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Ecco ciò che “Anche i partigiani però…” non dice. Perché non può

Dopo E allora le foibe? di Eric Gobetti la collana Fact checking di Laterza si arricchisce di un lavoro di Chiara Colombini sulla Resistenza: Anche i partigiani però… in cui la ricercatrice tenta di stroncare il revisionismo storico di chi nega un qualche valore militare al movimento partigiano, sostenendo che le formazioni partigiane sebbene siano state effettivamente operative per non più della metà dei venti mesi trascorsi dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, avrebbero offerto alla vittoria alleata un contributo pressoché decisivo.

Dell’argomento ci siamo occupati in un post precedente (in cui abbiamo fornito cifre e dati che riteniamo incontrovertibili) oltre che in alcuni nostri lavori dedicati alla figura di Albert Kesselring, comandante delle Forze armate tedesche per gran parte della campagna d’Italia, e ad essi rimandiamo. Ci limitiamo a ricordare che la storia militare si fa con l’analisi degli eventi bellici, delle strategie messe in atto dalle parti in lotta – ovvero alleati occidentali, URSS e Germania – e non con gli istituti per la Resistenza. La Resistenza italiana non fu, come pretende la Colombini, “quell’ esperienza di quasi ottant’anni fa, difficile, fragile, romantica, coraggiosa…. la cosa migliore che abbiamo avuto, e che abbiamo”. Ma fu dal punto di vista militare solo una nota a pié di pagina nella storia della Campagna d’Italia, inutile, velleitaria, insignificante, ignorata sistematicamente non solo nelle fonti ufficiali statunitensi e britanniche ma anche in quelle tedesche.

Dopo l’8 settembre 1943 il costituirsi di forze partigiane fu piuttosto lento e farraginoso. Molti militari allo sbando si ritirarono in zone isolate del territorio occupato, più con lo scopo di sottrarsi ai tedeschi che di aggredirli. Le formazioni partigiane erano piuttosto piccole, comprendenti di solito non più di 10-12 uomini, e superavano solo di rado le 50 unità. Nel dicembre del 1943, nonostante l’afflusso dei renitenti alla leva della RSI, le forze partigiane erano stimabili attorno ai 10 mila uomini, non tutti combattenti. Nell’aprile del 1944 le forze partigiane erano cresciute solo sino ad una forza stimata di 13.500 unità, delle quali il 48% era costituito dai comunisti, ma che includeva anche importanti formazioni autonome, formate da militari e da monarchici, soprattutto in Piemonte, e di Giustizia e libertà (rispettivamente il 28 e il 21%). Gli attacchi di queste forze difficilmente avevano effetti sull’attività bellica, anche se le attività di sabotaggio andarono via via aumentando. Il modo di agire variava di banda in banda, con i comandanti partigiani monarchici e “autonomi”, spesso ex ufficiali del Regio Esercito, che si mostravano generalmente più rispettosi delle leggi di guerra, evitando l’uccisione dei prigionieri e agendo in modo da non scatenare rappresaglie che potessero coinvolgere la popolazione civile, mentre i comunisti tendevano ad essere spietati, uccidendo sistematicamente i combattenti tedeschi o italiani – specie gli italiani… – feriti e prigionieri e anche civili accusati di simpatie fasciste o di essere nemici di classe. Per la componente comunista lo scatenare le rappresaglie costituiva un modo per alienare a fascisti e tedeschi la simpatia della popolazione.

La situazione cambiò nell’estate del 1944. L’avanzata degli alleati sino alla linea Orbetello-Orvieto-Terni e la notizia dello sbarco in Normandia generarono un certo ottimismo sul fatto che i tedeschi fossero al tracollo. A luglio erano stimabili 50 mila combattenti e 20 mila i fiancheggiatori. E a fare la differenza c’era anche l’arrivo via aviolancio di ufficiali del SOE britannico (Special Operations Executive) e dell’OSS statunitense (Office of Strategic Service, poi Central Intelligence Group –1945- 47-, infine dal 1947 ridenominata Central Intelligence Agency ovvero la CIA), e, in modo non ufficiale del GRU sovietico (Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie,Direzione principale per l’informazione, i servizi segreti militari), inviati presso le formazioni comuniste e fatti passare per prigionieri di guerra evasi (sull’argomento, ricordiamo come in Italia non vi furono mai prigionieri sovietici, che invece venivano consegnati ai tedeschi) o disertori di unità Osttruppen. Agli ufficiali di collegamento seguirono aviolanci di armi e materiali: 152 tonnellate a maggio, 362 a giugno, 446 a luglio, 227 ad agosto etc…

