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	<title>Storia In Rete</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>Madrid: scoperta una copia della Gioconda al Prado</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 00:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://corrierefiorentino.corriere.it/media/foto/2012/02/01/GIOCONDA2--190x130.jpg" alt="" width="90" height="90" />I magazzini del Museo del Prado di Madrid sono stati teatro di una delle recenti scoperte più importanti nella storia dell&#8217;arte: gli esperti della galleria spagnola hanno identificato, infatti, una copia della Gioconda (1503-1506) di Leonardo da Vinci, dipinta in&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://corrierefiorentino.corriere.it/media/foto/2012/02/01/GIOCONDA2--190x130.jpg" alt="" width="90" height="90" />I magazzini del Museo del Prado di Madrid sono stati teatro di una delle recenti scoperte più importanti nella storia dell&#8217;arte: gli esperti della galleria spagnola hanno identificato, infatti, una copia della Gioconda (1503-1506) di Leonardo da Vinci, dipinta in tempo quasi reale da uno dei suoi allievi prediletti, probabilmente Andrea Salai (che divenne l&#8217;amante del maestro) o Francesco Melzi.<br />
.<br />
di Federica Sanna dal &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 2 febbraio 2012 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" width="156" height="14" /><br />
.<br />
L&#8217;annuncio di quella che è stata definita una sensazionale scoperta è stato pubblicato dal quotidiano «El Pais», che cita fonti del Prado e soprattutto il periodico londinese «The Art Newspaper», che pubblica un ampio articolo sull&#8217;identificazione di una delle primissime copie della Gioconda. Gli specialisti del Museo di Madrid hanno impiegato diversi mesi per studiare l&#8217;opera, per eseguire un intervento di pulizia che ha permesso di rimuovere la vernice scura che copriva la tavola ad olio.</p>
<p>Il quadro, che per molto tempo all&#8217;interno del Prado è stato considerato come una banale copia del più famoso ritratto femminile conservato al Louvre di Parigi, è stato ora nuovamente classificato e la sua catalogazione, scrive «El Pais», assomiglia a una «vera bomba» per gli studi dell&#8217;arte. Il discepolo di Leonardo avrebbe, infatti, eseguito la replica della Gioconda proprio nello studio di Firenze dell&#8217;artista-scienziato del Rinascimento quando ancora il maestro di Vinci stava dipingendo l&#8217;originale. Anche le dimensioni delle due opere sono quasi simili: la Gioconda del Louvre misura 77 cm x 53 cm e la copia del Prado 76 cm x 57 cm. Il dipinto dell&#8217;allievo di Leonardo è arrivato nella collezione reale spagnola nel 1666, come ha precisato Miguel Falomir, direttore del dipartimento della pittura italiana e francese moderna del Prado. Sofisticate ricerche durate circa un anno &#8211; sono state impiegate macchine fotografiche digitali, raggi x, riflettografia, laser e scanner &#8211; hanno dato risultati che molto probabilmente cambieranno il corso delle teorie e delle interpretazioni circa il leggendario ritratto, che secondo molti studiosi raffigurerebbe Lisa Gherardini, la moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo.</p>
<p>Due settimane fa Ana Gonzalez Mozo, ricercatrice del gabinetto tecnico del museo di Madrid, ha rivelato a un convegno alla National Gallery di Londra che la Gioconda del Prado è molto «piu&#8217; rilevante» di quanto non si credesse. «La limpidezza della tela ora recuperata ha permesso di scoprire che il ritratto fu eseguito nella stessa officina di Leonardo, probabilmente nello stesso periodo che il maestro lavorava alla sua tela originale», ha detto tra l&#8217;altro la studiosa, che ha sottolineato l&#8217;estrema somiglianza tra le due opere, non solo nel volto femminile ma anche nel paesaggio toscano che fa da sfondo. Lo stato di conservazione della «Mona Lisa» del Prado, hanno aggiunto gli esperti spagnoli, è «migliore» di quella orginale al Louvre.«Ciò consentirà di studiare con più precisione i materiali pittorici con cui sono eseguite le due Gioconde e forse di decifrare anche alcuni misteri che ancora circondano il capolavoro di Leonardo», aggiungono dalla galleria spagnola. La copia della Gioconda sarà presentata in pubblico a Madrid il 21 febbraio. Poi la copia restaurata andrà in trasferta al Louvre, dove dal 29 marzo al 25 giugno, sarà esposta in una mostra dedicata a Leonardo in occasione della presentazione del restauro ultimato del Sant&#8217;Anna, che non poche polemiche ha suscitato in Francia e all&#8217;estero.</p>
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		<title>E Bismarck recitò la Marsigliese per Thomas Edison&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.thelatinlibrary.com/imperialism/images/bismarck.jpg" alt="" width="90" height="90" />È un documento sensazionale la registrazione, effettuata nel 1889, della voce di Otto von Bismarck, trovata 123 anni dopo in New Jersey negli archivi di Thomas Edison, l’inventore del fonografo.<br />
