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	<title>Storia In Rete &#187; Risorgimento</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>Esposte a Roma 140 foto a colori: l&#8217;Italia dal 1861 al 1935</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Nov 2011 23:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[foto]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ansa.it/webimages/foto_large/2011/11/18/3bab20fc2ebd1dc06eef99d64838a1e4.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sembrano dei quadri impressionisti ma sono in realta&#8217; delle fotografie a colori. Nulla di strano, ma cio&#8217; che colpisce e&#8217; che sono scatti che risalgono ai primi anni del &#8217;900 e agli ultimi decenni del XIX secolo, precisamente nel periodo&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ansa.it/webimages/foto_large/2011/11/18/3bab20fc2ebd1dc06eef99d64838a1e4.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sembrano dei quadri impressionisti ma sono in realta&#8217; delle fotografie a colori. Nulla di strano, ma cio&#8217; che colpisce e&#8217; che sono scatti che risalgono ai primi anni del &#8217;900 e agli ultimi decenni del XIX secolo, precisamente nel periodo compreso tra il 1861 e il 1935, anno in cui inizio&#8217; la diffusione della pellicola fotografica.</p>
<p>.</p>
<p>Da ANSA del 18 novembre 2011 <img src="http://www.ansa.it/web/notizie/canali/inviaggio/images/logo_ansa_speciali.png" alt="Prima pagina: Ansa.it" /></p>
<p>.</p>
<p>Da oggi e fino all&#8217;8 gennaio le sale di Palazzo Incontro a via dei Prefetti ospiteranno la mostra &#8216;Italia a colori. 1861-1935&#8242;, un viaggio nel passato del nostro Paese e delle nostre citta&#8217; attraverso 140 scatti inediti a colori e mai esposti in Italia, provenienti da collezioni private e da archivi tedeschi, francesi, austriaci e americani.</p>
<p>La mostra e&#8217; stata inaugurata oggi dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, secondo il quale &#8221;e&#8217; uno dei casi di proposta culturale fondata sulla passione e da inserire nei festeggiamenti per i 150 anni dell&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia. E&#8217; come tornare a un i-pad di 100 anni fa &#8211; ha aggiunto &#8211; sono foto meravigliose che mantengono intatta l&#8217;emozione dello scatto e catturano immagini di un Paese che non c&#8217;e&#8217; piu&#8221;&#8217;.</p>
<p>Le foto sono realizzate con tecniche sperimentali, utilizzate gia&#8217; dal 1861 quando a Londra fu presentata nel Royal Institution il primo scatto a colori, realizzato con la tecnica della &#8216;Trichromia&#8217;. Anche i fratelli Lumiere si cimentarono nel 1904 nella riproduzione di foto a colori, brevettando la placca &#8216;Autochrome&#8217;, una lastra in grado di produrre diapositive a colori attraverso granelli colorati.</p>
<p><a href="http://www.ansa.it/web/notizie/canali/inviaggio/cultura/2011/11/18/visualizza_new.html_16781574.html">GUARDA LA GALLERIA DA ANSA.IT</a></p>
<p>__________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 19 novembre 2011</p>
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		<title>Quattro Biellesi nel Risorgimento: i fratelli La Marmora</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 04:22:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Biella]]></category>
		<category><![CDATA[La Marmora]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.lamarmora.net/images/stories/generali_lamarmora_top/alessandro_lamarmora_2.jpg" alt="alessandro_lamarmora_1" width="90" height="90" /></p>
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<p class="MsoNormal">L’anno di celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia si chiude a Biella con una grande mostra <span> </span>che metterà a disposizione del pubblico per la prima volta cimeli, decorazioni, dipinti e oggetti di grande <span></span></p></div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.lamarmora.net/images/stories/generali_lamarmora_top/alessandro_lamarmora_2.jpg" alt="alessandro_lamarmora_1" width="90" height="90" /></p>
<div id="_mcePaste">
<p class="MsoNormal">L’anno di celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia si chiude a Biella con una grande mostra <span> </span>che metterà a disposizione del pubblico per la prima volta cimeli, decorazioni, dipinti e oggetti di grande <span> </span>prestigio e valore. Una vera e propria rassegna di “tesori” che sarà allestita in quattro sedi e che avrà come filo conduttore le <span> </span>vicende private e pubbliche dei quattro fratelli La  Marmora, i generali Carlo Emanuele, Alberto, Alessandro e Alfonso.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">La mostra, dal titolo “Quattro biellesi nel Risorgimento: i fratelli La Marmora”, è promossa dal Comune di <span> </span>Biella<span> </span>nell’ambito delle iniziative<span> </span>“Biellesi tessitori di unità”, un ricco ciclo di eventi promosso <span> </span>dall’Assessorato alla Cultura che testimonia il grande impegno dell’amministrazione cittadina per le <span> </span>celebrazioni unitarie. Partner del Comune è il Centro Studi Generazioni e Luoghi Archivi Alberti La <span> </span>Marmora, con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Biella, del Museo Regionale di Scienze Naturali di <span> </span>Torino. L’iniziativa ha inoltre il contributo di<span> </span>Biverbanca, Camera di Commercio di Biella e Famiglia <span> </span>Ramella Catering. L’impegno di Biverbanca è di grande respiro, infatti con il suo sostegno l’editore Fabrizio <span> </span>Lava pubblicherà per Natale un volume dedicato ai La Marmora curato da Silvia Cavicchioli. Il progetto ha inoltre il patrocinio della Regione Piemonte, della Regione autonoma della Sardegna, del <span> </span>Comune di Cagliari e dell’Associazione Nazionale Bersaglieri. L’allestimento sarà curato da E20Progetti e da M10,<span> </span>mentre il coordinamento è dell’Associazione Stile <span> </span>Libero.<span> </span>La mostra sarà inaugurata il 22 ottobre alle 17 a Palazzo Ferrero, seguirà visita di Palazzo La <span> </span>Marmora e di San Sebastiano alle 18,45. <span> </span>La mostra non sarebbe stato possibile senza il contributo dell’Archivio di Stato di Biella, sia per la ricerca <span> </span>preliminare, sia per la scelta di preziosi documenti che ritmano la narrazione della mostra e che <span> </span>provengono dal grande archivio La Marmora, di cui l’Archivio di Stato è custode.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">La mostra chiude un anno che ha visto l’ente Generazioni e Luoghi<span> </span>- Archivi Alberti La Marmora promuovere le figure dei quattro fratelli in numerose occasioni legate al 150° che hanno scandito questi <span> </span>dodici mesi a partire dagli eventi promossi dall’Associazione Dimore Storiche del Piemonte nell’autunno del <span> </span>2010. Tra le novità del 2011, il Centro studi ha inoltre lanciato a maggio un sito web<span> </span>www.lamarmora.net dedicato ai quattro fratelli generali e alla famiglia.</p>
</div>
<p><a href="www.lamarmora.net">www.lamarmora.net</a></p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 22 ottobre 2011</p>
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		<title>“Il Capobianco” e il primo moto carbonaro del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 07:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-a1C-T_i19-w/TZnMpnVApMI/AAAAAAAACN0/OXnAWdSRFIo/s1600/00379712_b.jpg" alt="" width="90" height="90" />Non avvenne in Piemonte, ma in Calabria. Solo che questo pezzo importante della storia del nostro Paese, purtroppo, è stato dimenticato. Così com&#8217;è stato dimenticato, da molti ma non da tutti, l&#8217;apporto (anche a livello di vite umane) dato alla&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-a1C-T_i19-w/TZnMpnVApMI/AAAAAAAACN0/OXnAWdSRFIo/s1600/00379712_b.jpg" alt="" width="90" height="90" />Non avvenne in Piemonte, ma in Calabria. Solo che questo pezzo importante della storia del nostro Paese, purtroppo, è stato dimenticato. Così com&#8217;è stato dimenticato, da molti ma non da tutti, l&#8217;apporto (anche a livello di vite umane) dato alla causa dell&#8217;unità d&#8217;Italia da molti meridionali, calabresi e siciliani. In queste due regioni, prima ancora dei moti piemontesi del 1820-21, prima ancora del sacrificio dei fratelli Bandiera (1844), si scrissero alcune tra le più belle pagine della nostra storia risorgimentale.</p>
<p>.</p>
<p>di Tamara Ferrari e Francesca Canino dal Quotidiano della Calabria dell&#8217;11 settembre 2011 <img src="http://www.ossigenoinformazione.it/wp-content/2011/07/t_Il_Quotidiano_della_Calabria.png" alt="" width="173" height="94" /></p>
<p>.</p>
