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	<title>Storia In Rete</title>
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		<title>Si riapre l’inchiesta sulla fine degli Zar</title>
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<p>Una corte di Mosca riapre la strada per riconoscimento all’ultimo zar Nicola II e alla sua famiglia, trucidati dalla polizia politica di Lenin nel 1918 a Iekaterinburg, della qualifica di “vittime della repressione politica”. Il</p></div></div></div></div><p>&#8230;</p>]]></description>
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<p>Una corte di Mosca riapre la strada per riconoscimento all’ultimo zar Nicola II e alla sua famiglia, trucidati dalla polizia politica di Lenin nel 1918 a Iekaterinburg, della qualifica di “vittime della repressione politica”. Il tribunale di Basmanny – un quartiere moscovita – ha infatti giudicato illegale la decisione della procura russa di chiudere l’inchiesta sull’esecuzione della famiglia imperiale, suscitando l’entusiasmo della famiglia Romanov. “E’ una grande vittoria legale per tutti quelli che apprezzano la memoria storica”, ha commentato Aleksandr Zakatv, direttore della cancelleria dell’ultima dinastia degli zar, come riferiscono le agenzie. A suo avviso, ora “l’indagine deve essere riavviata o bisogna pubblicare tutti i documenti in conformità con la decisione del presidium della corte suprema”. Per l’avvocato della famiglia Romanov, German Lukyanov, &#8220;questo è un passo importante nella nostra ricerca della verità. Il popolo russo ha il diritto di sapere cosa è successo&#8221;. Nell’ottobre 2008 la corte suprema russa aveva deciso di riabilitare Nicola II e la sua famiglia (la moglie Alessandra e i loro cinque figli), ma nel gennaio 2009 la procura aveva chiuso l’inchiesta. Ora i Romanov sono ad un passo dal riconoscimento che quell’esecuzione fu decisa per motivi politici dal nuovo potere bolscevico.</p>
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<p>Inserita su www.storiainrete.com il 7 settembre 2010</p>
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		<title>Wiesethal era un agente del Mossad</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 19:48:00 +0000</pubDate>
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<p>Una nuova biografia ripercorre la storia del cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, l’uomo che aveva dedicato la sua vita a raccogliere le informazioni sui criminali nazisti e a rintracciarli per poterli sottoporre a processo: secondo il libro dello storico israeliano revisionista Tom Segev, Wiesenthal avrebbe lavorato per l’agenzia di spionaggio del Mossad.  Quanto scritto in “Wiesenthal – La vita e le leggende” getta una luce diversa sulla storia dell’uomo, che fino ad ora si credeva, avesse condotto da solo le sue ricerche sui criminali di guerra. La connessione col Mossad costringe a rivedere non solo la biografia dell’uomo, ma anche la politica israeliana su queste questioni. «E’ sorprendente che sia sempre stato considerato come un solitario, uno che fa tutto da solo contro ogni previsione e contro la polizia locale», ha detto Segev, secondo il quale, Wiesenthal avrebbe lavorato con agenti israeliani già prima della creazione del Mossad, avvenuta nel 1949. Risale al dicembre del 1948, ad esempio il tentativo, poi fallito, del cacciatore di nazisti di prendere Adolf Eichmann, poi catturato successivamente da agenti israeliani in Argentina e giustiziato in Israele. Fino al 1970, Wiesenthal avrebbe operato sotto il nome in codice di “Theocrat”, fornendo all’intelligence israeliano informazioni su presunti criminali di guerra e i gruppi neo-nazisti che minacciavano le comunità ebraiche in Europa. Il Mossad avrebbe aiutato Wiesenthal ad aprire un ufficio, a Vienna, e lo pose a libro paga riservandogli una paga mensile di circa 300 dollari. Segev ha avuto accesso per la prima volta all’ufficio di Wiesenthal e al suo archivio personale. Il libro fornisce anche una nuova intuizione sulla famosa agenzia di intelligence israeliana: il Mossad avrebbe fatto più di quanto si possa immaginare, e finora immaginato, per rintracciare gli ex ufficiali nazisti. Il Mossad non ha commentato. Il libro è stato pubblicato finora in sei paesi, fra cui Stati Uniti e Gran Bretagna.</p>
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<p>Inserita su www.storiainrete.com il 7 settembre 2010</p>
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		<title>“Hitler era ebreo”. Ma anche no</title>
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<p>L&#8217;analisi del Dna di 39 membri viventi della famiglia di Adolf Hitler, ottenuto da campioni di saliva, ha rivelato un cromosoma, Aplogruppo Eib1b1, raro tra gli occidentali, ma comune tra i berberi in Marocco, Algeria e Tunisia,</p></div></div><p>&#8230;</p>]]></description>
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<p>L&#8217;analisi del Dna di 39 membri viventi della famiglia di Adolf Hitler, ottenuto da campioni di saliva, ha rivelato un cromosoma, Aplogruppo Eib1b1, raro tra gli occidentali, ma comune tra i berberi in Marocco, Algeria e Tunisia, e tra gli ebrei ashkenaziti e serfarditi. Un dato sufficiente a far affermare a un giornalista e uno storico belgi, Jean-Paul Mulders e Marc Vermeeren, che il dittatore nazista aveva origini ebraiche e nordafricane. L&#8217;Aplogruppo Eib1b1 è legato al 10-20% del cromosoma Y degli ashkenaziti e tra l&#8217;,8,6 e il 30% dei sefarditi. Secondo il “Daily Telegraph” che ha riportato la notizia, tutti gli esami sono stati eseguiti in laboratorio in condizioni particolarmente severe in modo da non poter inficiare in alcun modo i risultati, qualunque fossero stati. Uno specialista di genetica dell&#8217;Università Cattolica di Lovanio, Ronny Decorte, ha definito &#8220;sorprendente&#8221; lo studio realizzato da Mulders e Vermeeren &#8220;affascinante soprattutto se lo si confronta con la concezione del mondo dei nazisti, nel quale razza e sangue sono elementi fondamentali per stabilire l&#8217;appartenza alla razza ariana&#8221;. Mulders ha sintetizzato il risultato delle analisi in modo lapidario: &#8220;Si può dire chiaramente che Hitler era legato alle stesse persone che tanto disprezzava&#8221;. E tuttavia è subito giunto un forte ridimensionamento dello scoop, con le parole del genetista Guido Barbujani, raccolte da “L’Unità”: “E’ vero che ci sono varianti del dna che sono più comuni in certi gruppi di popolazione piuttosto che in altri. Ma da qui a tirare delle conclusioni ce ne passa. Le faccio un esempio. Io ho il sangue di gruppo O. Questa caratteristica è molto comune tra gli indiani Apaches. – ha dichiarato lo scienziato, scherzando sul fatto che con lo stesso rigore potrebbe essere considerato un pellerossa – Qualche  volta possiamo dire che un pezzetto di dna ha le stesse caratteristiche di quello che si ritrova più frequentemente nella popolazione ebraica. Ma potrebbe risalire anche a 30 generazioni prima, come dire mille anni. Quanto poi alla popolazione ebraica, ha davvero un’accozzaglia di dna, quindi studi come quelli su Hitler sono divertenti, incuriosiscono. Ma tutto qui».</p>
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<p>Inserita su www.storiainrete.com il 7 settembre 2010</p>
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		<title>Le “Leggi di Norimberga” restituite agli archivi USA</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 19:45:14 +0000</pubDate>
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<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="notizie-dal-mondo-della-storia1.png (90×90)" width="90" height="90" />Le carte originali delle “Leggi di Norimberga” – i provvedimenti antisemiti nazisti varati nel 1935 – verranno consegnate dopo sessantacinque anni agli Archivi Nazionali (NARA) degli Stati Uniti, dopo essere rimaste in custodia della Fondazione Huntington. Lo riferisce il</p></div><p>&#8230;</p>]]></description>