.<br />
di Paolo Lepri dal &#8220;Corriere della Sera&#8221;&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.thelatinlibrary.com/imperialism/images/bismarck.jpg" alt="" width="90" height="90" />È un documento sensazionale la registrazione, effettuata nel 1889, della voce di Otto von Bismarck, trovata 123 anni dopo in New Jersey negli archivi di Thomas Edison, l’inventore del fonografo.<br />
.<br />
di Paolo Lepri dal &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 1 febbraio 2012 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" width="156" height="14" /><br />
.<br />
<object id="polyshowEmbed" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="400" height="240" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="name" value="polyshowEmbed" /><param name="align" value="middle" /><param name="flashvars" value="configId=4&amp;configUrl=../content/conf/CorrierePolymediaShow_embedded_400.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=84f2ff52-4cca-11e1-8838-1be80b480ae6&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_84f2ff52-4cca-11e1-8838-1be80b480ae6.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=DAL%20MONDO&amp;advChannel=Dal%20Mondo&amp;nielsenChannel=Dal%20Mondo&amp;videoChannelLabel=Dal%20Mondo&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/" /><param name="src" value="http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="quality" value="high" /><embed id="polyshowEmbed" type="application/x-shockwave-flash" width="400" height="240" src="http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf" quality="high" allowfullscreen="true" wmode="transparent" flashvars="configId=4&amp;configUrl=../content/conf/CorrierePolymediaShow_embedded_400.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=84f2ff52-4cca-11e1-8838-1be80b480ae6&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_84f2ff52-4cca-11e1-8838-1be80b480ae6.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=DAL%20MONDO&amp;advChannel=Dal%20Mondo&amp;nielsenChannel=Dal%20Mondo&amp;videoChannelLabel=Dal%20Mondo&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/" align="middle" name="polyshowEmbed"></embed></object></p>
<p>Ma già gli storici si stanno chiedendo perché mai l’allora settantaquattrenne “cancelliere di ferro”, l’uomo che aveva sconfitto la Francia nel 1871, abbia deciso di recitare anche le strofe iniziali della Marsigliese. Uno scherzo, una riparazione, un omaggio postumo al nemico, una simpatia segreta? «Saranno gli studiosi a dircelo», sorride lo scienziato tedesco Stephan Puille, autore con alcuni colleghi americani della scoperta. Intanto, bisogna informare il dirigente socialista francese Arnaud Montebourg che proprio nei giorni scorsi, per enfatizzare la sua opposizione alla linea tedesca nella crisi dell’euro, ha accusato Angela Merkel di fare una politica “bismarckiana” cioè di “fare fortuna sulle rovine degli altri”. Un’altra novità che sta appassionando i tedeschi e che la voce del vecchio artefice della Germania imperiale non era affatto acuta, e in falsetto, come la tradizione aveva sempre ritenuto. Ma andiamo per ordine.</p>
<p>Nel 1889 uno dei collaboratori di Edison, Edward Adelbert Theodor Wangemann, fu spedito a fare un giro “promozionale” in Europa, con il fonografo in valigia, per pubblicizzare l’invenzione e compiere registrazioni della voce di personaggi famosi. A Vienna ci fu un incontro anche con Johannes Brahms. Alcuni, come lo zar russo Alessandro III e l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe I, non rimasero particolarmente impressionati. Più disponibile l’imperatore tedesco Guglielmo II, che si fece spiegare il funzionamento dell’apparecchio ma preferì non parlare vicino al nuovo strumento, temendo possibili conseguenze negative. A nulla valsero le insistenze di Wangemann, che si recò più volte a Potsdam per convincerlo. Diversa fu la reazione di Bismarck. Invece di limitarsi a registrare un messaggio di saluto ai «connazionali sulle due sponde dell’Atlantico», l’anziano statista decise di divertirsi, anche dopo aver ricevuto il parere favorevole della moglie. In primo luogo recitò, con un forte accento tedesco l’inizio della canzone popolare americana In Good Old Colony Times, forse in segno di cortesia nei confronti di Edison. Poi alcuni versi di una ballata del lirico di Tubinga Ludwig Uhland e, in latino, dell&#8217;inno goliardico Gaudeamus Igitur. Poi, a sorpresa, perfino la Marsigliese. La voce del “cancelliere di ferro” fu riconosciuta poche settimane dopo anche dal figlio Herbert. Del viaggio in Europa di Wangemann si sapeva, ma si erano perdute le tracce dei cilindri di cera del fonografo. O meglio, qualcosa era stato ritrovato negli archivi di Edison nel 1957, ma le ricerche sistematiche non sono iniziate che nel 2005.</p>
