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	<title>Storia In Rete &#187; XX secolo</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>1989, la verità non detta sulla caduta di Ceaucescu</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 18:29:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.seniorweb.ch/files/old/joomla/images/stories/Themen/Politik/erschossen.jpg" alt="" width="90" height="90" />A scanso di equivoci non scrivo qui per tessere gli elogi di due dittatori con le mani sporche di sangue come Gheddafi o Ceausescu ma è importante analizzare con lucidità i fatti. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.seniorweb.ch/files/old/joomla/images/stories/Themen/Politik/erschossen.jpg" alt="" width="90" height="90" />A scanso di equivoci non scrivo qui per tessere gli elogi di due dittatori con le mani sporche di sangue come Gheddafi o Ceausescu ma è importante analizzare con lucidità i fatti. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta da quella che ancora molti storici (soprattutto occidentali, ivi compresi i cosiddetti romenisti dei miei stivali), seguitano con ostinata ignoranza a chiamare “rivoluzione”. Ossia da un vastissimo movimento di piazza “spontaneo” sopraggiunto per saturazione causata dall’abuso del potere politico da parte del dittatore.</p>
<p>.</p>
<p>di Maurizio Pallone da Indymedia del 26 gennaio 2012 <img class="alignnone" src="http://italy.indymedia.org/sites/default/files/italyIndymedia_logo.png" alt="Home" width="198" height="28" /></p>
<p>.</p>
<p>La stessa cosa hanno detto e scritto, e diranno e scriveranno negli annali ufficiali, per quanto riguarda la Libia. Solo i più ottusi sostenitori della pseudodemocrazia american style e del politicamente corretto fanno finta di non sapere che ciò che accadde in Romania nel 1989 non fu affatto una rivoluzione, bensì un colpo di Stato. Ci sono molti documenti pubblicati in questi anni nel Paese danubiano che, al di sopra di ogni ragionevole sospetto o dubbio, dimostrano questo. La “rivolta” di Timisoara e i “massacri” di civili per opera dell’esercito su ordine diretto di Ceausescu, seguitano a scrivere e a ripretere storici, giornalisti: nessun massacro. Parlavano e scrivevano in tutto il mondo di 60mila morti ammazzati a Timisoara, quando questa città all’epoca aveva circa 60mila abitanti. Poi la fuga in elicottero: altri documenti dimostrano che Ceausescu non scappò, bensì fu costretto a salire sul velivolo dal generale Stanculescu, una delle menti di quel colpo di Stato; egli stesso ne ha più volte parlato, ammettendo con chiarezza il suo ruolo in quella vicenda. La lista delle “stranezze” è parecchio lunga.<br />
Secondo. Gli esperti di questioni arabe hanno in questi mesi, tra le altre cose, sottolineato la volontà autonomista di Gheddafi, la sua politica non disposta a piegarsi agli interessi privati del mondialismo e dell’atlantismo. Lo stesso principio autonomista e antioccidentale può essere applicato alla politica di Ceausescu, il quale, a principiare dal 1968 nei confronti dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia, ha sempre rivendicato il diritto all’autonomia e alla libertà della Romania rispetto a Mosca (non a caso per il regime di Ceausescu si deve parlare di nazionalcomunismo). Era evidente la sua consapevolezza circa l’ingerenza da parte di forze straniere.<br />
Terzo. Come ormai è noto, pochi giorni prima di essere catturato e ammazzato, Ceausescu si era recato a Teheran. Pochi tuttavia conoscono il motivo di questo viaggio. All’epoca era in progetto la costituzione di una banca per i Paesi in via di sviluppo, che prestasse soldi a questi ultimi con tassi di interesse che andavano dal 3% al 5%, a fronte di tassi di interesse quattro o piu’ volte maggiori applicati dalle banche private. Ogni Stato avrebbe dovuto contribuire all’istituzione di questa banca (che nulla avrebbe avuto a che fare con, ad esempio, il Fondo Monetario Internazione, la Banca Mondiale e i loro accoliti) con 5 miliardi di dollari. Ebbene, i primi tre sostenitori di un progetto che avrebbe messo i bastoni tra le ruote alle banche private mondialiste, erano: l’Iran, la Romania e, guarda caso, la Libia. Proprio così. Gheddafi, gli ayatollah iraniani e il governo nazionalcomunista di Bucarest si erano alleati al fine di rompere il monopolio usurocratico bancario, almeno in relazione ai loro interessi e a quelli di quanti si sarebbero uniti per questo progetto. La Romania, sin dal giorno dopo la caduta di Ceausescu, cadde nelle mani del Fmi. Ion Iliescu, emblema per eccellenza del “nuovo corso” politico romeno, già due volte presidente del Paese carpatico e oggi “grande vecchio” della politica romena – in particolare del Partidul social-democrat, vasta camera di riciclaggio degli ex comunisti e degli (ex?) agenti della Securitate, la polizia segreta del precedente regime – è di fatto uno degli uomini di maggior fiducia del Fmi in Romania. Quelle che molti non vedono oppure, peggio, chiamano “coincidenze” sono puri e semplici fatti, puri e semplici punti di partenza, ovvero di arrivo, che spiegano alla perfezione non solo ciò che è accaduto vent’anni fa e ciò che è accaduto poche ore fa in Libia, ma altresì ciò che potrebbe accadere presto in Siria.<br />
Né Gheddafi né Ceausescu hanno voluto capitolare davanti ai ricatti, non hanno voluto darsela per inteso, non hanno voluto cedere la loro legittima sovranità. E per questo sono stati detronizzati.</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 29 gennaio 2012</p>
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		<title>E Gianni Agnelli volle un libro sul complotto contro JFK</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 21:31:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.liberoquotidiano.it/upload/thumbfalse1326380723755_475_280.jpg" alt="" width="90" height="90" />La foto cristallizza i due fratelli, John e Bob, il Castore e Polluce della Nuova Frontiera, l’uno di fronte all’altro in controluce, avvolti in un silenzio innaturale nella stanza d’un motel. È quasi un presagio. L’omicidio più misterioso della storia&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.liberoquotidiano.it/upload/thumbfalse1326380723755_475_280.jpg" alt="" width="90" height="90" />La foto cristallizza i due fratelli, John e Bob, il Castore e Polluce della Nuova Frontiera, l’uno di fronte all’altro in controluce, avvolti in un silenzio innaturale nella stanza d’un motel. È quasi un presagio. L’omicidio più misterioso della storia d’America, quello di John F.Kennedy, si sarebbe compiuto di lì a poco, il 22 novembre 1963 a Dallas, su una Limousine troppo scoperchiata, che andava troppo piano, guidata da un autista troppo distratto. E da quella fotografia si snoda Il complotto (&#8220;The Plot&#8221;, pp. 232, euro 16,5, Nutrimenti curato da Stefania Limiti) ovvero «La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK», libro scomparso prematuramente da oggi rieditato; al centro, a sua volta, di un mistero editoriale mai risolto.</p>
<p>.</p>
<p>di Francesco Specchia da &#8220;Libero&#8221; del 12 gennaio 2012 <img src="http://www.liberoquotidiano.it/images/newLogo.jpg" alt="liberoquotidiano.it" width="127" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p><img class="alignright" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://iskra.myblog.it/media/01/02/2922025151.jpg" alt="" width="161" height="240" />Il libro ha una storia affascinante. Innanzitutto è un rapporto che la famiglia presidenziale affidò ai servizi segreti sovietici e a quelli francesi operanti direttamente sotto Charles De Gaulle. E ha lo stigma della bomba politica che avrebbe ribaltato la versione ufficiale sul caso Kennedy confezionata dalla Commissione Warren. Firmato «James Hepburn» &#8211; nom de plume, omaggio all’attrice Audrey Hepburn &#8211;  rivela quanto il presunto omicida Lee Oswlad fosse solo un fantoccio; e che  «Kennedy fu fatto fuori da un «Comitato» costituito da esponenti dei grandi monopoli industriali, essenzialmente miliardari petroliferi texani che controllavano polizie, quadri militari, servizi segreti», spiega Limiti.</p>
<p>NOMI E COGNOMI<br />
Nulla di nuovo, rispetto al grumo delle teorie complottiste fiorite  nei decenni. Se non fosse che ora si fanno davvero nomi e cognomi. «(Il libro) indica in Haroldson Lafayette Hunt e Edwin Walker (il «petroliere più ricco del mondo e il generale più fascista degli Stati Uniti», scrive Saverio Tutino, l’unico giornalista che in Italia ne parlò sulle pagine di Linus) i massimi dirigenti del Comitato che ha pensato e portato a termine l’operazione dell’uccisione di JFK», continua la Limiti nella prefazione «e rivela pure che Edgar Hoover, capo dell’Fbi &#8211; e anche di una struttura parallela costituita da killer professionisti e addetta ai lavori sporchi, ad esempio far sparire i testimoni scomodi dell’assassinio di Dallas, secondo il racconto di un ex agente alle sue dipendenze, Michael Milan &#8211; era al corrente del complotto, così come lo stesso vicepresidente, Lyndon Johnson».</p>
