oro. L&#8217;arretrato è disponibile a soli 4,00 euro nella nostra <a href="https://storiainrete.myshopify.com/collections/arretrati/products/storia-in-rete-n-35" target="_blank">EDICOLA VIRTUALE.</a> </em></p>
<p><em>Un numero che ha trovato d&#8217;accordo l&#8217;autore dell&#8217;interessante articolo che segue e che ci cita. Si tratta di una lezione su come l&#8217;assenza di una prospettiva storica, anzi, la volontaria dimenticanza del passato storico nazionale, possa condurre un paese come l&#8217;Italia ad intraprendere una dietro l&#8217;altra una sequela di decisioni sbagliate, foriere di guasti e guai le cui conseguenze sono durevoli nel medio e nel lungo periodo, a fronte di piccoli vantaggi in quello breve. Vantaggi che per lo più vanno ai politicanti di turno o ai poteri economico-industriali-finanziari. (EM)</em></p>
<p><em><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rischiocalcolato.it/wp-content/uploads/2011/08/Libia2.jpg" alt="Libia2 Libia, fine della tragicommedia" width="90" height="90" /></em></p>
<p>Pare che siamo giunti all’ultimo atto della tragicommedia libica. L’intervento della NATO ha posto fine al regime quarantennale di Gheddafi. La guerra non è ancora finita, e per le strade di Tripoli si combatte e ciò che resta dell’esercito del colonnello vende cara la pelle, ma ormai il loro destino è segnato. Per quanto riguarda Gheddafi, le notizie sul colonnello sono contraddittorie. Nel bunker in cui sembrava fosse rinchiuso di ui non c’è traccia. Zimbabwe, Angola e Venezuela si propongono di ospitarlo per un eventuale esilio, vedremo comunque nei prossimi giorni cosa deciderà di fare il politico più ricercato al mondo. Con questo post, in cui cercherò di raccogliere riflessioni personali non intendo affatto fare l’apologia del signor Gheddafi. Un signore che merita ampiamente la sua sorte. Un signore che ha esiliato i coloni italiani espropriandoli dei propri beni, che ha avuto le mani in pasta praticamente in tutta la scia di sangue nota come “anni di piombo”, che ha armato e aiutato le Brigate Rosse, che ha patrocinato atti terroristici vili e sanguinari come l’infame attentato di Lockerbie e che ha utilizzato per anni il racket dell’immigrazione come arma di ricatto contro il nostro paese. Tutte le nequizie del colonnello vennero riassunte dalla rivista “Storia in Rete” in tempi non sospetti in un numero intitolato <a rel="nofollow" href="http://www.storiainrete.com/1631/in-primo-piano/gheddafi-colonialismo-basta-scuse/">“<strong>Il Libro Nero di Gheddafi</strong>”</a>, numero che invito a procurarsi tramite <a href="https://storiainrete.myshopify.com/collections/arretrati/products/storia-in-rete-n-35" target="_blank"><strong>arretrato</strong></a>, giusto per far capire che qui non si intende fare un’apologia del colonnello. Detto questo cominciamo a fare alcune riflessioni.</p>
<p>.</p>
<p>da <img src="http://4.bp.blogspot.com/_nc-SwB1t7QA/TQdlhYWr6iI/AAAAAAAAApI/qWZzT7npC1M/s1600/new-banner-OMBRA.jpg" alt="Rischio Calcolato" width="150" height="29" /> di mercoledì 24 agosto 2011</p>
<p>.</p>
<p><strong>A chi stiamo affidando la Libia?</strong></p>