<p>«È stata la scoperta più importante della mia carriera», ha dichiarato Puille, che lavora alla Scuola superiore di tecnica ed economia a Berlino e si occupa della nascita delle registrazioni vocali. Oltre a rappresentare un sicuro successo per il suo lungo lavoro, l’annuncio di Puille ha anche il merito di dare al personaggio di Bismarck e all&#8217;inventore del Kulturkampf una dimensione più umana. Era, insomma, un uomo dotato anche di un certo spirito. Come del resto lo stesso Edison, che quando girò per la prima volta la manovella del fonografo disse: «Mary aveva un agnellino».</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 febbraio 2012</p>
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		<title>&#8220;Fare storia con Civilization&#8221;. A scuola sbarcano i videogame</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 12:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://ilvideogioco.files.wordpress.com/2011/04/civ-5.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; solo una conseguenza inevitabile della popolarità dei giochi elettronici. La conferma, l&#8217;ennesima, che fanno parte della cultura contemporanea. Al pari di un libro ora vengono usati negli atenei, nelle scuole e nei licei di mezzo mondo come strumento didattico.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://ilvideogioco.files.wordpress.com/2011/04/civ-5.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; solo una conseguenza inevitabile della popolarità dei giochi elettronici. La conferma, l&#8217;ennesima, che fanno parte della cultura contemporanea. Al pari di un libro ora vengono usati negli atenei, nelle scuole e nei licei di mezzo mondo come strumento didattico. Dagli Stati Uniti all&#8217;Inghilterra, dal Giappone a Singapore. E, da qualche tempo, perfino in Italia.<br />
.<br />
di Jaime D&#8217;Alessandro da Repubblica.it del 22 gennaio 2012 <img src="http://www.repubblica.it/static/images/detail/2010/la-repubblica-it-logo.png" alt="Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale." width="162" height="30" /><br />
.</p>
<p>&#8220;Sono entrati nelle nostre scuole in punta di piedi due anni fa&#8221;, spiega Manuela Cantoia, che insegna psicologia alla Cattolica di Milano. &#8220;Tutto grazie a un accordo fra il ministero dell&#8217;Istruzione e l&#8217;associazione italiana degli editori di videogame, la Aesvi. Servono per far conoscere la tecnologia agli studenti e servono come strumento di indagine. World of Warcraft per esempio, il gioco di ruolo di massa online frequentato da oltre dieci milioni di utenti, al liceo Marconi di Milano lo usano come campo di indagine sulle relazioni sociali. Ma è solo uno dei tanti casi&#8221;. E così oggi c&#8217;è chi adopera blockbuster come Assassin&#8217;s Creed o Civilization per studiare periodi storici e processi che hanno segnato un&#8217;epoca. O ancora chi li utilizza per creare dinamiche di collaborazione fra gruppi di studenti. Con i videogame si studiano le lingue straniere, la letteratura, la matematica, la geografia. E i professori scelgono non solo i titoli educativi in senso stretto, ma anche e soprattutto quelli pensati per l&#8217;intrattenimento che vanno per la maggiore. Simulazioni insomma, terreni per sperimentazione, luoghi ideali per testare comportamenti e teorie senza farsi male con la realtà.</p>
<p>Non è un caso che lo stesso Will Wright, padre di Sim City e The Sims, per i suoi giochi più famosi dedicati all&#8217;urbanistica e alle relazioni sociali, abbia preso spunto dalle teorie di Jay W. Forrester. Docente al Mit di Boston, è l&#8217;inventore della dinamica dei sistemi. Dopo aver realizzato nella Seconda guerra mondiale un simulatore di volo gestito da un computer analogico per addestrare i piloti, Forrester era passato al Whirlwind, il centro nevralgico della prima rete radar di difesa degli Stati Uniti. Per approdare, infine, ai sistemi dinamici: modelli che attraverso i computer tentavano di simulare fenomeni complessi. Rappresentazioni della realtà in divenire per la costruzione di strategie a breve e lungo termine. L&#8217;Urban Dynamics del 1968 nacque così. Riproduceva alcuni aspetti delle grandi metropoli, dal traffico al problema degli alloggi, alla disoccupazione. Dieci variabili in tutto. Sim City allo stato embrionale.</p>
<p>&#8220;I prototipi digitali, la possibilità di realizzare modelli, sono fondamentali in qualsiasi processo di apprendimento&#8221;, spiega Tom Wujec. Mente della Autodesk, colosso americano che domina il settore dei software per la progettazione architettonica, è una autorità nel campo del &#8220;business visualization&#8221;. Collabora in pratica con le più grandi aziende statunitensi dando un senso alle loro strategie e aiutando i vari team a individuare i propri punti deboli. Lavoro singolare dove psicologia e simulazioni sono i primi strumenti del mestiere. &#8220;Le simulazioni sono una forma di visualizzazione dei problemi e degli ostacoli che bisogna aggirare sul piano del reale. Consentono di non fare errori e allo stesso tempo aprono nuove frontiere nella progettazione&#8221;. E i videogame in questo pare funzionino benissimo.</p>