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<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="notizie-dal-mondo-della-storia1.png (90×90)" width="90" height="90" />Le carte originali delle “Leggi di Norimberga” – i provvedimenti antisemiti nazisti varati nel 1935 – verranno consegnate dopo sessantacinque anni agli Archivi Nazionali (NARA) degli Stati Uniti, dopo essere rimaste in custodia della Fondazione Huntington. Lo riferisce il quotidiano on line USA “The Huffington Post”. Le carte erano state prese dal generale George Patton durante l’invasione finale della Germania, nel 1945, e – contravvenendo agli ordini – non erano mai state consegnate allo Stato americano. Patton le aveva regalate al magnate ferroviario Henry Huntington, che a sua volta le aveva lasciate alla fondazione che porta il suo nome, una vasta rete di musei e biblioteche private ma gratuitamente aperte al pubblico, creata dal miliardario com’è pratica comune negli States: la Fondazione Hunting. L’archivista del NARA David Ferriero ha dichiarato che è programma dell’Archivio Centrale americano esporre queste carte in occasione del 75° anniversario delle leggi di Norimberga. Secondo la portavoce del NARA, queste leggi erano le uniche carte originali dei Processi di Norimberga a mancare all’appello nella collezione dell’Archivio. Patton le ottenne da un soldato che le aveva trovate in un caveau di banca. Anziché consegnarle ai procuratori del Processo di Norimberga, il generale volle tenerle per sé come trofeo di guerra. Al processo contro i gerarchi nazisti l’accusa dovette usare fotocopie. Patton morì nel dicembre 1945 e le carte rimasero in mano di Huntington, che le ripose in un archivio sotterraneo a prova di bomba. Solo nel 1999 la Fondazione si decise a tirarle fuori per prestarle al Centro Culturale Skirball di Los Angeles, un’associazione che si occupa della diffusione della cultura ebraica.</p>
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<p>Inserita su www.storiainrete.com il 7 settembre 2010</p>
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		<title>Montaperti: nuova “battaglia” per il 750° anniversario</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 19:43:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="notizie-dal-mondo-della-storia1.png (90×90)" width="90" height="90" />Oltre 200 figuranti in costumi d&#8217;epoca hanno rievocato in occasione del 750° anniversario, la battaglia di Montaperti che, il 4 settembre 1260, decretò la supremazia della Repubblica di Siena – ghibellina – sulla Firenze guelfa. La manifestazione si è tenuta&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="notizie-dal-mondo-della-storia1.png (90×90)" width="90" height="90" />Oltre 200 figuranti in costumi d&#8217;epoca hanno rievocato in occasione del 750° anniversario, la battaglia di Montaperti che, il 4 settembre 1260, decretò la supremazia della Repubblica di Siena – ghibellina – sulla Firenze guelfa. La manifestazione si è tenuta domenica 5 settembre sugli stessi luoghi di Montaperti, nel territorio di Castelnuovo Berardenga (Siena), dove lo scontro avvenne 750 anni fa. La ricostruzione storica dell&#8217;episodio è stata preceduta dall&#8217;allestimento dell&#8217;accampamento medioevale dove hanno alloggiato i le milizie cittadine in attesa della battaglia. La messa in scena dello scontro, realizzata La manifestazione è stata promossa dal Comitato &#8221;Passato e Presente&#8221; in collaborazione con il Comune di Castelnuovo Berardenga e l&#8217;associazione Monteaperti Mmc ed ha coinvolto circa duecento figuranti tra cavalieri, fanti e altre figure che hanno combattuto secondo le regole medievali, accompagnati dalla voce di un narratore. La mattina di domenica 5, nella sala convegni di Villa Chigi a Castelnuovo Berardenga, si è tenuto un convegno di studio. «In omaggio all&#8217;anniversario di una delle battaglie più cruente del Medioevo – spiega  Massimo Baldini, presidente del Comitato Passato e Presente – per  la prima volta viene inscenata un&#8217;ipotesi di rievocazione della battaglia».</p>
<p>___________________________________________________</p>
<p>Inserita su www.storiainrete.com il 7 settembre 2010</p>
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		<title>Storia in Rete numero 59, settembre 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 18:44:11 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.storiainrete.com/nessuna-categoria/n59-settembre-2010"><img class="aligncenter" title="I cover storia 58" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/I-cover-storia-591.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a></p>
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<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span> di settembre è in edicola!</strong></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Storia in Rete</strong></span> di settembre ha deciso di dedicare molte pagine al primo re d&#8217;Italia, Vittorio Emanuele II. Un Padre della Patria dimenticato, forse</p></div><p>&#8230;</p>]]></description>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.storiainrete.com/nessuna-categoria/n59-settembre-2010"><img class="aligncenter" title="I cover storia 58" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/I-cover-storia-591.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a></p>
</div>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span> di settembre è in edicola!</strong></p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Storia in Rete</strong></span> di settembre ha deciso di dedicare molte pagine al primo re d&#8217;Italia, Vittorio Emanuele II. Un Padre della Patria dimenticato, forse il meno amato dei quattro Grandi del nostro Risorgimento. E a torto: una personalità scoppiettante, un polso ed una determinazione senza precedenti. Un uomo che riuscì a mediare fra Cavour e Garibaldi ed ottenere il meglio fra i due. <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> poi conclude &#8211; purtroppo prematuramente &#8211; la serie dei fratelli e sorelle di Napoleone: è il turno di Carolina, l&#8217;ambiziosa che non esitò a tradire il Bonaparte. E mentre continua l&#8217;avventura dell&#8217;Italia fra le stelle, <span style="color: #993300;"><strong>Storia in Rete </strong></span>si occupa di &#8220;gendarmi della memoria&#8221;: in un&#8217;intervista a Giampaolo Pansa, che ha parole di fuoco per tutti e nella prima parte di una nuova inchiesta su Wikipedia, l&#8217;Enciclopedia Libera. Quindi, un reportage ci porta fra le leggende che circondano il Bandito Giuliano, e si conclude la serie d&#8217;articoli sull&#8217;Operazione Anthropoid, il piano per assassinare Heydrich e far esplodere l&#8217;Europa alle spalle di Hitler. Tutto questo e molto altro su <span style="color: #993300;"><strong>Storia in Rete</strong></span> di settembre!!</p>
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<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/I-cover-storia-59-bozza-mod1.pdf">Guarda la copertina di Storia in Rete n 59</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++03-Sommario-n-59.pdf">Leggi il Sommario di Storia in Rete n 59</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++16-29-vittorio-emanuele-mola-con-guerre-improb.pdf">Vittorio Emanuele, il padre della Patria dimenticato</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++32-37-vittorio-emanuele-a-napoli.pdf">E Vittorio Emanuele arrivò a Napoli</a>&#8230;</li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++40-45-carolina-bonaparte.pdf">Carolina Bonaparte, l&#8217;ambiziosa sorella che tradì Napoleone</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++49-52-ASI-18.pdf">Ecco la diciottesima puntata dell&#8217;avventura italiana nello spazio</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++54-59-intervista-pansa.pdf">Storia in Rete a colloquio con Giampaolo Pansa</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++60-65-wikipedia-1-i-gendarmi-della-memoria.pdf">Inchiesta Wikipedia: L&#8217;Enciclopedia e i &#8220;gendarmi della memoria&#8221;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++66-75-bandito-giuliano.pdf">Le fantastiche storie sul Bandito Giuliano</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/09/+++78-85-anthropoid-2.pdf">Anthropoid: la macchina della morte per assassinare Heydrich</a></li>