<p>Il “Consiglio Nazionale di Transizione” nato dalla rivolta di Bengasi è capitanato e formato in buona parte da ex membri del regime del colonnello. Prendiamo ad esempio il primo ministro del governo di Bengasi, Mahmud Jibril. Fino a pochi mesi fa era presidente del consiglio per lo sviluppo economico di Gheddafi. Oppure se volete parliamo del segretario generale del CNT, Mustafà al Jalil, fino a febbraio ministro della giustizia del rais, mentre Abdul Younes, il capo militare dei ribelli ucciso poche settimane fa, era fino a febbraio ministro dell’interno del regime. Insomma, a partire dai suoi esponenti di punta il CNT è pieno zeppo di ex funzionari di Gheddafi. Ora, abbiamo fatto tutto questo ambaradan con tanto di morti e macerie per affidare la Libia a gente che per anni ha retto il catetere a Gheddafi. E’ la cruda verità, piaccia o non piaccia. Ricordiamo poi come tutte le proposte di mediazione dell’Unione Africana e della Russia siano state respinte senza appello proprio dai ribelli mentre erano state accettate da Gheddafi. Inoltre all’interno dello stesso CNT le acque non sono certo calme, come testimonia l’uccisione di Younes da parte dell’ala islamista del CNT. Senza contare la corposa presenza dei qaedisti nelle fila ribelli. Al di la della propaganda gheddafiana, è un fatto che Aqmi, ramo nordafricano di Al Qaida, si sia schierato coi ribelli fin dal principio.</p>
<p><strong>Rischiamo una Somalia di fronte casa? Che ne sarà della Svizzera africana?</strong></p>
<p>La Libia è un’invenzione del colonialismo italiano. Prima della colonizzazione italiana l’attuale Libia era divisa in tre province dall’amministrazione ottomana, ovvero Tripolitania, Fezzan e Cirenaica. A loro volta le tre macro-regioni libiche sono suddivise in varie tribù. Per molti anni il regime di Gheddafi ha tenuto sopite le rivalità tra le varie tribù e tra le varie regioni. Ora che il potere è in mano al circolo dei ribelli di Bengasi e della Cirenaica il delicato equilibrio costruito dal colonnello potrebbe saltare. Siamo sicuri che la Tripolitania e le tribù fedeli a Gheddafi si arrenderanno così e accetteranno il governo della Cirenaica? Siamo sicuri che le rivalità tribali ora non esploderanno clamorosamente? Ma non abbiamo imparato nulla dall’Afghanistan e dall’Iraq? Siamo in Afghanistan da 10 anni e i talebani sono ancora lì, vivi e vegeti e sul punto di vincere la guerra. In Iraq ci son voluti anni, migliaia di vite umane e migliaia di soldi spesi per ristabilire la calma e aver ragione dei fedelissimi di Saddam Hussein. L’uccisione di Younes da parte degli stessi ribelli è un segnale allarmante di come non regni l’armonia nel fronte anti-Gheddafi. Lo scenario di una Somalia di fronte alle nostre coste è qualcosa di agghiacciante da tenere in conto nel futuro prossimo venturo. Inoltre dopo 6 mesi di guerra civile sanguinosa la Libia è allo stremo. I bombardamenti della NATO hanno demolito quella che era la Svizzera dell’Africa. Già, perché i media non ve l’hanno detto ma la Libia fino a sei mesi fa era il paese africano con il più alto reddito pro-capite e con standard di vita da paese europeo. <a rel="nofollow" href="http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2011/04/incredibili-ricchezze-della-libia-di-gheddafi.html">Qui</a> se volete una lista completa delle ricchezze della fu Libia di Gheddafi. Ora però i libici sono allo stremo, e allo stremo è l’economia del paese, falcidiata dall’embargo sul petrolio, principale fonte di sostentamento libica. Valeva la pena ridurre al disastro la Svizzera d’Africa per arrivare a una potenziale Somalia di fronte alle nostre coste? Il libico medio, che prima viveva molto meglio di tutti gli abitanti del suo continente e ora è ridotto alla miseria secondo voi sarà grato all’occidente e alla “democrazia esportata” oppure sarà furibondo?</p>
<p><strong><strong>La scomparsa dei pacifismi, Obama viola la costituzione nel silenzio dei media, la sinistra si scopre guerrafondaia e dimentica i flirt col colonnello</strong></strong></p>