<p>Ovviamente però dipende da come li si usa. Possono rappresentare cinque minuti di puro divertimento che inizia e finisce, o cinque minuti di studio. &#8220;Tutti i giochi gestionali, perfino Nintendogs, portano a considerare peso e effetti delle proprie decisioni&#8221;, continua Manuela Cantoia. &#8220;Aiutano le persone a ragionare, se li si adopera in questo senso. Molti manager si allenano e vengono valutati usando i giochi elettronici. Danno un&#8217;indicazione precisa della capacità di gestione di un team, della rapidità di scelta, dell&#8217;abilità nell&#8217;analisi delle variabili&#8221;. Insomma, non sfruttarli in ambito didattico sarebbe una follia.<br />
Tre anni fa a Strasburgo, presso il Consiglio d&#8217;Europa, è stato presentato un rapporto chiamato &#8220;Games in Schools&#8221; e realizzato da European Schoolnet, rete di trentuno ministeri dell&#8217;educazione europei. Il progetto era nato con lo scopo di delineare lo stato dell&#8217;arte sull&#8217;uso dei giochi elettronici nelle scuole e di fornire una serie di raccomandazioni sul tema. Con una domanda di fondo: possono giocare un ruolo nell&#8217;insegnamento? Parteciparono più di cinquecento insegnanti sparsi per il continente, Italia inclusa. Emerse che il 70 per cento di loro aveva già iniziato a utilizzare i videogame in classe. Indipendentemente sia dall&#8217;età, visto che il campione andava dai venti ai cinquantacinque anni, sia dalla familiarità con i giochi. Solo il 15 per cento, infatti, si dichiarava esperto.</p>
<p>&#8220;Alla fine dire videogame è come dire carta&#8221;, fa notare Cantoia. &#8220;Sono un mezzo neutro. Sono così tanti e così diversi che ogni generalizzazione è inutile. Bisogna capire quale piattaforma si usa, quale console e quale videogame e per quale scopo. Sono realtà diverse. E invece le famiglie si fermano alla parola &#8220;gioco&#8221; e non controllano, lasciano che sia un terreno in mano a bambini e adolescenti&#8221;. Che è, sotto tutti i punti di vista, un errore. Anzi no, un&#8217;opportunità mancata di apprendere qualcosa assieme.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 febbraio 2012</p>
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		<title>La vita sessuale segreta delle star di Hollywood</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:43:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luci rosse e rosa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_cX1sMnYi5zU/THbTOQo2yqI/AAAAAAAAA-Q/NPYlPmmkUTU/s400/VivienLeigh.jpg" alt="" width="90" height="90" />«Ho bisogno di un uomo. Un giovane uomo», confessò Vivien Leigh a George Cukor. «Riferisco a Scotty», disse Cukor, sapendo che il marito della star era in Inghilterra e dunque impossibilitato a soddisfare Vivien e sapendo anche che Scotty avrebbe&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_cX1sMnYi5zU/THbTOQo2yqI/AAAAAAAAA-Q/NPYlPmmkUTU/s400/VivienLeigh.jpg" alt="" width="90" height="90" />«Ho bisogno di un uomo. Un giovane uomo», confessò Vivien Leigh a George Cukor. «Riferisco a Scotty», disse Cukor, sapendo che il marito della star era in Inghilterra e dunque impossibilitato a soddisfare Vivien e sapendo anche che Scotty avrebbe trovato la persona giusta per appagare le voglie della diva. Come si può ben intuire già da questo piccolo squarcio di verità i vizi e i peccati della Hollywood della prima ora non avevano nulla da invidiare alle donne cougar e ai toy boy, ai bunga bunga e a tutto quello che è venuto dopo. Ad eccezione del fatto che c’era più discrezione, forse meno volgarità e soprattutto c’era Scotty Bowers, l’ex marine che ha visto dal buco della serratura la vita segreta e privata delle stelle di Hollywood. E che ora confessa tutto.<br />
.<br />
di Emanuela Di Pasqua, su www.corriere.it del 31 gennaio 2012 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" width="156" height="14" /></p>
<p>.<br />
TUTTO INIZIO’ CON LA STAZIONE DI SERVIZIO &#8211; Scotty Bowers, ottantottenne ex marine dell&#8217;esercito americano, racconta infatti in un libro intitolato esplicitamente Full Service: My Adventures in Hollywood and the Secret Sex Lives of the Stars di come, al termine della Seconda Guerra Mondiale, arrivò a Hollywood e iniziò a lavorare in una stazione di servizio. Galeotto fu un incontro casuale alla stazione di servizio con Walter Pidgeon (attore canadese protagonista tra gli altri del film Mrs Miniver), che gli propose venti dollari per un servizio «extra». Da quel giorno si sparse la voce e Scotty, all’età di ventitre anni, iniziò a frequentare molte delle star dell&#8217;epoca, tra i quali Cary Grant, Rock Hudson, Vivien Leigh, Katharine Hepburn e persino il Duca e la Duchessa di Windsor, divenute nell’America di quegli anni vere e proprie icone di glamour. Partecipava alle loro avventure piccanti e soprattutto organizzava la loro vita sessuale, procurando tempestivamente ragazzi o ragazze a seconda dei gusti e delle inclinazioni dei suoi amici-clienti. <img class="alignright" src="http://i.dailymail.co.uk/i/pix/2012/01/30/article-2093684-11840C26000005DC-758_306x465.jpg" alt="" width="184" height="279" /></p>