I risvolti militari di quest’aumento di attività furono però tutt’altro che buoni. I partigiani sfruttarono spesso queste nuove forze (contro il parere degli ufficiali di collegamento alleati) nel tentativo di creare delle zone libere, le sedicenti repubbliche partigiane, perfettamente inutili nel contesto della campagna d’Italia anche per la distanza dal fronte. Il risultato fu che per la prima volta i repubblicani ed i tedeschi – che ricordiamo non usarono quasi mai truppe di prima linea nella lotta contro le bande – poterono intervenire contro bersagli chiari e precisi, con risultati decisivi. Entro l’ottobre 1944 le forze partigiane erano state completamente fiaccate, e il 28 di quel mese il governo della R.S.I. fece una nuova amnistia: tra renitenti alla leva e partigiani combattenti si consegnarono in 47 mila, quasi tutti – secondo la definizione ufficiale dell’epoca – ribelli. Fu solo nella primavera del ‘45, quando ormai il conflitto era praticamente finito, che  le forze partigiane tornarono a crescere. A fine marzo ‘45 i combattenti schizzarono a 80 mila, ad aprile raggiunsero i 130 mila, anche se di essi solo 70 mila armati. Tanto per dare un’idea delle forze in campo in quei mesi,: nella sola operazione Olive (battaglia di Rimini, settembre 1944) vennero coinvolti 300 mila tedeschi e 900 mila soldati alleati…

Insomma è innegabile che ci fu una gran massa di combattenti dell’ultima ora: crebbero soprattutto le brigate Garibaldi, che miravano a creare le condizioni adatte alla nascita di una dittatura di stampo sovietico nella Penisola (che Jalta lo impedisse è l’ennesima fake new, come dimostra quanto avvenuto in Grecia!) e come si vide nel dopoguerra con le esecuzioni non solo di fascisti ma di chiunque fosse considerato nemico di classe o possibile oppositore. Basti pensare agli omicidi della Volante rossa a Milano, i cui autori ripararono oltrecortina. Nelle proprie memorie, Kesselring tracciò il seguente quadro delle varie tendenze presenti nel movimento resistenziale:

Primo gruppo. “Truppe leggere” addestrate professionalmente, apparse in gruppi piccolissimi. Erano legati l’un l’altro da giuramenti ed erano uomini valorosi che rischiavano il collo. Se non fosse per la violazione intenzionale delle leggi di guerra non vi sarebbero critiche da fare. I sabotatori appartenevano a questa categoria: costoro violarono tuttavia sempre di più le leggi dell’umanità, essendo pieni di elementi criminali.

Secondo gruppo. Delinquenti che depredavano, ammazzavano e saccheggiavano ovunque qualsiasi cosa potessero: un flagello nazionale.

Terzo gruppo. La maggior parte del movimento partigiano. Questa categoria, col passar del tempo, assunse un aspetto militare sempre maggiore, era nemica di tedeschi e fascisti, ed acquisì più o meno consenso a seconda dell’atteggiamento degli abitanti delle varie zone. Nelle zone di operazione vi furono villaggi occupati dai partigiani, persino zone in cui ogni uomo, donna e bambino erano in qualche modo legati ad essi, fosse come combattenti, ausiliari o simpatizzanti. (…) In complesso le bande partigiane presentavano il quadro di una collezione disordinata di soldati alleati, italiani e balcanici, disertori tedeschi e civili del luogo di entrambi i sessi, differenti tendenze ed età con idee molto diverse circa la moralità, con il risultato che spesso il patriottismo altro non fu che un paravento per lo scatenarsi degli istinti peggiori.

In linea di massima anche gli alleati davano pareri analoghi a quelli di Kesselring: in generale di queste truppe gli ufficiali inglesi del SOE non davano un giudizio molto positivo: giudicavano circa il 10% dei partigiani decente, con un altro 30% privo di esperienza, il resto spesso formato da puri e semplici renitenti alla leva con poca o nulla voglia di combattere.

Di tutto ciò non si troverà però traccia nel pamphlet della Colombini, come non si trova nulla che metta in discussione l’idea tanto manichea quanto francamente buffa di una lotta partigiana monolitica nell’ansia di riscattare il Paese dall’abisso fascista (la Colombini non dà neppure dignità di avversari ai soldati della RSI: considerati vili scherani dei tedeschi) dove tutti, dai comunisti agli azionisti – i monarchici, ovviamente, non esistono per la Colombini – combattevano insieme, duri e puri, mentre i nazi- fascisti volevano massacrare le popolazioni agricole allo scopo di desertificare le aree rurali (c’è da chiedersi: e come avrebbero sfamato le aree urbane? Non erano stati invece forse proprio i partigiani a cercare di impedire il raccolto del 1944 in parecchie aree del nord Italia?).

Tutto il lavoro della Colombini è poi intervallato non da citazioni da opere storico-militari magari straniere, che sono moltissime e importantissime – a cominciare dai due volumi della storia ufficiale statunitense – ma da scrittori quali Calvino, Pavese etc. Insomma più che fact cheking sarebbe adatto fake news.

Ma è quello della mia rubrica e me lo tengo.

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