</ul>
<p>TI SEI PERSO QUALCHE COSA? VEDI NELL’<a href="http://www.storiainrete.com/arretrati/" target="_blank">ARCHIVIO DEI NUMERI ARRETRATI</a></p>
</div>
</div>
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		<title>&#8220;Lo Stagno&#8221; (1942-&#8217;55), il servizio segreto privato USA</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Sep 2010 07:59:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[XX secolo]]></category>
		<category><![CDATA[CIA]]></category>
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		<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://morrisonworldnews.com/wp-content/uploads/2010/07/Grombach-as-a-cadet.jpg" alt="" width="90" height="90" />Durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, Washington utilizzò un servizio di informazioni private internazionali, lo Stagno (the Pond). Fra i suoi migliori informatori… il serial killer francese Marcel Petiot. È ciò che rivelano archivi della CIA</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://morrisonworldnews.com/wp-content/uploads/2010/07/Grombach-as-a-cadet.jpg" alt="" width="90" height="90" />Durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, Washington utilizzò un servizio di informazioni private internazionali, lo Stagno (the Pond). Fra i suoi migliori informatori… il serial killer francese Marcel Petiot. È ciò che rivelano archivi della CIA recentemente declassifcati.</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">di Thierry Meyssan, da Réseau Voltaire <img src="http://www.voltairenet.org/elements/logo/logo-voltairenet.gif" alt="Voltairenet.org" />del 6 agosto 2010</div>
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<div id="_mcePaste">L’esistenza di un’organizzazione segreta statunitense in Europa, il Pond (letteralmente “lo Stagno„, e con estensione familiare l’Oceano Atlantico) negli anni 1942-1955 è stata messa in dubbio. Le memorie pubblicate dal suo fondatore sono state rigorosamente criticate come riconducibili più al romanzo che alla storia. Ma gli archivi di quest’organizzazione sono stati trovati nel 2001, inizialmente rimesse alla CIA, quindi agli archivi di stato degli Stati Uniti, nel 2008. Sono state aperte al pubblico nell’aprile 2010 e si inizia appena a misurarne la portata.</div>
<div id="_mcePaste">Lo Stagno appare sotto le successive denominazioni di Special Service Branch, quindi di Special Service Section infine di Coverage and Indoctrination Branch. Era familiarmente detta lo Stagno (Pond) o il Lago (Lake) per opposizione alla baia (Bay) per il CIA.</div>
<div>La sua attività comprendeva la crittografia, lo spionaggio politico e le azioni clandestine. Usava più di 600 spie in 32 paesi certificando che lavoravano esclusivamente per gli Stati Uniti e non per gli Alleati in generale. Lo Stagno era stato creato da l’armata di terra degli Stati Uniti, sotto l’autorità dell’Intelligent militare. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, prese la sua indipendenza e continuò a funzionare come una rete privata, subappaltatore dell’US Army, del dipartimento di Stato, della CIA, oppure dell’FBI. Fu sciolta nel 1955 nel contesto di una riorganizzazione e di una centralizzazione delle informazioni e perché il suo capo si era compromesso con il senatore Joseph McCarthy al quale vendeva informazioni “sull’infiltrazione comunista„.</div>
<div id="_mcePaste">Lo Stagno era diretto dal colonello John V. Grombach detto Frenchy (il francese), un ex produttore di CBS Radio, specialista delle trasmissioni criptate incluse nei programmi radiofonici.</div>
<div>Quest’organizzazione era stata creata con il sostegno della società olandese di elettrodomestici Philips, che ne garantiva il finanziamento e la logistica. All’arrivo dei nazisti, i dirigenti della Philips vennero infiltrati nei Paesi Bassi con il loro governo dai britannici. Si erano rifugiati negli Stati Uniti da cui continuavano a gestire la loro società. Il loro ufficio di relazioni pubbliche a New York fungeva da copertura e da quartier generale allo Stagno. Successivamente Philips continuò ad intrattenere relazioni strette con i servizi di informazioni e l’esercito US; i suoi dirigenti parteciparono attivamente alla costituzione del gruppo Bilderberg, il cerchio d’influenza della NATO. Molte altre grandi società offrirono coperture allo Stagno, di cui American Express Co., Remington Rand, Inc. e Chase National Bank.</div>
<div id="_mcePaste">Le informazioni raccolte dallo Stagno sono state a volte di alto livello. Così, quest’organizzazione privata condusse dei negoziati con il maresciallo Herman Göring durante gli ultimi sei mesi della Guerra Mondiale. Inoltre seguì in dettaglio le prime prove nucleari sovietiche. Tuttavia, non si è stabilito che queste informazioni siano giunte al vertice della burocrazia di Washington e siano state correttamente sfruttate. Lo Stagno fu particolarmente attivo in Ungheria dove era in contatto con l’ammiraglio Miklós Horthy durante la guerra, e da cui essa fece uscire Zoltán Pfeiffer e la sua famiglia, durante l’occupazione sovietica.</div>
<div>Un dettaglio stupirà i lettori francesi. Lo Stagno raccolse informazioni preziose sulla Gestapo parigina tramite uno dei suoi agenti… Marcel Petiot, il celebre serial killer. Il medico Petiot era uno squilibrato, più volte internato in psichiatria, ma anche uno spirito brillante. Teneva un gabinetto medico a Parigi dove trattava degli ufficiali della Gestapo e della Reichswehr. Riportò per primo il massacro degli ufficiali polacchi a Katyn e la costruzione del V1 e V2 a Peenemünde. Nel 1944, i suoi vicini scoprirono grazie a ciò che sembrava essere un incendio nel camino, che corpi umani bruciavano nella sua caldaia. Fu accusato di avere ucciso ed incenerito 27 persone a cui aveva promesso di far espatriare verso l’Argentina. Si valutarono a 200 milioni di franchi dell’epoca – una somma considerevole &#8211; i gioielli e i soldi tolti alle proprie vittime. Questo bottino non fu mai trovato. Contro qualsiasi evidenza, il medico Petiot affermò di avere ucciso soltanto nazisti e collaboratori e rivendicò 63 omicidi. Fu condannato a morte e ghigliottinato senza che si sia mai concesso il benchè minimo credito alle sue dichiarazioni, tuttavia oggi confermate, che aveva a volte agito per un gruppo clandestino anti-nazista.</div>
<div>Quanto ai lettori tedeschi e austriaci, saranno sorpresi di apprendere che il deputato Ruth Fischer, che diresse la parte comunista tedesca durante la Republica di Weimar e co-fondò la parte comunista austriaca, era un agente dello Stagno. Questo spiega il suo ulteriore rovesciamento e la deposizione che fece al senato degli Stati Uniti dinanzi alla commissione McCarhty per denunciare suo fratello Gerhart.</div>
<div id="_mcePaste">In definitiva, lo Stagno aveva prefigurato le grandi società private di informazione attuali. Le sue spie non agivano per patriottismo, ma prevedevano la loro attività come un affare in tempo di guerra, calda o fredda. La sua assunzione era eteroclita, spaziando da un serial killer ad una politicante corrotta. Durante la Guerra Mondiale, il Pentagono pagava i suoi servizi senza anima, durante la Guerra Fredda, tre dipartimenti federali gli diedero in subappalto operazioni per sottrarli al controllo parlamentare.</div>