<p>Ed ecco scorrere le citazioni di «compagnie che figuravano nei libri paga del Pentagono, la General Dynamics, la Lockheed, la Boeing, la General Electric e la Nord Aviation, non gradivano il controllo civile sulla Difesa inaugurato da Kennedy insieme al suo ministro Robert McNamara, e proprio nei loro uffici maturò, insieme a quelli che Hepburn chiama i  “guerrieri”, cioè i vertici militari, l’idea di cambiare drasticamente registro. Inoltre le tre principali organizzazioni paramilitari, la John Birch Society, i Minutemen e il Ku Klux Klan, di cui Walker allevava i capi, e che vedevano in JFK un braccio dell’Unione Sovietica». «Il Comitato» sa molto di setta degli Illuminati, di Men in Black, di lobby potentissime che controllano il respiro del mondo. Il complotto, dunque, consegna ai posteri una ricostruzione simile a quella  &#8211; sostenuta da importanti «confessioni», tra cui quella dell’ex agente Cia poi giallista Hoaward Hunt &#8211; accreditata anche da Jackie Kennedy, i cui dialoghi registrati con Arthur Schlesinger infiammarono le cronache, l’estate scorsa. Ma è il destino del libro in sè a lambire la storia della nazione. Se per pubblicarlo negli States e in Francia col titolo di Farewell America vennero create due case editrici fittizie, tra cui Frontiers Publishing Company,  nel Belpaese intervenne direttamente Gianni Agnelli.</p>
<p>L&#8217;OMBRA DELL&#8217;AVVOCATO<br />
Il quale ne commissionò sia la traduzione a Luca Bernardelli (che ricevette il manoscritto da un personaggio oscuro, che lo pagò in contanti), sia la pubblicazione ad un piccolo editore torinese, Albra, specializzato nella pubblicazione di testi scolastici. Albra  lo diffuse nel novembre del 1968 con il titolo L’America brucia. Ma il dossier soggiornò pochissimo sugli scaffali. Agnelli, allora osteggiatore della scalata alla Montedison di Eugenio Cefis aveva coi Kennedy un rapporto viscerale: «Secondo alcune cronache del tempo, molto amico della first lady Jackie, Gianni Agnelli stabilì con JFK un vero sodalizio» che si sarebbe rivelato di grande importanza per il suo noviziato politico e le sue proiezioni ideali. «L’esempio trascinante di Kennedy, con il suo carisma e il gusto innato per le sfide lo contagiò senz’altro». Eppoi a misteri s’aggiungono misteri: «In questo scenario, appena tratteggiato, si materializzano copie del nostro misterioso libro nella città della Fiat: tra le pagine, nel capitolo dedicato ai «Petrolieri» c’è spazio anche per un’esaltazione della figura di Enrico Mattei&#8230;». In  Germania la Bild scrisse che «il libro era esplosivo come una bomba in Canada, Belgio, Liechtenstein: ma non fu mai letto, perchè l’Fbi dappertutto si attivò per comprare quasi tutte le copie stampate per evitare contaminazioni&#8230;».</p>
<p>E a renderci finalmente negli anni 70  nota l’opera, a poterne pompare l’effetto mediatico fu la rivista famigerata e fortemente anti-Vietnam Ramparts. Attorno alla sua estemporanea pubblicazione orbita un mondo di ecclesiastici, di boiardi, di anticastristi, di società estere «di cui i Kennedy mai si fidarono». Al Complotto è allegato il contributo di Paolo Cucchiarelli sulle similitudini tra l’assassinio di Dallas e la nostra strage di piazza Fontana.  Bob Kennedy aveva un sogno. Poter varcare, da presidente, il soglio della Casa Bianca con l’inchiesta sul fratello sottobraccio. Sparì lui, sparì l’inchiesta&#8230;<br />
_______________________</p>
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<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-18-aprile-2007/"><img title="cover-18" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-18.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></strong></p>
<p><strong>_____________________</strong></p>
<p><strong>Inserito su www.storiainrete.com il 23 gennaio 2012 </strong></p>
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		<title>Crisi economica: la Germania di oggi come gli USA del 1931</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 10:29:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://peterjcooper.files.wordpress.com/2008/05/wall_street_crash_1929.jpg" alt="" width="90" height="90" />Una nazione ha davanti a sé un abisso economico e politico: il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità; i dipendenti pubblici subiscono enormi tagli allo stipendi e le tasse stanno drasticamente aumentando; l’economia langue e&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://peterjcooper.files.wordpress.com/2008/05/wall_street_crash_1929.jpg" alt="" width="90" height="90" />Una nazione ha davanti a sé un abisso economico e politico: il governo è sull’orlo della bancarotta e persegue feroci politiche di austerità; i dipendenti pubblici subiscono enormi tagli allo stipendi e le tasse stanno drasticamente aumentando; l’economia langue e i tassi di disoccupazione esplodono; la gente si combatte nelle strade mentre le banche collassano e i capitali internazionali lasciano il paese. Grecia nel 2011? No, Germania nel 1931. Il capo del governo non è Lucas Papademos, ma <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Heinrich_Br%C3%BCning">Heinrich Brüning</a>. I tagli alla spese stabiliti per decreto governativo dal &#8220;cancelliere affamatore&#8221;, ignorando il parlamento mentre il PIL scende senza limiti. Due anni dopo Hitler prese il potere, otto anni più tardi iniziò la Seconda Guerra Mondiale. La situazione odierna è ancora distante, ma i paralleli economici sono spaventosi.</p>
<p>.</p>
<p>di Fabian Lidner da <em>Guardian.co.uk, </em>tradotto su <em><img src="http://www.comedonchisciotte.org/site/themes/3D-Fantasy/images/logo.gif" alt="Welcome to ComeDonChisciotte" width="194" height="61" /></em> del 26 novembre 2011</p>
<p>.</p>
<p>Come nei paesi oggi in crisi, il problema fondamentale della Germania nel 1931 era il debito estero. Gli Stati Uniti erano il maggiore creditore della Germania, i debiti tedeschi erano denominati in dollari. Dalla metà degli anni ’20, il governo aveva preso a prestito enormi sommi all’estero per versare i pagamenti di guerra a Francia e Gran Bretagna. Il credito estero fu quello che finanziò anche i ruggenti anni ’20 in Germania, il boom economico successivo all’iperinflazione del 1923. come Spagna, Irlanda e Grecia ai giorni nostri, la ripresa tedesca degli anni ’20 fu causata da una bolla creditizia.</p>
<p>La bolla esplose assieme al crollo dei mercati finanziari statunitensi nel 1929. gli investitori e le banche degli USA subirono un duro colpo, persero fiducia e ridussero i propri rischi, specialmente gli investimenti in titoli europei. I flussi creditizi verso Germania, Austria e Ungheria subirono una brusca interruzione. Gli investitori statunitensi non volevano Reichsmark – la divisa tedesca – ma solo dollari, una moneta che la Reichsbank non poteva stampare. Il ritiro dei dollari dalla Germania – specialmente dai depositi bancari tedeschi – portò al rapido esaurimento delle riserve di moneta della Reichsbank.</p>
<p>Per incassare dollari, la Germania doveva mutare il proprio enorme deficit delle partite correnti in un attivo. Ma come nelle crisi odierne, la Germania era intrappolata in un sistema monetario con tassi fissi di cambio, il gold standard, e non poteva svalutare la sua divisa. Comunque, anche dopo l’abbandono del gold standard, il cancelliere Brüning e i suoi consiglieri economici ebbero timore degli effetti inflazionistici di una svalutazione e una replica dell’iperinflazione del 1923.</p>
<p>Senza liquidità in dollari provenienti dall’estero, l’unico modo a disposizione del governo per mutare il segno del bilancio era una feroce deflazione dei costi e degli stipendi. In solo due anni Brüning tagliò la spesa pubblica del 30%. Il cancelliere alzò le tasse, i tagli alle retribuzioni e alla spesa sociale di fronte alla disoccupazione e alla povertà sempre più in crescita. Il PIL reale diminuì dell’8% nel 1931 e del 13% l’anno successivo, la disoccupazione aumentò del 30% e i soldi continuavano a spillare al di fuori del paese. Le partite correnti passarono da un’enorme deficit a un piccolo attivo. Ma non c’erano abbastanza dollari a disposizione sui mercati mondiali. Nel 1930 il Congresso aveva introdotto lo Smoot-Hawley Tariff Act per tenere le importazioni lontane dal paese. Le nazioni con debiti in dollari furono tagliate fuori dai mercati statunitensi e non poterono incassare i soldi sufficienti per pagare il proprio debito. La situazione non migliorò quando il presidente Hoover propose una moratorio di un anno per tutto il debito estero della Germania. La moratoria vide l’opposizione sia della Francia – che pretendeva i pagamenti di risarcimento tedeschi – che del Congresso. Quando il Congresso alla fine approvò la moratoria nel dicembre 1931, era ormai troppo tardi.</p>
<p>Nell’estate del 1931 le banche tedesche iniziarono a cadere, causando sia una stretta creditizia che cospicui pacchetti di aiuto pubblico per salvare le maggiori banche. Le banche dovettero chiudere e il governo fece default sul suo debito. La moratoria di Hoover e una politica di espansione fiscale sotto il successore di Brüning, von Papen, giunsero troppo tardi: i fallimenti e la disoccupazione continuarono a crescere e i nazionalsocialisti guadagnarono terreno politico.</p>
<p>I paralleli con l’odierna situazione economica sono terrificanti: Grecia, Irlanda e Portogallo devono perseguire feroci politiche di austerità sotto la pressione dei paesi creditori e dei mercati finanziari per poter portare le partite correnti dal deficit all’attivo; la disoccupazione greca rimane al 18%, quella in Irlanda al 14% e in Portogallo al 12%, quella spagnola è addirittura del 22%. E quelli che potrebbero aiutare non fanno abbastanza: la Germania e i banchieri centrali tedeschi richiedono una drastica austerità e offrono solo rimasugli e un aiuto insufficiente in cambio: anche in questo caso, troppo poco e troppo tardi.</p>