<p>Contrariamente a quanto sostengono i libri di storia, il primo moto del Risorgimento italiano non avvenne nel 1820-21, ma 10 anni prima. E non avvenne in Piemonte, ma in Calabria. Solo che questo pezzo importante della storia del nostro Paese, purtroppo, è stato dimenticato. Così com&#8217;è stato dimenticato, da molti ma non da tutti, l&#8217;apporto (anche a livello di vite umane) dato alla causa dell&#8217;unità d&#8217;Italia da molti meridionali, calabresi e siciliani. In queste due regioni, prima ancora dei moti piemontesi del 1820-21, prima ancora del sacrificio dei fratelli Bandiera (1844), si scrissero alcune tra le più belle pagine della nostra storia risorgimentale. Pagine che oggi andrebbero recuperate, rilette e rivalutate, primo fra tutti sui libri di storia.</p>
<p>Noi cominciamo a raccontarvene qualcuna. E partiamo da un uomo che già nel 1811, cinquant&#8217;anni prima dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, coltivava il sogno di un governo costituzionale e di una nazione (avete capito bene: di una nazione non di una provincia o regione) libera dallo straniero. Quest&#8217;uomo si chiamava Vincenzo Federici, ma tutti lo conoscevano con l&#8217;appellativo di “Capobianco”, il soprannome datogli dai suoi compaesani perché ancora ventenne aveva tutti i capelli bianchi. Nato nel 1772 ad Altilia, piccolo centro della provincia cosentina, nel 1799 fu uno dei fautori della Repubblica Partenopea in Calabria e 12 anni dopo promotore, con il nipote, il medico Gabriele De Gotti, della prima vendita carbonara del Mezzogiorno.</p>
<p>Nel 1813 – anche dopo aver ottenuto l&#8217;appoggio di Lord William Bentinck, che aveva da poco concesso la Costituzione alla Sicilia – Federici capeggiò la rivolta contro i francesi in nome della Costituzione e della libertà. Tradito da uno dei suoi seguaci, fu catturato e giustiziato il 26 settembre 1813 a Cosenza. La sua morte diede il via al sollevamento dei carbonari abruzzesi, cui via via fecero seguito le rivolte che portarono poi all&#8217;Italia unita. La sua vicenda, che i nostri libri di storia non raccontano (ma molti tra quelli francesi e inglesi sì!) la trovate di seguito. È la storia di un uomo che andò fiero al patibolo in nome della libertà. Una storia che affascinò i suoi contemporanei, anche all&#8217;estero: Alexandre Dumas ne parlò nella sua storia dei Borbone di Napoli, Mary Shelley (la scrittrice di Frankenstein) gli dedicò un capitolo del libro “A zonzo per la Germania e per l&#8217;Italia”, Giovanni Verga s&#8217;ispirò a lui quando scrisse il suo primo romanzo (I carbonari della montagna).</p>
<p>È una storia, quella del Capobianco, che andrebbe ancora approfondita. Ci stiamo lavorando. Intanto, eccovi un assaggio.</p>
<h1><strong>Il primo moto carbonaro del Risorgimento</strong></h1>
<p>di Francesca Canino</p>
<p>Patriota o brigante. Forse patriota-brigante in un tempo in cui il valore semantico delle due parole si sovrapponeva e confondeva e &#8216;arrivotava&#8217; la storia del Sud. Torrevetere 1813: l&#8217;antica caput Bruttiorum si riconfermava teatro di vicende umane sulla scena del Risorgimento Italiano, ove un palco di morte era stato preparato in un giorno di settembre, tra gli alberi acquatici che popolavano il colle. L&#8217;estate era appena terminata, ma non aveva ancora portato via<strong> </strong>i venti caldi delle sommosse che dal Savuto si erano propagati alla città della confluenza. Un uomo, bianco di capelli, si avviava verso le forche innalzate durante il giorno, maledicendo la razza tirannide, ovvero gli invasori francesi: “Che i Calabresi vendichino il mio sangue” e rivoltosi ai carnefice gli si offrì dicendogli: “Fate presto”. E tosto il suo volere fu fatto.</p>
<p>Era la sera del 26 settembre e Vincenzo Federici, detto il Capobianco, giudicato ribelle e traditore, mai più avrebbe &#8216;cospirato contro il Governo della Provincia di Calabria Citra in unione di gente armata&#8217;. Per le strade della città né turbe, né moltitudini, &#8216;raro, ma non ignobile contegno del popolo&#8217; dirà qualche tempo più tardi Luigi Maria Greco: nessuno aveva voluto assistere alla fine di un uomo che aveva rappresentato la lotta, la speranza, l&#8217;ideale della libertà.</p>
<p><strong>Il ribelle &#8211; </strong>&#8216;Solerte massajo&#8217; dagli scarsi poderi, di non elevati studi, ma attore precipuo nel Savuto di inizio &#8217;800, Vincenzo Federici nacque ad Altilia nel 1772. Lo storico e letterato cosentino<strong> </strong>Luigi Maria Greco lo descrisse come uomo “di tempra gagliarda, di avvenente vigoria, ma grave e dagli occhi vividi e scintillanti; di vantaggiosa statura, sagacia e dirittura di giudizio; persuasivo nel ragionare. Era senza ambizione; obbediente co&#8217; le autorità, ossequioso e senza bassezze co&#8217; gli amici; cordiale, benevolo e senza superbia co&#8217; gli inferiori; largo co&#8217; i bisognosi; senza jattanza, insofferente però alle offese e pronto a punire di sua mano chiunque avesse osato offenderlo o provocarlo senza ragione”. Era soprannominato Capobianco a causa della precoce canizie iniziata quando non era ancora ventenne e che ne accentuò il fascino ed il carisma. Forse il segno di un destino che lo avrebbe visto ribelle carbonaro, paladino della libertà e combattente nelle terre natie ed oltre, di indole impetuosa, ma tuttavia amante fedele e buon padre di famiglia, come si addice al calabrese per antonomasia. E proprio la Calabria vide nascere la prima vendita carbonara nel 1812, ad Altilia, un piccolissimo borgo che &#8216;aveva tolto il nome all&#8217;altura&#8217; e che sotto la spinta del medico Gabriele de Gotti, si propagò a Cosenza e nei paesi limitrofi ed in seguito nel catanzarese.</p>
<p>I cugini, ovvero gli adepti alla Carboneria, erano uomini di varia estrazione sociale e spesso di diverso orientamento politico, accomunati dall&#8217;idea dell&#8217;unità e libertà della Patria. Essi si raccolsero inizialmente nella vendita di Sparta, la Carboneria cosentina, sotto il comando di Federici, uomo dal focoso temperamento che venne rubricato presso la Gran Corte Criminale di Cosenza per delitti comuni e quindi perseguitato con veemenza, prima della nomina a Capitano delle Guardie civiche del circondario, nomina conferitagli dal generale Manhès anche per distoglierlo dalla sua attività carbonara. Il generale, infatti, non annoverò Vincenzo Federici tra i briganti.</p>
<p>La Carboneria calabrese, desiderosa di ottenere una forma di governo rappresentativo, fu in un primo momento decisamente ostile al Governo Borbonico e aderente al Governo dei Francesi, che considerò questa prima fase non come l&#8217;operato proprio del brigantaggio, ma come un&#8217;azione diretta ad ottenere un regime più libero. Già in questo periodo, però, il re Gioacchino Murat, riferendosi ai carbonari quando li denominò &#8216;patrioti&#8217;, presagì il pericolo futuro e dubitò delle loro idee, allorchè il 25 febbraio 1809 scrisse impensierito a Napoleone che &#8216;le fila dei patrioti si ramificavano in tutta Italia&#8217;. L&#8217;identificazione tra la denominazione di carbonaro e quella di patriota era così entrata nell&#8217;uso comune del tempo.</p>
<p><strong>La sommossa &#8211; </strong>Vincenzo Federici cercò dapprima un accordo con i Carbonari di Sicilia perchè la Calabria insorgesse e tentò una rivolta in occasione della fiera del Savuto, il 15 agosto 1813<em>, </em>da cui si levò il grido di libertà che avrebbe dovuto far sollevare anche i Comuni vicini.<em> </em>Qualche settimana più tardi, Aprigliano e Scigliano insorsero e piantarono i loro alberi della Libertà, ma immediata fu la risposta del Comandante della Provincia Giuseppe Iannelli, che soffocò<strong> </strong>la rivolta ed arrestò numerosi carbonari. Tra questi era anche il Capobianco che, per ordine del generale Manhès, fu rimesso in libertà. L&#8217;atteggiamento del generale francese, inviato in Calabria per sterminare i briganti, aveva un duplice scopo: redimere Federici e convincerlo a sostenere la monarchia. Bisognava “fare ben comprendere a quello sciagurato, che si è voluto trarre in errore sì grossolano, a quali pericoli positivi va ad esporsi, ascoltando i perfidi suggerimenti di coloro che, vili per propria natura, espongono lui a bersaglio di tutto lo sdegno delle autorità, ed alla esecrazione pubblica” e convincerlo a presentarsi al quartier generale da dove “appena la criminosa effervescenza che tempesta lo spirito dei suoi compatrioti, sarà calma, egli rientrerà tranquillo nei suoi focolari”.</p>
<p>Federici fu convocato a Cosenza, qui promise di obbedire all&#8217;ordine di Manhès e di recarsi al quartier generale di Campo Calabro. Convinti dei buoni propositi del Capobianco<em>, </em>gli uomini di Manhès<em> </em>festeggiarono<em> </em>l&#8217;avvenimento con un banchetto a cui presero parte le autorità della Provincia, gli ufficiali della Guardia civica di Cosenza ed il generale Garnier. Intanto, il sacerdote carbonaro Carlo Bilotta di Carlopoli, avvisò Federici di interrompere momentaneamente le attività rivoluzionarie, senza abbandonare la nobile causa dell&#8217;indipendenza. Era necessario attendere tempi migliori. Al termine del convivio, il Capobianco abbandonò Cosenza con uno stratagemma e si rifugiò con i suoi fedelissimi nella Rocca di Altilia.</p>