<p>BASTA CON IL SILENZIO &#8211; Mr. Bowers dichiara di non avere scritto prima il suo libro (che uscirà negli Usa il 14 febbraio prossimo, pubblicato da Grove Press e scritto con il documentarista Lionel Friedberg) per non ferire le persone citate nei suoi racconti, ormai tutte decedute. Ora effettivamente tutto è caduto in prescrizione e il velo può essere tranquillamente alzato. L’ex marine fu presentato al Duca di Windsor e alla moglie Wallis Simpson dal fotografo Cecil Beaton. Da lì in poi iniziò la lenta e inesorabile ascesa tra l’élite del tempo e venne a contatto inevitabilmente con i peccati più inconfessabili.</p>
<p>LO SAPEVATE CHE…- Entrò talmente in confidenza con la coppia reale da rivolgersi loro con i nomignoli Eddy e Wally. Eddy amava i ragazzi e Wally le ragazze. Entrambi però non disdegnavano le orge selvagge. E poi c’era Katharine Hepburn, dai voraci appetiti saffici. L’ottantottenne dichiara di aver procurato alla Hepburn nel corso di tutto il suo lavoro circa 150 ragazze. Rita Hayworth invece aveva una spiccata propensione per l’uomo macho ed era insaziabile. I dettagli piccanti di quegli anni superano quasi le rivelazioni di Hollywood Babylon, di Kenneth Anger, che uscì nel 1965 (ma fu autorizzato solo dieci anni dopo) mettendo a nudo (è proprio il caso di dirlo) mezza Hollywood. Ora Scotty Bowers vive in una casetta nel quartiere di Hollywood Hills. Con la moglie Lois, sposata ventisette anni fa.</p>
<p>_____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 3 febbraio 2012</p>
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		<title>&#8220;Il Codice McCartney&#8221; presentato a Roma il 5 febbraio</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 09:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://fabiocaironi.files.wordpress.com/2011/10/il-codice-mccartney.png" alt="" width="90" height="120" /> Il Prossimo 5 febbraio 2012 verrà presentato a Roma il nuovo libro di Fabio Andriola e Alessandra Gigante: <strong>Il Codice McCartney</strong> (Rizzoli), dedicato ad una  delle &#8220;leggende&#8221; (che poi come si vedrà, tanto leggenda non è&#8230;) più  famose e complicate del</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://fabiocaironi.files.wordpress.com/2011/10/il-codice-mccartney.png" alt="" width="90" height="120" /> Il Prossimo 5 febbraio 2012 verrà presentato a Roma il nuovo libro di Fabio Andriola e Alessandra Gigante: <strong>Il Codice McCartney</strong> (Rizzoli), dedicato ad una  delle &#8220;leggende&#8221; (che poi come si vedrà, tanto leggenda non è&#8230;) più  famose e complicate del XX secolo: la presunta morte di Paul McCartney  nel 1966 e la sua sostituzione con un sosia.</div>
<div>La presentazione si terrà presso il Centro Culturale Aldo Fabrizi – San Basilio, Via Corinaldo/angolo Via Treia – Roma</div>
<div><strong><span style="text-decoration: underline;">DOMENICA 5 FEBBRAIO ORE 17:00</span></strong></div>
<div>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><br />
<small><a style="color: #0000ff; text-align: left;" href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=via+corinaldo++roma&amp;aq=&amp;sll=41.442726,12.392578&amp;sspn=28.481297,67.631836&amp;ie=UTF8&amp;hq=&amp;hnear=Via+Corinaldo,+00156+Roma,+Lazio&amp;t=m&amp;z=14&amp;iwloc=A">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></strong></p>
<p><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></p>
</div>
<div><strong>“Cinquantesimo anniversario Love me do 1962 – 2012”</strong>: mostra, presentazione libri, film e musica</div>
<div>
<ul>
<li>- ore 17:00: apertura manifestazione con mostra sui Beatles</li>
<li>-  ore 17:15: Fabio Andriola e Alessandra Gigante presentano “Il Codice  McCartney”. Intervengono Guido Pugnetti, saggista ed esperto di musica e  Giusto Toni esperto di mass media</li>
<li>- ore 18:30: anteprima del film “George Harrison-Living in the material world” di Martin Scorsese</li>
</ul>
</div>
<div>L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il “Beatles Fan Club”.L’ingresso è libero.</div>
<div><a href="http://www.centroaldofabrizi.roma.it/" target="_blank">www.centroaldofabrizi.roma.it</a></div>
<div>Per saperne di più sul libro: <a href="http://www.codicemccartney.it/" target="_blank">www.codicemccartney.it</a></div>
<div>___________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 2 febbraio 2012</div>