<p>La Germania avrebbe avuto molto da guadagnare nel 1931 se gli Stati Uniti, e anche la Francia, avessero fornito la liquidità necessaria alle banche tedesche e al governo. Forse la radicalizzazione politica si poteva evitare. Ma gli Stati Uniti diventarono isolazionisti. Non volevano essere coinvolti dal macello degli affari europei.</p>
<p>Oggi la Germania riveste il ruolo degli USA. Sia il parlamento che il governo esitano a fornire l’aiuto necessario per i paesi in crisi: con l’EFSF, la Germania vorrebbe garantire fino a 211 miliardi di euro in prestiti alle nazioni in difficoltà. Non è abbastanza. Le garanzie fornite nel 2008 al sistema bancario tedesco furono di 480 miliardi di euro.</p>
<p>La Germania ancora persegue il suo attivo delle partite correnti. Queste sono, per definizione, i passivi di altre nazioni. Per questo impediscono a queste nazioni di incassare i soldi necessari al pagamento del debito. Per di più, la Germania si oppone con rigore ai crediti di liquidità forniti dalla BCE. Gli economisti tedeschi e i banchieri centrali giustificano la passività della BCE con la minaccia dell’inflazione. Ma confondono le lezioni storiche dell’iperinflazione tedesca del 1923 e della sua deflazione nel 1931 con la crisi dell’occupazione.</p>
<p>Questi errori di giudizio hanno le sue ripercussioni: la reputazione della Germania in tutt’Europa è già in declino, le tensioni politiche nei paesi in crisi che vedono tassi record di disoccupazione stanno aumentando con vigore e una sempre più probabile rottura dell’eurozona minaccerebbe l’economia tedesca, specialmente le banche e le esportazioni.</p>
<p>Gli Stati Uniti appresero il duro percorso da prendere per assicurare la stabilità economia mondiale. La seconda guerra mondiale fu una delle conseguenze della crisi degli anni ’30 che poteva essere impedita.</p>
<p>Dopo aver fallito nella stabilizzazione del sistema economico mondiale all’inizio degli anni ‘30, nel 1945 gli Stati Uniti avevano imparato che solo la cooperazione economica poteva portare a un mondo in pace e prospero. Grazie al Piano e alla riapertura dei suoi mercati per le esportazioni europee, consentirono all’Europa di ricostruire un’economia a pezzi. Nel frattempo, gli esportatori statunitensi trassero profitto dalla fame dell’Europa per gli investimenti e per i beni di consumo.</p>
<p>Fino ai primi anni ’70 gli Stati Uniti hanno pilotato il commercio internazionale e il sistema monetario – quello di Bretton Woods –, garantendo così prosperità, il libero mercato con equità sociale e i prerequisiti per la socialdemocrazia.</p>
<p>Sia l’opinione pubblica tedesca che i politici dovrebbero imparare dalla storia. La solidarietà con i paesi in crisi è nel loro interesse a lungo termine. Il governo tedesco dovrebbe smettere di abusare del proprio potere per dettare il declino economico alle altre nazioni. L’alternativa è la stagnazione economica e un aumento delle tensioni tra i paesi europei. Il verdetto rimane ancora valido: quelli che non riescono a imparare dalla storia sono destinati a ripeterla.</p>
<p>**********************************************</p>
<p>Fonte: <a href="http://www.guardian.co.uk/global/2011/nov/24/debt-crisis-germany-1931">In today&#8217;s debt crisis, Germany is the US of 1931</a> - 24.11.2011</p>
<p>Traduzione per <a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/">www.comedonchisciotte.org</a> a cura di SUPERVICE</p>
<p>_________________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 28 novembre 2011</p>
<p>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SULLA CRISI?</p>
<p>LEGGI STORIA IN RETE!</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2009/04/1435/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/i-cover-storia-42.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></p>
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		<title>Guerre anglo-boere: archeologia e visite sui campi di battaglia</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 10:08:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://u.jimdo.com/www25/o/s2a11000fa7cabb41/img/i442b454a869cc3e2/1283259942/std/image.jpg" alt="Gen L. Botha" width="90" height="90" />Il Sud Africa dal 1899 al 1902 fu il palco di uno dei conflitti più controversi della storia. Durante le guerre Anglo-Boere le Repubbliche indipendenti sudafricane si scontrarono con l’Impero Britannico nel tentativo di mantenere la loro indipendenza e il&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://u.jimdo.com/www25/o/s2a11000fa7cabb41/img/i442b454a869cc3e2/1283259942/std/image.jpg" alt="Gen L. Botha" width="90" height="90" />Il Sud Africa dal 1899 al 1902 fu il palco di uno dei conflitti più controversi della storia. Durante le guerre Anglo-Boere le Repubbliche indipendenti sudafricane si scontrarono con l’Impero Britannico nel tentativo di mantenere la loro indipendenza e il controllo sulle risorse minerarie della regione del Transvaal, mentre gli inglesi miravano ad espandere i confini delle loro colonie e a mettere sotto controllo i loro nemici.</p>
<p>.</p>
<p>di Elena Mauri</p>
<p>.</p>
<p>Diversi personaggi illustri parteciparono a questa guerra, fra i quali Winston Churchill, che si trovava in Sud Africa come reporter. Non tutti sanno [<strong><a href="http://www.storiainrete.com/3571/archivio-arretrati/storia-in-rete-numero-60-ottobre-2010/">ma “Storia in Rete” e i suoi lettori sì: vedi “Storia in Rete” n. 60 NdR</a></strong>] che proprio Churchill venne catturato da un italiano, il colonnello Camillo Ricchiardi, uomo di carattere e spirito eccezionali e purtroppo, con i suoi compagni d’avventura, poco noto in patria, Ricchiardi guidava la Legione Volontaria Italiana in questa guerra.</p>
<p>Gli italiani emigrati in Sudafrica in quei tempi erano parecchi, si erano spostati lì per lavorare nelle industrie e nelle miniere, e questa legione era formata da circa 200 soldati che combattevano al fianco delle truppe boere. (per approfondire <a href="http://samilitaryhistory.org/lectures/italyabw.html">http://samilitaryhistory.org/lectures/italyabw.html</a>). Churchill venne spedito a Pretoria insieme a diversi altri prigionieri, ma riuscì a fuggire dal carcere, raggiungendo la fama dopo questo evento, ed entrando così a far parte con successo del mondo politico inglese. Un’altra figura di rilievo storico che prese parte a questo conflitto in modo totalmente pacifico, fu Il Mahatma Gandhi. Vi partecipò come barelliere del Natal Indian Ambulance Corp durante la battaglia di Spionkop (per approfondire: <a href="http://www.angloboerwar.com/south-african-units/447-natal-volunteer-indian-ambulance-corps">http://www.angloboerwar.com/south-african-units/447-natal-volunteer-indian-ambulance-corps</a>). Gli italiani non furono i soli alleati a combattere in questa guerra, che ebbe vera a propria portata internazionale. L’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda, l’America, la Francia e la Russia si unirono a sostegno delle due parti, lo scontro Anglo-Boero segnò inoltre un punto di passaggio nel modo di combattere e di vedere la guerra che influenzò profondamente tutti i conflitti successivi.</p>
<p>Durante un recente ricognizione sul campo di battaglia di Vaalkranz, Umlando, una società archeologica sudafricana gestita dall’archeologo Gavin Anderson, ha ritrovato fortificazioni, vari oggetti metallici e sulla collina, che durante la battaglia era occupata dalle truppe boere, anche varie incisioni lasciate dai soldati. Grazie al supporto di uno storico, Umlando ha effettuato dei controlli con i resoconti dello scontro presenti negli archivi, rilevando alcune incongruenze, e trovando risposte a domande che erano rimaste in sospeso per più di un secolo. Fra le varie strutture presenti tutt’ora sul campo, che copre una parte della riserva naturale di Umphafa, Anderson ha notato la presenza di diverse tombe, suppone che alcune di esse  possano appartenere ai caduti Boeri che erano stati dati per dispersi. Nei prossimi mesi si effettueranno delle ricognizioni mirate, e dato che una delle possibili tombe boere è stata danneggiata, verrà aperto uno scavo che si spera porti alla luce materiale sufficiente a confermarne le origini.</p>
<p>Gli scopi di questa ricerca sono diversi, mappare e studiare le incisioni e le strutture presenti sul territorio, ed effettuare delle comparazioni con quanto è riportato negli archivi storici sarà solo il primo passo. Far conoscere al grande pubblico dettagli di un evento fondamentale per la storia contemporanea, e promuovere la conservazione e lo studio di siti e ambienti naturali al momento abbandonati a sé stessi è un ulteriore punto focale del lavoro di Umlando, che si occupa di proteggere e valutare lo stato di conservazione dei beni culturali in Sud Africa ormai da diversi anni. Per questa ragione il progetto di ricerca è stato aperto al pubblico internazionale. Sono stati organizzati dei viaggi di studio di dieci giorni per gruppi di sei persone aperti anche a chi non ha mai avuto prima esperienze simili. Ai partecipanti, che devono essere maggiorenni e in buona salute, viene fornita una formazione completa sia sotto il profilo tecnico che culturale. L’opportunità di effettuare delle ricognizioni a piedi all’interno di zone protette e riserve naturali rende l’esperienza unica ed accattivante anche per chi ama la natura e i viaggi e non si occupa di storia o archeologia per professione. Per informazioni e per seguire gli aggiornamenti direttamente dal campo su questo e sugli altri progetti organizzati da Umlando potete visitare il loro sito: <a href="http://umlando.jimdo.com/expeditions-courses/2nd-anglo-boer-war/">http://umlando.jimdo.com/expeditions-courses/2nd-anglo-boer-war/</a>, oppure seguirli su Facebook: <a href="https://www.facebook.com/groups/umlando/">https://www.facebook.com/groups/umlando/</a></p>