<p>Scattò immediatamente un ordine di cattura: il Comandante Iannelli si diresse verso Altilia con un eccezionale spiegamento di forze militari e non riuscendo nell&#8217;intento, ordinò, per ritorsione, di saccheggiare il paese. Federici scampò alla cattura ed organizzò gli affiliati per sferrare l&#8217;attacco finale: la forza pubblica fu disarmata, i rivoltosi si appropriarono di convogli di polveri, bruciarono i registri dei tributi e assediarono Cosenza dopo aver piantato alberi della Libertà in ogni paese da cui erano passati.</p>
<p>Le autorità presenti a Cosenza si rifugiarono all&#8217;interno del Castello svevo con una guarnigione al comando del cavaliere De Martigny; Federici aveva invece ordinato ai Carbonari di dividersi in due drappelli, uno fu inviato nel distretto di Catanzaro, l&#8217;altro, sotto il suo comando ed insieme ad una compagnia raccolta da Pasquale Rossi, si spinse sulle alture di Torrevetere. Era il 18 settembre, i Carbonari di Federici tentarono invano di impadronirsi del Castello e di far insorgere gli abitanti dei Casali contro i Francesi.</p>
<p>L&#8217;Intendente Iannelli contro di loro fulminava il seguente bando: “Abitanti della Provincia, Capobianco con 30 briganti sta cercando di far seguaci e turbare la  pubblica tranquillità percorrendo le campagne. Ma i Comuni che lo riceveranno e lo lasceranno passare sul rispettivo territorio, saranno subito militarmente trattati. Già numerose colonie marciano contro queste orde”.</p>
<p>Ma un equivoco intervenne nello svolgimento del piano che segnò il fallimento della sommossa e Federici si ritirò nei pressi di Aprigliano, dove era atteso da moltissimi amici. Braccato ormai dal generale Manhès, il Capobianco comprese che doveva rifugiarsi in un luogo distante da Cosenza e si diresse a Grimaldi, dal fidato amico De Rose.</p>
<p><strong>Il tradimento &#8211; </strong>Il generale Manhès, intanto, giunse a Cosenza e durante un banchetto nel palazzo della Baronessa Mauro, organizzò il piano per la cattura del Capobianco. Fu un affiliato alla Carboneria, Carlo Mileti di Grimaldi, che trovandosi presso il fratello Raffaele, Vicario generale del vescovo di Nicastro, gli riferì che il Capobianco<em> </em>si trovava a Grimaldi, in casa De Rose. Il Vicario informò subito il generale Manhès con una lettera recapitatagli proprio da Carlo.</p>
<p>Il rifugio del ribelle era ormai svelato e sul cadere del 25 settembre, Manhès organizzò un drappello di ufficiali delle Guardie civiche della Calabria Ultra, guidato da Carlo Mileti, che aveva l&#8217;ordine di catturare Federici. Essendo il Mileti suo amico, non avrebbe destato sospetti: infatti, egli giunse facilmente dal capo carbonaro che trovò solo e seduto vicino alle sue armi. I traditori gli buttarono un cappotto sulla testa e soffocando le sue grida lo legarono ed uscirono da una porta segreta, lo caricarono su un cavallo come un fascio di fieno e lo trasportarono a Cosenza. Fu condotto alla presenza di Manhès, dinanzi al quale tenne un comportamento fiero.</p>
<p>Si concludeva così il primo Moto carbonaro del Risorgimento.</p>
<p><strong>La Condanna &#8211; </strong>Fu subito nominata una Commissione militare che riunita nel Palazzo Mauro giudicò in tutta fretta il Federici. Il generale Manhès gli pose queste terribili domande: “Perchè inalberasti stendardi di ribellione? Perchè invitato con mio foglio non mi raggiungesti?”. Federici rispose: “Non so leggere”.</p>
<p>Nominato d&#8217;ufficio un difensore nella persona dell&#8217;avvocato Gaetano Greco, che implorò una condanna di deportazione a vita, il Capobianco fu tuttavia giudicato colpevole di ribellione e tradimento. Il Relatore della Commissione militare, alla lettura della sentenza commosse le milizie e dispose anche che il fisco si sarebbe dovuto impossessare dei beni del condannato e che, ma questa è una parte controversa, l&#8217;intera famiglia del Federici &#8216;avrebbe avuto bando dal reame&#8217;. La sera del 26 settembre alle falde del colle Vetere, &#8216;vecchio&#8217; sito romano e via d&#8217;accesso alla città per chi proveniva dal Savuto, il Capobianco fu giustiziato.</p>
<p>Scrisse Luigi Maria Greco: “La notte viene vinta da innumerevoli fari che illuminano l&#8217;oscuro luogo nel quale il triste sacrifizio fu appieno consumato, col ridursi in cenere quelle misere spoglie e col disperdersi quelle ceneri al vento”. Tutti i traditori di Federici furono in seguito uccisi dai Carbonari e la commemorazione del Capobianco fu celebrata nelle vendite d&#8217;Italia.</p>
<p>Il Moto carbonaro del 1813 capeggiato da Vincenzo Federici, non è riportato sui libri di testo scolastici, né su tanti altri volumi di storia. Eppure, così come i Moti napoletani del 1820 o quelli piemontesi dell&#8217;anno successivo, l&#8217;insurrezione nel cosentino mirava a liberare la Calabria dallo straniero ed a riportare sul trono Ferdinando IV di Borbone, se questi avesse concesso una Costituzione. La figura del Capobianco divenne, tuttavia, così leggendaria da ispirare diversi scrittori, da Mary Shelley, la scrittrice di &#8216;Frankenstein&#8217;, che dedicò un intero capitolo del suo libro di viaggi tra Germania e Italia al &#8216;Capo Bianco&#8217;, ad Alexandre Dumas padre che lo ricordò ne “I Borboni di Napoli”. Anche Giovanni Verga, dopo aver conosciuto il figlio di Vincenzo Federici, Francesco, che gli raccontò le gesta del padre, scrisse il suo primo romanzo “I carbonari della montagna”, ispirato ai fatti della Carboneria calabrese.</p>
<p><strong>La pronipote del Capobianco</strong></p>
<p>Nel programma delle celebrazioni in occasione del 150° anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, una targa commemorativa in onore di Vincenzo Federici è stata apposta a Cosenza vecchia. Intanto apprendiamo alcuni aspetti sconosciuti sulla vita del Capobianco, grazie ad una sua discendente, Tamara Ferrari, giornalista di Altilia che oggi vive e lavora a Milano. La sua famiglia custodisce alcuni documenti e soprattutto un patrimonio di notizie tramandate oralmente da padre in figlio che ci consentono di ampliare il quadro su uno dei protagonisti del primo moto carbonaro del Risorgimento italiano.<em> </em></p>
<p><strong>Chi era Federici?</strong></p>
<p>«Un patriota sul quale, dopo la morte, sono state scritte tante inesattezze. Sarebbe ora di fare chiarezza».</p>
<p><strong>Ci faccia qualche esempio.</strong></p>
<p>«Il Capobianco non era un né “solerte massaio” né un “maniscalco”, come molti hanno affermato. Vincenzo Federici era un ricco proprietario terriero. Infatti, era figlio di Giovan Angelo, designato sui documenti del Catasto onciario come &#8216;Magnifico&#8217;, un titolo riservato a chi era un discreto possidente. Il vero cognome era Federico, ma nell&#8217;Ottocento fu trascritto con la “i” finale. Nacque ad Altilia, precisamente in località Fornace ed abitò in una casa vicina a quella del medico Gabriele De Gotti, di cui sposerà la zia Maria Angelica. Avranno otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Dopo il matrimonio, accrebbe i beni di famiglia anche con l&#8217;acquisto di una pregevole casa appartenuta alla famiglia del letterato Pirro Schettini, che vi abitava nel &#8217;600. Federici fu sindaco di Altilia tra il 1806 e il 1808, come si evince da un documento tuttora in mio possesso, in un periodo molto complesso nella storia del paese, che prima fu assaltato dai briganti di Malito e poi contò diversi omicidi probabilmente legati agli aspri contrasti tra contadini e borghesia terriera. Di un omicidio fu accusato lo stesso Federici, successivamente amnistiato, ma forse proprio sulla scia di questi avvenimenti il Federici abbracciò gli ideali della Carboneria».</p>
<p><strong>Come si spiega la diffusione della Carboneria nella piccola Altilia?</strong></p>
<p>«In quel periodo i paesini della valle del Savuto, come Altilia e Grimaldi, erano dei veri e propri centri culturali, i rampolli delle famiglie più ricche studiavano a Napoli. Anche il nipote del Capobianco, Gabriele De Gotti, studiò medicina a Napoli, entrò in contatto con la vita sociale e politica dell&#8217;allora capitale del regno e divenne amico di Pierre-Joseph Briot, l&#8217;ex deputato giacobino, intendente a Cosenza dal luglio 1807 al settembre 1810, che importò gli ideali della carboneria nel Regno di Napoli. Ideali che trovarono subito terreno fertile nel Federici, che già nel 1799 aveva partecipato ai moti rivoluzionari della Repubblica partenopea. Dopo l&#8217;arrivo dei francesi nel 1806, Federici all&#8217;inizio credette alle loro promesse libertarie e fu filo-francese: firmò l&#8217;appello del baroncino di Pietramala per invadere la Sicilia e poi aderì all&#8217;appello dei francesi per ripulire le campagne calabresi dai briganti. Federicì partecipò in prima persona alla caccia contro i briganti Bizzarro e Lorenzo Benincasa. Non è un caso che il suo nome compare nell&#8217;elenco dei patrioti carbonari del Meridione d&#8217;Italia stilato dal re Gioacchino Murat in una lettera inviata a Napoleone il 25 febbraio 1809.<strong> </strong>Due anni dopo con il De Gotti fondò ad Altilia la prima vendita carbonara. In seguito tra i due uomini nacquero dei dissidi, forse legati alla leadership della vendita, che fu assunta dal Capobianco, noto e stimato in paese perché possidente, ex sindaco e dotato di maggior carisma. Dissidi divenuti inconciliabili quando il Federici improvvisamente divenne antifrancese».</p>