<p>Articolo Tradotto da Damir (<a href="http://www.risorsetiche.it/" target="_blank">Risorsetiche.it</a>)</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserita su www.storiainrete.com il 4 settembre 2010</p>
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		<title>I diari di Mussolini? Sarebbero quelli scartati due anni fa&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 11:42:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rudilosso.it/i/f/108_diari-mussolini-1171278195-2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Meno due. Dopo la serata di ieri al Teatro di Verdura di via Senato, resta solo un altro paio di appuntamenti con al centro i «Diari di Mussolini» che Bompiani comincia a pubblicare in novembre: il 1˚settembre replica nella</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rudilosso.it/i/f/108_diari-mussolini-1171278195-2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Meno due. Dopo la serata di ieri al Teatro di Verdura di via Senato, resta solo un altro paio di appuntamenti con al centro i «Diari di Mussolini» che Bompiani comincia a pubblicare in novembre: il 1˚settembre replica nella stessa sede; lunedì prossimo, invece, dibattito a Como, durante la rassegna Parolario. Si tratta di scadenze fissate prima del laborioso contratto firmato a fine luglio da Elisabetta Sgarbi per Bompiani con i rappresentanti degli eredi Mussolini e con Ede Copyright di Stefano Biagini, l’industriale laniero pratese che ha materialmente acquistato i «Diari». D’ora in poi passa all’editore il meccanismo della comunicazione attorno all’assai controversa operazione editoriale.</div>
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<div id="_mcePaste">di Enrico Mannucci sul &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 26 agosto 2010 <img src="http://images2.corriereobjects.it/images/static/common/logo_home.gif?v=20070912152043" alt="CORRIERE DELLA SERA.it" width="193" height="20" /></div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">Una lettura di brani da parte dell’attore Antonio Zanoletti dopo una breve introduzione di Ugo Finetti — Dell’Utri ha mostrato al «Corriere» i Diari fornendo alcune precisazioni. Intanto non si tratta di agende della Croce Rossa, come era stato scritto più volte attribuendo al Duce un’abitudine di Galeazzo Ciano: mancano le notazioni astronomiche in calce a ogni pagina. Non c’è, poi, rilegatura in pelle (peraltro ricordata da alcuni testimoni diretti dei «certi» Diari mussoliniani, ossia quelli visti nelle mani del Duce) e le annate sono composte da fascicoli («sedicesimi») cuciti assieme con ago e filo. C’è poi la certezza sull’identità fra i «Diari» in pubblicazione da Bompiani e i cinque «Diari» che vennero trattati nel 1994 dal «Sunday Telegraph», dopo essere passati per le mani di Nicholas Farrell e di sir Anthony Havelock-Allan per arrivare poi sotto la lente di Nicolas Barker (ex direttore della British Library ed esperto di autografi) e di Brian Sullivan, definito «lo storico del Pentagono».</div>
<div id="_mcePaste">Non è solo questione della pur significativa corrispondenza delle cinque annate dal 1935 al 1939. E neppure del confronto fra le poche pagine isolate riprodotte allora dai giornali. Nella perizia preliminare (inviata nel 1995 ad Havelock- Allan) Barker notava come il carattere tipografico per indicare il mese nella data cambiasse nell’agenda del 1938 rispetto a quelle degli altri anni: ora questa caratteristica difformità compare anche nelle agende in mano a Dell’Utri. Barker — contro il parere degli esperti di Sotheby’s—si pronunciò all’epoca positivamente sull’autografia del testo: «Non c’è niente nell’aspetto fisico dei diari a suggerire che questi non siano di mano di Mussolini, scritti più o meno all’epoca». Va aggiunto che, nel 1994, fra pareri contrastanti e aggrovigliate ipotesi — falsi, veri, mezzi falsi, parzialmente veri&#8230; — l’operazione si incagliò, l’acquisto non andò in porto e i quaderni tornarono nell’ombra. Impallinati dal parere di storici come Lucio Villari, Emilio Gentile e Silvio Bertoldi, nonché dalla sentenza di Renzo De Felice intervistato da Pasquale Chessa: «L’interesse di questi diari, o pseudo diari, pubblicati dal &#8220;Sunday Telegraph&#8221;, mi sembra sfiori il ridicolo». Da notare, infine, che allora quei diari vennero giudicati assolutamente falsi da Vittorio, Romano e Alessandra Mussolini: in questo campo, evidentemente, c’è stato oggi un notevole ribaltamento di opinioni.</div>
<div id="_mcePaste">Dell’Utri ha anche ricostruito nei particolari l’acquisto: «Al primo contatto la richiesta che mi era stata fatta era altissima. Avevo controfferto poco più di un decimo e la trattativa si era arenata. Poi si era fatto vivo Biagini, che non conoscevo, incitandomi a riprenderla ma non si trovava un accordo. Intanto il mio amico Boroli mi aveva avvertito che anche la De Agostini stava trattando, credo per ricavarne una pubblicazione a fascicoli settimanali. Allora ci siamo mossi assieme e, alla fine, sono arrivato a stringere per una cifra molto inferiore a quella sparata all’inizio. La De Agostini — che aveva la prelazione sulle eventuali operazioni editoriali — ha preso tempo e si era fatta viva la Mursia. Stavamo per chiudere quando Elisabetta Sgarbi, per caso, ha visto materialmente i &#8220;Diari&#8221; nel mio studio, si è entusiasmata e, alla fine, abbiamo definito tutto con Bompiani». Ora esce fuori dalla vicenda. Non del tutto, in realtà. «Mi resta il ricordo delle tanti notti bianche passate senza potermi staccare da quelle pagine. Mi resta, poi, la custodia degli oggetti, depositati presso la Biblioteca di via Senato a Milano. E questa è una grande soddisfazione». Senza trascurare la possibilità che altre annate siano prima o poi recuperabili (la sesta agenda è già stata annunciata) per la perpetuazione di una saga vecchia ormai di sessant’anni che non accenna a trovare un punto fermo. Già, perché perizie e studi condotti sul materiale in mano a Dell’Utri sono stati finora scientificamente incompleti. Non sarebbe l’ora di mettere le annate in mano a un pool di esperti? «Alcune analisi esistono già. È vero che manca una perizia esauriente e complessiva. La stiamo per fare». Quando, però, visto che Bompiani annuncia la pubblicazione del primo volume (quello riguardante il 1939) a novembre? «Vediamo».</div>
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<div>______________________________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 31 agosto 2010</div>
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		<title>Studio shock sul DNA di Hitler: aveva origini ebraiche</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/rassegna-stampa-italiana/hitler-origini-ebraiche/</link>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 15:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 1]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[dna]]></category>
		<category><![CDATA[ebrei]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>

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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rolliblog.net/archives/hitler-rede%203.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ebreo e pure nordafricano. Algerino, magrebino, come uno dei tanti poveracci che oggi la povertà spinge verso l’Europa. Popoli «inferiori» che non devono contaminare la purezza della «superiore razza ariana». Se qualcuno avesse voluto immaginare un «contrappasso» per Adolf</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.rolliblog.net/archives/hitler-rede%203.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ebreo e pure nordafricano. Algerino, magrebino, come uno dei tanti poveracci che oggi la povertà spinge verso l’Europa. Popoli «inferiori» che non devono contaminare la purezza della «superiore razza ariana». Se qualcuno avesse voluto immaginare un «contrappasso» per Adolf Hitler nello sconosciuto girone infernale in cui si trova, non ne avrebbe potuto trovare uno più crudele. Per lui, ovviamente.</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">di Domizia Carafoli, da &#8220;Il Giornale&#8221; del 26 agosto 2010 <img src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.gif" alt="" width="147" height="20" /></div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div id="_mcePaste">Che Hitler avesse sangue ebreo nelle vene era voce da tempo circolante, con svariate e talvolta fantasiose ipotesi. Ma ora sembra che sia la scienza a dimostrare, senza possibilità di confutazione, l’origine ebraica e forse anche nordafricana del Führer. Lo dimostrerebbe l’analisi del Dna.</div>