<p>__________________________</p>
<p>Vuoi saperne di più? Leggi Storia in Rete n. 60</p>
<div>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/edicola/storia-in-rete-numero-60-ottobre-2010/"><img title="I cover storia 58" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/10/I-cover-storia-60.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p>__________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com l&#8217;11 novembre 2011</p>
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		<title>A Milano Giuliano Pisapia non commemora i &#8220;repubblichini&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 00:02:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-6JP8ts3_8ks/TdZUqtjKWhI/AAAAAAAADVk/CFmx276ndXo/s1600/Pisapia.jpg" alt="" width="90" height="90" />Pisapia non commemora i repubblichini. No, non è l’ennesimo capitolo dell’ironico tormentone che ha accompagnato la campagna elettorale vincente del sindaco di Milano.  È la decisione annunciata da Giuliano Pisapia di non recarsi, nemmeno in forma privata, il prossimo 2&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-6JP8ts3_8ks/TdZUqtjKWhI/AAAAAAAADVk/CFmx276ndXo/s1600/Pisapia.jpg" alt="" width="90" height="90" />Pisapia non commemora i repubblichini. No, non è l’ennesimo capitolo dell’ironico tormentone che ha accompagnato la campagna elettorale vincente del sindaco di Milano.  È la decisione annunciata da Giuliano Pisapia di non recarsi, nemmeno in forma privata, il prossimo 2 novembre, per la commemorazione dei defunti, al Campo 10 del cimitero maggiore di Milano, dove riposano i combattenti della Repubblica sociale italiana, e di recarsi, invece, al Campo 64, riservato ai caduti della Resistenza.</p>
<p>.</p>
<p>di Marco Fraquelli da Lettera43 del 28 ottobre 2011 <img src="http://www.lettera43.it/img/lettera43-logo.gif" alt="Lettera43" width="140" height="32" /></p>
<p>.<br />
<strong>ALBERTINI BIPARTISAN.</strong> Interrompendo, così, la tradizione della commemorazione bipartisan inaugurata da Gabriele Albertini che aveva, va pur detto, almeno il buon gusto di indossare la fascia tricolore commemorando i partigiani morti per poi togliersela nel Campo 10. Distinguendo la cerimonia istituzionale da quella privata.<br />
Letizia Moratti non ha mai avuto un preciso cerimoniale: se per esempio nel 2006 aveva commemorato solo i partigiani, nel 2007 aveva anche lei scelto la celebrazione bipartisan, ma privata, in entrambi i Campi; chissà, magari in omaggio al padre, che aveva militato da partigiano accanto al monarchico Edgardo Sogno, e al suocero fascista.<br />
<strong>OPERAZIONE RICONCILIAZIONE.</strong> Naturalmente le iniziative di Albertini e di Moratti non sono state, e non sono, le uniche in Italia. E non è da escludere che siano state concepite nel clima di ambiguità favorito e alimentato da quello strisciante revisionismo storico &#8211; mascherato sotto l’espressione buonista di «riconciliazione nazionale» tanto cara alla destra post-fascista &#8211; che, non a caso, si è rivitalizzato e ringalluzzito con lo sdoganamento, avvenuto nel 1994 per opera di Silvio Berlusconi, del Msi, prontamente annacquatosi a Fiuggi nella più presentabile Alleanza nazionale.</p>
<h3>Le foibe, tra polemiche e altre amnesie storiche</h3>
<p>Certo il revisionismo storico italiano non ha, ancora, toccato le vette raggiunte in altri Paesi (se si esclude l’opera, peraltro di indiscusso valore scientifico, di Renzo De Felice, qualificato dal politologo Giorgio Galli, come membro di diritto della “trimurti del revisionismo negativo” comprendente anche Ernst Nolte e François Furet, e contrapposta al campione del revisionismo positivo, lo storico israeliano Zeev Sthernell).<strong>LA GIORNATA DEL RICORDO.</strong> Ma non mancano episodi significativi e inquietanti. Come la Giornata del ricordo, istituita, grazie alle forti pressioni di Alleanza nazionale, dalla Legge n. 92 del 30 marzo 2004, peraltro sostenuta anche dagli allora capigruppo dei Ds e della Margherita, Luciano Violante e Willer Bordon, con la quale lo Stato italiano ha deciso di commemorare ufficialmente il ricordo della data simbolo del 10 febbraio 1947, legata alla tragedia delle foibe e dell&#8217;esodo giuliano-dalmata avvenuti alla fine della seconda guerra mondiale, quando l&#8217;Istria, Fiume e il territorio di Zara passarono alla Jugoslavia, provocando l&#8217;esodo di migliaia di italiani che scelsero la via dell&#8217;esilio per fuggire alle repressioni di Tito.<br />
<strong>LO STRAPPO DI NAPOLITANO.</strong> Dal 2004 a oggi, il giorno del ricordo, ovvero il tema delle foibe, ha suscitato più di una polemica, e più di una controversia, alimentate, per la verità, anche da prese di posizione istituzionali non sempre felici e misurate, come quella del presidente Giorgio Napolitano che, il 10 febbraio 2007, dichiarò che le foibe rappresentarono «un momento di odio, di furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica», suscitando le rimostranze ufficiali del presidente croato Stipe Mesic, e rischiando un vero e proprio incidente diplomatico tra i due Paesi.<br />
<strong>IL BALLETTO DEI NUMERI.</strong> E ad alimentare la polemica anche la controversa quantificazione del fenomeno (affidata appunto quasi esclusivamente alla storiografia revisionista). Così, per esempio, il senatore Maurizio Gasparri ha potuto tranquillamente parlare, senza essere smentito, di milioni di infoibati, mentre si sa che il numero più realistico (cosa che naturalmente non attenua la gravità del fenomeno) è attorno a qualche migliaio.<br />
<strong>VIOLENZE FASCISTE IN SLOVENIA.</strong> In ogni caso, il tema delle foibe si è conquistato nell’ultimo decennio una visibilità straordinaria, mentre pressoché dimenticate sono le devastanti violenze dei fascisti e dell’esercito italiano perpetrate ai danni di partigiani e civili sloveni, da cui nacque la altrettanto violenta reazione anti-italiana. Anche in virtù del fatto che nessuno dei protagonisti di quelle violenze fu mai perseguito, disattendendo le aspettative di molti sloveni (ma anche dalmati, croati, istriani) per una Norimberga italiana.<br />
<strong>L&#8221;ANELLO&#8217; DI ROATTA.</strong> Il principale protagonista, per esempio, il generale Mario Roatta, venne sì condannato, ma perché implicato anche nell’omicidio dei fratelli Rosselli, e comunque riuscì a fuggire nella Spagna franchista grazie alla complicità dei Carabinieri e del Vaticano. Ma non solo: amnistiato nel 1946 rientrò in Italia, dove pensò bene di impiantare un servizio segreto clandestino, denominato il Noto servizio &#8211; conosciuto anche come “l’Anello” &#8211; che, come ha documentato Aldo Giannuli in un recente e bellissimo saggio (<em>Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro</em>) ha attraversato la storia italiana almeno fino ai tardi Anni 70, intrecciando la propria attività con le pagine più nere della storia d’Italia, dal golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di Piazza Fontana a quella di piazza della Loggia, fino al caso Moro.<br />
<strong>RIABILITAZIONE FALLITA.</strong> Non è ancora riuscito, invece, l’altro grande tentativo revisionista, ovvero quello di riabilitare appieno i repubblichini. Ci ha provato la destra una prima volta nel 2004, quando il governo presentò un disegno di legge (il n. 2244) che aveva per oggetto il riconoscimento della qualifica di belligeranti delle formazioni armate della Rsi. Ma grazie alla mobilitazione di tutte le forze antifasciste, che poterono avvalersi del supporto giuridico di emerite personalità del diritto come Giovanni Conso e Giuliano Vassalli, il dl fu accantonato.<br />
<strong>L&#8217;ORDINE TRICOLORE.</strong> Un secondo tentativo fu fatto nel 2008, quando un gruppo di deputati della Camera, capitanati dal socialista e pidiellino Lucio Barani, presentò una proposta di legge, la n. 1360, per l’«Istituzione dell&#8217;Ordine del Tricolore e l’adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra», con la quale si individuavano, tra gli aventi diritto, anche i combattenti nelle formazioni dell&#8217;esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945; equiparando di fatto i partigiani con i combattenti della Repubblica di Salò. Anche in questo caso, la mobilitazione popolare e il parere dei giuristi indusse lo stesso Silvio Berlusconi a impegnarsi per il ritiro della proposta. Cosa che avvenne nel 2009. Ma Barani non si diede per vinto, e la ripresentò nel 2010. Al momento senza alcun esito.</p>