<p><strong>Per quale motivo?</strong></p>
<p>«Federici si rese conto che i francesi non avrebbero mai assecondato gli ideali di libertà e quando venne a sapere che in Sicilia gli inglesi avevano concesso la costituzione, prese contatti con Lord William Bentinck: sperava di raggiungere lo stesso risultato in Calabria. In quel periodo il Capobianco era molto amico del generale Manhès, prendeva lezioni di francese da una cugina della moglie del Manhès, Carolina Pignatelli, figlia del principe di Cerchiara. Ciò dimostra chiaramente che non era analfabeta, come si proclamò al momento della condanna. L&#8217;amicizia col , come si evince da una corrispondenza epistolare, giustifica non solo la sua incredulità alla scoperta che il Capobianco era diventato antifrancese, ma anche tutti i suoi tentativi per convincerlo a fargli abbandonare gli ideali di libertà: prima di mettere una taglia sulla sua testa, Manhés tentò in tutti i modi di salvarlo. E dopo la condanna a morte, fu proprio il Manhès a proteggere la moglie e i figli del Capobianco, come lui stesso racconta nelle sue memorie».</p>
<p><strong>Rimangono alcuni misteri sulla fine del Capobianco?</strong></p>
<p>«Sì, alcuni hanno scritto che Federici fu impiccato, ma dai documenti della figlia Filippina che mi sono pervenuti, è riportato chiaramente che fu fucilato, come si conveniva per i reati di cospirazione. Ai familiari, che non erano presenti all&#8217;esecuzione, contrariamente a quanto disposto dalla sentenza di morte, non furono confiscati i beni. La moglie e i figli del Capobianco non furono espatriati, come prevedeva la condanna, ma rimasero per volontà del Manhès ad Altilia protetti dal fratello di Federici, Sebastiano, che era un sacerdote. Fu lui che, durante l&#8217;assedio del paese ad opera dei francesi che volevano catturare Capobianco, trasferì la moglie e i nipoti del Capobianco a Maione per evitare che venissero usati come ostaggio dai francesi. Altri misteri restano ancora su alcuni momenti della sua vita, che finora non sono riuscita a ricostruire. Di certo i miei trisavoli non ebbero mai una tomba su cui piangere: forse non esiste perché è vero che il suo corpo fu bruciato e le ceneri sparse al vento, come prevedeva anche il giuramento dei Carbonari<strong>».</strong></p>
<p><strong>_____________________</strong></p>
<p><strong>Inserito su www.storiainrete.com il 26 settembre 2011</strong></p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SUL RISORGIMENTO?</strong></p>
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		<title>150°: Panini pubblica album figurine del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 10:24:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Figurine Panini]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>

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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.paninionline.com/uplImg/coll/002250RCAI.jpg" alt="" width="90" height="90" />Importante iniziativa di Panini in occasione del 150° anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia: l&#8217;azienda modenese ha infatti realizzato una collezione di figurine sulla &#8220;Storia del Risorgimento Italiano&#8221;, che ripercorre gli avvenimenti principali del periodo risorgimentale in modo originale ed appassionante. E&#8217;</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.paninionline.com/uplImg/coll/002250RCAI.jpg" alt="" width="90" height="90" />Importante iniziativa di Panini in occasione del 150° anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia: l&#8217;azienda modenese ha infatti realizzato una collezione di figurine sulla &#8220;Storia del Risorgimento Italiano&#8221;, che ripercorre gli avvenimenti principali del periodo risorgimentale in modo originale ed appassionante. E&#8217; articolata in oltre 200 figurine adesive, che potranno essere raccolte in un elegante album di 32 pagine. Si tratta di una nuova edizione della collezione già pubblicata da Panini nel 1969 e nel 1975, con una nuova e più moderna veste grafica. La raccolta ha anche ricevuto il patrocinio ufficiale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Sarà distribuita in tutte le edicole a partire da domani 20 settembre, proprio nell&#8217;anniversario della Breccia di Porta Pia.</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div>da www.panini.it <img src="http://www.paninionline.com/collectibles/institutional/it/it/img/logo_hdr.gif" alt="Home" /></div>
<div>.</div>
<div>La collezione &#8220;Storia del Risorgimento Italiano&#8221; illustra gli eventi ed i protagonisti di quel periodo storico, utilizzando immagini tratte da quadri o ritratti tra i più noti della pubblicistica italiana. Tra gli avvenimenti presenti nella raccolta, ad esempio, figurano la Spedizione dei Mille, la proclamazione del Regno d&#8217;Italia e di Roma Capitale. Non mancano, inoltre, le figurine di Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso Conte di Cavour, Vittorio Emanuele III e Giuseppe Mazzini. Nella collezione, sono anche presenti 24 figurine speciali in tessuto, che rappresentano gli stemmi e le bandiere delle Nazioni e degli eserciti protagonisti dell&#8217;epopea risorgimentale.</div>
<div>&#8220;Siamo lieti di poter contribuire ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia con questa nostra raccolta, che rappresenta un affascinante viaggio nel tempo alla riscoperta delle tappe storiche e dei protagonisti che posero le basi proprio dell&#8217;Unità nazionale&#8221;, ha dichiarato Antonio Allegra, Direttore Mercato Italia Figurine e Card di Panini. &#8220;Quest&#8217;anno, del resto, festeggiamo anche il 50° anniversario della nostra Azienda, nata a Modena nel 1961. Un motivo in più per unire almeno due generazioni: ci piace pensare, infatti, che padri e figli possano condividere le stesse emozioni e conoscenze a distanza di qualche decennio&#8221;.</div>
<div>La collezione &#8220;Storia del Risorgimento Italiano&#8221; sarà in distribuzione in tutta Italia a partire dal 20 settembre. Una bustina con 5 figurine costa 0,60 euro, mentre l&#8217;album costa 2 euro. Sarà disponibile anche una versione in blister, con un album e 25 figurine al prezzo di 3 euro. Ulteriori informazioni su www.panini.it.</div>
<div>_______________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 21 settembre 2011</div>
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		<title>Della Gattina, un protagonista dimenticato del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 21:37:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dumas]]></category>
		<category><![CDATA[Ferdinando Petruccelli della Gattina]]></category>
		<category><![CDATA[Garibaldi]]></category>
		<category><![CDATA[garibaldini]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://lanostrastoria.corriere.it/petruccellifoto-thumb-200x245.jpg" alt="petruccellifoto.jpg" width="90" height="90" />Scrittore, medico, giornalista, Ferdinando Petruccelli della Gattina, nato a Moliterno, in provincia di Potenza, nel 1835, e morto a Parigi nel 1890, è stata una delle figure più anticonformiste e autentiche del nostro Risorgimento. Ora lo ricorda, in occasione del&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://lanostrastoria.corriere.it/petruccellifoto-thumb-200x245.jpg" alt="petruccellifoto.jpg" width="90" height="90" />Scrittore, medico, giornalista, Ferdinando Petruccelli della Gattina, nato a Moliterno, in provincia di Potenza, nel 1835, e morto a Parigi nel 1890, è stata una delle figure più anticonformiste e autentiche del nostro Risorgimento. Ora lo ricorda, in occasione del 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, un cammeo di Aldo A. Mola sull rivista <a name="&amp;lid=www.storiainrete.com/&amp;lpos=homearticle-box = 1__link-position = 5" href="http://www.storiainrete.com/" target="_blank">&#8220;<strong><span style="color: #993300;">Storia in rete</span></strong></a>&#8220;, diretta da Fabio Andriola.</p>
<p>.</p>
<p>di Dino Messina dal blog del &#8220;Corriere&#8221; <a href="http://lanostrastoria.corriere.it/">La Nostra Storia <img src="http://lanostrastoria.corriere.it/la_nostra_storia.jpg" alt="La nostra storia" width="223" height="38" /></a></p>
<p>.</p>
<p>Laureatosi a 21 anni in medicina all&#8217;università di Napoli, eletto deputato all&#8217;assemblea di Napoli del 1848, arrestato ed espulso, trovò rifugio non sereno in Francia e in Gran Bretagna, Paesi da cui fuggì per partecipare nel 1860 alla spedizione garibaldina del 1860. Venne eletto quindi come deputato per il collegio di Brienza e in quanto tale potè partecipare alle prime riunioni del primo parlamento italiano. Un&#8217;esperienza dalla quale nacque il suo libro più bello e conosciuto, &#8220;I moribondi del palazzo Carignano&#8221;, irriverente ritratto della nostra classe politica, in cui l&#8217;appartenenza ideologica dell&#8217;autore al gruppo della sinistra non faceva velo all&#8217;obiettività di giudizio.</p>