<div id="_mcePaste">A indagare sono stati due belgi, il giornalista Jean-Paul Mulders e lo storico Marc Vermeeren che, con somma pazienza hanno rintracciato ben 39 discendenti di Hitler (cosa non facile dato che tutti costoro cercano in ogni modo di nascondere l’imbarazzante parentela) dai quali hanno ottenuto altrettanti campioni di saliva. Rigorose analisi di laboratorio &#8211; scrive l’inglese Daily Telegraph che riprende la notizia dalla rivista belga Knack &#8211; avrebbero rintracciato il cromosoma Aplogruppo Eib 1b1, rarissimo fra gli occidentali e comune invece fra gli ebrei ashkenaziti e sefarditi, nonché fra i berberi del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia. I risultati hanno ottenuto l’avallo della prestigiosa Università Cattolica di Lovanio.</div>
<div id="_mcePaste">Vedi un po’ le sorprese che ti riservano le indagini cromosomiche, a conferma, come ben sanno i genetisti, che di razze «pure» non ne esistono al mondo ma siamo tutti frutto di milioni di incroci. Lo sostiene anche il genetista italiano Guido Barbujani, autore nel 2003 di un sarcastico romanzo intitolato per l’appunto &#8220;Questione di razza&#8221; (Mondadori). E tanto più difficile è separare le origini dei cittadini in quel crogiuolo di etnie fra occidente germanico ed Europa orientale che era l’impero austroungarico dove Adolf nacque il 20 aprile 1889 a Braunau am Inn, cittadina nei pressi del confine bavarese. Klara era la terza moglie di Alois, dal quale ebbe sei figli. Sopravvissero solo Adolf e la sorella Paula.</div>
<div id="_mcePaste">Fra i tanti misteri che hanno circondato la figura di Hitler in vita e in morte c’è anche quello della sua famiglia. Si è accertato che Alois, padre detestato da Adolf, era figlio illegittimo: da ragazzo portava il nome della madre, Anna Maria Schicklgruber, modesta cameriera in una locanda di Graz. Più tardi adottò il nome del padre naturale (che però pare non lo abbia mai voluto riconoscere), Johann Georg Hiedler o forse Hüttler, che successive trascrizioni trasformarono in Hitler. Altre fonti sostengono che Anna Maria rimase incinta di un giovane ebreo di nome Frankenberger, ma pare si tratti di notizia infondata.</div>
<div id="_mcePaste">Dove sta il mistero? Sta nel cognome Schicklgruber, comune fra gli ebrei ai quali l’imperatrice Maria Teresa concesse la cittadinanza austriaca dopo la loro conversione al cattolicesimo. Dunque la nonna paterna di Hitler molto probabilmente era un’ebrea convertita. Hitler aveva almeno un buon quarto di sangue ebreo nelle vene.</div>
<div id="_mcePaste">Secondo mistero: la causa dell’odio folle che il Führer portò agli ebrei fin dagli esordi in politica. Anche qui le ipotesi sono le più svariate. C’è chi, come il «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal, ha sostenuto che una prostituta ebrea contagiò il giovane Adolf con la sifilide al tempo del suo soggiorno viennese. Altri dicono che portasse tenace rancore ad un medico ebreo, Eduard Bloch, che sottopose a cure sbagliate la madre Klara. Ma storici più accurati avrebbero invece appurato che la povera Klara, affetta da un carcinoma al seno diagnosticato troppo tardi che la uccise a soli 47 anni, fu invece curata con grande dedizione e capacità professionale dal dottor Bloch al quale Hitler &#8211; profondamente legato alla madre &#8211; professò sempre eterna riconoscenza. Che cosa ne fu poi del medico ebreo al tempo della persecuzione antisemita, questo non si sa. Forse, per sua fortuna, morì prima.</div>
<div id="_mcePaste">Un’altra spiegazione potrebbe essere l’inesausto rancore che Hitler portò sempre al padre, uomo rozzo e incapace di affetto, che non credeva in lui né tantomeno nelle sue capacità artistiche (non gli si può nemmeno dar torto), e dal quale si sentì sempre incompreso e disprezzato. Il suo odio avrebbe incluso anche l’incolpevole nonna, che portava la vergogna di essere una ragazza madre, cosa che, in tempi di rigidi costumi, la collocava in fondo alla scala sociale, sia come ebrea che come cattolica.</div>
<div id="_mcePaste">Altrettanto fantasiosa è la spiegazione che Hitler fornisce in Mein Kampf in cui sostiene di essere stato scioccato dall’incontro a Vienna con un «Ostjude», un ebreo dell’Europa orientale dall’aspetto stregonesco. Più probabile è invece la precoce influenza subita a Monaco negli anni Venti delle idee antisemite del giornalista-editore Dietrich Eckart con il quale strinse una duratura amicizia. Dopo tutto, l’antisemitismo non lo inventò Hitler. Lui vi aggiunse solo le contorte pulsioni che si aggiravano negli oscuri meandri della sua psiche.</div>
<p>Ebreo e pure nordafricano. Algerino, magrebino, come uno dei tanti poveracci che oggi la povertà spinge verso l’Europa. Popoli «inferiori» che non devono contaminare la purezza della «superiore razza ariana». Se qualcuno avesse voluto immaginare un «contrappasso» per Adolf Hitler nello sconosciuto girone infernale in cui si trova, non ne avrebbe potuto trovare uno più crudele. Per lui, ovviamente..di Domizia Carafoli, da &#8220;Il Giornale&#8221; del 26 agosto 2010.Che Hitler avesse sangue ebreo nelle vene era voce da tempo circolante, con svariate e talvolta fantasiose ipotesi. Ma ora sembra che sia la scienza a dimostrare, senza possibilità di confutazione, l’origine ebraica e forse anche nordafricana del Führer. Lo dimostrerebbe l’analisi del Dna.<br />
A indagare sono stati due belgi, il giornalista Jean-Paul Mulders e lo storico Marc Vermeeren che, con somma pazienza hanno rintracciato ben 39 discendenti di Hitler (cosa non facile dato che tutti costoro cercano in ogni modo di nascondere l’imbarazzante parentela) dai quali hanno ottenuto altrettanti campioni di saliva. Rigorose analisi di laboratorio &#8211; scrive l’inglese Daily Telegraph che riprende la notizia dalla rivista belga Knack &#8211; avrebbero rintracciato il cromosoma Aplogruppo Eib 1b1, rarissimo fra gli occidentali e comune invece fra gli ebrei ashkenaziti e sefarditi, nonché fra i berberi del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia. I risultati hanno ottenuto l’avallo della prestigiosa Università Cattolica di Lovanio.<br />
Vedi un po’ le sorprese che ti riservano le indagini cromosomiche, a conferma, come ben sanno i genetisti, che di razze «pure» non ne esistono al mondo ma siamo tutti frutto di milioni di incroci. Lo sostiene anche il genetista italiano Guido Barbujani, autore nel 2003 di un sarcastico romanzo intitolato per l’appunto &#8220;Questione di razza&#8221; (Mondadori). E tanto più difficile è separare le origini dei cittadini in quel crogiuolo di etnie fra occidente germanico ed Europa orientale che era l’impero austroungarico dove Adolf nacque il 20 aprile 1889 a Braunau am Inn, cittadina nei pressi del confine bavarese. Klara era la terza moglie di Alois, dal quale ebbe sei figli. Sopravvissero solo Adolf e la sorella Paula.<br />