<h3>Carlucci, Gelmini e la crociata contro «l&#8217;istruzione faziosa»</h3>
<p>Infine, la questione dei libri di testo: convinti che nelle scuole italiane ci siano libri di storia troppo comunisti, che esaltano figure della Prima Repubblica come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, un gruppo di 18 parlamentari, tra cui Gabriella Carlucci<strong>,</strong> ha presentato, lo scorso mese di aprile, un disegno di legge per la costituzione di una commissione d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici.<br />
<strong>RISCHIO INDOTTRINAMENTO.</strong> La nota showgirl, non sappiamo se anche grande cultrice di storia, ha spiegò: «C’è da salvaguardare la libertà di insegnamento, un valore sacrosanto, ma c’è anche da salvaguardare il diritto degli studenti a ricevere un’istruzione corretta e non faziosa. Dobbiamo porre fine a questa situazione a dir poco vergognosa. Non si può, ancora oggi in un Paese che tutti definiscono libero, esercitare un indottrinamento del genere. Indottrinamento subdolo e meschino perché diretto a plagiare le giovani generazioni dando insegnamenti attraverso una visione ufficiale della storia e dell’attualità asservita a una parte politica».<br />
<strong>LE PROVE PROVATE.</strong> Carlucci si è documentata, e cita per esempio <em>La storia</em> di Della Peruta-Chittolini-Capra, edito da Le Monnier, che descrive Togliatti come «un uomo politico intelligente, duttile e capace di ampie visioni generali»; Enrico Berlinguer come «un uomo di profonda onestà morale e intellettuale, misurato e alieno alla retorica»; e, addirittura, e questo è forse troppo, De Gasperi come «uno statista formatosi nel clima della tradizione politica cattolica». E in effetti, come dare torto all’onorevole Carlucci? Sostenere che De Gasperi fosse cattolico è decisamente fazioso e scorretto.<br />
<strong>«SOLO LA VERITÀ».</strong> Inutile dire che l’iniziativa ha suscitato una levata di scudi da parte delle opposizioni. Ma in soccorso della soubrette-storiografa è intervenuta il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, sostenendo che il problema esiste: «Penso», ha spiegato Gelmini, «che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica, ma una visione oggettiva dei fatti e soprattutto degli eventi storici. Andrebbero dunque evitate letture interessate di parte e cercare di consentire ai ragazzi di esercitare la propria formazione su libri di testo che siano indipendenti e rispettosi della veridicità storica degli accadimenti».<br />
Insomma, il ministro Gelmini non vuole rivoluzionare la storiografia. La vorrebbe solo un po’ più equilibrata. Più neutra. Speriamo non neutrina.</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 5 novembre 2011</p>
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		<title>Predappio, Braunau, Gori: le città dei dittatori insieme a convegno</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2011 10:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.nostalgiaandideology.com/nimages/stalin_kissed_2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Per anni sono state mete di raduni. Nostalgici in visita nelle città natali dei dittatori più importanti del XX secolo, scatenando non poche polemiche. Seguaci di Adolf Hitler, Benito Mussolini e Josef Stalin. Ora però Predappio, Braunau e Gori hanno&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.nostalgiaandideology.com/nimages/stalin_kissed_2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Per anni sono state mete di raduni. Nostalgici in visita nelle città natali dei dittatori più importanti del XX secolo, scatenando non poche polemiche. Seguaci di Adolf Hitler, Benito Mussolini e Josef Stalin. Ora però Predappio, Braunau e Gori hanno deciso di fare una sorte di fronte comune per rilanciare la propria immagine. In una conferenza gli amministratori di questi centri, insieme con docenti universitari, metteranno a confronto le proprie storie e studieranno una strategia comune.</p>
<p>.</p>
<p>di F.T. dal Corriere della Sera del 23 settembre 2011 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logohome-big.gif?v=20110224150834" alt="Corriere della Sera.it" width="215" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p><strong>CONFERENZA</strong> &#8211; Durante il convegno, organizzata da Florian Kotanko, Presidente dell&#8217;Associazione di storia contemporanea di Braunau, gli studiosi discuteranno sulla difficile eredità dei tre comuni: «Se come me, provieni da una città che è sempre e solo associata ad Hitler, viverci diventa insopportabile &#8211; spiega Kotanko al quotidiano inglese <a rel="nofollow" href="http://www.independent.co.uk/news/world/europe/tyrants-towns-confer-on-how-to-handle-legacy-2359447.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">Independent</span></a> &#8211; Noi pensiamo sia giunto il momento per cambiare le cose e abbiamo persuaso le altre città europee che si trovano nella nostra stessa situazione a fare fronte comune». I delegati di Braunau affermano che ormai i propri cittadini accettano il loro passato e tra le iniziative proposte dall&#8217;amministrazione locale c&#8217;è quella di comprare la casa di Salzburger Vorstadt n 15, luogo dove sarebbe nato Adolf Hitler. Il progetto, ideato da Andreas Maislinger, un politologo austriaco e convinto antifascista, prevede di istituire in questo edificio la «Casa della responsabilità», un luogo d&#8217;incontro dove le persone possano discutere del passato nazista e di politica contemporanea.</p>
<p><strong>DIVERSI APPROCCI</strong> &#8211; A differenza di Braunau, nel corso degli ultimi decenni Predappio e Gori hanno affrontato con un diverso approccio il proprio passato. Nella città natale di Stalin, da anni esiste un museo che esalta le gesta del dittatore e raccoglie innumerevoli cimeli appartenuti all&#8217;ex segretario del Pcus, tra cui il lussuoso vagone ferroviario con il quale si recò alla conferenza di Teheran e a quella di Jalta: «Quando ho visitato questo museo nel 2003 non ho trovato nulla che criticasse la figura del dittatore», aggiunge Kotango. Stesso discorso per Predappio. Da decenni la cittadina romagnola ospita la cripta dove sono custodite le ossa di Mussolini e nel paesino sono venduti tantissimi gadget che ricordano il Ventennio. Giorgio Frassineti, sindaco di centrosinistra di Predappio, non approva il culto del Duce e parteciperà alla conferenza di Braunau con grandi speranze: «Le città in cui sono nati i dittatori devono essere in prima linea sul fronte della democrazia».</p>
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		<title>Massimo Fini: &#8220;ho sempre sognato che bombardassero NY&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 14:21:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://politicaesocieta.blogosfere.it/images/attentato-11-set.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sulla retorica del &#8220;siamo tutti americani&#8221; che avvolse (e ancora avvolge), l&#8217;intero Occidente dopo gli attentati dell&#8217;11 settembre 2001 il filosofo francese Jean Baudrillard scrisse, con crudezza, con lucidità e con coraggio (e ce ne voleva moltissimo in quel momento)&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://politicaesocieta.blogosfere.it/images/attentato-11-set.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sulla retorica del &#8220;siamo tutti americani&#8221; che avvolse (e ancora avvolge), l&#8217;intero Occidente dopo gli attentati dell&#8217;11 settembre 2001 il filosofo francese Jean Baudrillard scrisse, con crudezza, con lucidità e con coraggio (e ce ne voleva moltissimo in quel momento) &#8220;che l&#8217;abbiamo sognato quell&#8217;evento, che tutti senza eccezioni l&#8217;abbiamo sognato &#8211; perché nessuno può non sognare la distruzione di una potenza, una qualsiasi, che sia diventata tanto egemone &#8211; è cosa inaccettabile per la coscienza morale dell&#8217;Occidente, eppure è stato fatto, un fatto che si misura appunto attraverso la violenza patetica di tutti i discorsi che vorrebbero cancellarlo&#8221; (J. Baudrillard, Lo spirito del terrorismo, 2002).</p>
<p>.</p>
<p>di Massimo Fini da Il Fatto Quotidiano del 11 settembre 2011 <img src="http://www.comedonchisciotte.org/images/logo%20il%20fatto%20quotidiano.jpg" alt="" width="124" height="46" /></p>
<p>.</p>
<p>Per tutta la vita ho sognato che bombardassero New York e non posso essere così disonesto con me stesso e con i lettori da negarlo ora che il fatto è avvenuto. Eppure ho provato anch&#8217;io un istintivo orrore per quella carneficina, per quello sventolar di fazzoletti bianchi, per quegli uomini e quelle donne che si buttavano dal centesimo piano. E allora?</p>
<p>L&#8217;America è una Potenza che da più di mezzo secolo colpisce, con tranquillità e spietata coscienza, nei territori altrui, che negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale ha bombardato a tappeto Lipsia, Dresda, Berlino premeditando di uccidere milioni di civili perché, come dissero esplicitamente i comandi politici e militari statunitensi dell&#8217;epoca, bisognava &#8220;fiaccare la resistenza del popolo tedesco&#8221;, che ha sganciato una terrificante, e probabilmente inutile, bomba su Hiroshima e Nagasaki e che nel dopoguerra ha fatto centinaia di migliaia di vittime innocenti in ogni angolo del pianeta (lo scrittore, americano, Gore Vidal ha contato 250 attacchi militari che gli Stati Uniti hanno sferrato senza essere provocati). L&#8217;11 settembre invece gli americani, per la prima volta nella loro storia, venivano colpiti sul proprio territorio.</p>