<p>La guerra in Iraq del 2003 era stata salutata dal mondo con imponenti manifestazioni di dissenso e protesta. Ora, Obama, Sarkozy e Cameron si sono comportati molto peggio di Bush e Blair, perché, contrariamente a questi si sono rifiutati di fare una formale dichiarazione di guerra venendo meno a tutte le regole con cui la guerra s’è fatta finora. In sostanza i tre esportatori di democrazia mentre facevano lezioni a Gheddafi, stupravano la stessa in casa loro. Questo è il mondo del bipensiero orwelliano in cui una guerra vien chiamata “no fly zone” e in cui le dichiarazioni di guerra si possono anche non fare. I pacifisti, che riempivano le piazze nel 2003, oggi sono spariti. Niente manifestazioni, niente richieste a l’Aja, nulla. Nessuna richiesta di impeachment per Obama, il quale ha preso la costituzione degli USA e l’ha gettata nel cestino. Solo i soliti Ron Paul e Dennis Kucinich han tentato di difendere la carta costituzionale, fallendo. Le bandiere arcobaleno son state ammainate. La sinistra, un tempo pacifista oggi si scopre guerrafondaia. Tra i più attivi nello scontro con il colonnello il mai-eletto inquilino del colle. Giorgio Napolitano, che un anno fa accoglieva il colonnello a Roma con onori e salamelecchi insieme a tutte le autorità italiane, è stato il maggior fautore dell’entrata in guerra dell’Italia. Ora, mi risulta che lo stesso Giorgio Napolitano fino al 1991 facesse parte del “Partito Comunista Italiano” e mi risulta che all’epoca del bombardamento di Reagan quel partito prese le difese di Gheddafi. Mi risulta inoltre che a lungo la sinistra italiana abbia ritenuto Gheddafi un esempio del socialismo e che per anni abbia ritenuto il “libretto verde” del colonnello un’opera mirabile. Senza contare i rapporti che la sinistra ebbe ai tempi dei governi ulivisti proprio con lo stesso Gheddafi. Oggi invece la sinistra, ai tempi dell’Iraq pacifista, s’è riscoperta guerrafondaia. E il più guerrafondaio di tutti è proprio Giorgio Napolitano, l’ex comunista migliorista oggi massone del CFR. Ora vorremo capire, cari sinistri, ma vi siete dimenticati di quando innalzavate il colonnello a icona socialista anti-imperialista? Che il vostro pacifismo fosse solo strumentale lo sapevamo, basti ricordare gli aerei italiani che sganciavan bombe su Belgrado nel ’99 in pieno governo D’Alema, non pensavo però che riusciste a rinnegare in così breve tempo un ex idolo e virare a 360 gradi la linea pacifista. Dimostrate però ancora il vostro servilismo nei confronti dello straniero e quindi meritate comunque un plauso per esser degni rappresentanti del servilismo che caratterizza questo paese.</p>
<p><strong><strong><strong>Menzogne e propaganda, l’informazione in cortocircuito</strong></strong></strong></p>
<p>Giovanni Minoli, uno dei pochi presentatori di valore della RAI, ha dedicato un’intera puntata de <a rel="nofollow" href="http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=852">“La Storia Siamo Noi” </a>alla questione libica e alla storia della propaganda di guerra in tempi recenti. Ovviamente la trasmissione di Minoli è relegata alle undici di sera. In quella puntata Minoli smascherò alcune delle bugie di guerra dei media occidentali. Prima le notizie sui 10mila morti, quindi le fosse comuni, i presunti stupri… L’informazione occidentale si è abbeverata acriticamente alla fonte di Al-Jazira, la quale ha fornito informazioni spesso fasulle e inesatte. Ancora una volta, come avvenuto all’epoca del Kossovo, delle due guerre del golfo, i media anziché recitare il ruolo di cronisti imparziali sono stati i megafoni della propaganda occidentale. Ora, non credo nemmeno alla tesi terzomondista che vuole Gheddafi semplice vittima del complotto occidentale. Il colonnello non è farina da ostie e in Italia lo sappiamo bene. Però una maggiore imparzialità sarebbe richiesta anziché il tifo da stadio visto in questi mesi.</p>