Fra i tanti misteri che hanno circondato la figura di Hitler in vita e in morte c’è anche quello della sua famiglia. Si è accertato che Alois, padre detestato da Adolf, era figlio illegittimo: da ragazzo portava il nome della madre, Anna Maria Schicklgruber, modesta cameriera in una locanda di Graz. Più tardi adottò il nome del padre naturale (che però pare non lo abbia mai voluto riconoscere), Johann Georg Hiedler o forse Hüttler, che successive trascrizioni trasformarono in Hitler. Altre fonti sostengono che Anna Maria rimase incinta di un giovane ebreo di nome Frankenberger, ma pare si tratti di notizia infondata.<br />
Dove sta il mistero? Sta nel cognome Schicklgruber, comune fra gli ebrei ai quali l’imperatrice Maria Teresa concesse la cittadinanza austriaca dopo la loro conversione al cattolicesimo. Dunque la nonna paterna di Hitler molto probabilmente era un’ebrea convertita. Hitler aveva almeno un buon quarto di sangue ebreo nelle vene.Secondo mistero: la causa dell’odio folle che il Führer portò agli ebrei fin dagli esordi in politica. Anche qui le ipotesi sono le più svariate. C’è chi, come il «cacciatore di nazisti» Simon Wiesenthal, ha sostenuto che una prostituta ebrea contagiò il giovane Adolf con la sifilide al tempo del suo soggiorno viennese. Altri dicono che portasse tenace rancore ad un medico ebreo, Eduard Bloch, che sottopose a cure sbagliate la madre Klara. Ma storici più accurati avrebbero invece appurato che la povera Klara, affetta da un carcinoma al seno diagnosticato troppo tardi che la uccise a soli 47 anni, fu invece curata con grande dedizione e capacità professionale dal dottor Bloch al quale Hitler &#8211; profondamente legato alla madre &#8211; professò sempre eterna riconoscenza. Che cosa ne fu poi del medico ebreo al tempo della persecuzione antisemita, questo non si sa. Forse, per sua fortuna, morì prima.<br />
Un’altra spiegazione potrebbe essere l’inesausto rancore che Hitler portò sempre al padre, uomo rozzo e incapace di affetto, che non credeva in lui né tantomeno nelle sue capacità artistiche (non gli si può nemmeno dar torto), e dal quale si sentì sempre incompreso e disprezzato. Il suo odio avrebbe incluso anche l’incolpevole nonna, che portava la vergogna di essere una ragazza madre, cosa che, in tempi di rigidi costumi, la collocava in fondo alla scala sociale, sia come ebrea che come cattolica.Altrettanto fantasiosa è la spiegazione che Hitler fornisce in Mein Kampf in cui sostiene di essere stato scioccato dall’incontro a Vienna con un «Ostjude», un ebreo dell’Europa orientale dall’aspetto stregonesco. Più probabile è invece la precoce influenza subita a Monaco negli anni Venti delle idee antisemite del giornalista-editore Dietrich Eckart con il quale strinse una duratura amicizia. Dopo tutto, l’antisemitismo non lo inventò Hitler. Lui vi aggiunse solo le contorte pulsioni che si aggiravano negli oscuri meandri della sua psiche.</p>
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		<title>Gheddafi di nuovo a Roma: ecco con chi abbiamo a che fare</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 07:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/69800/gheddafi.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ennesima visita del dittatore di Tripoli a Roma. Ancora una volta uno scenario da circo equestre, con una capitale blindata, disagi per i romani e tutto per non scontentare il capriccioso ospite. Di contorno, dei &#8220;revisionisti&#8221; che gettano fango sulla&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/69800/gheddafi.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ennesima visita del dittatore di Tripoli a Roma. Ancora una volta uno scenario da circo equestre, con una capitale blindata, disagi per i romani e tutto per non scontentare il capriccioso ospite. Di contorno, dei &#8220;revisionisti&#8221; che gettano fango sulla storia d&#8217;Italia in un &#8220;convegno storico&#8221; pilotato per far contento il rais di Tripoli, che non andrà mai a contestare la sua dittatura sul popolo libico e la gestione quantomeno piratesca degli affari internazionali (dall&#8217;espulsione dei 20 mila italiani al recente caso delle infermiere bulgare rapite e torturate per anni), nè l&#8217;osceno sfruttamento dell&#8217;immigrazione clandestina come arma di pressione internazionale. Ecco tutto quello che sia chi si inchina davanti al dittatore della nostra ex colonia, sia chi lo contesta avrebbe dovuto sapere ma ha sempre ignorato. O magari ha sempre saputo, ma ha fatto finta di ignorare&#8230;</p>
<p><em><strong>ECCO GLI ARTICOLI CHE STORIA IN RETE HA DEDICATO AL &#8220;DOSSIER GHEDDAFI&#8221;: L&#8217;UOMO CON CUI L&#8217;ITALIA &#8220;FA LA PACE&#8221;, SVENDENDO IL NOSTRO PATRIMONIO ARTISTICO, PAGANDO TANGENTI E FALSIFICANDO LA NOSTRA STORIA, FRA DIMENTICANZE, MEZZE VERITA&#8217; E BUGIE TUTTE INTERE.</strong></em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><strong>IL LIBRO NERO DI GHEDDAFI </strong><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/dossier-gheddafi.pdf"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1632" title="dossier-gheddafi_page_1" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/dossier-gheddafi_page_1.jpg" alt="" width="195" height="138" /></a></p>
<p style="text-align: right;">su <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> n° 35 <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia35.pdf"><img class="alignnone" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia35.jpg" alt="" width="87" height="120" /></a></p>
<p style="text-align: right;">_______________________________________________________________________</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><strong>LA VENERE DI CIRENE, UNA TANGENTE A GHED</strong><strong>DAFI </strong><a href="http://new.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/sir-36-venere-cirene-apertura.pdf"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1633" title="sir-36-venere-cirene-apertura" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/sir-36-venere-cirene-apertura.jpg" alt="" width="195" height="138" /></a></p>
<p style="text-align: right;">su <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> n° 36 <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/i-cover-storia361.pdf"><img class="alignnone" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/i-cover-storia36.jpg" alt="" width="87" height="120" /></a></p>
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<p style="text-align: right;"><strong>PER FAVORE, BASTA MEA CULPA SULLA LIBIA! </strong><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1637" title="libia" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/libia.jpg" alt="" width="195" height="138" /></p>
<p style="text-align: right;">su <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> n° 44 in edicola fra pochi giorni <img class="alignnone size-medium wp-image-1634" title="i-cover-storia-44" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/i-cover-storia-44.jpg" alt="" width="87" height="120" /></p>
<p><em>Il mito degli “Italiani brava gente” sarà stucchevole ma quello degli italiani solo feroci colonialisti è anche più fastidioso (e bugiardo). Un mensile di storia a larga diffusione il mese scorso si è fatto prendere la mano sul colonialismo italiano in Libia, dando voce a forzature e mezze verità che, insieme ad un bel po’ di omissioni, hanno fornito una ricostruzione parziale e ingenerosa dell’attività italiana in Cirenaica e Tripolitania a partire dal 1911. Ricostruzione che sposa solo le “ragioni del risarcimento alla Libia per trent’anni di occupazione italiana”. Ecco invece quello che i lettori di «Focus Storia» non hanno potuto sapere</em></p>
<p>di Emanuele Mastrangelo</p>