<p>Pensavo che questa tragedia avrebbe insegnato loro qualcosa: l&#8217;orrore di vedere le proprie case cadere come castelli di carta, seppellendo uomini, donne, vecchi, bambini, famiglie, affetti. Che gli avrebbe insegnato l&#8217;orrore dell&#8217;amore ora che lo avevano vissuto sulla propria pelle. Che gli avrebbe insegnato che anche le vite degli altri hanno un valore, poiché tengono tanto alle proprie. Invece hanno continuato imperterriti. Come prima, peggio di prima. Loro hanno sempre la coscienza tranquilla, le tragedie degli altri non li riguardano, al massimo sono &#8220;effetti collaterali&#8221;.</p>
<p>Hanno cominciato con l&#8217;Afghanistan. Poteva esserci una ragione perché da quelle parti stava Bin Laden, anche se nessuna inchiesta seria è mai stata fatta per dimostrare che dietro gli attentati alle Twin Towers o quelli del 1998 in Kenya e Tanzania ci fosse effettivamente il Califfo saudita (sarà il motivo per cui il Mullah Omar ne rifiuterà l&#8217;estradizione non accettando l&#8217;arrogante risposta Usa: &#8220;Le prove le abbiamo date ai nostri alleati&#8221;). Ma dopo dieci anni di occupazione rimangono sul terreno 60 mila vittime civili la maggior parte delle quali provocate dai bombardamenti a casaccio sui villaggi e persino sui matrimoni.</p>
<p>A stretto giro di posta è venuta l&#8217;aggressione all&#8217;Iraq: 650 mila vittime civili. Giuliano Ferrara sul Foglio (6/9), proprio mentre dichiarava di detestare l&#8217;iperbole, ha definito l&#8217;11 settembre &#8220;l&#8217;attentato più grande e infame della storia&#8221;. È solo una delle tante tragedie della storia recente, forse quella che ci ha colpito di più, ma non certo la più infame. E io mi rifiuto di piangere ogni anno, ritualmente e a comando, lacrime di coccodrillo per tremila vittime. Rituali che tentano di far entrare nel buio sgabuzzino del dimenticatoio tutte le altre. Che sono milioni.</p>
<p>________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 13 settembre 2011</p>
<p>________________________</p>
<p><strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SULL&#8217;11 SETTEMBRE? </strong></p>
<p><strong>LEGGI STORIA IN RETE N. 71 </strong></p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/5408/edicola/storia-in-rete-numero-71-settembre-2011/"><img title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/09/I-cover-storia-71.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a></strong></p>
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		<title>Il padre italiano (e dimenticato) della &#8220;rivoluzione verde&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 13:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://profile.ak.fbcdn.net/hprofile-ak-snc4/23271_115203081833000_1956_n.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il 12 settembre 2009 moriva l’agronomo statunitense Norman Borlaug, considerato il principale artefice della “Rivoluzione verde” degli anni Sessanta. Con la diffusione dei suoi frumenti ad alta resa e l’opera di promozione delle moderne pratiche agricole (concimazione chimica, ricorso ai&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://profile.ak.fbcdn.net/hprofile-ak-snc4/23271_115203081833000_1956_n.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il 12 settembre 2009 moriva l’agronomo statunitense Norman Borlaug, considerato il principale artefice della “Rivoluzione verde” degli anni Sessanta. Con la diffusione dei suoi frumenti ad alta resa e l’opera di promozione delle moderne pratiche agricole (concimazione chimica, ricorso ai fitofarmaci, irrigazione artificiale e meccanizzazione) rivolta ai paesi emergenti di tutto il pianeta, Borlaug ha certamente meritato l’appellativo di “padre” di quella trasformazione che ha segnato il passaggio epocale dall’agricoltura di sussistenza all’agricoltura intensiva su scala globale: la stessa agricoltura che oggi è nel centro del mirino degli ambientalisti e dei fautori della “seconda rivoluzione verde”, auspicata da molti per fronteggiare la sfida data dal progressivo aumento della popolazione mondiale in un pianeta sempre più sfruttato nelle sue risorse.  Pochi, tuttavia, sanno che la trasformazione operata da Borlaug (che nel 1970 gli valse il premio Nobel per la pace) ha radici più antiche e, soprattutto, italiane. Ci sono voluti molti anni perché questo dato di fatto iniziasse ad emergere in tutta la sua evidenza, ma oggi, almeno per alcuni di noi, non è più una novità sentire accostare la “Rivoluzione verde” degli anni Sessanta al nome di un agronomo italiano il quale, almeno 30 anni prima di Borlaug, aveva impostato e seguìto un percorso scientifico sorprendentemente simile, realizzando varietà di frumento che fecero gridare al miracolo nell’Italia tra le due guerre mondiali.  .  di Sergio Salvi da &#8220;Scienza e Tecnica&#8221; NN. 485-486, 201 <img src="http://www.sipsinfo.it/Minerva%20trasp%20copia.gif" alt="" width="70" height="68" /> .  Nazareno Strampelli (Castelraimondo, 29 maggio 1866- Roma, 23 gennaio 1942) è stato uno dei più grandi agronomi e genetisti agrari di tutti i tempi, sicuramente il più importante di sempre nel nostro Paese. Nato nelle Marche, figlio di possidenti terrieri, fin da bambino egli visse le problematiche associate alla bassa produttività della principale coltura di allora: il frumento. Allettamento, ruggine, stretta 1 &#8211; veri e propri flagelli &#8211; sono i nomi delle avversità che colpivano più di frequente il cereale. Per effetto di esse, la produzione non superava mai gli 8-10 quintali per ettaro; una resa irrisoria se paragonata alla capacità produttiva (anche dieci volte maggiore) dei frumenti moderni. Fu in questo contesto che il giovane Nazareno sentì nascere quella vocazione che lo porterà, nel 1891, a conseguire la laurea in agraria all’Università di Pisa.  Nel 1900, nell’ambito dell’insegnamento di agraria svolto nelle scuole superiori di Camerino, Strampelli effettuò i suoi primi tentativi d’ibridazione del frumento, con lo scopo di creare una nuova razza resistente contemporaneamente alla ruggine e all’allettamento, incrociando tra loro varietà che possedevano separatemente le due caratteristiche. Questi esperimenti, svolti secondo approcci empirici di tipo tradizionale (incrocio spontaneo occasionale per vicinismo), non sortirono l’esito desiderato; tuttavia, grazie ad essi Strampelli intuì le potenzialità date dall’ibridazione per ottenere il miglioramento delle colture. Il 1900 è anche l’anno in cui, in Europa, i botanici Correns, de Vries e Tschermak riscoprirono i principi dell’ereditarietà che il monaco Gregor Mendel aveva pubblicato già nel 1866. Strampelli venne a conoscenza delle leggi di Mendel solo nel 1904, praticamente in coincidenza col suo trasferimento a Rieti, avvenuto l’anno prima a seguito della vincita di un concorso per il posto di direttore della neoistituita cattedra ambulante di granicoltura.  A Rieti, dove la coltivazione del frumento aveva un’antica tradizione, ebbe dunque inizio l’avventura scientifica che porterà il genetista, mediante l’applicazione sistematica del mendelismo e con la trasformazione della modesta cattedra ambulante in Regia Stazione sperimentale, ad avviare un programma di miglioramento genetico mirato all’ottenimento di nuove varietà di frumento capaci di maggiori rese.  Per raggiungere lo scopo, Strampelli combinò sapientemente ibridazione e selezione genealogica, testando numerose varietà di frumento &#8211; fatte arrivare da ogni angolo del globo &#8211; sottoponendole ad incrocio con il locale frumento “Rieti originario”, molto apprezzato per la sua capacità di resistere alle ruggini. Nel 1914 Strampelli rilasciava il suo primo frumento resistente alle ruggini e all’allettamento, il “Carlotta” (così battezzato in onore della moglie, Carlotta Parisani, che fu anche la sua più preziosa collaboratrice), il quale, pur essendo suscettibile alla stretta, fece registrare ottime rese nei primi anni di sperimentazione. La soluzione al problema della precocità, ossia dell’anticipazione dell’epoca di maturazione, arrivò grazie all’impiego di un grano giapponese, la varietà “Akakomugi”, la quale, pur non avendo alcun pregio colturale, possedeva caratteristiche che l’occhio esperto di Strampelli riconobbe subito come fondamentali: si trattava di una varietà nana, essendo alta appena una sessantina di centimetri (un terzo rispetto all’altezza di molte delle varietà coltivate all’epoca), e decisamente precoce, in grado di giungere a maturazione tre settimane prima dei frumenti tradizionali. La bassa statura &#8211; una caratteristica che sarà poi introdotta anche da Borlaug nei suoi frumenti ad alta resa &#8211; è notoriamente associata ad una maggiore resistenza all’allettamento, mentre la precocità è fondamentale per far arrivare le spighe a maturazione prima che sopraggiungano le ondate di calore estive.  