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		<title>1989, la verità non detta sulla caduta di Ceaucescu</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 18:29:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.seniorweb.ch/files/old/joomla/images/stories/Themen/Politik/erschossen.jpg" alt="" width="90" height="90" />A scanso di equivoci non scrivo qui per tessere gli elogi di due dittatori con le mani sporche di sangue come Gheddafi o Ceausescu ma è importante analizzare con lucidità i fatti. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.seniorweb.ch/files/old/joomla/images/stories/Themen/Politik/erschossen.jpg" alt="" width="90" height="90" />A scanso di equivoci non scrivo qui per tessere gli elogi di due dittatori con le mani sporche di sangue come Gheddafi o Ceausescu ma è importante analizzare con lucidità i fatti. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta da quella che ancora molti storici (soprattutto occidentali, ivi compresi i cosiddetti romenisti dei miei stivali), seguitano con ostinata ignoranza a chiamare “rivoluzione”. Ossia da un vastissimo movimento di piazza “spontaneo” sopraggiunto per saturazione causata dall’abuso del potere politico da parte del dittatore.</p>
<p>.</p>
<p>di Maurizio Pallone da Indymedia del 26 gennaio 2012 <img class="alignnone" src="http://italy.indymedia.org/sites/default/files/italyIndymedia_logo.png" alt="Home" width="198" height="28" /></p>
<p>.</p>
<p>La stessa cosa hanno detto e scritto, e diranno e scriveranno negli annali ufficiali, per quanto riguarda la Libia. Solo i più ottusi sostenitori della pseudodemocrazia american style e del politicamente corretto fanno finta di non sapere che ciò che accadde in Romania nel 1989 non fu affatto una rivoluzione, bensì un colpo di Stato. Ci sono molti documenti pubblicati in questi anni nel Paese danubiano che, al di sopra di ogni ragionevole sospetto o dubbio, dimostrano questo. La “rivolta” di Timisoara e i “massacri” di civili per opera dell’esercito su ordine diretto di Ceausescu, seguitano a scrivere e a ripretere storici, giornalisti: nessun massacro. Parlavano e scrivevano in tutto il mondo di 60mila morti ammazzati a Timisoara, quando questa città all’epoca aveva circa 60mila abitanti. Poi la fuga in elicottero: altri documenti dimostrano che Ceausescu non scappò, bensì fu costretto a salire sul velivolo dal generale Stanculescu, una delle menti di quel colpo di Stato; egli stesso ne ha più volte parlato, ammettendo con chiarezza il suo ruolo in quella vicenda. La lista delle “stranezze” è parecchio lunga.<br />
Secondo. Gli esperti di questioni arabe hanno in questi mesi, tra le altre cose, sottolineato la volontà autonomista di Gheddafi, la sua politica non disposta a piegarsi agli interessi privati del mondialismo e dell’atlantismo. Lo stesso principio autonomista e antioccidentale può essere applicato alla politica di Ceausescu, il quale, a principiare dal 1968 nei confronti dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia, ha sempre rivendicato il diritto all’autonomia e alla libertà della Romania rispetto a Mosca (non a caso per il regime di Ceausescu si deve parlare di nazionalcomunismo). Era evidente la sua consapevolezza circa l’ingerenza da parte di forze straniere.<br />
Terzo. Come ormai è noto, pochi giorni prima di essere catturato e ammazzato, Ceausescu si era recato a Teheran. Pochi tuttavia conoscono il motivo di questo viaggio. All’epoca era in progetto la costituzione di una banca per i Paesi in via di sviluppo, che prestasse soldi a questi ultimi con tassi di interesse che andavano dal 3% al 5%, a fronte di tassi di interesse quattro o piu’ volte maggiori applicati dalle banche private. Ogni Stato avrebbe dovuto contribuire all’istituzione di questa banca (che nulla avrebbe avuto a che fare con, ad esempio, il Fondo Monetario Internazione, la Banca Mondiale e i loro accoliti) con 5 miliardi di dollari. Ebbene, i primi tre sostenitori di un progetto che avrebbe messo i bastoni tra le ruote alle banche private mondialiste, erano: l’Iran, la Romania e, guarda caso, la Libia. Proprio così. Gheddafi, gli ayatollah iraniani e il governo nazionalcomunista di Bucarest si erano alleati al fine di rompere il monopolio usurocratico bancario, almeno in relazione ai loro interessi e a quelli di quanti si sarebbero uniti per questo progetto. La Romania, sin dal giorno dopo la caduta di Ceausescu, cadde nelle mani del Fmi. Ion Iliescu, emblema per eccellenza del “nuovo corso” politico romeno, già due volte presidente del Paese carpatico e oggi “grande vecchio” della politica romena – in particolare del Partidul social-democrat, vasta camera di riciclaggio degli ex comunisti e degli (ex?) agenti della Securitate, la polizia segreta del precedente regime – è di fatto uno degli uomini di maggior fiducia del Fmi in Romania. Quelle che molti non vedono oppure, peggio, chiamano “coincidenze” sono puri e semplici fatti, puri e semplici punti di partenza, ovvero di arrivo, che spiegano alla perfezione non solo ciò che è accaduto vent’anni fa e ciò che è accaduto poche ore fa in Libia, ma altresì ciò che potrebbe accadere presto in Siria.<br />
