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	<title>Storia In Rete &#187; Stampa italiana 2</title>
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		<title>&#8220;Fare storia con Civilization&#8221;. A scuola sbarcano i videogame</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://ilvideogioco.files.wordpress.com/2011/04/civ-5.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; solo una conseguenza inevitabile della popolarità dei giochi elettronici. La conferma, l&#8217;ennesima, che fanno parte della cultura contemporanea. Al pari di un libro ora vengono usati negli atenei, nelle scuole e nei licei di mezzo mondo come strumento didattico.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://ilvideogioco.files.wordpress.com/2011/04/civ-5.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; solo una conseguenza inevitabile della popolarità dei giochi elettronici. La conferma, l&#8217;ennesima, che fanno parte della cultura contemporanea. Al pari di un libro ora vengono usati negli atenei, nelle scuole e nei licei di mezzo mondo come strumento didattico. Dagli Stati Uniti all&#8217;Inghilterra, dal Giappone a Singapore. E, da qualche tempo, perfino in Italia.<br />
.<br />
di Jaime D&#8217;Alessandro da Repubblica.it del 22 gennaio 2012 <img src="http://www.repubblica.it/static/images/detail/2010/la-repubblica-it-logo.png" alt="Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale." width="162" height="30" /><br />
.</p>
<p>&#8220;Sono entrati nelle nostre scuole in punta di piedi due anni fa&#8221;, spiega Manuela Cantoia, che insegna psicologia alla Cattolica di Milano. &#8220;Tutto grazie a un accordo fra il ministero dell&#8217;Istruzione e l&#8217;associazione italiana degli editori di videogame, la Aesvi. Servono per far conoscere la tecnologia agli studenti e servono come strumento di indagine. World of Warcraft per esempio, il gioco di ruolo di massa online frequentato da oltre dieci milioni di utenti, al liceo Marconi di Milano lo usano come campo di indagine sulle relazioni sociali. Ma è solo uno dei tanti casi&#8221;. E così oggi c&#8217;è chi adopera blockbuster come Assassin&#8217;s Creed o Civilization per studiare periodi storici e processi che hanno segnato un&#8217;epoca. O ancora chi li utilizza per creare dinamiche di collaborazione fra gruppi di studenti. Con i videogame si studiano le lingue straniere, la letteratura, la matematica, la geografia. E i professori scelgono non solo i titoli educativi in senso stretto, ma anche e soprattutto quelli pensati per l&#8217;intrattenimento che vanno per la maggiore. Simulazioni insomma, terreni per sperimentazione, luoghi ideali per testare comportamenti e teorie senza farsi male con la realtà.</p>
<p>Non è un caso che lo stesso Will Wright, padre di Sim City e The Sims, per i suoi giochi più famosi dedicati all&#8217;urbanistica e alle relazioni sociali, abbia preso spunto dalle teorie di Jay W. Forrester. Docente al Mit di Boston, è l&#8217;inventore della dinamica dei sistemi. Dopo aver realizzato nella Seconda guerra mondiale un simulatore di volo gestito da un computer analogico per addestrare i piloti, Forrester era passato al Whirlwind, il centro nevralgico della prima rete radar di difesa degli Stati Uniti. Per approdare, infine, ai sistemi dinamici: modelli che attraverso i computer tentavano di simulare fenomeni complessi. Rappresentazioni della realtà in divenire per la costruzione di strategie a breve e lungo termine. L&#8217;Urban Dynamics del 1968 nacque così. Riproduceva alcuni aspetti delle grandi metropoli, dal traffico al problema degli alloggi, alla disoccupazione. Dieci variabili in tutto. Sim City allo stato embrionale.</p>
<p>&#8220;I prototipi digitali, la possibilità di realizzare modelli, sono fondamentali in qualsiasi processo di apprendimento&#8221;, spiega Tom Wujec. Mente della Autodesk, colosso americano che domina il settore dei software per la progettazione architettonica, è una autorità nel campo del &#8220;business visualization&#8221;. Collabora in pratica con le più grandi aziende statunitensi dando un senso alle loro strategie e aiutando i vari team a individuare i propri punti deboli. Lavoro singolare dove psicologia e simulazioni sono i primi strumenti del mestiere. &#8220;Le simulazioni sono una forma di visualizzazione dei problemi e degli ostacoli che bisogna aggirare sul piano del reale. Consentono di non fare errori e allo stesso tempo aprono nuove frontiere nella progettazione&#8221;. E i videogame in questo pare funzionino benissimo.</p>
<p>Ovviamente però dipende da come li si usa. Possono rappresentare cinque minuti di puro divertimento che inizia e finisce, o cinque minuti di studio. &#8220;Tutti i giochi gestionali, perfino Nintendogs, portano a considerare peso e effetti delle proprie decisioni&#8221;, continua Manuela Cantoia. &#8220;Aiutano le persone a ragionare, se li si adopera in questo senso. Molti manager si allenano e vengono valutati usando i giochi elettronici. Danno un&#8217;indicazione precisa della capacità di gestione di un team, della rapidità di scelta, dell&#8217;abilità nell&#8217;analisi delle variabili&#8221;. Insomma, non sfruttarli in ambito didattico sarebbe una follia.<br />
Tre anni fa a Strasburgo, presso il Consiglio d&#8217;Europa, è stato presentato un rapporto chiamato &#8220;Games in Schools&#8221; e realizzato da European Schoolnet, rete di trentuno ministeri dell&#8217;educazione europei. Il progetto era nato con lo scopo di delineare lo stato dell&#8217;arte sull&#8217;uso dei giochi elettronici nelle scuole e di fornire una serie di raccomandazioni sul tema. Con una domanda di fondo: possono giocare un ruolo nell&#8217;insegnamento? Parteciparono più di cinquecento insegnanti sparsi per il continente, Italia inclusa. Emerse che il 70 per cento di loro aveva già iniziato a utilizzare i videogame in classe. Indipendentemente sia dall&#8217;età, visto che il campione andava dai venti ai cinquantacinque anni, sia dalla familiarità con i giochi. Solo il 15 per cento, infatti, si dichiarava esperto.</p>
<p>&#8220;Alla fine dire videogame è come dire carta&#8221;, fa notare Cantoia. &#8220;Sono un mezzo neutro. Sono così tanti e così diversi che ogni generalizzazione è inutile. Bisogna capire quale piattaforma si usa, quale console e quale videogame e per quale scopo. Sono realtà diverse. E invece le famiglie si fermano alla parola &#8220;gioco&#8221; e non controllano, lasciano che sia un terreno in mano a bambini e adolescenti&#8221;. Che è, sotto tutti i punti di vista, un errore. Anzi no, un&#8217;opportunità mancata di apprendere qualcosa assieme.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 febbraio 2012</p>