<p><strong><strong><strong><strong>Proteggere i civili uccidendo i civili, la violazione della risoluzione, i grandi della terra un tempo amici di Gheddafi oggi suoi nemici, Sarko “umanitario” in Libia e filo-tiranno in Tunisia</strong></strong></strong></strong></p>
<p>Secondo quanto denunciato dalle autorità libiche, dall’inizio dei bombardamenti nel marzo scorso quasi 1.000 civili hanno perso la vita. La cifra sparata dal magistrato libico può essere frutto di pura propaganda. Che i raid della NATO abbiano provocato una lunga scia di sangue innocente è però un dato di fatto. Il mandato ONU parlava di difesa dei civili, ma i civili anziché esser difesi sono stati massacrati dall’ONU. Se la NATO non fosse intervenuta la guerra in Libia sarebbe finita 5 mesi fa con la vittoria di Gheddafi. Avremmo evitato 5 mesi di spargimenti di sangue innocente. La risoluzione ONU dava un mandato, il quale è stato palesemente violato dalla NATO. Il mandato parlava di protezione dei civili, ma la NATO ha spudoratamente parteggiato per una delle due parti in causa violando la risoluzione. Squallida l’ipocrisia di Obama e Sarkozy, fino a ieri baci e abbracci con Gheddafi. I “motivi umanitari” fanno ridere i polli. Gheddafi è un dittatore da 40 anni, da 40 anni ammazza i suoi oppositori e solo ora si accorgono di tutto?</p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong>NON FATEMI RIDERE!</strong></strong></strong></strong></strong></p>
<p>Parliamo poi proprio di Sarkozy il quale oggi si bea di aver esportato la democrazia in Libia, ma giusto pochi mesi fa, durante la rivoluzione tunisina, la sua ministra degli esteri, Alliot-Marie, venne costretta alle dimissioni perché pescata a dar consigli a Ben Alì sul come sedare gentilmente la folla infrocita. Ergo il signor Sarkozy che bombarda i dittatori fa ridere i polli. Lo stesso Sarkozy poi era molto amico di Gheddafi. Come hanno ricordato Dupont-Aignan e la leader comunista Marie George Buffet, l’inquilino dell’Eliseo nel 2007 accolse con tutti gli onori e i salamelecchi del caso proprio Gheddafi, il quale nel 2007 era un dittatore esattamente come oggi, ma all’epoca evidentemente era molto più malleabile agli interessi di Parigi. Se “l’esportazione della democrazia” di Bush e degli ex trotzkisti oggi neo-conservatori era rivoltante, la “guerra umanitaria” targata Obama-Cameron-Sarkozy è doppiamente rivoltante. Si maschera una guerra fatta per interessi economici (petrolio, <a rel="nofollow" href="http://lapulcedivoltaire.blogosfere.it/2011/03/in-libia-ce-anche-un-mare-di-acqua-dolce.html">ma</a> <a rel="nofollow" href="http://www.rischiocalcolato.it/2011/08/loro-venezuelano-e-la-vera-ragione-del-perche-tripoli-e-stata-conquistata-solo-ora.html">non solo</a>…) con motivi pseudo-umanitari.</p>
<p><strong><strong><strong><strong><strong><strong>L’Italia eterno Arlecchino servo di due padroni, il servilismo del governo, la Lega che abbaia ma non morde, i nostri interessi in pericolo</strong></strong></strong></strong></strong></strong></p>
<p>L’ultimo capitolo non poteva che essere dedicato all’atteggiamento del governo. Alla sinistra abbiam già dato la parte che meritava, ora tocca all’accoppiata Berlusconi-Bossi e al governo. Dunque, circa un anno fa il colonnello Gheddafi giungeva in quel di Roma inscenando una carnevalata ripugnante. Il governo era a dir poco entusiasta dell’arrivo del colonnello. Pochi mesi dopo però, come nella miglior tradizione italiana, ecco gli aerei dell’aviazione a tirar bombe “umanitarie” in Libia. Berlusconi, trascinato da Frattini, La Russa e Napolitano, ha