<p>Petrucelli della Gattina, che aveva imparato il mestiere di giornalista con Alessandro Dumas, tratteggiò in maniera sintetica le varie famiglie ideologiche (anticlericali, garibaldini, moderati, conservatori, reazionari, &#8220;a noleggio&#8221;, oggi diremmo &#8220;responsabili&#8221;) e regionali che si strutturavano in gruppi di pressione (lobby) e partiti. Allo sguardo del dissacratore Petruccelli (spirito goliarda che in francese si era ribattezzato Pierre oiseaux de la petite chatte, traduzione letterarle del suo nome che denota una spiccata predilezione per il gentil sesso) non sfuggiva la realtà: lui, uomo di sinistra, aveva capito che il vero dominus della scena politica era Camillo Benso conte di Cavour, che Marco Minghetti aveva indubbie doti di legislatore, ma anche che Bettino Ricasoli non era un genio quanto un &#8220;onesto uomo di Stato&#8221;, che Giovanni Lanza era un &#8220;mediocre, pedante, senza tatto poltico&#8221;, che l&#8217;illustre storico della letteratura Francesco De Sanctis, meridionale come lui, &#8220;di politica ne sa come gli uscieri della Camera&#8221;.</p>
<p>Nel 1872 Petrucelli venne sconfitto alle elezioni e, dopo aver sperato invano in un seggio senatoriale, se ne tornò a Parigi, dove visse con poco e con l&#8217;aiuto di uno dei personaggi che aveva tante volte punzecchiato, Agostino Depretis. Di Petruccelli ci restano tra l&#8217;altro una storia diplomatica dei conclavi (1864), romanzi anticlericali come &#8220;I pinzoccheri&#8221;, le &#8220;Memorie di un ex deputato&#8221; e soprattutto &#8220;I moribondi&#8221;.  Petruccelli è importante per questa breve opera, ma anche per il fatto che è stato uno degli autentici protagonisti meridionali del Risorgimento.</p>
<p>_____________________________</p>
<p>L&#8217;articolo di Aldo A. Mola su Petruccelli della Gattina è sul <a href="http://www.storiainrete.com/5055/edicola/storia-in-rete-numero-68-giugno-2011/"><strong>numero 68 di Storia in Rete</strong></a> disponibile in edicola e in <a href="https://storiainrete.myshopify.com/"><strong>PDF</strong></a></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/5055/edicola/storia-in-rete-numero-68-giugno-2011/"><img title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/06/I-cover-storia-68.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a></strong></p>
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		<title>Così veleno (e amante) ammazzarono Cavour</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 16:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Bianca Ronzani]]></category>
		<category><![CDATA[Cavour]]></category>
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		<category><![CDATA[Domenico Cappa]]></category>
		<category><![CDATA[epistolari]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Rosario Romeo]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Emanuele II]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-maobP5Er09U/TV5sNK0NwDI/AAAAAAAAAEo/5cX_i7oa-bU/s1600/cavour1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Alcuni decenni dopo la morte di Cavour, uno dei suoi antichi collaboratori, Costantino Nigra rintracciò per caso a Vienna da un antiquario un pacchetto di lettere intime dirette dal grande statista alla sua amante Bianca Ronzani. Le acquistò e chiese&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://2.bp.blogspot.com/-maobP5Er09U/TV5sNK0NwDI/AAAAAAAAAEo/5cX_i7oa-bU/s1600/cavour1.jpg" alt="" width="90" height="90" />Alcuni decenni dopo la morte di Cavour, uno dei suoi antichi collaboratori, Costantino Nigra rintracciò per caso a Vienna da un antiquario un pacchetto di lettere intime dirette dal grande statista alla sua amante Bianca Ronzani. Le acquistò e chiese l’autorizzazione al Re, Umberto I, di distruggerle perché, a suo parere, erano «inspirate da una violenta passione, con imprevidente abbandono, piene di particolari del carattere più intimo» e avrebbero fatto «torto alla memoria di Cavour, se conosciute e pubblicate». Naturalmente, Nigra ottenne subito l’autorizzazione richiesta e le lettere furono bruciate alla presenza di testimoni.</p>
<p>.</p>
<p>di Francesco Perfetti da &#8220;Il Giornale&#8221; del 20 maggio 2011 <img src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.gif" alt="" width="147" height="20" /></p>
<p>.</p>
<p>La destinataria delle missive di Cavour è anche la protagonista di un curioso e rarissimo libello &#8211; quello che Il Giornale offre da domani ai suoi lettori &#8211; intitolato Cavour avvelenato da Napoleone III. Documenti storici di un Ingrato, pubblicato per la prima volta a Torino presso l’editore Domenico Cena e poi più volte ristampato. Il libricino racconta, con uno stile vivace da romanzo d’appendice, con il pathos e la nervosità di scrittura dei capolavori di Alessandro Dumas, una storia che circolava nei pettegolezzi di palazzo. Questa storia attribuiva a Napoleone III &#8211; il quale vedeva ormai nello statista piemontese, dopo la conclusione della II guerra d’indipendenza, un suo irriducibile nemico &#8211; la responsabilità della morte di Cavour che sarebbe stato avvelenato da una sua emissaria in casa dell’amante. L’autore si sarebbe deciso a mettere per scritto e a divulgare la storia solo nel 1871 &#8211; uscita, come si è detto, sotto forma di volumetto, ma anticipata sulle pagine del giornale Il Ficcanaso diretto dal giornalista nizzardo Giuseppe Beghelli &#8211; proprio perché, nel frattempo, dopo la guerra franco-prussiana che aveva segnato la fine del II impero, Napoleone III era ormai uscito di scena.<br />
Gli storici non hanno mai dato importanza a questo libello.</p>
<p>Rosario Romeo, per esempio, il maggiore studioso di Cavour, ne accenna più volte in nota liquidandone il contenuto come un insieme di «indiscrezioni scandalistiche» disseminate in un contesto che «formicola di assurdità», ma ne ricava pure qualche informazione a riprova, evidentemente, che l’autore non era e non doveva essere persona estranea alla cerchia di amici, o nemici, di Cavour.<br />
Il primo mistero che circonda il volume riguarda l’autore. Su chi fosse nascosto sotto lo pseudonimo si è a lungo discusso. Una delle ipotesi più accreditate è che il vero autore del libello sia stato un popolare ufficiale di polizia, il maggiore Domenico Cappa, figura popolare e benvoluta della Milano umbertina. Assegnato nel 1859 alla persona del presidente del Consiglio, Cappa gli fu vicino, in pratica, fino alla morte, ne conobbe la personalità e i segreti. Sembra, anche, che, naturalmente all’insaputa del «senatore», sia riuscito a condividere i favori di Bianca Ronzani.</p>
<p>In due volumi autobiografici che ebbero grande successo, pubblicati più tardi rispetto al libricino in questione, nel 1892 e nel 1893, Cappa fece cenno alla storia dell’assassinio di Cavour, attribuendolo, però, in prima persona alla Ronzani stessa. Altre ipotesi individuano l’anonimo autore del racconto in Isacco Artom, segretario copista di Cavour, o in un deputato piemontese, Petri, amico dello statista ma fedelissimo di Napoleone III.</p>
<p>Chiunque sia l’autore, comunque, la storia, per quanto inverosimile, merita di essere letta e conosciuta. Intanto per i protagonisti. A parte Cavour e Napoleone III, c&#8217;è la figura di Bianca Ronzani, che fu, davvero, per lo statista piemontese, a quanto risulta, il grande amore degli ultimi anni. Era una ballerina di professione e aveva sposato un impresario di origine triestina, Domenico Ronzani, che si era trovato costretto a lasciare Torino, dove gestiva il Teatro Regio, per problemi finanziari nel 1856. A quell’epoca Bianca aveva ventotto anni, dieci meno di Cavour, e aveva avuto una vita abbastanza movimentata, tanto che si ritiene sia stata anche una meteorica fiamma di Vittorio Emanuele. Quando Cavour la conobbe &#8211; si era rivolta a lui per cercare aiuto presso il Re &#8211; se ne invaghì immediatamente.</p>
<p>Che il racconto dell’Ingrato sia frutto di pura fantasia è opinione consolidata degli storici. Ma è un dato di fatto che esso contiene elementi e particolari che potevano essere noti solo a persona in confidenza o in contatto con Cavour. Comunque sia, buona lettura!</p>
<p>____________________</p>
<p>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SU CAVOUR? LEGGI STORIA IN RETE!</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/archivio-arretrati/storia-in-rete-numero-55-maggio-2010/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/05/I-cover-storia-55-IMPRIMATUR-1-210x300.jpg" alt="" width="146" height="200" /></a></p>
<p>____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 23 maggio 2011</p>