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		<title>Berlino sfratta Marx e Engels &#8220;Via le statue dal centro della città&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:48:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 2]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Marx]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[damnatio memoriae]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/esteri/marx.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; guerra sulla futura posizione delle statue di bronzo che ritraggono i padri del comunismo Marx ed Engels a Berlino. Il ministro per le costruzioni Peter Ramsauer, dell&#8217;Unione cristiano-sociale (Csu), ha chiesto che il monumento creato dallo scultore Ludwig Engelhardt&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/esteri/marx.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; guerra sulla futura posizione delle statue di bronzo che ritraggono i padri del comunismo Marx ed Engels a Berlino. Il ministro per le costruzioni Peter Ramsauer, dell&#8217;Unione cristiano-sociale (Csu), ha chiesto che il monumento creato dallo scultore Ludwig Engelhardt e inaugurato nel 1986 dall&#8217;allora leader comunista Erich Honecker, sia allontanato dal centro della capitale tedesca e sistemato al cimitero dei socialisti a Fridrichsfelde, alla periferia est della città. Ma Berlino non ci sta.</p>
<p>.</p>
<p>da &#8220;La Stampa&#8221; del 18 gennaio 2012 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="133" height="20" /></p>
<p>.</p>
<p>«Si tratta di un monumento storico e appartiene alla storia di Berlino &#8211; ha replicato tramite la sua portavoce il senatore per lo sviluppo urbano di Berlino Michael Mueller (Spd) &#8211; nessuno vuole mandarlo via e nemmeno al cimitero di Fridrichsfelde». La risposta era diretta a Ramsauer, secondo il quale le statue dei due celebri filosofi teorici del marxismo apparterrebbero al camposanto, ritenuto una sorta di «centro di riposo per le arti del socialismo». Ramsauer ha colto l&#8217;opportunità offertagli dalla ricostruzione del Castello (sul progetto dell&#8217;italiano Franco Stella) come Humboldt forum, un edificio che ospiterà strutture museali (Museo etnologico, Museo di Arte Asiatica, Biblioteca centrale e regionale di Berlino) e la Humboldt Universitaet. «La proposta di spostare il monumento di Marx ed Engels a Friedrichsfelde è tanto sorprendente quanto dimostra di dimenticare la storia» ha attaccato il senatore socialdemocratico, secondo il quale Berlino è una metropoli aperta e il Castello starà benissimo accanto al monumento.</p>
<p>Le due statue sono state spostate nel settembre 2010, per far posto ai lavori della nuova linea metropolitana U55. Il Castello, secondo le previsioni e per mancanza di fondi, sarà inaugurato non prima del 2019. Bisognerà tuttavia aspettare la fine dei lavori prima di sapere dove Marx ed Engels saranno «reintegrati» nella nuova mega-struttura.</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 23 gennaio 2012</p>
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		<title>In Virginia si rievoca la Guerra civile americana</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/6039/stampa-italiana-2/in-virginia-si-rievoca-la-guerra-civile-americana/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:24:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[guerra di secessione]]></category>
		<category><![CDATA[rievocazione storica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.soldierstudies.org/images/webquest/civil%20war%20soldiers.jpg" alt="" width="90" height="90" />Spettacolare ed emozionante cerimonia a Laurel Hill, in Virginia, per rievocare le sanguinose battaglie della guerra civile americna che costò la vita ad oltre 600.000 persone. Una ricostruzione fedele dell&#8217;evento per mantenere viva la storia degli Stati Uniti.</p>
<p>Da ANSA&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.soldierstudies.org/images/webquest/civil%20war%20soldiers.jpg" alt="" width="90" height="90" />Spettacolare ed emozionante cerimonia a Laurel Hill, in Virginia, per rievocare le sanguinose battaglie della guerra civile americna che costò la vita ad oltre 600.000 persone. Una ricostruzione fedele dell&#8217;evento per mantenere viva la storia degli Stati Uniti.</p>
<p>Da ANSA del 16 gennaio 2012</p>
<p><strong><a href="http://www.ansa.it/web/notizie/photostory/primopiano/2012/01/17/visualizza_new.html_45963261.html">GUARDA LA GALLERIA FOTOGRAFICA DA ANSA.IT</a></strong></p>
<p><strong>___________________________</strong></p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;?</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++62-67-guerra-secessione-1.pdf">Centocinquantesimi: la Guerra secessione USA</a> </strong></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/05/11-guerra-secessione-2.pdf">La Guerra Civile americana 150 anni dopo: un monito contro le secessioni</a></strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong>Inserito su www.storiainrete. com il 17 gennaio 2012</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una nuova biografia distrugge il mito di Malcom X</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 16:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 2]]></category>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://mediaanarchist.files.wordpress.com/2010/05/1198-malcolm-x-el-hajj-malik-shabazz-web.jpg" alt="" width="90" height="90" />Se Bertolt Brecht aveva ragione a compatire i Paesi che hanno bisogno di eroi, immaginiamoci quanta pietà servirebbe verso quelli che hanno bisogno di miti. Non sappiamo se questo sia stato il punto di partenza di Manning Marable, quando</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://mediaanarchist.files.wordpress.com/2010/05/1198-malcolm-x-el-hajj-malik-shabazz-web.jpg" alt="" width="90" height="90" />Se Bertolt Brecht aveva ragione a compatire i Paesi che hanno bisogno di eroi, immaginiamoci quanta pietà servirebbe verso quelli che hanno bisogno di miti. Non sappiamo se questo sia stato il punto di partenza di Manning Marable, quando mosse il primo passo nella maratona, lunga oltre dieci anni, che lo ha portato a scrivere la biografia definitiva di Malcolm X. Certamente, però, il punto d’arrivo è un mito sgualcito, se non distrutto. E si capisce dalla rabbia con cui in certi casi il suo libro è stato preso nella comunità nera militante, mentre scalava le classifiche di vendita sui più prestigiosi giornali dei bianchi.</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div>di Paolo Mastrolilli da &#8220;La Stampa&#8221; del 9 dicembre 2011 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="133" height="20" /></div>
<div>.</div>