Né Gheddafi né Ceausescu hanno voluto capitolare davanti ai ricatti, non hanno voluto darsela per inteso, non hanno voluto cedere la loro legittima sovranità. E per questo sono stati detronizzati.</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 29 gennaio 2012</p>
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		<title>La tragedia dimenticata degli italiani di Crimea deportati</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 14:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.monarchia.it/crimea_2009/crimea_2009.008.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il 29 gennaio del 1942, mentre le truppe nazifasciste tentavano di conquistare l&#8217;attuale Ucraina, su ordine di Joseph Stalin iniziò la deportazione degli italiani di Crimea. Circa quattromila persone furono caricate sui carri bestiame e trasferite nei campi di lavoro&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.monarchia.it/crimea_2009/crimea_2009.008.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il 29 gennaio del 1942, mentre le truppe nazifasciste tentavano di conquistare l&#8217;attuale Ucraina, su ordine di Joseph Stalin iniziò la deportazione degli italiani di Crimea. Circa quattromila persone furono caricate sui carri bestiame e trasferite nei campi di lavoro dell&#8217;Asia centrale. La maggior parte morì ancora prima di arrivare a destinazione, altri perirono sotto i lavori forzati. Solo un minima parte riuscì a salvarsi. Oggi in Crimea vivono circa 300 tra deportati e loro discendenti. A differenza delle altre minoranze che abitavano nella regione e subirono la stessa sorte, agli italiani non è stato riconosciuto lo status di deportati, né è stata restituita la cittadinanza del paese d&#8217;origine.</p>
<p>.</p>
<p>dal &#8220;Corriere della Sera&#8221; del 27 gennaio 2012 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" /></p>
<p><object id="polyshowEmbed" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="400" height="240" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="name" value="polyshowEmbed" /><param name="align" value="middle" /><param name="flashvars" value="configId=4&amp;configUrl=../content/conf/CorrierePolymediaShow_embedded_400.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=a5f50b18-48d4-11e1-b976-995c60acee8e&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_a5f50b18-48d4-11e1-b976-995c60acee8e.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=LE%20INCHIESTE&amp;advChannel=le%20inchieste&amp;nielsenChannel=le%20inchieste&amp;videoChannelLabel=le%20inchieste&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/" /><param name="src" value="http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf" /><param name="wmode" value="transparent" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="quality" value="high" /><embed id="polyshowEmbed" type="application/x-shockwave-flash" width="400" height="240" src="http://static2.video.corriereobjects.it/widget/swf/CorrierePolymediaShow.swf" quality="high" allowfullscreen="true" wmode="transparent" flashvars="configId=4&amp;configUrl=../content/conf/CorrierePolymediaShow_embedded_400.xml&amp;autostart=false&amp;configAdvLabel=embed&amp;configNielsenLabel=embed&amp;videoId=a5f50b18-48d4-11e1-b976-995c60acee8e&amp;videoUrl=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/content/video/rss/video_a5f50b18-48d4-11e1-b976-995c60acee8e.rss&amp;logo=http://static2.video.corriereobjects.it/widget/img/logocorriere.png&amp;channelName=LE%20INCHIESTE&amp;advChannel=le%20inchieste&amp;nielsenChannel=le%20inchieste&amp;videoChannelLabel=le%20inchieste&amp;advTemplateUrl=http://video.corriere.it/widget/content/adv/advtemplate_108.xml&amp;newsPaper=corriere&amp;clickUrl=http://video.corriere.it/" align="middle" name="polyshowEmbed"></embed></object></p>
<p>___________________________</p>
<p>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;?</p>
<p>Giulia Giacchetti Boiko &#8211; Giulio Vignoli, <em>L&#8217;olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea</em>, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2008</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/libreria/">ORDINABILE ATTRAVERSO  LA LIBRERIA VIRTUALE DI STORIA IN RETE</a></p>
<p>90 pagine, 13 euro</p>
<p><img src="http://www.lankelot.eu/sites/default/files/crimeadue.jpg?1262428319" alt="" /></p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 27 gennaio 2012</p>
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		<title>E Gianni Agnelli volle un libro sul complotto contro JFK</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 21:31:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[XX secolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Dallas]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Agnelli]]></category>
		<category><![CDATA[JFK]]></category>