<p>Se il negazionismo è una brutta bestia, il giustificazionismo non è da meno perché raccontando mezze verità si creano bugie ancora più grandi e difficili da smascherare. Come quella che esce dal pezzo “La 4a Sponda” di Gianpaolo Fissore, su “Focus Storia” del mese di maggio. Fissore, esperto di cinema prestato alla storia, ha preso il via con le frasi del presidente del Consiglio Berlusconi che, lo scorso settembre, hanno rappresentato l’autodafé italiano nei confronti della nostra ex colonia. Un autodafé sul quale ci sarebbe da fare molta dietrologia, magari basata su concetti semplici come “petrolio”, “affari”, “ricatti finanziari, politici e demografici”, problemi che però pertengono ai governanti ma non riguardano la nostra ragione sociale. Agli storici – e anche solo a chi si prende la briga di raccontare la Storia – il compito di appurare come si è arrivati all’oggi, cercando di spiegare, non certo di giustificare.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Il pezzo parte in quarta con alcuni marginali episodi nella conduzione della guerra agli ottomani, sorvolando completamente sulla complessa situazione di Tripolitania e Cirenaica (ah, il termine “Libia” è di almeno vent’anni posteriore). Rischiariamo allora noi la memoria: i vilayet ottomani che corrispondono all’attuale Libia erano amministrati dai turchi ottomani ed erano abitati principalmente da arabi e berberi – sulla costa – e da nomadi sahariani (tuareg) o dalla confraternita della Senussia nell’interno. Una considerazione non dappoco – come vedremo più avanti. Le due maggiori etnie sono solo parzialmente fuse, e i vari clan e tribù sono in continua lotta fra loro. Parlare di un “nazionalismo libico” o di una “resistenza nazionale” è una forzatura storica immane, poiché nessuno fra gli arabi o i berberi allora aveva la minima coscienza di far parte di una “nazione” che partiva da Zuara e finiva a Bardia. Anzi, divisi da un secolare odio razziale (gli arabi pretendendo di essere i veri ed autentici depositari del messaggio maomettano, con tutti gli altri giunti buoni ultimi alla conversione), le due etnie non faticarono a polarizzarsi l’una in funzione anti-italiana, l’altra invece favorevole al Tricolore. E dunque, una parte della pretesa italiana di manifestarsi come liberatrice di Tripolitania e Cirenaica dal malgoverno ottomano è fondata su solide basi diremmo oggi di consenso popolare, almeno fra i berberi (come testimonia il contegno di città come Zuara, detta “la Fedelissima”).</p>
<p>Questo addentellato non trascurabile viene perfino accennato nell’articolo di «Focus Storia», senza che se ne traggano però le debite conseguenze: “il conte Volpi, invece, a tradimento, col generale Graziani e coi berberi venne da noi con la forza”, dice la citazione delle memorie di un ribelle arabo, Mohamed Khalifa Fekini (Feheni, secondo la grafia italiana dell’epoca). Dunque, una parte della popolazione dell’attuale Libia unita non doveva essere ostile agli italiani. Ma questo, evidentemente, è meglio che continui ad essere ignorato. Eppure, ignora oggi ignora domani, qualcosa ogni tanto sfugge… E intanto tocca leggere che – parola di Fissore – gli anni fra 1912 e 1921 furono “un periodo di relativa pace”. Una pace dovuta al fatto che “si cercò di stabilire alcune regole di convivenza che culminarono nella concessione degli statuti del 1919” e con “l’attenzione per la cultura locale” che il governatore Volpi “sembrò mostrare”. Ma questo finì presto, per la protervia degli italiani, ovviamente, come abbiamo letto dalle “indubitabili” parole di Fekini sopra citate.</p>
<p>E invece non andò così manco per niente. Fissore non si preoccupa troppo di cosa sia e come nasca la “resistenza libica” (virgolette obbligatorie): oggi affibbiare la patente di “resistente” a qualcuno è come dargli tre quarti di nobiltà, quindi inutile approfondire. Ma chi non voglia accontentarsi delle patenti patacche, e voglia invece guardare dietro le quinte, deve prendere atto per prima cosa che Tripolitania e Cirenaica furono occupate in poco meno di un anno fra 1911 e 1912. La situazione – nemmeno finita la guerra coi turchi – non era affatto pacifica. La strage di Sciara Sciat (dove i bersaglieri furono sterminati dagli irregolari arabi) aveva aperto gli occhi ai nostri: fra gli indigeni c’era chi non era affatto felice d’essere “liberato” dagli italiani, e ce lo faceva capire con esplicita ferocia. I prigionieri italiani venivano sadicamente trucidati e a queste azioni seguivano le rappresaglie (su cui tanto insiste Fissore, ovviamente omettendo che esse furono istigate dalla brutalità di cui erano oggetto i nostri militari caduti in mano nemica). Si alzarono delle forche, si impiccarono dei rivoltosi, forse un migliaio (Fissore cita l’esagerata cifra di quattromila morti secondo le notoriamente “attendibilissime” fonti libiche).</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>La rivolta araba della “Quarta Sponda” dunque ebbe origine esterna: le tribù di confine venivano pagate ed armate da potenze ostili a Roma per fare quello che hanno fatto per secoli – saccheggiare e razziare – ma farlo, questa volta, in funzione precipuamente anti-italiana. Contro questi rivoltosi l’Italia sopporta a lungo, addirittura rinunciando all’amministrazione dell’entroterra cirenaico che diventa un emirato senussita dal 1917, ancorché de iure sotto sovranità italiana. Nel 1919 vengono proclamati degli statuti per le colonie, che concedono ampi diritti ai cittadini mussulmani, ma i saccheggi e le incursioni delle varie tribù non sottomesse continuano (fra queste, anche quella di Fekini), mentre la Senussia, a cui l’Italia aveva garantito un emirato in Cirenaica meridionale con due accordi (Acroma, 1917 ed Er Regima, 1920) anziché ottemperare al disarmo delle proprie bande, si accorda con altre tribù libiche in funzione anti-italiana. Con la nomina di Giuseppe Volpi da parte di Giolitti a governatore delle colonie nordafricane si decise di applicare l’unica strategia possibile: bastone e carota. Da un lato si cercò di aumentare il prestigio italiano fornendo provvigioni e servizi alle popolazioni coloniali e accordandosi con i senussi nel già citato patto di Er Regima. Dall’altra si decise di troncare il contrabbando d’armi che sosteneva i rivoltosi e che passava per il porto di Misurata Marina, l’unico non controllato dagli italiani. E’ questa azione – fatta per ristabilire la legittima sovranità italiana – che le memorie di Fekini identificano come “attacco a tradimento” nel bel mezzo di “trattative” per la “pace”. Si trattò, comunque, del primo atto della riconquista della colonia.</p>
<p>Per altri anni le forze italiane riusciranno a sottrarre una dopo l’altra le oasi ai rivoltosi, ricacciandoli sempre più verso l’entroterra: la sovranità italiana, finora accettata solo de iure, venne estesa anche de facto. Insomma, le cose stavano diversamente da come le racconta «Focus Storia»: la guerra alle popolazioni libiche non la inaugurarono gli italiani (che nel 1911 intendevano farla solo ai turchi, occupanti né più né meno di noialtri, solo che lo erano da secoli) e soprattutto non si scatenò con l’arrivo di quello che viene considerato il mostruoso artefice di tutte le nefandezze italiane vere o presunte: Rodolfo Graziani, questo capro espiatorio tanto antipatico al ras della storiografia colpevolista del colonialismo italiano, Angelo Del Boca. A Graziani si imputa perfino l’aver scatenato una “guerra santa”, per aver utilizzato cioè contro i libici mussulmani gli ascari eritrei di religione copta (e qui ci si chiede: i marinai e i bersaglieri di Giolitti invece di che parrocchia erano?). Fissore trascura di precisare che il nerbo delle colonne di Graziani era formato dai superbi reparti di meharisti, libici mussulmani volontariamente arruolati come truppe coloniali. Così come nell’articolo si afferma che l’Italia avrebbe rotto gli accordi con la Senussia nel 1923, costringendo l’emiro Idris alla fuga in Egitto: falso. Come visto, gli accordi fra Italia ed emirato furono più volte disattesi da Idris, che continuò a tollerare campi di armati nei territori concessi dall’Italia alla sua amministrazione. Nel marzo 1923 l’Italia chiese per l’ennesima volta alla Senussia di ottemperare agli accordi di Er Regima, ma per tutta risposta i senussi si radunarono in armi ad Agedabia, per mostrare i muscoli. Era la fine di ogni possibile ulteriore accomodamento.</p>