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		<title>A Tolentino la rievocazione della prima battaglia del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 07:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Tolentino 815]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://media1.websolute.it/bymarche/files/569_963_battaglia_tolentino_zoom.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sabato  30 Aprile è iniziata ufficialmente l’edizione 2011 di Tolentino 815,  Rievocazione Storica della Battaglia di Tolentino organizzata  dall’Associazione Tolentino 815 in collaborazione con il Comune di  Tolentino, con l’inaugurazione a Palazzo Parisani – Bezzi della mostra  “1815 – 1915&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://media1.websolute.it/bymarche/files/569_963_battaglia_tolentino_zoom.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sabato  30 Aprile è iniziata ufficialmente l’edizione 2011 di Tolentino 815,  Rievocazione Storica della Battaglia di Tolentino organizzata  dall’Associazione Tolentino 815 in collaborazione con il Comune di  Tolentino, con l’inaugurazione a Palazzo Parisani – Bezzi della mostra  “1815 – 1915 Le Marche, i Marchigiani, il Risorgimento, l’Italia” a cura  dell’Istituto Gramsci Marche con la presenza del Presidente del  Consiglio Regionale Marche Vittoriano Solazzi e del Sindaco di Tolentino  Luciano Ruffini (<a href="http://www.tolentino815.it/paginaita21086.aspx" target="_blank">http://www.tolentino815.it/paginaita21086.aspx</a>).</p>
<p>Sono esposti molti  pannelli testi, immagini e documenti con cui vengono ricostruiti gli  episodi di maggiore rilevanza riguardanti il Risorgimento marchigiano,  con uno stretto collegamento agli avvenimenti nazionali ed europei. Una  mostra che non tratta soltanto del Risorgimento ma che abbraccia cento  anni, dal 1815 al 1915. Accenna brevemente alla Rivoluzione Francese  come elemento propulsore per avviarsi con la Battaglia di Tolentino del  2-3 maggio 1815, definita la prima battaglia per l’unità politica  dell’Italia; per terminare con il 1915, all’alba del primo conflitto  mondiale, attraverso la lettura di avvenimenti che hanno preceduto quel  conflitto come il processo di industrializzazione, lo svilupparsi dei  movimenti repubblicani, anarchici, socialisti e la partecipazione dei  cattolici alla vita politica e sociale.</p>
<p>Alcuni pannelli esposti a Tolentino contengono materiale inedito e legato alla storia locale.</p>
<p>Dopo gli anni intermedi, la rievocazione storica delle fasi salienti della battaglia combattuta il  2 e 3 maggio 1815 tra l&#8217;esercito di Giacchino Murat, Re di Napoli e  quello austriaco del Barone Federico Bianchi, torna in grande stile.</p>
<p>Domenica  1 Maggio al Castello della Rancia si è inaugurata l’esposizione del  Diorama della Battaglia di Tolentino, a cura dell’Associazione Storico  Modellistica di Civitanova Marche ed alle ore 15.30 si è svolta la  visita guidata ai luoghi della Battaglia (ritrovo al Castello della  Rancia, poi monumento Rotondo, Ossario Salcito, ex chiesetta Cisterna,  Torrione San Catervo), con una consistente presenza di interessati,  accompagnati dal presidente dell’Associazione Tolentino 815 Paolo  Scisciani.</p>
<p>Fino  al 8 maggio sono previste varie iniziative quali incontri, mostre,  conferenze, presentazioni di libri e soprattutto torna la Rievocazione  storica della battaglia con la presenza di rievocatori provenienti da  tutta Europa che, per due giorni, ricostruiranno in maniera fedele,  accampamenti, movimenti di truppe e cavalleria, vita militare e fasi  degli scontri. Grande attesa anche per le nuove movimentazioni del  gruppo storico tolentinate “2° Reggimento Cavalleggeri”. Una iniziativa  sempre più apprezzata a livello europeo e che richiama il pubblico delle  grandi occasioni (<a href="http://www.tolentino815.it/paginaita2945.aspx" target="_blank">http://www.tolentino815.it/paginaita2945.aspx</a>).</p>
<p>Nell’anno  che celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Tolentino si  riconferma crocevia della Storia Nazionale: inizio e fine dell&#8217;epoca  franco-italica, tra il declino del potere temporale pontificio (Trattato  di Tolentino, firmato il 19 febbraio 1797 tra Napoleone Bonaparte ed i  rappresentanti dei Papa Pio VI) e le origine del Risorgimento (Battaglia  di Tolentino).</p>
<p>_______________________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 4 maggio 2011</p>
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		<title>Carlo di Borbone: &#8220;Bene 17 marzo ma più impegno per Sud&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 10:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Regno delle Due Sicilie]]></category>
		<category><![CDATA[Revisionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/B/principe_borbone_carlo_ufs--400x300.jpg" alt="Il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro  " width="90" height="90" />Il nobile, Duca di Castro: &#8220;Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/B/principe_borbone_carlo_ufs--400x300.jpg" alt="Il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro  " width="90" height="90" />Il nobile, Duca di Castro: &#8220;Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse anche un&#8217;occasione per un confronto diverso e più profondo&#8221;</p>
<p>.</p>
<p>da AdnKronos del 14 marzo 2011 <img src="http://www.fieg.it/upload/gif_testate/adnkronos.jpg" alt="" width="104" height="41" /></p>
<p>.</p>
<p>La dignità di Maria Sofia e le conquiste sociali dei Borboni. Corre su questi due assi la celebrazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia da parte del &#8216;Reame&#8217; per eccellenza, la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, che nel pantheon delle iniziative per festeggiare l&#8217;anniversario chiama a &#8221;impegni concreti per il Sud&#8221;. &#8221;Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia &#8211; spiega all&#8217;ADNKRONOS il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro &#8211; e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse anche un&#8217;occasione per un confronto diverso e più profondo, rivisitando il Risorgimento per analizzare i problemi che portano alla nascita della questione meridionale&#8221;.</p>
<p>&#8221;E&#8217; vero &#8211; aggiunge &#8211; che la storia la scrivono sempre i vincitori. Questi giorni possono tuttavia costituire una base di dialogo intelligente, che superi la storiografia e le memorie di parte. Uno spazio, insomma, per ricordare anche il pensiero e l&#8217;opera dei miei antenati&#8221;. &#8221;Sul dizionario &#8211; fa notare il Gran Maestro dell&#8217;Ordine Costantiniano &#8211; al termine borbonico è collegato il significato di &#8216;arretrato&#8217; o &#8216;poliziesco&#8217;. Occorre ricordare che i Borbone hanno svolto un&#8217;importante opera di sviluppo culturale, industriale e sociale&#8221;.</p>
<p>&#8221;Nessuno di noi &#8211; precisa &#8211; era lì in quel periodo, ma l&#8217;economia del tempo era fiorente e al momento dell&#8217;annessione del Regno, il bilancio era attivo più di quelli di tutti gli altri Stati italiani del tempo. Basterebbe spulciare le carte degli archivi di Stato per verificare quanto queste affermazioni siano fondate&#8221;.</p>
<p>&#8221;Non vogliamo mostrare l&#8217;elenco delle glorie passate &#8211; precisa il il Principe Carlo di Borbone &#8211; ma ci preme ricordare in particolare il polo industriale di Mongiana, in Calabria, dove venne edificata l&#8217;8 marzo 1771 proprio sotto Re Ferdinando, la più grande industria metalmeccanica d&#8217;Italia, per non parlare poi delle antiche seterie di San Leucio. Proprio lì, &#8216;nell&#8217;arretrato&#8217; Regno Borbonico non pochi storici e analisti vedono ora l&#8217;esempio concreto di un socialismo popolare, la realizzazione storica dell&#8217;Utopia della Città del Sole. Peraltro, si realizzò anche un sistema di previdenza sociale e sanitaria&#8221;.</p>
<p>&#8221;Dunque &#8211; rimarca il Gran Maestro dell&#8217;Ordine Costantiniano &#8211; quando si leggono gli avvenimenti della storia senza pregiudizi, ci si accorge che i primati del Sud non si fermano alla prima ferrovia Napoli-Portici, ma presentano esempi virtuosi quali il primo sistema pensionistico o le case per gli studenti, l&#8217;assistenza sanitaria gratuita, la legislazione in materia ambientale che è ancora all&#8217;avanguardia. Esempi di un Sud positivo e della dignità del lavoro&#8221;.</p>
<p>&#8221;Mi auguro perciò &#8211; prosegue il Duca di Castro &#8211; che il 17 marzo possa significare una rilettura di tutto un momento storico spesso volutamente ignorato o travisato. Dopo 150 anni dalla scomparsa del Regno delle Due Sicilie c&#8217;è ancora un problema aperto: la questione del Sud. E sui libri non sempre la narrazione è innocente&#8221;.</p>
<p>&#8221;Dopo il 1860 &#8211; osserva Carlo di Borbone &#8211; si sono verificate purtroppo le prime migrazioni, l&#8217;impoverimento dello Stato e lo smarrimento dell&#8217;identità. In questo percorso &#8211; fa notare il Principe Carlo di Borbone &#8211; occorre rileggere anche il fenomeno brigantaggio, che in molti casi volle dire onore e attaccamento al Regno e di sicuro non può essere liquidato per doveroso rispetto verso tutti i caduti, come semplice delinquenza&#8221;.</p>
