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Storia, non storie

E’ sempre stato il Partito socialista il grande problema del PCI

Ho una grande stima di Luciano Canfora come studioso di filologia classica e di storia antica, ma molte volte il Nostro è uscito dal suo seminato professionale per cimentarsi con le tematiche del Novecento e in particolare con la storia del PCI (la monumentale biografia su Concetto Marchesi, il saggio sulla fine di Gramsci ecc.). Sono questi i temi che più lo attirano e nei quali la sua penna diventa più graffiante. Lo conferma il libretto che ha dato alle stampe in occasione del 100° della nascita del PCI, intitolato, con evidente reminiscenza classica del capolavoro di Ovidio: La metamorfosi (Laterza, pp. 88, euro 12). Ma qual è la metamorfosi di cui scrive Canfora? Niente di nuovo: è quella annunciata da Togliatti al ritorno dalla Russia nella primavera del 1944 con la famosa ‘svolta di Salerno’. E’ in quella occasione che nascerebbe il ‘partito nuovo’, non più quello elitario, di rivoluzionari di professione nato dalla scissione nel gennaio del 1921 dal Partito socialista.

Il partito nuovo è un partito di massa che punta a una ‘democrazia progressiva’, da attuarsi in collaborazione con l’altro grande partito popolare, la Democrazia cristiana: un progetto dove il posto per i socialisti è quello di gregari sopportati e dal quale risulta ormai cancellata ogni ipotesi di presa del potere per via rivoluzionaria, lasciata al più come passatempo per il dopolavoro dei settori più estremisti della base.

Non ci si crede, ma Canfora cancella con un colpo di spugna gli ultimi vent’anni e più di ricerche che hanno dimostrato chiaramente alcune semplici verità: la svolta di Salerno non fu parto del leader del PCI, ma gli venne imposta da Stalin prima di rimandarlo in Italia; l’insurrezione armata venne proposta dai dirigenti comunisti italiani ai russi tra la fine del 1947 e la vigilia delle elezioni del 1948, ma venne gentilmente respinta al mittente per motivi di geopolitica (su questi temi si veda più ampiamente il prossimo numero di Storia in rete, il n. 179/180 di gennaio-febbraio 2021).

Su due punti Canfora ha ragione. I comunisti hanno sempre mal sopportato i socialisti, anche se a corrente alternata ne cercavano l’alleanza per motivi tattici o elettorali. Da Turati a Craxi c’è un denominatore comune di disprezzo, politico e morale, che accomuna il primo Gramsci all’ultimo Berlinguer.

E’ anche vero quello che Canfora scrive a proposito del Partito democratico, nato dall’assemblamento dei cocci di PCI e DC: tutto il patrimonio della sinistra viene archiviato con il ‘suicidio’ del 1991 (così si esprime Canfora) in nome di una nuova pseudoideologia fatta di una miscela di liberismo-europeismo con una mano di vernice giustizialista.

Tutto esatto, tranne il fatto che quel socialismo disprezzato per settanta e più anni è stato l’unica alternativa democratica praticata e praticabile nel mondo occidentale, che è sempre mancata nel panorama politico italiano: una semplice constatazione storica che Canfora, ultimo dei mohicani, si ostina a rimuovere montando la guardia a una versione della storia del PCI di cui ormai è l’unico custode.

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