<div>La storia di Malcolm Little, detto X dopo la conversione e l’ingresso nella Nation of Islam, era finora quella raccontata da lui medesimo e da Alex Haley nella famosa Autobiografia. Riassumendo per sommi capi, andava così. Malcolm era nato in Nebraska da una famiglia povera e discriminata, e aveva passato la gioventù a fare il criminale, il magnaccia, lo spacciatore di droga e il rapinatore. Finito in galera si era redento, e ne era venuto fuori con una coscienza politica e religiosa che avrebbe trasformato la sua esistenza in una missione. In breve, predicando la separazione anche violenta tra neri e bianchi, era arrivato ai vertici della Nation Of Islam, delfino del leader Elijah Muhammad. A quel punto, però, qualcosa si era inceppato. Gli adulteri di Muhammad lo avevano deluso, ma soprattutto la conoscenza dell’Islam ortodosso lo aveva cambiato, trasformandolo in un leader più disposto al dialogo. La Nation of Islam aveva interpretato questa evoluzione come un tradimento e Malcolm era stato ucciso. Il suo carisma, però, lo aveva resuscitato come mito della comunità nera, che non beveva la logica dello Zio Tom e il miraggio dell’integrazione sognata da Martin Luther King.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div><img class="alignright" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.sinistraeuropea.it/images/e-morto-manning-marable-intellettuale-e-attivista-afroamericano-studioso-di-malcolm-x-e-gramsci_nlcm-_0.jpg" alt="" width="139" height="211" />Marable, rispettato professore nero della Columbia University, non si era mai accontentato di questa versione. Quindi ha cominciato la ricerca per la biografia Malcolm X, tutte le verità oltre la leggenda, in uscita in Italia da Donzelli. Questa impresa è diventata la sua balena bianca, al punto di morire qualche giorno prima che fosse pubblicata. Marable ha scoperto parecchie cose poco note, o quanto meno sorvolate in passato. Malcolm aveva esagerato la sua storia criminale, per dare più risalto alla redenzione. Aveva avuto una relazione omosessuale con un ricco uomo bianco, Paul Lennon, per ricavarne soldi e protezione. Si era sposato con Betty perché un pastore doveva farlo, ma in realtà non l’amava e in generale era misogino. La moglie si lamentava anche perché lui la lasciava insoddisfatta sessualmente, e alla fine si erano traditi a vicenda. Malcolm però aveva avuto una relazione profonda con Evelyn Williams, che dopo essere stata abbandonata era finita proprio tra le braccia di Elijah Muhammad. Il vecchio capo l’aveva messa incinta, e questo aveva contribuito enormemente alla rottura del delfino con la Nation of Islam. Quando era dentro, però, Malcolm aveva intrecciato trattative anche con il Ku Klux Klan, perché pensava che i loro interessi potessero convergere: il KKK voleva cacciare i neri, e i neri volevano andare via per costruire la loro nazione. Perciò aveva sperato che il Klan lo aiutasse ad acquistare terre nel Sud, dove separare e rifugiare il suo popolo.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>L’amicizia prima e l’allontanamento poi da Cassius Clay-Muhammad Ali sono raccontati nei dettagli più emotivi. Così come la resa dei conti, l’omicidio del 21 febbraio 1965 nell’Audubon Ballroom, dove Marable fa per la prima volta i nomi dei veri assassini: gli ispiratori James Shabazz e Benjamin X Thomas, e gli esecutori materiali Leon X Davis, Talmadge Hayer e Willie X Bradley. Tutti membri della moschea di Newark della Nation of Islam, istigati dall’odio propagato da Elijah Muhammad e Louis Farrakhan. Marable arriva a sospettare che le stesse guardie del corpo di Malcolm lo abbiano tradito, facendo da complici in un complotto che aveva visto l’Fbi e la polizia sedute a guardare.</div>
<div id="_mcePaste">Questi dettagli hanno fatto infuriare una parte della comunità nera, che ci ha letto solo il tentativo di fare soldi con un libro che distruggeva il carattere del mito. La disputa è diventata pubblica quando The Root, giornale online della comunità, ha prima commissionato a Karl Evanzz una recensione della biografia, e poi l’ha censurata perché troppo critica. Evanzz ha scritto che il libro era «un abominio», e il direttore Henry Louis Gates, amico e ammiratore di Marable, lo ha cassato.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>Il problema di fondo non sono i particolari piccanti, ma il bilancio dell’eredità politica di Malcolm Little. Marable sembra difenderlo, cercando di salvarlo dallo stereotipo dell’estremista scatenato prima, e del pacifico convertito dopo i due viaggi nel vero islam: «L’idea secondo cui esistono due Malcolm X &#8211; uno che predicava la violenza quando era membro dei Musulmani neri, e un altro che aveva abbracciato il metodo non violento per il cambiamento &#8211; è del tutto errata. Egli non ha mai equiparato l’autodifesa armata alla violenza fine a se stessa». Lo protegge anche dalle grinfie di al Qaeda, che ha cercato di arruolarlo come vero antagonista musulmano dell’America corrotta: «Non avrebbe mai approvato gli attentati dell’11 settembre». Poi, però, non può fare a meno di porsi la domanda diventata ineludibile dal 4 novembre 2008: «Con l’elezione di Barack Obama si è sollevato l’interrogativo se i neri abbiano un destino politico distinto da quello dei loro concittadini bianchi. Se davvero la segregazione razziale giuridica è stata relegata definitivamente nel passato, allora la visione di Malcolm oggi deve ridefinire in maniera radicale il concetto di autodeterminazione e il significato del potere dei neri, in un contesto politico che a molti sembra “post-razziale”». Fine di un mito, insomma. O quantomeno liquidazione di un eroe, per la pace di Bertolt Brecht.</div>
<div>_____________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 3 gennaio 2012</div>
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		<title>Wikipedia si apre a scuola e università. E viceversa&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 12:38:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://tecnologia.bloglive.it/files/2011/04/wikipedia.png" alt="" width="90" height="90" />Ogni sera lo storico, islamista e arabista Claudio Lo Jacono si siede davanti al computer per almeno un&#8217; ora. Non scrive il suo prossimo libro, ma &#8211; gratis e sotto anonimato &#8211; verga pagine di Wikipedia, l&#8217;enciclopedia online che chiunque&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://tecnologia.bloglive.it/files/2011/04/wikipedia.png" alt="" width="90" height="90" />Ogni sera lo storico, islamista e arabista Claudio Lo Jacono si siede davanti al computer per almeno un&#8217; ora. Non scrive il suo prossimo libro, ma &#8211; gratis e sotto anonimato &#8211; verga pagine di Wikipedia, l&#8217;enciclopedia online che chiunque può modificare. Tutto è iniziato nel 2005. Non ricordando la data di nascita del secondo califfo abbaside Al Mansur, lo storico la cercò su Google («trovi libri di ottimi studiosi»): in cima ai risultati spuntò una pagina di Wikipedia. Ma c&#8217; era un errore. Cliccò su «modifica». E non ha più smesso.</p>