<p>Nella ricorrenza dei 150 anni, la Real Casa borbonica riporta cosi sotto i riflettori &#8221;le vicende di Gaeta, la difesa del patriottismo e la storia di Maria Sofia, una donna che fu sempre vicina al suo popolo. Da tutto ciò &#8211; fa osservare il Principe Carlo di Borbone &#8211; viene un messaggio di incoraggiamento a quel Sud che i Borbone hanno amato più della loro vita. Il Mezzogiorno ritrovi l&#8217;orgoglio delle proprie radici. Il presidente Napolitano ci ha invitato in queste celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unità a superare le incomprensioni del Risorgimento, cercando nuove ragioni di impegno condiviso&#8221;.</p>
<p>&#8221;Casa Borbone &#8211; assicura &#8211; <strong>darà il proprio contributo affinchè tutti insieme possiamo sentirci più italiani</strong>. Lo faremo anche attraverso l&#8217;opera dell&#8217;Ordine costantiniano, tra tradizione e solidarietà concreta. Dal 18 marzo in poi &#8211; conclude &#8211; ci auguriamo una nuova immagine per il Sud: la civiltà e l&#8217;orgoglio vanno bene, ma serve anche maggior senso civico e progetti di lungo respiro.  Solo così, nel Mediterraneo delle scelte, gli italiani potranno guardare con responsabilità e passione civile al futuro che ci attende&#8221;.</p>
<p>__________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 21 marzo 2011</p>
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		<title>Garibaldi in effigie bruciato a Vicenza da attivisti veneti</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2011 17:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gian Antonio Stella]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2011/03/03/garibaldi_b1--180x140.jpg?v=20110303085526" alt="Il falò in cui è stata bruciata la sagoma di Giuseppe Garibaldi (" width="90" height="90" />«Fate scrivere la biografia di Garibaldi al suo peggior nemico e vi apparirà come il più sincero, il più disinteressato e il meno dubbioso degli uomini&#8230;», scrisse il Times dopo la morte sfidando a mettere in dubbio la statura morale&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.corriere.it/Media/Foto/2011/03/03/garibaldi_b1--180x140.jpg?v=20110303085526" alt="Il falò in cui è stata bruciata la sagoma di Giuseppe Garibaldi (" width="90" height="90" />«Fate scrivere la biografia di Garibaldi al suo peggior nemico e vi apparirà come il più sincero, il più disinteressato e il meno dubbioso degli uomini&#8230;», scrisse il Times dopo la morte sfidando a mettere in dubbio la statura morale del condottiero. Sottovalutava il fanatismo dei talebani venetisti. Che l&#8217;altra sera, davanti a una discoteca vicentina, hanno bruciato una sagoma barbuta in camicia rossa (nella foto) che portava appeso al collo il cartello: «L&#8217;eroe degli immondi». Il governatore Luca Zaia si è smarcato: «Mi ritengo venetista ma bruciare una sagoma è un segnale a cui stare attenti. Dietro a una figura &#8220;c&#8217;è una persona&#8221;, non bisogna minimizzare e trasmettere messaggi sbagliati ai giovani». Pochino, dirà qualcuno.  Molto, risponderà lui, che cerca di barcamenarsi tra i doveri istituzionali e i mal di pancia dei duri e puri del suo partito e dintorni.</p>
<p>.</p>
<p>di Gian Antonio Stella da &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 3 marzo 2011 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20110224150834" alt="Corriere della Sera.it" width="215" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p><strong>Come quelli del sedicente &#8220;Presidente Movimento Veneti&#8221;</strong> che, in una lettera al quotidiano locale ha spiegato esultante che il rogo «è solo una scintilla, dal 17 marzo aspettiamoci i fuochi d&#8217;artificio». Firmato: Riondato Patrik. Con la &#8220;k&#8221;. &#8220;Very polenton&#8221;, per un difensore della cultura veneta. Come &#8220;very polentons&#8221; erano i nomi che portavano i figli di due del commando dei Serenissimi che anni fa assaltarono il campanile di San Marco: Buson Desirée (très révolutionnaire), Contìn Christian &amp; Contìn Genny. Wow! Una goliardata folcloristica? Scrive il Giornale di Vicenza che a far la festa al feticcio dell&#8217;eroe di Caprera c&#8217;erano 200 persone tra cui «numerosi consiglieri comunali, provinciali e regionali della Lega Nord ma anche della Liga Veneta per l&#8217;autonomia e di altri partiti» con l&#8217;aggiunta di sindaci del padovano e del veronese.<br />
Di più, il giorno dopo il deputato regionale Roberto Ciambetti sdrammatizzava: «Sono arrivato più tardi e il rogo non l&#8217;ho visto. Però non vorrei si strumentalizzasse la cosa. È un gesto scaramantico, che vuole esorcizzare non la figura del generale che fu, per primo, bandito dagli stessi Savoia, quanto chi continua a negare dignità alle storie regionali». Ma come: chiama a supporto, lui, proprio i Savoia? Pexo el tacòn del buso.<br />
<strong>Da non perdere le discettazioni di Giorgio &#8220;Xorxi&#8221; Roncolato</strong>, informatico alla Asl, consigliere comunale leghista di Arzignano e membro di &#8220;Raixe Venete&#8221; (radici venete) l&#8217;associazione che aveva acceso il falò: «Gli storici seri hanno dimostrato che Garibaldi era un bandito vissuto di espedienti e ladrocini in Sud America. E che anche i famosi Mille erano una accozzaglia di sbandati e predoni».<br />
E chi sarebbero questi &#8220;storici seri&#8221;? Non Denis Mack Smith, che scrive: «Garibaldi era la persona vivente più conosciuta e amata del mondo». Non Christopher Duggan, secondo il quale «il suo stile di vita anti-convenzionalmente modesto, la semplicità dei modi e l&#8217;immenso coraggio personale, e infine l&#8217;apparente invulnerabilità sul campo di battaglia (&#8230;) concorrevano a fare di Garibaldi un personaggio venerato, con una capacità d&#8217;attrazione senza precedenti». Non Max Gallo, Rosario Romeo, Giovanni Spadolini&#8230; Perfino Indro Montanelli, che pure non perdeva occasione per punzecchiare qua e là i protagonisti del Risorgimento, nel libro scritto con Marco Nozza chiuse il discorso: «Nel disperato bisogno che l&#8217;Italia dell&#8217;Ottocento aveva di eroi, è giusto che il posto di proscenio e il piedistallo più alto siano toccati a lui».<br />
<strong>Macché, Bortolino Sartore, proprietario della discoteca</strong> Hollywood teatro del rogo e consigliere provinciale della Liga autonomista, mica si fa incantare da chi ha letto libri e studiato documenti: «Garibaldi era un mercenario che non amava i veneti, questo è un dato storico». Fine. Avrà ben diritto di dire ciò che vuole? In realtà, spiega ne &#8220;La storia negata&#8221; Mario Isnenghi, sempre lì si finisce: nell&#8217;idea sventurata che, con o senza documenti a supporto, un&#8217;opinione vale un&#8217;altra e ognuno ha il diritto di pensare quel che gli pare: «La coscienza che tutto passi attraverso un punto di vista e un&#8217;interpretazione, e finisca in uso pubblico e strumentalizzazione politica, invece che più lucidi, ci rende solo più fatui. E una versione sbracata e facilona di &#8220;relativismo&#8221; o storia &#8220;fai da te&#8221; finiscono per imperare. Nulla è vero, tutto è vero». E invece, scrive, «nossignori, gli avvenimenti storici si sono svolti in una certa maniera e non in un&#8217;altra». Possono essere messi sullo stesso piano i lavori, ad esempio, di Rosario Romeo e le ricostruzioni allucinate e apocalittiche su &#8220;Civiltà cattolica&#8221; del gesuita Antonio Bresciani, uno che dedicò la vita a gonfiare l&#8217;odio contro Garibaldi per conto del Vaticano? Mah&#8230;</p>
<p><strong>Che sia grande la confusione sotto il cielo italiano alla vigilia</strong> del Centocinquantenario, del resto, è confermato dalle delibere adottate dai due consigli comunali veneti leghisti, S. Giovanni Lupatoto e Bussolengo, che autorizzano i commercianti il 17 marzo a tener aperti i negozi. Come a Verona, sia pure solo nel centro storico: è una città turistica. E cosa spunta, nel frattempo? La voglia di una festa padana, il 29 maggio. Giorno della battaglia di Legnano.</p>
<p>Un&#8217;idea buttata lì in odio all&#8217;Unità d&#8217;Italia. Anche se, chissà, tanti leghisti non lo sanno ma potrebbe piacere a Benito Mussolini. Fu lui, infatti, molto prima del Senatur, a imporre negli anni 30 un grande raduno annuale a Pontida. Rileggiamo l&#8217;Eco di Bergamo dell&#8217;8 aprile 1940: «Una Pontida imbandierata, in una festante cornice di sole e di pubblico (&#8230;) ha rivissuto ieri mattina (&#8230;) la gloriosa data del giuramento della Lega Lombarda. Mai tanto flusso di folla ha invaso le vie del paese pavesato in ogni dove di tricolore&#8230;».</p>
<p>________________________</p>
<p>inserito su www.storiainrete.com il 3 marzo 2011</p>
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		<title>L&#8217;acqua di rose del Re Bomba. In difesa del termine &#8220;borbonico&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 12:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Due Sicilie]]></category>