voltato le spalle allo stesso uomo a cui aveva fatto il baciamano nemmeno 6 mesi prima. La Lega ha sbraitato, ma il Carroccio è sempre più partito di poltrona e ai guaiti sui giornali non ha mai fatto seguire azioni concrete per il termine della missione. Grazie ai trattati con Gheddafi (o meglio ai soldi versati nelle tasche del colonnello) gli sbarchi sulle coste di Lampedusa erano stati decimati. Durante la guerra libica però abbiamo visto di nuovo scene che credevamo esserci lasciati alle spalle, con l’Italia impossibilitata a respingere i barconi al mittente a causa della guerra. Ora, la guerra ha ridotto a un cumulo di cadaveri e macerie la Svizzera africana. Prima di questa guerra l’immigrazione che giungeva dalla Libia era proveniente da altri paesi africani, gli immigrati libici erano solo una minima frazione. Ora, con la Libia ridotta allo stremo, è probabile che arrivi un’ondata migratoria pure da lì. Oltre agli accordi sull’immigrazione, Gheddafi aveva dato praticamente l’esclusiva all’ENI sul petrolio libico, immesso capitali in Unicredit, e aperto le porte della Libia alle imprese italiane. L’Italia era il primo partner commerciale della Libia di Gheddafi, ora che ne sarà della posizione dell’Italia? Le imprese italiane hanno già subito un duro colpo, si calcolano che il danno subito dalle imprese italiane a causa della guerra sia di oltre 100 miliardi. Il clan di Bengasi e della Cirenaica continuerà la linea filo-italiana presa da Gheddafi negli ultimi tempi? Difficile a dirsi. Ora il mercato libico potrà essere “aperto” alla concorrenza anglo-franco-americana. Non dimentichiamo poi che la Cirenaica è da sempre la regione più anti-italiana della Libia. La Cirenaica è la terra di Omar al Mukhtar, il leader della resistenza anti-italiana il cui figlio si rifiutò di ricevere Berlusconi durante una visita del premier a Bengasi nel 2008, rivangando la resistenza anti-italiana di cui il padre è ritenuto l’eroe. Senza contare che proprio Bengasi fu l’epicentro della manifestazione anti-Calderoli del 2006. In sostanza i ribelli di Bengasi non saranno ben disposti verso di noi, sono legati a doppio filo alla Francia e appoggiandoli senza se e senza ma, a mio avviso, il governo non ha difeso i numerosi interessi del nostro paese in Libia. Berlusconi s’è dimostrato inadeguato e servile e Bossi poco più che un cagnolino a cui basta dare l’osso (i ministeri a Monza) per farlo tacere. Un anno fa il governo peccò nel concedere a Gheddafi di utilizzare Roma come teatro delle sue smargiassate, oggi il governo pecca nell’aver appoggiato in maniera spudorata un gruppo di ribelli di cui sappiamo poco o nulla e che probabilmente sono stati armati e foraggiati economicamente dai nostri diretti concorrenti francesi. Intanto la solita figura da eterni arlecchini servi di due padroni l’abbiam fatta come sempre e l’asse energetico Italia-Libia-Russia rischia di sfaldarsi a causa di questa faccenda. In questo paese in sostanza funziona tutto alla rovescia, pure la politica estera.</p>
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<p><strong>su Storia in Rete n. 36</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/910/archivio-arretrati/storia-in-rete-n%C2%B0-36-ottobre-2008/"><img title="i-cover-storia36" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/i-cover-storia36.jpg" alt="" width="78" height="104" /></a></strong></p>
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<p><strong>su Storia in Rete n. 44</strong></p>