<p>.</p>
<p>di Viviana Mazza dal &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 10 dicembre 2011 <img src="http://images.corriere.it/images/static/common/corriere_sera.png" alt="Corriere della Sera" width="177" height="14" /></p>
<p>.</p>
<p>Oggi lo studioso sessantaseienne è uno dei 25 redattori più attivi di Wikipedia in italiano: ha creato 1.500 voci &#8211; la prima dedicata al primo califfo dell&#8217; Islam, Abu Bakr. «Mancavano tutti. C&#8217; era solo Maometto, sul quale pure sono intervenuto molto». Ne ha modificate tra le cinquemila e le diecimila. E da professore all&#8217; Orientale di Napoli, ha fatto usare Wikipedia in classe. Lo Jacono non è un caso isolato. La Wikimedia Foundation (la fondazione con sede a San Francisco che sostiene Wikipedia) ha lanciato quest&#8217; anno nuovi progetti da una parte per incoraggiare l&#8217; uso in classe dell&#8217; «enciclopedia libera» (l&#8217; obiettivo è coinvolgere 10 mila docenti e studenti entro il 2013) e dall&#8217; altra per spingere ricercatori ed esperti a contribuirvi di più. Anche Wikimedia Italia, l&#8217;associazione culturale no profit che promuove la diffusione di Wikipedia nel nostro Paese, sta collaborando con scuole ed enti locali per progetti sempre più ampi. E se l&#8217; accoppiata tra accademia e Wikipedia può suonare strana (citarla come fonte in un compito è considerata un&#8217; eresia da molti professori e in certe università è stato espressamente proibito), ci sono però docenti che ritengono impossibile ignorare che in dieci anni è diventata il sesto sito più popolare al mondo. E così gli studenti dei corsi universitari per interpreti e traduttori delle Scuole Civiche di Milano si sono visti assegnare compiti inusuali, come creare nuove «voci» su Wikipedia (sulla traduttologia, ad esempio).</p>
<p>Nel test d&#8217; esame tradurranno pagine scritte in altre lingue. «Se devono verificare che voci esistenti siano corrette, li costringi a studiare l&#8217; argomento sia su Wikipedia che altrove, anziché ripeterlo a pappagallo», spiega Pietro Schenone, direttore del dipartimento Lingue. «Inoltre, devono seguire regole precise: usare un linguaggio fattuale, citare le fonti». Infine, a differenza della tradizionale tesina, le pagine create sono accessibili a tutti. «È importante insegnare agli studenti a dare alla Rete, oltre che a prendere». Quest&#8217; anno in Emilia Romagna 50 scuole medie e superiori «adottano una parola» legata al territorio e la «curano» su Wikipedia. In Lombardia gli studenti creano pagine, le migliorano e le traducono, con un premio a fine anno. Dietro ogni pagina, può esserci uno studente o un esperto. Spesso ci sono entrambi. Tra gli studiosi che contribuiscono da tempo «c&#8217; è un professore della Bicocca che si occupa di berberi, e c&#8217; è una nota archeologa del comune di Roma», dice Frieda Broschi, presidente di Wikimedia Italia. Lo Jacono, che da un mese è in pensione, ora divide il suo tempo tra la rivista che dirige, Oriente Moderno , e Wikipedia. L&#8217; altra sera qualcuno aveva modificato la voce «Battaglia della Piana dei Merli». «Ottomani era scritto con la minuscola, ma per i nomi dei popoli antichi ci vuole la maiuscola», spiega. Non l&#8217; ha corretto, però. «Ne ho discusso con chi l&#8217; aveva cambiato. È questo lo spirito di Wikipedia. Non è una torre d&#8217;avorio».</p>
<p>____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 19 dicembre 2011</p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SU WIKIPEDIA E LA STORIA?</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-3334-luglioagosto-2008/"><img title="i-cover-storia33-hitler-vecchio" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia33-hitler-vecchio.jpg" alt="" width="114" height="159" /></a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<h3 id="post-5326"><a title="Permanent Link to Se Wikipedia è “troppo buona” con Hitler e altri dittatori…" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/5326/stampa-italiana-2/se-wikipedia-e-troppo-buona-con-hitler-e-altri-dittatori/">Se Wikipedia è “troppo buona” con Hitler e altri dittatori…</a></h3>
<h3 id="post-3795"><a title="Permanent Link to Prove false e diffamazione per imporre la vulgata in Wikipedia" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/3795/stampa-italiana-2/diffamazione-e-prove-false-per-imporre-vulgata-wikipedia/">Prove false e diffamazione per imporre la vulgata in Wikipedia</a></h3>
<h3 id="post-3818"><a title="Permanent Link to Wikipedia come Mao: fa censura per cercare di riscrivere la storia" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/3818/rassegna-stampa-italiana/wikipedia-censura-riscrivere-storia/">Wikipedia come Mao: fa censura per cercare di riscrivere la storia</a></h3>
<p>e gli articoli</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++60-65-wikipedia-1-i-gendarmi-della-memoria.pdf">Inchiesta Wikipedia: L’Enciclopedia e i “gendarmi della memoria”</a></p>
<p>da Storia in Rete n. 59</p>
<div>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/nessuna-categoria/n59-settembre-2010"><img title="I cover storia 58" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/I-cover-storia-591.jpg" alt="" width="103" height="146" /></a></p>
</div>
<p>e</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/10/+++36-43-wikipedia2.pdf">Chi sottovaluta Wikipedia rischia di farsi male (o quantomeno di far brutta figura)</a></p>
<p>da Storia in Rete n. 60</p>
<div>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/edicola/storia-in-rete-numero-60-ottobre-2010/"><img title="I cover storia 58" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/10/I-cover-storia-60.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
</div>
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		<title>Predappio: scritte infamanti sulla tomba di Mussolini</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 10:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ilrestodelcarlino.it/forli/cronaca/2011/11/27/627558/images/1021438-predappio.JPG" alt="" width="90" height="90" />Il 27 novembre scorso la tomba di Benito Mussolini è stata presa di mira da un gruppo di vandali. Questa mattina finistre, porte e muri del cimitero di San Cassiano di Predappio sono statI ritrovati imbrattati con scritte infamanti. &#8221;Fascismo e clero&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ilrestodelcarlino.it/forli/cronaca/2011/11/27/627558/images/1021438-predappio.JPG" alt="" width="90" height="90" />Il 27 novembre scorso la tomba di Benito Mussolini è stata presa di mira da un gruppo di vandali. Questa mattina finistre, porte e muri del cimitero di San Cassiano di Predappio sono statI ritrovati imbrattati con scritte infamanti. &#8221;Fascismo e clero complici corrotti&#8221;, &#8220;L&#8217;unico fascista buono è quello morto&#8221; e &#8220;Fascisti assassini a morte&#8221;, sono le tre frasi impresse con la vernice sulla tomba di Mussolini. A scoprirle è stato il custode, Vittorio Mughini. La tomba è stata ripulita. Sul fatto indagano i carabinieri e gli agenti della Digos.</p>