Strampelli incrociò “Akakomugi” con l’ibrido ottenuto tra il “Rieti” e la varietà olandese “Wilhelmina”. Ne scaturirono piante dalle quali lo scienziato ricavò alcune decine di varietà (tra cui le celebri “Ardito”, “Mentana”, “San Pastore”) dalle caratteristiche eccezionali: erano frumenti di bassa taglia (alti da 80 a 120 centimetri), resistenti all’allettamento, alle ruggini e in grado di maturare da una a tre settimane prima delle varietà convenzionali. Il tutto era stato possibile &#8211; ma Strampelli non lo sapeva, perché la scoperta sarà fatta molto tempo dopo da altri scienziati &#8211; anche grazie alla trasmissione di un cosiddetto “blocco di linkage” esistente tra i geni che determinano il nanismo (gene Rht8) e l’insensibilità al fotoperiodo (gene PpdD1), ossia la caratteristica, direttamente legata alla precocità, che consente alle piante di maturare indipendentemente dalla durata dell’esposizione stagionale alla luce.  Questi frumenti, che in alcuni contesti pedoclimatici riuscivano addirittura a far quintuplicare le rese rispetto alle varietà tradizionali, furono gli stessi che prenderanno retoricamente il nome di “Grani della Vittoria” e che consentiranno al regime fascista, salito al potere proprio negli anni in cui Strampelli cominciava a diffondere le sue creazioni, di vincere quella iniziativa, a metà strada tra la sperimentazione agraria e l’azione di propaganda, nota come “Battaglia del grano”.  Strampelli, più per tutelare l’avanzamento della propria attività scientifica che non per autentica simpatia nei confronti del regime, s’iscrisse al Partito Nazionale Fascista nel settembre del 1925, due mesi dopo il lancio della “Battaglia del grano”. Nel 1929 farà seguito la nomina a senatore (per meriti scientifici), che il genetista cercherà inizialmente di rifiutare dichiarandosi «assolutamente negato alla funzione di deputato». Nel 1933, dichiarata vinta la “Battaglia del grano” (grazie ai frumenti di Strampelli l’Italia era infatti diventata autosufficiente nella produzione del cereale), il regime gli tributò onoranze nazionali, consacrandolo per quello che lo scienziato sarà poi considerato per decenni dopo la sua morte: un “uomo di regime”. Un’etichetta che peserà moltissimo sul nome e sul ricordo di Strampelli, contribuendo enormemente a sbiadire la memoria dell’impresa scientifica di cui egli fu protagonista, complice anche la trasformazione da paese agricolo a potenza industriale che caratterizzerà l’Italia dal dopoguerra in avanti.  Solo negli anni Novanta il nome e il significato dell’opera di Strampelli iniziarono a riemergere, grazie all’azione di propaganda scientifica che mossero a suo favore alcuni agronomi del John Innes Centre di Norwich (Gran Bretagna); questi, studiando la genetica del nanismo e della precocità di maturazione del grano, si accorsero che un numero spropositato di varietà coltivate in tutto il mondo (le stime variano dal 60 all’80 per cento) presentavano come ascendente, nel proprio albero genealogico, almeno una varietà di grano costituita dal genetista italiano. In particolare, è il “Mentana”, rilasciato da Strampelli nel 1924, che compare nei pedigree delle principali varietà di frumento costituite a partire dal secondo dopoguerra in paesi come Russia, Cina, Argentina, ma anche Canada, Stati Uniti, Australia e persino il Messico, il paese dal quale la “Green Revolution” di Norman Borlaug ha mosso i suoi primi passi per poi estendersi in tutto il mondo.  In particolare, si scoprì che i grani ad alta resa di Borlaug, grazie ai quali l’agronomo americano aveva conseguito fama mondiale e modificato radicalmente l’agricoltura del pianeta, erano tutti discendenti del “Mentana”, oppure di varietà ibride (come il “Frontana” e il “Kentana”) da esso direttamente ricavate, che Borlaug aveva ampiamente usato per trasferire nelle sue “High Yielding Varieties” la resistenza alle ruggini e, in modo inizialmente non desiderato, l’insensibilità al fotoperiodo, grazie alla quale i frumenti del futuro premio Nobel potevano essere coltivati entro un’ampia fascia di latitudine. Questa caratteristica, che Borlaug ha ammesso di aver individuato nelle sue varietà solo in un secondo tempo, è controllata da uno specifico allele del gene Ppd-D1 la cui origine è proprio nel frumento “Akakomugi” impiegato da Strampelli per la prima volta nel 1913.  Il genetista italiano, dunque, riuscì a comprendere e sfruttare in modo mirato le basi ereditarie della precocità, a differenza di Borlaug il quale, invece, agli inizi della sua attività sperimentale riteneva questa caratteristica difficile da gestire per via delle scarse conoscenze che si avevano circa il suo controllo genetico.  Strampelli, artefice della piccola ma fondamentale rivoluzione granaria italiana, alla luce di quanto è stato dimostrato negli ultimi quindici anni può dunque essere considerato come il precursore della “Rivoluzione verde”. Ma non finisce qui.  Gli agronomi attualmente impegnati nel moderno breeding del frumento resistente ai nuovi ceppi di ruggine (come il temibile Ug99, responsabile di enormi danni alla produzione del cereale in molti paesi emergenti di Africa e Asia), fondano le loro speranze sul potenziamento di un allele del gene di resistenza Lr34, dimostratosi fondamentale nello svolgere il ruolo di “direttore d’orchestra” nella risposta della pianta verso il temibile parassita. Ebbene, nel 2008 un gruppo di ricerca internazionale, composto in prevalenza da scienziati statunitensi ed australiani, ha dimostrato che anche questo allele discende dal “Mentana” di Strampelli (si tratterebbe del gene di resistenza posseduto dal già menzionato frumento “Rieti”). L’allele funziona impeccabilmente da quasi un secolo e, incredibile ma vero, non sembrano esistere altri geni in grado di controllare, nello stesso modo di Lr34, la risposta all’attacco dei parassiti che va sotto il nome di “resistenza durevole”, una forma di resistenza molto ricercata ed apprezzata dai miglioratori di tutto il mondo in quanto, rispetto alla resistenza specifica, non favorisce lo sviluppo di meccanismi di reazione efficaci da parte dell’agente patogeno.  È emozionante sapere che il pane che troveremo domani sulla nostra tavola sarà stato fatto con frumento quasi sicuramente straniero, ma avente ancora in sé qualcosa di “italiano”: non solo i geni del “Mentana”, ma anche la passione e la tenacia di un uomo che ha saputo guardare lontano e prima di molti altri.  ________________________  <strong>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SUL GENIO DI NAZARENO STRAMPELLI? </strong> <strong>LEGGI <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/10/+++54-59-strampelli-ott-mod.pdf">L&#8217;ARTICOLO DI SERGIO SALVI E ORIANA PORFIRI </a>DA STORIA IN RETE N. 60 </strong> <a href="http://www.storiainrete.com/3571/archivio-arretrati/storia-in-rete-numero-60-ottobre-2010/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/10/I-cover-storia-60.jpg" alt="" width="146" height="200" /></a> <strong>E NON DIMENTICARE DI VOTARE NAZARENO STRAMPELLI FRA I <a href="http://www.storiainrete.com/sondaggi/super-italiani/">&#8220;GRANDI ITALIANI&#8221; DEL SONDAGGIO DI STORIA IN RETE</a>!! </strong></p>
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		<title>Il Duce, il Gran Muftì e i &#8220;pontisti&#8221;. Intervista a Fabei</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jun 2011 07:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.antiwarsongs.org/img/upl/spadaislam.jpg" alt="" width="90" height="90" />Stefano Fabei, classe 1960, è nato a Passignano sul Trasimeno (Pg); laureato in Lettere Moderne, insegna in una scuola superiore di Perugia. E’ autore di diversi testi storici tra i quali ricordiamo “Il fascio, la svastica e la mezzaluna”,  “Una&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.antiwarsongs.org/img/upl/spadaislam.jpg" alt="" width="90" height="90" />Stefano Fabei, classe 1960, è nato a Passignano sul Trasimeno (Pg); laureato in Lettere Moderne, insegna in una scuola superiore di Perugia. E’ autore di diversi testi storici tra i quali ricordiamo “Il fascio, la svastica e la mezzaluna”,  “Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme”, “Mussolini e la resistenza palestinese”, “Operazione Barbarossa” e, più recentemente, “I neri e i rossi”, tutti editi da Mursia. Fabio Polese lo ha incontrato per porgli qualche domanda.</p>
<p>.</p>
<p>di Fabio Polese per Il Sito di Perugia del 3 giugno 2011 <img src="http://www.ilsitodiperugia.it/sites/default/themes/italiadomani/cities/logo-perugia.png" alt="" width="73" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p><strong>Buon giorno Prof. Fabei, come è iniziata la sua passione per la ricerca storica?</strong></p>
<p>La mia passione per la storia risale al periodo degli studi universitari a Perugia, quando seguendo le lezioni del professor Galli Della Loggia, docente di Storia moderna, su Joseph de Maistre, Vincenzo Cuoco, la Vandea e la controrivoluzione in Francia mi appassionai a quegli argomenti. Erano gli anni della Rivoluzione islamica iraniana, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan e del risveglio dell’Islàm: tutti temi che, incuriosendomi e affascinandomi, mi sollecitarono a uno studio approfondito, anche per le analogie che certi eventi presentavano con i totalitarismi del XX secolo.</p>
<p><strong>Spesso, chi fa ricerca storica, viene tacciato di essere revisionista. Cosa ne pensa?</strong></p>
