Home Stampa italiana 1 Cortocircuiti. 1943, Franco contro Hitler: "Lascia stare gli ebrei"

Cortocircuiti. 1943, Franco contro Hitler: “Lascia stare gli ebrei”

di Giovanni Tassani da Avvenire del 17 gennaio 2002

Un Franco inedito, critico dell’antisemitismo di Hitler e della lotta del nazismo contro la Chiesa cattolica, e che vorrebbe giocare un ruolo attivo fra l’Asse e gli Alleati. Ma anche il ritratto di un Pio XII che, dinanzi al tentativo di Franco di salvare Hitler in extremis, dichiara a chiare lettere che il nazismo è un nemico del cristianesimo, pericoloso almeno quanto, se non di più, del bolscevismo.


Due lunghi verbali relativi ad altrettanti incontri con Francisco Franco, compilati per Mussolini il 28 giugno e il 24 luglio 1943 dall’ambasciatore italiano a Madrid, Giacomo Paulucci di Calboli Barone, fin qui non noti agli storici (me ne occupo in un ampio saggio in uscita sul prossimo numero della rivista Nuova Storia Contemporanea, in libreria a fine gennaio), consentono di aggiungere elementi di nuova conoscenza sull’atteggiamento della Spagna nello scenario del secondo conflitto mondiale giunto proprio in quei mesi a svolte decisive.


Sono note le propensioni di Franco verso Hitler, di ammirazione (non corrisposta), e verso Mussolini, di affettuosa devozione. Nei due separati incontri con i dittatori, a Hendaye col Führer il 23 ottobre 1940, e a Bordighera col Duce il 12 febbraio 1941, Franco rinvia l’ingresso della Spagna nel conflitto, mentre Hitler cerca inutilmente di convincerlo a permettergli comunque l’espugnazione di Gibilterra da territorio spagnolo, per impedire agli inglesi l’accesso da quel lato al Mediterraneo.
Dopo il coinvolgimento di Usa e Urss, nel ’41, il terzo anno di guerra, 1942, mostrerà una situazione strategica con due grandi punti di crisi: il fronte russo (avanzata dell’Asse a giugno, ritirata e sconfitta a Stalingrado a fine anno) e quello nord-africano (rotta dell’Asse a El Alamein a inizio novembre, sbarco anglo-americano in Marocco e Algeria pochi giorni dopo, l’8 novembre).


È in questo problematico contesto che le cose si muovono, politicamente e diplomaticamente, sia a Madrid che a Roma. Quando, proprio nei giorni in cui, aprile ’43, giunge a Madrid il nuovo ambasciatore italiano con la consegna di sollecitare Franco ad un incontro con Mussolini in tempi ravvicinati, il ministro degli Esteri spagnolo Jordana, solerte interprete del Caudillo, spiazza il disegno italiano con un forte discorso in cui auspica, di fronte al Consiglio internazionale della Hispanidad raccolto a Barcellona per le celebrazioni colombiane, il raggiungimento di una «pace giusta e fraterna» tra le potenze belligeranti in un conflitto ormai troppo lungo e sfibrante per tutti. Di più, all’accenno discreto dell’ambasciatore italiano ad un prossimo possibile incontro col Duce, Franco risponde ricordando gli effetti negativi, d’ordine economico e politico, subiti dalla Spagna ad opera degli inglesi dopo il precedente incontro di Bordighera: Mussolini resterà deluso e seccato di tale reazione. Da quel momento è chiaro agli italiani che Franco ha voltato pagina e non pensa più a intervenire nel conflitto, se non in veste di mediatore nel quadro di un ricostituendo ordine internazionale post-bellico. Si mischiano ancora una volta nel Caudillo, come bene ha sottolineato nella sua biografia Paul Preston, tratti di iper-realismo e opportunismo, con velleità, sogni e reminiscenze di grandezza imperiale.