<p>da <img src="http://www.ilrestodelcarlino.it/file_generali/img/liz/loghi/testate_small/2.gif" alt="il Resto del Carlino" />del 27 novembre 2011</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 28 novembre 2011</p>
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		<title>Se Rommel e i comandanti degli Uboot non erano &#8220;cattivi&#8221;&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 22:21:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 2]]></category>
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		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.repubblica.it/images/2011/11/03/182824399-b4b5656d-8de5-451f-a0a7-221c1b5badeb.jpg" alt="Un film e un serial tv accusati di revisionismo La tv pubblica tedesca scatena polemiche" width="90" height="90" />I comandanti degli U-Boot, i sommergibili della Reichskriegsmarine con cui Hitler condusse una guerra spietata, sono di fatto dipinti come buoni, ufficiali e gentiluomini, in una produzione tedescobritannica d&#8217;un serial in due puntate per la prima rete pubblica tedesca, la&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.repubblica.it/images/2011/11/03/182824399-b4b5656d-8de5-451f-a0a7-221c1b5badeb.jpg" alt="Un film e un serial tv accusati di revisionismo La tv pubblica tedesca scatena polemiche" width="90" height="90" />I comandanti degli U-Boot, i sommergibili della Reichskriegsmarine con cui Hitler condusse una guerra spietata, sono di fatto dipinti come buoni, ufficiali e gentiluomini, in una produzione tedescobritannica d&#8217;un serial in due puntate per la prima rete pubblica tedesca, la . E sempre per la Ard, lo stesso regista del film sugli U-Boot &#8216;rivisitati&#8217;, che per la cronaca si chiama Nico Hofmann, ha preparato un film sul feldmaresciallo Erwin Rommel (la &#8216;volpe del deserto&#8217;, il più celebre e abile comandante della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale) il quale viene criticato da diversi storici ma persino dai discendenti di Rommel: l&#8217;accusa è di essere andato ai limiti del revisionismo storico, di presentare Rommel &#8216;in salsa marrone&#8217;, quando l&#8217;aggettivo &#8216;marrone&#8217; in tedesco significa nazista, come era l&#8217;uniforme delle SA e la divisa ufficiale della Nsdap, il partito nazista che fu al potere con Adolf Hitler dal 1933 fino alla disfatta dell&#8217;Asse in Europa l&#8217;8 maggio del 1945.</p>
<p>.</p>
<p>di Andrea Tarquini da Repubblica del 3 novembre 2011 <img src="http://www.repubblica.it/static/images/detail/2010/la-repubblica-it-logo.png" alt="Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale." width="162" height="30" /></p>
<p>.</p>
<p>Ma insomma, che succede in Germania? Il paese che vuole guidare l&#8217;Unione europea secondo le sue idee di economia ben funzionante, e che spesso mostra sensibilità non eccessiva per i problemi economici e politici dei partner europei (senza i cui mercati l&#8217;export tedesco crollerebbe) sembra quasi cedere alla tentazione di scrivere nei serial telefilm  -  della tv pubblica, non di canali privati, si noti bene! &#8211; la Storia o la Memoria della seconda guerra mondiale. ma può offrire al telespettatore specie giovane la convinzione che i militari tedeschi erano buoni. La Laconia era un mercantile britannico che evacuava dall&#8217;Egitto civili italiani e di altre nazionalità, scortati e sorvegliati da militari britannici e polacchi. La Laconia fu silurata dall&#8217;U-Boot 156, il cui comandante ordinò di raccogliere a suo rischio tutti i naufraghi, per poi portarli &#8220;in salvo&#8221; consegnandoli a una nave della Francia collaborazionista di Vichy. Il comandante Werner Hartenstein (impersonato nel film da Ken Duken) diventa il prototipo del tedesco buono, anche se in guerra dalla parte di Hitler. Salva persino la cantante Hilda Smith (impersonata da Franka Potente), una tedesca fuggita dalla Germania nazista e naturalizzatasi inglese. C&#8217;è persino quasi del tenero tra i due. Mentre i cattivi nel film sono gli alleati prigionieri: ufficiali inglesi e soldati polacchi. Raffigurazione quest&#8217;ultima, del polacco cattivo, particolarmente ingiuriosa se si ricorda che nessun altro paese soffrì quanto  Polonia e Urss dell&#8217;aggressione e dell&#8217;occupazione nazista. E il film riabilita persino l&#8217;ammiraglio Karl Doenitz, poi condannato dagli alleati come criminale di guerra, perché esprime comprensione per il comandante dello U-156. &#8220;Ci sono anche gentiluomini tedeschi, non solo gentlemen inglesi&#8221;, dice il comandante del sommergibile in una sequenza. Insomma nessun appello ideologico chiaro, ma appare trasparente quali ambiguità, nostalgie e voglie di rileggere altrimenti la Storia il telefilm accarezzi.</p>
<p>Senza nulla togliere al valore della storia dello U-156, va detto (e fa venire insieme i brividi) che il telefilm sembra voler far dimenticare cosa fu davvero la guerra corsara condotta dagli U-Boot tedeschi nel secondo conflitto mondiale: siluravano e affondavano anche le navi-ospedale o i piroscafi che portavano bambini inglesi o bambini ebrei di tutta Europa in salvo in Usa e Canada, senza soccorrere proprio nessuno. A fermare l&#8217;orrore non furono pochi capitani cavallereschi della Reichskriegsmarine, ma gli alleati, soprattutto con gli enormi, invincibili idrovolanti antisommergibile Sunderland della Fleet Air Arm, l&#8217;aviazione navale di Sua Maestà britannica.</p>
<p>Nico Hofmann non si lascia impressionare dalle critiche, anzi le respinge parlando con, il quotidiano popolare più letto d&#8217;Europa, lo stesso che insulta i greci ogni giorno tacendo sui debiti per danni e crimini di guerra per miliardi che, anche secondo quotidiani conservatori tedeschi di qualità, la Germania deve ancora alla Grecia pur inefficiente, spendacciona e bugiarda su tasse pensioni e bilanci. La sua altra grande opera presenta Rommel in un modo che non è piaciuto appunto né agli storici né alla famiglia. Il famoso feldmaresciallo nel 1944 si convinse che il Reich non aveva futuro, e si avvicinò al gruppo del conte von Stauffenberg, gli eroici congiurati del 20 luglio 1944 che tentarono invano di uccidere Hitler per trattare la resa con Gran Bretagna e Usa e fermare la guerra. E per questo pagò con la vita: la Gestapo lo portò via da casa, lo convinse a suicidarsi in cambio della promessa che la sua famiglia e la sua memoria sarebbero state risparmiate. Ma prima, dall&#8217;inizio della guerra, fu convinto senza riserve della necessità e del dovere della vittoria. Anche quando, comandante dell&#8217;Afrika Korps, ebbe l&#8217;ordine di puntare verso la Palestina anche per catturare tutti gli ebrei già emigrati là e, con l&#8217;aiuto dei nazionalisti arabi in contatto con Berlino, farli deportare nei Lager.</p>