<p>Chi si interessa alla storia non può che essere revisionista. Il compito della storia è di  avvicinarsi il più possibile alla verità cercando di contribuire a far luce sui «fatti», su tutti i fatti anche su quelli non graditi alle posizioni politiche di ciascuno. Lo storico non deve condannare o assolvere, stabilire chi abbia torto e chi abbia ragione, deve prescindere da condizionamenti ideologici ed essere indipendente da schemi interpretativi preconfezionati, di qualunque tipo. Suo compito è sottoporre a revisione il passato: in fondo la storiografia non è nient’altro che una costante riscrittura della storia. Ancora oggi tuttavia, soprattutto in certi ambienti, permane la tendenza a concepire la storia come uno strumento di lotta politica e questo non è scientificamente corretto, oltre che disonesto e moralmente inammissibile.</p>
<p><strong>Dove ha cercato le fonti per i suoi testi?</strong></p>
<p>Presso gli archivi fondamentalmente, soprattutto per quegli argomenti su cui non si è indagato in precedenza, ma non solo. Non si può ignorare poi quanto su un determinato tema è stato già scritto in precedenza da altri, magari lasciando volutamente nell’ombra, o sottovalutando, certi aspetti…</p>
<p><strong>Nel suo testo </strong><strong>“Mussolini e la resistenza palestinese”, sostiene che “nel più assoluto segreto, l’Italia fascista si adoperava validamente nel tentativo di dare una patria agli arabi della Palestina  &#8211; e che non si trattava soltanto di un appoggio politico, ma di un autentico sostegno materiale”. Cosa fece di concreto l’Italia di Mussolini per il Gran Mufti di Gerusalemme? A che scopo?</strong></p>
<p>In quel libro, dopo aver ricostruito la nascita e lo sviluppo del nazionalismo arabo, di quello palestinese in particolare, e del sionismo, ho dimostrato – abbattendo in modo inconfutabile un pregiudizio politico consolidato, quello per cui sarebbero state sempre e solo le forze «di sinistra» ad appoggiare la causa palestinese – come tra il 1936 e il 1938 l’Italia versasse al Gran Muftì, leader della rivolta contro la Gran Bretagna e i sionisti, oltre 138.000 sterline. Questo contributo fu deciso dal Duce in appoggio al nazionalismo arabo e in funzione antibritannica, in omaggio all’anticolonialismo del Mussolini socialista rivoluzionario e del primo fascismo, e per non farsi scavalcare da Hitler nella solidarietà agli arabi che guardavano con grande simpatia alla Germania, Stato europeo che non li aveva colonizzati e in cui c’era una grande attenzione verso l’Islàm. Il nostro Ministero degli Esteri decise allora anche l’invio ai mujâhidîn della prima grande intifâda di armi e munizioni in principio destinate al Negus ma acquistate in Belgio dal SIM; la consegna, cui avrebbero dovuto provvedere i sauditi dopo il loro prelevamento dagli italiani, non ebbe tuttavia mai luogo per la paura che i dirigenti sauditi avevano degli inglesi.</p>
<p><strong>Cosa ne pensa, attualmente, della situazione palestinese?</strong></p>
<p>Guardo con attenzione al riavvicinamento tra la componente laico-nazionalista e quella religiosa della resistenza araba in Palestina.</p>
<p><strong>Recentemente, in libreria, è uscito il suo ultimo lavoro “I neri e i rossi”</strong><strong>dove spiega che durante </strong><strong>la Repubblica</strong><strong> Sociale</strong><strong> Italiana, Benito Mussolini, si aprì al mondo socialista e rivoluzionario. Come fu possibile?</strong></p>
<p>Premetto che Mussolini proveniva da quel mondo socialista e rivoluzionario, cui peraltro fu sempre idealmente legato, al di là delle contingenze politiche. Il Duce e certi ambienti fascisti repubblicani cercarono sinceramente di evitare la guerra civile e consegnare la RSIe la socializzazione alle forze politiche, in particolare ai socialisti, considerate meno lontane ideologicamente e politicamente dal fascismo delle origini, cui tra il 1943 e il 1945 cercarono di tornare. Ricostruisco in questo volume le vicende dell’operazione «ponte» che Mussolini tentò nell’ora del crepuscolo con la collaborazione di Carlo Silvestri, di Edmondo Cione e in cui coinvolse il comandante delle formazioni partigiane socialiste «Matteotti», Corrado Bonfantini. Fu l’intransigenza di Lelio Basso e, soprattutto, di Sandro Pertini che fecero fallire questo progetto a cui molti, da entrambe le parti, guardarono con opportunismo ma anche con buona fede. Nell’operazione furono coinvolti, per quanto riguarda i neri, i ministri Pisenti e Biggini, i generali Montagna e Nicchiarelli, il sindacalista Ugo Manunta, Gastone Gorrieri e Franco Colombo della legione autonoma «Ettore Muti»; per quanto riguarda gli antifascisti i fratelli Bergamo, ex fuoriusciti repubblicani, il comunista libertario Germinale Concordia, Gabriele Vigorelli, Renato Sollazzo, Lia Bellora e altri uomini della Resistenza. Oppositori decisi di ogni trattativa e pacificazione furono, per ragioni opposte, il Partito Comunista Italiano, i tedeschi e gli intransigenti di Salò, Farinacci, Mezzasoma e Pavolini. Tuttavia, in uno scenario che vedeva il fascismo vinto sul piano politico e militare, diversi mesi durarono i contatti che si svilupparono tra ambiguità e mezze promesse, tranelli e doppi giochi: una conferma per certi aspetti della tendenza italiana a tenere i piedi su due staffe, in attesa del corso degli eventi. Come ho già affermato altrove, I neri e i rossi è un libro forse scomodo per qualche aspetto, ma necessario sia per quanto riguarda la storia della Resistenza sia quella della RSI.</p>
<p><strong>Sta lavorando su altri testi?</strong></p>
<p>Sto rivedendo, sempre per Mursia, la biografia del generale Niccolo Nicchiarelli, un nostro conterraneo. Volontario nel Primo conflitto mondiale, prigioniero in Germania, squadrista e sindaco fascista di Castiglione del Lago, Nicchiarelli ha vissuto molti degli eventi che hanno caratterizzato la storia d’Italia nella prima metà del XX secolo. Entrato nella milizia di cui comandò la legione «Cacciatori del Tevere» e il reparto autonomo nella colonia di confino a Lipari, fu poi alla testa della legione «San Giusto» a Trieste e della 3<sup>a</sup> legione libica. Segretario federale a Bengasi e membro del direttorio del PNF, durante la Secondaguerra mondiale partecipò in Africa settentrionale alla conquista di Sidi el Barrani e alla difesa di Bardia, fu comandante della legione camicie nere «Tagliamento» in Russia, poi del raggruppamento XXI Aprile che ricondusse in Italia dalla Jugoslavia dopo l’armistizio. Aderì alla Repubblica sociale e fu al vertice della Guardia nazionale repubblicana. Incarcerato e processato nel 1945 tornò alla vita civile nel 1946. Grazie all’analisi di una grande mole di documenti, in gran parte inediti, racconto, insieme alla storia dell’ufficiale, quella della milizia fascista, dalle origini al 1945.</p>
<p><strong>Ringraziandola per l’intervista, le lascio libero spazio per dare un consiglio ai giovani che vogliono avvicinarsi allo studio della storia italiana…</strong></p>
<p>Li inviterei a prestare maggiore attenzione nei confronti di una disciplina che, oltre a far loro comprendere il passato, dovrebbe aiutarli a leggere e interpretare anche il presente, a crescere. Sosteneva Cicerone che chiunque non fosse a conoscenza del proprio passato non avesse alcun futuro davanti a sé.</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 4 giugno 2011</p>
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		<title>Beatles, Michael Jackson e Sinatra spiati dall&#8217;FBI</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 16:48:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Beatles]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.dressspace.it/wp-content/uploads/2010/01/KISS.jpg" alt="" width="90" height="90" />The Beatles e Michael Jackson furono spiati dell&#8217;Fbi, nel caso potessero rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti: è quanto riporta il tabloid britannico The Sun.</p>
<p>.</p>
<p>da TMNews del 16 aprile 2011 <img src="http://img20.imageshack.us/img20/5749/tmnews.jpg" alt="" width="230" height="56"&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.dressspace.it/wp-content/uploads/2010/01/KISS.jpg" alt="" width="90" height="90" />The Beatles e Michael Jackson furono spiati dell&#8217;Fbi, nel caso potessero rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti: è quanto riporta il tabloid britannico The Sun.</p>
<p>.</p>
<p>da TMNews del 16 aprile 2011 <img src="http://img20.imageshack.us/img20/5749/tmnews.jpg" alt="" width="230" height="56" /><br />
.<br />
Il Bureau, come dimostrano i dossier recentemente declassificati, era preoccupato non tanto dalla musica, quanto dai musicisti e su questo punto i federali si sono rivelati di gusti eclettici: dai Kiss (violenze nei concerti), a Frank Sinatra (presunti legami con la mafia e tendenze comuniste), passando per Jimi Hendrix e Grateful Dead (per possibile spaccio di droga); come vittima di un tentativo di estorsione compare invece Elvis, che con l&#8217;Fbi era piuttosto incline a collaborare.</p>
<p>In particolare, ci sono 200 pagine su John Lennon (considerato un pericoloso radicale oltretutto drogato) e Yoko Ono, colpevoli di aver posato nudi per la copertina di un album; quanto a &#8220;Jacko&#8221;, l&#8217;interesse nei suoi confronti del Bureau era giustificato dalle accuse di pedofilia.</p>
<p>____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 16 aprile 2011</p>
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