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		<title>Strozzino e violento estremista. Crolla il mito di Matteotti</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jul 2011 21:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_z5HQdysUw6s/S9bpAbm-RnI/AAAAAAAAAmc/MeJb_3O9_PY/s1600/foto_matteotti_ridotta.jpg" alt="" width="90" height="90" />Non si tratta di fare del revisionismo, piuttosto di andare oltre l’agiografia, tentando di superare il mito a favore di una maggiore conoscenza della nostra storia. Una missione non facile quando si prende in esame Giacomo Matteotti, come ha fatto&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_z5HQdysUw6s/S9bpAbm-RnI/AAAAAAAAAmc/MeJb_3O9_PY/s1600/foto_matteotti_ridotta.jpg" alt="" width="90" height="90" />Non si tratta di fare del revisionismo, piuttosto di andare oltre l’agiografia, tentando di superare il mito a favore di una maggiore conoscenza della nostra storia. Una missione non facile quando si prende in esame Giacomo Matteotti, come ha fatto il professore dell’Università di Padova Gianpaolo Romanato nella bella biografia Un italiano diverso (Longanesi) che ieri Giuseppe Parlato ha recensito su queste pagine.</p>
<p>.</p>
<p>di Francesco Borgonovo da &#8220;Libero&#8221; del 30 luglio 2011 <img src="http://www.libero-news.it/images/logo.png" alt="Libero-news.it" width="136" height="29" /></p>
<p>.</p>
<p>Del leader socialista assassinato dai fascisti ci resta oggi un santino, una descrizione eroica che in parte è certamente vera, ma incompleta. Meno noti al grande pubblico sono i lati più problematici del personaggio, due in particolare: le accuse di strozzinaggio rivolte alla famiglia Matteotti (di cui abbiamo già parlato) e il rapporto del deputato socialista con le violenze del cosiddetto biennio rosso. Lo studioso parla di «un clima di violenza e di guerra civile che, a opera dei socialisti e soprattutto delle leghe, imbarbarì la provincia».<br />
Matteotti proveniva dal Polesine, e trattò in due discorsi parlamentari la drammatica questione del suo territorio. Il suo atteggiamento, tuttavia, fu ambivalente. Da un lato, alla Camera, il tono dei suoi discorsi era più conciliante, a casa propria invece si poneva diversamente.<br />
In quelle zone l’egemonia socialista era fortissima, e Matteotti mostrava una «singolare dicotomia», come l’ha chiamata sull’Osservatore Romano un altro studioso di vaglia, Roberto Pertici: «A Rovigo, rivoluzionario e ossequiente all’estremismo oppressivo delle leghe del primo dopoguerra; alla Camera legalitario ed esperto di questioni tecniche e giuridiche».<br />
Meriti e peccati<br />
Pertici è un moderato, parlando con «Libero» riconosce i meriti di Matteotti e prende in tutti i modi le distanze dal sensazionalismo. Ma nel suo articolo per l’Osservatore spiega che Giacomo «diede copertura politica (volente o nolente) al clima di violenza e di guerra civile. Quel clima di violenza e di dura sopraffazione Matteotti non lo crea, ma lo protegge e non lo frena», ci dice il professore, «non si opponeva per non perdere il rapporto con il suo elettorato polesano». Del resto questa era la linea del suo schieramento.<br />
«Il partito socialista», prosegue Pertici, «era inebriato dalla prospettiva della rivoluzione russa, le direttive erano quelle di alimentare il clima rivoluzionario. Nella provincia italiana, specie nelle campagne, si creò dunque una situazione di violenza diffusa e pressione sociale fortissima. Ci furono i morti, certo, ma ci fu anche una violenza diciamo ambientale: i reduci della guerra venivano derisi, i mutilati erano presi in giro, si impediva ai Comuni di esporre la bandiera. Il presidente del Consiglio Nitti, nel ’19, non fece festeggiare l’anniversario della fine del conflitto per non indispettire i socialisti, mentre tutti i Paesi europei lo celebravano».<br />