<p>Non si capisce perché Hofmann forse non ami che i giovani ricordino le verità storiche, e meno che mai si capisce (e questo inquieta ancor di più specie nell&#8217;attuale contesto europeo e mondiale) perché la tv pubblica gli offra tanto spazio. La caccia all&#8217;audience vale più del rispetto delle verità storiche e del pudore, forse solo perché ci si sente bravi e forti salvatori dell&#8217;Europa da greci o italiani spendaccioni? E pur non avendo Berlino nemmeno proposte abbastanza convincenti per salvare Europa e mondo dalla recessione, al loro posto la sua tv di propone di rileggere la Storia?</p>
<p>_________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 novembre 2011</p>
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		<title>Quando la Grecia (con Italia e Spagna) salvò la Germania</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 07:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 2]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/Berlin_Brandenburg_gate_while_the_wall_was_still_up.jpg" alt="" width="90" height="90" />Berlino, indebitatissima dopo la seconda guerra mondiale, fu aiutata da 60 stati che firmarono il patto di Londra il 27 febbraio 1953. Con l’accordo fu dimezzato il debito estero del paese ponendo le basi per il futuro successo economico del paese&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/Berlin_Brandenburg_gate_while_the_wall_was_still_up.jpg" alt="" width="90" height="90" />Berlino, indebitatissima dopo la seconda guerra mondiale, fu aiutata da 60 stati che firmarono il patto di Londra il 27 febbraio 1953. Con l’accordo fu dimezzato il debito estero del paese ponendo le basi per il futuro successo economico del paese e dell’Europa intera. Potrebbe succedere ora con la Grecia? Una pagina di storia da rileggere, oggi, mentre la Grecia è “appesa a un filo” e il G20 ha appena deciso un nuovo maxi-rifinanziamento per salavare le banche (e l’Euro).<br />
.</p>
<p>di Laura Lucchini da Linkiesta del 28 settembre 2011 <img src="http://www.linkiesta.it/sites/all/themes/lkblog/logo.png" alt="Home" width="140" height="27" /></p>
<p>.</p>
<p><strong>Molti tedeschi si sentono ingannati dalla Grecia indebitata fino al collo</strong> e minacciati dalla situazione attuale tanto in Italia come in Spagna. Questi sentimenti si fanno ancora piú intensi in vista della votazione in parlamento, il prossimo 29 settembre, del primo pacchetto di aiuti alla Grecia e l’ampliamento del fondo salvastati. Pochi però ricordano che nemmeno molto tempo fa, fu proprio la Germania, indebitatissima dopo la seconda guerra mondiale, a dover essere aiutata. Sessanta stati firmarono il patto di Londra il 27 febbraio 1953. Con l’accordo fu dimezzato il debito estero del paese ponendo le basi per il futuro successo economico della locomotiva europea. Tra i firmatari anche Grecia, Italia e Spagna. Ma sul parallelismo tra i due momenti storici, anche gli addetti ai lavori sono divisi.</p>
<p><strong>Diversamente dalla Germania allora, la Grecia oggi non esce da una guerra sconfitta.</strong> Però cosí come la Germania allora, la Grecia ha perso oggi l’accesso al mercato dei capitali a livello internazionale come conseguenza della crisi finanziaria, spiega a Linkiesta la professoressa Ursula Rombeck-Jaschinski, dell’Università di Düsseldorf, autrice di “Das Londoner Schuldenabkommen”, il trattato del debito di Londra. «Ripristinare l&#8217;accesso della Grecia al mercato dei capitali &#8211; sostiene Rombeck-Jaschinski- deve essere il fine di ogni iniziativa. La Grecia ha bisogno impulso per la crescita: allora fummo aiutati noi, è necessario che facciamo memoria». Il motivo?  Secondo Rombeck-Jaschinski «uno stato si può sempre trovare nella situazione di aver bisogno dell’aiuto di altri paese».</p>
<p><strong>Il patto riguardante il debito estero tedesco fu stipulato a Londra tra la Germania</strong> e i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Presenti anche osservatori e rappresentanti di altri 20 stati. In totale furono 60 i paesi creditori, tra loro anche Grecia e Italia. Con l’inizio della seconda guerra mondiale, nel 1939, la Germania aveva sospeso i pagamenti ai creditori inglesi e francesi. Dopo la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti nel 1941, anche il flusso di denaro verso conti americani era stato interrotto. A guerra finita, la comunità internazionale voleva ed aveva bisogno di riallacciare i rapporti commerciali con la Germania, però per questo era necessario che il paese riacquistasse solvibilità. Con il trattato di Londra i debiti tedeschi furono dimezzati: si trattava in totale di 13,5 miliardi di marchi, di cui 6,2 furono cancellati. Nel testo originale del trattato si introducevano cosi le motivazioni dei contraenti: «animati dal desiderio di rimuovere gli ostacoli che impediscono di stabilire relazioni economiche normali tra la Repubblica federale di Germania e gli altri paesi e di contribuire in tal modo allo sviluppo di una comunità prospera di nazioni».</p>
<p><strong>È chiaro che nella situazione di una pace restaurata</strong> la disposizione d’animo era probabilmente diversa. Ma ancora di più oggi, all’interno di un’Unione che condivide la stessa moneta, e le cui economie sono indissolubilmente intrecciate uno sforzo in questo senso sarebbe auspicabile secondo Rombeck-Jaschinski. «Il miracolo economico tedesco non sarebbe praticamente stato possibile senza l’accordo di Londra», assicura. Non è daccordo Werner Abelshauser, professore di storia economica dell’Università di Bielfeld, che vede la situazione in modo più critico. «Un parallelismo si potrebbe tracciare solo nel momento in cui la Grecia svalutasse significativamente la propria moneta, e solo infine contrattasse con i creditori stranieri un hair-cut». In altre parole, perchè la situazione fosse paragonabile, la Grecia dovrebbe prima uscire dall’euro, reintrodurre le dracme, e svalutare, così come fece la Germania nel 1948.</p>
<p><strong>Allo stesso modo secondo Abelshauser,</strong> il trattato di Londra del 1953, aiutò la Germania a tornare solvente, facilitandole il ritorno sul mercato mondiale, ma «non fu però decisivo. La Germania dopo la guerra era povera, ma non sottosviluppata. In particolare decisivo per il successo delle esportazioni fu il settore delle tecnologie». Se è davvero possibile imparare dalla storia, anche la Grecia dovrebbe fare la sua parte. E cioè riguadagnarsi la fiducia, in modo da attirare nuovamente gli investimenti. «Sarebbe fondamentale che le elite greche dimostrassero volontá di pagare le tasse in modo da ristabilire un rapporto di lealtà con lo stato e le istituzioni», secondo Rombeck-Jaschinski.</p>