		<category><![CDATA[Ferdinando II Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Gladstone]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.iltempo.it/2011/02/06/1235425/images/46901-borb.jpg" alt="Ferdinando II Borbone" width="90" height="90" />A Gaeta, dall&#8217;11 al 13 febbraio , promosso dal movimento neoborbonico, si è svolto un importante convegno di studi sul tema &#8220;Gaeta e il Sud a 150 anni dalla fine del Regno delle Due Sicilie&#8221;. Il seguente, immaginario &#8220;discorso agli&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.iltempo.it/2011/02/06/1235425/images/46901-borb.jpg" alt="Ferdinando II Borbone" width="90" height="90" />A Gaeta, dall&#8217;11 al 13 febbraio , promosso dal movimento neoborbonico, si è svolto un importante convegno di studi sul tema &#8220;Gaeta e il Sud a 150 anni dalla fine del Regno delle Due Sicilie&#8221;. Il seguente, immaginario &#8220;discorso agli italiani&#8221; di Ferdinando II di Borbone è un piccolo contributo a questo evento.</p>
<p>.</p>
<p>di Ruggero Guarini, da &#8220;Il Tempo&#8221; del 6 febbraio 2011 <img src="http://www.iltempo.it/file_generali/img/testata_tempo.gif" alt="Il Tempo - Spettacoli" width="166" height="24" /></p>
<p>.</p>
<p>Carissimi italiani, lasciatemi esprimere, innanzitutto, il doloroso stupore che mi procura la leggerezza con cui tanti fra voi sogliono ancora oggi definire &#8220;borbonici&#8221; taluni tratti iniqui della vostra presente realtà. So che i più dotti fra voi sono soliti scusarsi di quest&#8217;uso continuando a rinfacciare a me e ai miei avi le tante infamie che ci furono da sempre attribuite dai nostri nemici. E suppongo che alcuni di loro mi risbatterebbero volentieri in faccia persino la somma ingiuria che mi rovesciò addosso il signor Gladstone quando definì il mio regno &#8220;la negazione di Dio&#8221;. Eppure è stato provato da un pezzo che la perfida campagna che quel gentiluomo sferrò contro di me aveva in effetti lo scopo di affrettare il crollo del mio regno per poter meglio promuovere gli interessi commerciali e industriali della Gran Bretagna nel Mediterraneo… Quanto alla supposta spietatezza con cui, intorno al 1848, tentai di soffocare i moti fomentati dai cospiratori mazziniani, guadagnandomi così l&#8217;epiteto di Re Bomba, è cosa ormai arcinota che si trattò di una repressione all&#8217;acqua di rose, e comunque assai meno violenta della davvero efferata ferocia con cui di lì a poco i miei successori sabaudi schiacciarono a suon di massacri e distruzioni quella lunga guerra partigiana contro l&#8217;invasore piemontese che fu detta &#8220;brigantaggio&#8221;.<br />
Ma adesso permettetemi di ricordare i motivi per cui credo di potermi definire a buon diritto l&#8217;ultimo vero uomo di Stato che il Mezzogiorno d&#8217;Italia abbia avuto, nonché, per il mio fiuto nelle faccende industriali, finanziarie e tecnologiche, il sovrano italiano più moderno e illuminato del mio tempo. Quando, nel 1831, salii sul trono delle Due Sicilie, avevo ventun anni. Il paese, dopo il decennio francese, versava in condizioni tutt&#8217;altro che prospere. Era l&#8217;epoca in cui in tutto i mondo si diffondevano le industrie, le ferrovie, le navi a vapore. Le merci valicavano ogni frontiera e portavano dovunque, nel mondo artigiano, la disoccupazione e la fame. Col ribasso del prezzo del grano, che ormai diventava poco costoso importare da altri continenti, la morte arrivava anche nelle campagne. Ebbene: in quei difficili anni io mi votai alla causa della difesa del mio paese ottenendo in molti campi splendidi risultati. Ne ricorderò solo alcuni. Creai una grande flotta mercantile (la seconda del tempo a livello mondiale, subito dopo quella inglese). Inaugurai la più importante officina meccanica dell&#8217;Europa continentale. Costruii la prima ferrovia italiana. Feci entrare in servizio di linea il primo battello italiano a vapore. Volli la creazione di una linea telegrafica diretta fra Napoli e Palermo.<br />
Feci progettare e costruire il primo ponte sospeso in Europa continentale (il &#8220;Ponte Real Ferdinando&#8221; sul Garigliano, a catenaria di ferro). Incoraggiai ogni tipo di manifattura. E alla Mostra Universale di Parigi l&#8217;industria napoletana si collocò al secondo posto mondiale. Infine durante il mio regno (1831-1859) il paese rifiorì anche culturalmente. Si aprirono nuove scuole. Napoli ospitò il primo convegno scientifico tenutosi in Italia. La sua università diventò una delle più prestigiose del mondo, nonché la più grande d&#8217;Italia. Insieme a Palermo, Catania e Messina, il mio regno contava 11.000 studenti: il doppio di tutta l&#8217;Italia restante, che ne contava meno di 5.000. E tutto questo fu reso possibile anche dall&#8217;efficace sostegno di una banca di stato &#8211; il Banco delle Sicilie &#8211; che faceva girare un volume di carta bancarie cinque o sei volte più ingente di quello che circolava in tutto il resto d&#8217;Italia. Poiché il termine &#8220;borbonico&#8221;, come sinonimo di arretratezza, oscurantismo e ignominia, non colpisce soltanto la mia persona ma tutta la mia stirpe, compresi i miei due grandi avi, Carlo III e Ferdinando IV, nonché quello sventurato giovanetto che fu mio figlio Francesco II, detto affettuosamente Franceschiello, non posso infine sottrarmi al dovere di spendere due paroline anche per loro. Di questo mio figliolo limiterò a ricordare soltanto che in effetti nessuno ha mai misconosciuto la saggezza di cui, giunto al trono appena ventenne, diede prova nei pochi suoi mesi di regno, nonché la nobiltà con cui a Gaeta, giudicata persa la partita, per risparmiare al suo popolo un&#8217;ulteriore e ormai vana sequela di pene e di lutti, decise di porre fine alla sua infelice esperienza di ultimo re delle due Sicilie con il fiero e toccante discorso con cui annunciò al suo popolo le ragioni della resa all&#8217;invasore.<br />
Sul grande Carlo III credo invece necessario compilare una lista delle meraviglie sbocciate dall&#8217;estro creativo di quel grande re: il trasferimento da Parma a Napoli di tutte le opere d&#8217;arte della collezione Farnese (che costituiscono da allora uno dei principali richiami dei Musei napoletani); il teatro San Carlo (che fu costruito in soli nove mesi); gli scavi di Pompei e di Ercolano; la Biblioteca Ercolanese; le tre grandi regge di Portici, Caserta e Capodimonte (quest&#8217;ultima con annessi il grande parco e la celebre fabbrica di porcellane); l&#8217;immenso Albergo dei Poveri (prima grande ospizio-falansterio europeo); la stradina di Persano; la strada della Marinella e del Chiatamone; la piazza del Mercatello; il quartiere di Pizzofalcone; il molo e il porto; l&#8217;Immacolatella; il quartiere della Cavalleria alla Maddalena; il forte del Granatello; il restauro dei porti di Salerno, Taranto e Molfetta; la sistemazione del litorale di Mergellina e di Posillipo; la costituzione di un esercito e di una flotta nazionali; Il Ritiro delle Donzelle Povere dell&#8217;Immacolata Concezione; il Ritiro di Santa Maria Maddalena; i monasteri delle Teresiane a Chiaja e a Pontecorvo; quello delle Carmelitane a Capua; l&#8217;istituzione di consolati e monti frumentari &#8211; eccetera eccetera. Infine, sul povero Re Lazzarone, mi limiterò ad abbozzare un antifrastico elogio di quello che ancora oggi viene considerato il suo massimo crimine.<br />
Questo crimine, com&#8217;è noto, lo commise lasciando che sua moglie, Maria Carolina d&#8217;Absburgo, sorella di Maria Antonietta, e l&#8217;ammiraglio Nelson, il genio che aveva contribuito ad abbattere la Repubblica Partenopea perché vi aveva giustamente visto subito un minaccioso effetto dell&#8217;espansionismo napoleonico, lo convincessero a mandare sul patibolo i &#8220;patrioti&#8221; di quel baraccone giacobino in salsa napoletana sostenuto dai fucili e dai cannoni di un&#8217;armata transalpina. Ebbene, confesso che a me è sempre sembrato che quelle circa centoventi esecuzioni fossero in larga misura giustificate dal soave sonetto che pochi anni prima quella pretesa eroina di donna Eleonora Fonseca Pimentel, la mitica musa di quella tragica farsa che fu la Rivoluzione Napoletana del 1799, rivolgendosi appunto a Maria Carolina, che l&#8217;aveva un tempo onorata della sua benevolenza ammettendola a corte e invitandola persino a declamarvi delle odi in onore del re, dopo averle simpaticamente affibbiato gli appellativi di &#8220;rediviva Poppea&#8221; e &#8220;tribade impura&#8221;, ossia di risorta puttana e di lurida lesbica, le aveva promesso che ben presto anche la sua testa, come cinque anni prima quella di sua sorella a Parigi, sarebbe rotolata ai piedi della ghigliottina. Ecco la gentile poesiola: &#8220;Rediviva Poppea, tribade impura, | d&#8217;imbecille tiranno empia consorte, | stringi pur quanto vuoi nostra ritorta, | l&#8217;umanità calpesta e la natura&#8230;&#8221; Sono, dovete ammetterlo, versi sui quali credo che nessuno dovrebbe esitare a riconoscere uno strepitoso compendio di tutte le nobili passioni (risentimento, ingratitudine, invidia, ferocia sanguinaria, ipocrisia, grotteschi miraggi utopici, brama di potere e bacchettoneria giustizialista) che si intrecciano e confondono nello spirito giacobino di tutti i tempi.</p>
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<p>Inserito su www.storiainrete.com il 24 febbraio 2011</p>
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