<p>Con la fine degli anni Venti solo il Gebel (l’Altopiano di Barca) che fronteggia il mare in Cirenaica resisteva ancora alla riconquista italiana. Lo si doveva al terreno – accidentato e ricco di nascondigli – e ai rifornimenti che dal compiacente Egitto sotto protettorato britannico provenivano tramite la Senussia. Il capo di questa resistenza era il celebrato Omar Al Mukhtar, vicario dell’emiro Idris esule in Egitto. Per sconfiggere i rivoltosi vennero allestiti, è vero, anche campi di concentramento, come avevano fatto gli inglesi in Sudafrica. Mentre è probabilmente falso – invece – che in Libia furono usate le armi chimiche, come invece suggerisce Fissore citando ad arte una lettera di Pietro Badoglio a Domenico Siciliani, che auspica l’uso dell’iprite, ma non dice affatto che essa fu poi realmente usata. Il bilancio alla fine è comunque pesante: sessantamila morti e distruzioni immani per una guerra non iniziata e non voluta dagli italiani.</p>
<p>Insomma, una serie di imprecisioni, mezze verità e bugie surrettizie, per puntellare le quali addirittura il direttore della rivista nel suo editoriale arriva a parlare di “libici che preferivano restare padroni in casa propria” (ma – abbiamo visto, padroni non lo erano nemmeno prima degli italiani) e di “armi chimiche vietate dalla Convenzione di Ginevra” usate secondo “varie e indiscutibili testimonianze”… varie? L’articolo cita (in modo forzato) una lettera. Indiscutibili? Se ne discute da anni, ma una prova certa non è ancora uscita fuori, a differenza della questione dell’iprite in Abissinia, “segreto di Pulcinella” su cui si montò tutta la stuccosa polemica (tutta giornalistica e niente affatto storica) fra Montanelli e Del Boca che molti ricorderanno.</p>
<p>E qui arriviamo al vero cuore del problema: l’equivoco fondamentale su cui è basata ogni requisitoria anticolonialista ed anti-italiana è che il nostro Paese avrebbe invaso una terra indipendente e pacifica, facendone un campo di battaglia e opprimendo i sentimenti nazionali di un popolo libero e cosciente della propria nazionalità. Un equivoco basato – oltre che sul nascondere dati e fatti fondamentali – sull’applicazione ad un mondo del tutto diverso dal nostro le categorie che si adattavano all’Europa del 1900 (meglio: quella del secondo Novecento) ma che in Africa non avevano alcun significato. Si parla dunque di “occupazione della nazione libica”, ma non vi era alcuna “nazione” che veniva occupata. Vi erano “territori”, disorganici fra loro, abitati da popolazioni seminomadi, soggette comunque ad un potentato straniero. Si parla di “esproprio delle terre libiche”, ma non si considera che il concetto di proprietà privata della terra – nel nome del quale si vorrebbe ravvisare un crimine o un’oppressione italiana – era del tutto alieno alle strutture tribali dei popoli colonizzati. Si parla di “stragi ed eccidi” commessi dall’Italia, e si tace che contemporaneamente gli indigeni si massacravano allegramente fra di loro per motivi tribali, etnici, religiosi o per semplice abitudine alla scorreria e al saccheggio, e che continuarono a farlo finché – ancorché coi mezzi discutibili che vanno stigmatizzati con fermezza ma senza mai dimenticare che la sensibilità e il modo di fare la guerra si è voluto ed è inutile considerare con gli occhi di oggi comportamenti di anche meno di un secolo fa – non fu imposta una “pax italiana” a tutta la colonia. Così l’articolo fa sembrare Fekini (complice anche la mitizzazione creata da Angelo Del Boca su questo personaggio) una sorta di resistente legittimo che “trattava la pace per noi [libici] e per il nostro Paese” (ma, come abbiamo visto, un “paese” libico nel 1921 non era neppure in mente Dei) “attaccato a tradimento” dalle truppe italiane di Volpi e Graziani. La campana italiana – a volerla sentire se non spiace – è molto differente: Fekini era – secondo quanto riportato da Volpi nel suo annuale rapporto a Roma del 1922 – un “provocatore” e un “ribelle”, rappresentante al più di sé stesso e la sua tribù, in perenne lotta con gli italiani ma anche con gli altri indigeni cirenaici – arabi o berberi.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Se gli italiani cercavano di stabilire un regime di vita comune fra indigeni e coloni, essi “schiacciavano le peculiarità culturali dei popoli sottomessi”, se invece garantivano una doppia via (per esempio, scuole italiane per i coloni, madrasse per gli indigeni, tribunali di diritto romano per i coloni, sciariah per gli indigeni etc.) facevano “segregazione razziale” e “apartheid”. Se gli italiani impiccavano i rivoltosi erano dei “massacratori”. Se gli arabi inchiodavano vivi i bersaglieri, o li eviravano, o cucivano gli occhi ai prigionieri era “resistenza”. Un giudizio sbilanciato che ben si nota nei libri di Del Boca che hanno ispirato l’articolo di Fissore: le atrocità arabe vengono registrate (se proprio si deve…) senza una parola di commento. Quelle italiane sono sotto la lente d’ingrandimento, e per ogni impiccato per mano italiana ci sono lunghi mea culpa.</p>
<p>Se resta stuccosa l’immagine del “buon italiano”, quella della dominazione coloniale fatta di “atrocità e infamie” à la Del Boca non regge di fronte ai bilanci che la Storia può trarre: oggi la Libia è una nazione unita e dotata di infrastrutture solo grazie al dominio coloniale italiano e al lavoro di decine di migliaia di coloni, poi cacciati via senza complimenti ed espropriati di tutto per “restituire” al popolo libico qualcosa che non è mai stato suo. Fra i lasciti del nostro dominio, una serie di istituzioni politiche e giuridiche nel nome delle quali si vuole imputare al nostro Paese una serie pressoché infinita di crimini (non si dimentichi che la Libia imputa all’Italia uno sterminio di quasi un milione e mezzo di persone, oltre venti volte le stime reali e il doppio della reale popolazione libica del periodo!). Se una guerra spietata è stata condotta dagli italiani contro i rivoltosi libici (e non già contro “il popolo libico” tout court, sia chiaro) essa aveva come scopo la creazione di una realtà nuova, dove la sovrabbondanza demografica italiana di allora poteva vivere accanto alla tradizionale cultura indigena. Al contrario, la Libia che ci chiede oggi risarcimenti e mea culpa ha costruito il proprio relativo benessere sullo sfruttamento fino all’esaurimento dei lasciti coloniali italiani e la distruzione delle realtà nomadi e tribali, alle quali è stata imposta un’urbanizzazione coatta molto più violenta culturalmente delle misure coloniali italiane. Del resto, nella migliore tradizione araba, il governo di Tripoli invece di investire al massimo per il benessere dei libici preferisce essere protagonista della scena finanziaria mondiale (da qui l’interesse di Berlusconi per l’accordo “riparatorio”) per cui i libici campano ancora in gran parte grazie alle opere realizzate dagli italiani, staranno meglio grazie alle opere che l’Italia colpevolizzata si è impegnata a realizzare nel prossimo futuro mentre la cricca di Gheddafi si guarda in giro per il mondo per spendere al meglio (speculazioni e investimenti) i soldi della Libia. Ulteriore capitolo di uno sfruttamento “interno” che sembra non turbare nessuno. Ma se, ieri come oggi, gli africani si opprimono fra loro, questo non provoca conati e rimorsi ai masochisti di casa nostra per i quali continua a valere mito del “Buon selvaggio” declinato in chiave anticolonialista, dove l’europeo è sempre e comunque avido, sanguinario e sfruttatore mentre l’indigeno invece è una povera vittima strappata dalla sua arcadia primitiva ma felice.</p>
<p>Emanuele Mastrangelo</p>
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