<p><strong>La storia della Germania dopo la seconda guerra mondiale è strettamente legata all’Europa</strong>: solo grazie all’Europa fu possibile la riunificazione. «Anche l&#8217;introduzione dell’euro va vista in questo contesto. Per tutti questi motivi, la Germania ha una responsabilità storica nei confronti del salvataggio dell’euro. Il fallimento della moneta unica sarebbe l’inizio della fine del processo di integrazione europeo». Dovrebbe essere compito della politica, «convincere le persone del senso e della necessità delle misure concordate». «Non vedo una responsabilità storica, perchè non fu la Germania a supportare l’introduzione dell’euro”, critica Abelshauser, che aggiunge : «la Bundesbank era totalmente contraria e la Germania non può salvare l’euro”, secondo l’esperto che drastico annuncia la sua personale ricetta: «se l’eurozona continua ad essere instabile, sarà necessario pensare ad alternative all’euro, per salvare l&#8217;idea di Europa dal fallimento».</p>
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<div>Inserito su www.storiainrete.com il 6 ottobre 2011</div>
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<div><a href="http://www.storiainrete.com/2009/04/1435/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/i-cover-storia-42.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></div>
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		<title>Cento anni fa iniziava nel sangue (italiano) la guerra di Libia</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 14:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1317042610758_0.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ricorre il 29 settembre il centenario della guerra di occupazione italiana della Libia, in concomitanza col quale ricorre anche l’anniversario di un luttuoso episodio avvenuto nella nostra provincia a Langhirano, noto appunto come «l&#8217;eccidio di Langhirano». Nel cimitero di</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1317042610758_0.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ricorre il 29 settembre il centenario della guerra di occupazione italiana della Libia, in concomitanza col quale ricorre anche l’anniversario di un luttuoso episodio avvenuto nella nostra provincia a Langhirano, noto appunto come «l&#8217;eccidio di Langhirano». Nel cimitero di questo paese esiste un sobrio monumento dedicato alle vittime della repressione che si scatenò presso la stazione del tram la mattina del 28 settembre 1911, durante una manifestazione contro l’intervento armato voluto da Giolitti per conquistare una colonia africana all’Italia.</div>
<div>.</div>
<div>di Anna Ceruti Burgio dalla Gazzetta di Parma del 26 settembre 2011 <img src="http://www.gazzettadiparma.it/gfx/gazzettadiparma.gif" alt="Gazzetta di Parma" width="158" height="21" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Giolitti, avendo ottenuto dalle potenze estere il riconoscimento dei diritti coloniali dell’Italia, nel 1911, preoccupato per la crisi marocchina, decide di iniziare la penetrazione in Libia. Intimato l’ultimatum alla Turchia, che controllava il paese, l’esercito italiano iniziò la conquista, che terminò nel novembre di quell&#8217;anno. La guerra libica però scatenò all’interno del nostro paese varie reazioni, che scardinarono un equilibrio decennale fra le forze politiche che si divisero fra interventisti e contrari. Il Psi, colto di sorpresa da questo evento programmato in sordina, si divise a sua volta in molte posizioni; l’ala destra dei riformisti riconobbe i diritti del colonialismo (contrario fu Turati); si ebbe invece la netta contrarietà dei massimalisti, in particolare dei sindacalisti rivoluzionari, raccolti intorno ad Amilcare de Ambris, fratello di Alceste, che da Lugano sulle pagine de «L&#8217;Internazionale», rivolgeva appelli alle masse «contro l’imperialismo, il colonialismo, il militarismo, nemici secolari della classe lavoratrice».</div>
<div id="_mcePaste">Il popolo era contrario alla guerra libica, poiché il ricordo dei 4000 morti di Abba Garima era ancora troppo vivo nelle famiglie. In Emilia vi furono le prime reazioni, da Forlì partì il segnale della protesta, il 24 settembre, ancor prima dell’inizio delle operazioni militari, con comizi di Benito Mussolini e Pietro Nenni, a cui seguirono manifestazioni e scontri, risoltisi con cariche dei carabinieri e della polizia e con l’intervento della cavalleria.</div>
<div id="_mcePaste">La Confederazione generale del Lavoro proclamò uno sciopero per il 27 settembre, che fu accolto con entusiasmo a Parma. L’adesione fu massiccia da parte di tutti i lavoratori, ad eccezione dei tranvieri delle linee a vapore; lunghe file di manifestanti cercavano di raggiungere le stazioni di capolinea dei tram, per impedire la partenza e lo svolgimento regolare delle corse. La loro intenzione era di manifestare pacificamente; avanzavano a piedi o in bicicletta, cantando il motivo di una canzone allora di moda, modificata con amara ironia in «Tripoli, suol del dolore, ti giunga il pianto della mia canzon!&#8230;. Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana a colpi di cannon!». La polizia controllava i tranvieri, i quali però cercavano qualche pretesto per poter aderire a loro volta allo sciopero.</div>
<div id="_mcePaste">Lo sciopero doveva terminare a mezzogiorno del 28, per cui già alle cinque del mattino a Langhirano una quarantina di persone fra uomini e donne si avviava verso la stazione del tram, per impedire la partenza della corsa. Erano poco aggressivi, tanto che portavano con sé anche i bambini; non si sentivano urla o minacce. La stazione era presidiata dai carabinieri, ai quali si unirono le guardie forestali; impugnavano minacciosamente i moschetti. La locomotiva era ancora nel deposito. Il corteo allora si divise in due gruppi, uno dei quali si mise sui binari, mentre l’altro entrò nel cortile interno per convincere i tranvieri a non far partire il convoglio.</div>
<div>All’improvviso, forse in preda al panico, i carabinieri caricarono gli operai e i contadini, buttando a terra anche le donne e calpestandole; partì anche una scarica di fucileria , non verso alto, ma ad altezza d’uomo. Un momento di follia, che generò il panico tra la gente in fuga e che lasciò sul terreno morti e feriti; due ragazze restarono uccise sul colpo: Maria Montali di 22 anni fu trafitta alla nuca e alle spalle ed Elisa Grassi di 24, che era incinta, cadde coi polmoni trapassati dai proiettili. Severino Frati, di 33 anni, salì sulla vettura, ma fu colpito dal basso alla gola da un proiettile che gli recise una vena e crollò a terra; fu poi trovato col braccio destro e la coscia crivellati da numerosi colpi; morì invece all’ospedale Antonio Gennari, 43 anni, che ebbe un occhio asportato da un proiettile. Sette feriti giacevano nella polvere.</div>