Fu in questo quadro che si sviluppò la reazione dei fasci, inizialmente appoggiata anche dai popolari e dai moderati, che la intendevano come un freno al caos socialista. Poi, ovvio, il fascismo prese un’altra strada. Rispetto alle violenze rosse, nel libro di Romanato si legge un ruvido articolo comparso sul giornale dei popolari del Polesine che condanna duramente gli esponenti del partito di Matteotti: «Ci sono poche cose che corrompono tanto un popolo come l’abitudine dell’odio; e voi, capi del socialismo polesano, questo sentimento l’avete fomentato in tutte le guise».<br />
Anche Romanato è estremamente cauto nei giudizi, e il suo libro è tutt’altro che denigratorio nei confronti del deputato socialista, cosa che lo rende ancora più importante e apprezzabile. A proposito delle coperture alla violenza politica, preferisce dire che Matteotti «fu condizionato da avvenimenti che non sempre seppe o poté governare. Il Polesine era una provincia poverissima e marginale», dice a Libero, «dove la lotta politica aveva poche mediazioni e facilmente degenerava nella rissa. Inoltre il socialismo locale fu sempre egemonizzato da spinte massimaliste, cioè rivoluzionarie. I due maggiori leader, prima Nicola Badaloni e poi Matteotti, operarono per moderare tali spinte e incanalarle in un’azione politica organizzata e più disciplinata. Ma dopo la guerra, quando il conflitto si accese, Matteotti ebbe sempre meno spazio per le mediazioni, non avendo neppure più la sponda di Badaloni. È questa la fase, siamo nel cosiddetto “biennio rosso”, in cui Matteotti apparve in Polesine più un piromane che un pompiere. Altra era invece la linea che teneva a Roma, dove il confronto era dialettico e non “pugilistico”. Questa duplicità gli fu rimproverata da tutti i suoi avversari, liberali, cattolici e fascisti».<br />
Lo studioso racconta che nelle terre di Matteotti regnava una «violenza insostenibile», la quale contribuì certo a suscitare una reazione “nera”. «Il clima in Polesine, come anche nelle contigue province di Ferrara, Bologna e Mantova, era pesantissimo, di strisciante guerra civile», dice. «La documentazione che ho portato nel libro conferma l’esistenza di una situazione di violenza insostenibile, sia pure motivata da sacrosante richieste di giustizia sociale. Solo in Polesine ci furono una ventina di morti in poco più di due anni. È questo l’inferno da cui sorse lo squadrismo fascista, che, di suo, aggiunse all’esercizio della violenza una metodo, una disciplina e un’organizzazione che i socialisti non avevano».<br />
Antiborghese<br />
Il problema, come nota Roberto Pertici, è il tipo di riformismo che il partito di Matteotti propugnava. L’orizzonte era sempre quello della rivoluzione socialista, anche se con la convinzione che per realizzarla fosse necessaria una certa gradualità. I dirigenti dello schieramento rosso non si riconoscevano nelle istituzioni dello Stato democratico e borghese, anzi si consideravano estranei ad esse, le combattevano, per un certo periodo anche a costo di fomentare la violenza nelle province. Solo in seguito cambiarono rotta, ma ormai era troppo tardi, l’avvento del fascismo si faceva inarrestabile.<br />
Giacomo Matteotti, prima di morire &#8211; come ha scritto ieri Giuseppe Parlato &#8211; aveva accentuato le sue posizioni anticomuniste, poi fu ammazzato come tutti sanno. Tentò di combattere la dittatura incipiente, come chiunque gli riconosce. Proprio per questo bisogna raccontare anche come agì in precedenza.</p>
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<p>inserito su www.storiainrete.com il 30 luglio 2011</p>
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