Il quadro completo del «piano di pace» spagnolo non verrà immediatamente esplicitato all’ambasciatore Paulucci, in ragione della convinzione, comune a Franco come all’Asse, che il conflitto è destinato a durare: le carte vanno svelate una per volta. Dal canto suo Paulucci si premunisce cercando di sondare, attraverso uno studioso italiano, Ippolito Galante, gli Alleati circa possibili «preliminari di intesa», in vista di uno sganciamento italiano dal quadro bellico, ottenendo dapprima soltanto alcuni segni di attenzione verso una mediazione vaticana, e di contrarietà verso una mediazione spagnola, e poi il ricorso alla formula di Casablanca sull’unconditional surrender, che chiude ogni possibilità di trattativa.


Pochi giorni prima d’un suo rientro a Roma Paulucci è avvicinato dal direttore Affari politici del ministero degli Esteri spagnolo, José Maria Doussinague, che gli rivela i contenuti della recente udienza di Franco all’ambasciatore tedesco Dieckhoff: i due punti salienti sono stati la necessità di terminare la guerra a ovest, inutile spargimento di sangue a vantaggio solo del bolscevismo, e la protesta contro la lotta nazista al cattolicesimo, argomento che Franco auspica sia diplomaticamente affrontato anche dall’Italia. Gli stessi concetti Franco ribadirà di lì a pochi giorni allo stesso ambasciatore italiano, allargando il discorso alla persecuzione anti-ebraica: «Purtroppo circolano nel mondo le voci più gravi sulla sparizione di migliaia e migliaia di ebrei in Germania e nei territori occupati e sulla sterilizzazione di molte migliaia di essi».


Sulla lotta al cattolicesimo Franco insisterà energicamente, sottolineandone le conseguenze politiche, anti-Asse, sui cattolici americani e del mondo intero, che pur sono critici dell’alleanza di guerra Roosevelt-Stalin. Ciò rientra nella teoria franchista sulle «due guerre»: il nemico principale è il comunismo, contro cui la Spagna si sente in guerra sia pur non dichiarata (e la Division Azul sul fronte russo ne è la riprova), mentre con le potenze occidentali la Spagna, che pur si sente parte d’un nuovo ordine europeo post-liberale, invoca l’intesa e la pace. Dal libro di Marquina Barrio sulla diplomazia spagnola e il Vaticano sappiamo che ciò corrisponde al piano segreto confezionato da Doussinague per Franco nel febbraio ’43 teso a schierare la Spagna, «prima nazione cattolica», ed altri Paesi neutrali, sull’impianto giusnaturalistico dei messaggi natalizi di Pio XII in tempore belli. Ma sappiamo pure che l’ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede riceverà una doccia fredda dallo stesso Pio XII il 16 marzo quando il Papa gli dichiarerà, «con marcata enfasi», che il comunismo non è l’unico nemico della cristianità e che la persecuzione nazista, più pericolosa di qualsiasi altra precedente, obbedisce a precisi dogmi di quel regime, che cederà solo davanti alla forza. Non è cioè pensabile per la Santa Sede un uso in positivo del nazismo come antemurale dell’Europa cristiana contro il bolscevismo, come pensa la diplomazia spagnola.


Ciò nonostante il tentativo mediatorio franchista proseguirà, come dimostra l’ultimo colloquio Franco-Paulucci, alla vigilia del 25 luglio e sotto l’impressione dei bombardamenti alleati su Roma-San Lorenzo. Scriverà Paulucci: «Franco mi ha detto che fa molto assegnamento sulla possibilità di manovrare i cattolici delle due Americhe, di Gran Bretagna e di tutto il mondo per esercitare una pressione sui governi inglese e americano onde far cessare la guerra contro l’Europa, lasciando all’Asse ed ai suoi alleati il compito di stroncare il regime bolscevico in Russia». Questo, per Franco, previa “autocritica” del nazismo. Sogni e velleità: Mussolini, che aveva manifestato dapprima intenti opposti a quelli di Franco e altrettanto irrealistici (armistizio con la Russia, difesa del Mediterraneo) e che stava ora pensando di chiedere a Hitler lo sganciamento consensuale dell’Italia, sarà destituito. L’ultimo rapporto di Paulucci, steso il 24 luglio, partirà il 27 con destinazione Guariglia, successore del Duce agli Esteri nel governo Badoglio. Non era noto fino ad oggi, forse sparito nel caos seguente il 25 luglio.

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