<div>In un battibaleno si diffuse in paese la luttuosa notizia, per cui accorse una folla inferocita, che si adunò attorno alla caserma dove si erano rifugiati i carabinieri e i forestali; la gente minacciava di far giustizia sommaria. Dal canto loro, i carabinieri tenevano ancora in pugno, quasi come estrema difesa, i moschetti. Stava per accadere un’altra tragedia, tanto gli animi erano esasperati, ma si frapposero fra i due gruppi il segretario comunale Ferrari col figlio Giacomo, il futuro partigiano Arta e sindaco di Parma nonché parlamentare e ministro, molto amato dai parmigiani che ancora ogni anno lo ricordano con stima e affetto. Le parole dei Ferrari placarono l’ira del popolo e la gente tornò a casa aspettando la giustizia legale, ma i carabinieri e forestali, rinviati a giudizio, furono assolti per «inesistenza di reato». Né la stampa fu più equilibrata: infatti nel «Bollettino» dell’Agraria  si scrisse: «I disordini di Langhirano sono avvenuti per causa della solita teppa».</div>
<div id="_mcePaste">A ricordo dell’episodio resta il monumento al cimitero, con la fiamma di bronzo e una stele da cui pende una corona di spine e un blocco di marmo sbozzato a colpi di mazza, dono dei cavatori carraresi. La dedica è «Il proletariato ai suoi morti» e sotto vi sono le lapidi di Maria, Elisa, Severino e Antonio.</div>
<div>________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 29 settembre 2011</div>
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		<title>Bobbio, Missiroli, Levi e gli altri al servizio di Sua Maestà</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 09:27:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 2]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://image.spreadshirt.com/image-server/v1/compositions/15218390/views/1,width=178,height=178/black-british-pirate-t-shirts_design.png" alt="" width="90" height="90" />Opinionisti, intellettuali, direttori di giornale: da Arrigo Levi a Mario Missiroli, da Luigi Albertini a Gaetano Afeltra, da Luigi Barzini a Domenico Bartoli e Paolo Murialdi. Nell&#8217;elenco ci sono anche Jader Iacobelli e Norberto Bobbio. Tutti negli elenchi dei «clienti»&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://image.spreadshirt.com/image-server/v1/compositions/15218390/views/1,width=178,height=178/black-british-pirate-t-shirts_design.png" alt="" width="90" height="90" />Opinionisti, intellettuali, direttori di giornale: da Arrigo Levi a Mario Missiroli, da Luigi Albertini a Gaetano Afeltra, da Luigi Barzini a Domenico Bartoli e Paolo Murialdi. Nell&#8217;elenco ci sono anche Jader Iacobelli e Norberto Bobbio. Tutti negli elenchi dei «clienti» dell&#8217;Ird, l&#8217;Information research department, un organismo segreto alle dipendenze del ministero degli Esteri britannico.</p>
<p>.</p>
<p>da Panorama dell&#8217;8 settembre 2011 <img src="http://www.sitissimo.com/wp-content/uploads/2010/03/panorama.jpg" alt="" width="104" height="38" /></p>
<p>.</p>
<p>Lo svela il libro di Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese (Chiarelettere), anticipato a Panorama. Il volume conferma in modo inoppugnabile quello che investigatori italiani come Giovanni Pellegrino, presidente per sette anni della commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, e il giudice Rosario Priore avevano intuito e in parte accertato da fonti italiane. Una delle «quinte colonne» usate dagli inglesi contro quella parte autenticamente «nazionale» della classe dirigente italiana della Prima repubblica è stata l&#8217;informazione.</p>
<p>I servizi britannici l&#8217;hanno controllata attraverso i loro uffici di propaganda e guerra psicologica. Come l&#8217;hanno fatto lo raccontano i loro stessi documenti. Prima, nell&#8217;immediato dopoguerra, attraverso il Pwb, Psychological warfare branch. Poi, chiuso il Pwb, attraverso l&#8217;Ird, l&#8217;Information research department, organismo segreto alle dipendenze del ministero degli Esteri che ha influenzato gran parte della stampa, dell&#8217;industria editoriale e dello spettacolo italiani.</p>
<p>Qual era l&#8217;obiettivo è spiegato in quegli stessi documenti: orientare l&#8217;opinione pubblica italiana a favore degli interessi britannici, contro quella parte della classe dirigente italiana smaniosa di indipendenza. È la guerra invisibile, segreta, che la Gran Bretagna ha combattuto contro un paese «amico» e alleato, l&#8217;Italia. Con ogni mezzo e su diversi terreni. Per impedirle di crescere, di modernizzare il proprio sistema e di condurre una politica estera basata su un proprio interesse nazionale.</p>
<p>La guerra per l&#8217;egemonia nell&#8217;area del Mediterraneo, per il controllo delle fonti energetiche nell&#8217;Africa del Nord e in Medio Oriente e delle rotte commerciali che passano attraverso il canale di Suez. Insomma, la guerra per il petrolio. Una guerra che ha avuto bersagli illustri: da Giacomo Matteotti a Benito Mussolini, da Enrico Mattei ad Aldo Moro. E che è stata combattuta anche attraverso quinte colonne interne.</p>
<p>Questo filo, che ha percorso almeno un mezzo secolo della storia italiana, Cereghino e Fasanella lo hanno rintracciato e seguito negli archivi britannici, esaminando centinaia e centinaia di documenti segreti del governo, della diplomazia e dell&#8217;intelligence di Londra. L&#8217;Ird passava segretamente articoli preconfezionati e veline. Ci sono persino nomi di prestigiosi giornalisti che recensivano libri consigliati dall&#8217;Ird (con relative somme pagate alle rispettive testate), fra cui Italo Zingarelli.</p>
<p>Per denigrare l&#8217;Italia e decantare le lodi dell&#8217;Impero britannico. Legati alla propaganda dei servizi britannici, stando ai documenti, anche il fondatore dell&#8217;Espresso Adriano Olivetti e Filippo Caracciolo, padre del fondatore di Repubblica, Carlo. È tutto nel Golpe inglese, in cui si svela per la prima volta il colpo di stato più lungo e complesso della storia. Perché durato oltre mezzo secolo. E forse ancora in corso, oggi.</p>
<p>_______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 9 settembre 2011</p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;? LEGGI STORIA IN RETE N. 57</strong></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/edicola/storia-in-rete-numero-57-5-l2010/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/07/I-cover-storia-58-210x300.jpg" alt="" width="146" height="200" /></a></p>
<div><span style="font-family: Arial, sans-serif; line-height: 18px;"><br />
</span></div>
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