		<category><![CDATA[Kennedy]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.liberoquotidiano.it/upload/thumbfalse1326380723755_475_280.jpg" alt="" width="90" height="90" />La foto cristallizza i due fratelli, John e Bob, il Castore e Polluce della Nuova Frontiera, l’uno di fronte all’altro in controluce, avvolti in un silenzio innaturale nella stanza d’un motel. È quasi un presagio. L’omicidio più misterioso della storia&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.liberoquotidiano.it/upload/thumbfalse1326380723755_475_280.jpg" alt="" width="90" height="90" />La foto cristallizza i due fratelli, John e Bob, il Castore e Polluce della Nuova Frontiera, l’uno di fronte all’altro in controluce, avvolti in un silenzio innaturale nella stanza d’un motel. È quasi un presagio. L’omicidio più misterioso della storia d’America, quello di John F.Kennedy, si sarebbe compiuto di lì a poco, il 22 novembre 1963 a Dallas, su una Limousine troppo scoperchiata, che andava troppo piano, guidata da un autista troppo distratto. E da quella fotografia si snoda Il complotto (&#8220;The Plot&#8221;, pp. 232, euro 16,5, Nutrimenti curato da Stefania Limiti) ovvero «La controinchiesta segreta dei Kennedy sull’omicidio di JFK», libro scomparso prematuramente da oggi rieditato; al centro, a sua volta, di un mistero editoriale mai risolto.</p>
<p>.</p>
<p>di Francesco Specchia da &#8220;Libero&#8221; del 12 gennaio 2012 <img src="http://www.liberoquotidiano.it/images/newLogo.jpg" alt="liberoquotidiano.it" width="127" height="31" /></p>
<p>.</p>
<p><img class="alignright" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://iskra.myblog.it/media/01/02/2922025151.jpg" alt="" width="161" height="240" />Il libro ha una storia affascinante. Innanzitutto è un rapporto che la famiglia presidenziale affidò ai servizi segreti sovietici e a quelli francesi operanti direttamente sotto Charles De Gaulle. E ha lo stigma della bomba politica che avrebbe ribaltato la versione ufficiale sul caso Kennedy confezionata dalla Commissione Warren. Firmato «James Hepburn» &#8211; nom de plume, omaggio all’attrice Audrey Hepburn &#8211;  rivela quanto il presunto omicida Lee Oswlad fosse solo un fantoccio; e che  «Kennedy fu fatto fuori da un «Comitato» costituito da esponenti dei grandi monopoli industriali, essenzialmente miliardari petroliferi texani che controllavano polizie, quadri militari, servizi segreti», spiega Limiti.</p>
<p>NOMI E COGNOMI<br />
Nulla di nuovo, rispetto al grumo delle teorie complottiste fiorite  nei decenni. Se non fosse che ora si fanno davvero nomi e cognomi. «(Il libro) indica in Haroldson Lafayette Hunt e Edwin Walker (il «petroliere più ricco del mondo e il generale più fascista degli Stati Uniti», scrive Saverio Tutino, l’unico giornalista che in Italia ne parlò sulle pagine di Linus) i massimi dirigenti del Comitato che ha pensato e portato a termine l’operazione dell’uccisione di JFK», continua la Limiti nella prefazione «e rivela pure che Edgar Hoover, capo dell’Fbi &#8211; e anche di una struttura parallela costituita da killer professionisti e addetta ai lavori sporchi, ad esempio far sparire i testimoni scomodi dell’assassinio di Dallas, secondo il racconto di un ex agente alle sue dipendenze, Michael Milan &#8211; era al corrente del complotto, così come lo stesso vicepresidente, Lyndon Johnson».</p>
<p>Ed ecco scorrere le citazioni di «compagnie che figuravano nei libri paga del Pentagono, la General Dynamics, la Lockheed, la Boeing, la General Electric e la Nord Aviation, non gradivano il controllo civile sulla Difesa inaugurato da Kennedy insieme al suo ministro Robert McNamara, e proprio nei loro uffici maturò, insieme a quelli che Hepburn chiama i  “guerrieri”, cioè i vertici militari, l’idea di cambiare drasticamente registro. Inoltre le tre principali organizzazioni paramilitari, la John Birch Society, i Minutemen e il Ku Klux Klan, di cui Walker allevava i capi, e che vedevano in JFK un braccio dell’Unione Sovietica». «Il Comitato» sa molto di setta degli Illuminati, di Men in Black, di lobby potentissime che controllano il respiro del mondo. Il complotto, dunque, consegna ai posteri una ricostruzione simile a quella  &#8211; sostenuta da importanti «confessioni», tra cui quella dell’ex agente Cia poi giallista Hoaward Hunt &#8211; accreditata anche da Jackie Kennedy, i cui dialoghi registrati con Arthur Schlesinger infiammarono le cronache, l’estate scorsa. Ma è il destino del libro in sè a lambire la storia della nazione. Se per pubblicarlo negli States e in Francia col titolo di Farewell America vennero create due case editrici fittizie, tra cui Frontiers Publishing Company,  nel Belpaese intervenne direttamente Gianni Agnelli.</p>
<p>L&#8217;OMBRA DELL&#8217;AVVOCATO<br />
Il quale ne commissionò sia la traduzione a Luca Bernardelli (che ricevette il manoscritto da un personaggio oscuro, che lo pagò in contanti), sia la pubblicazione ad un piccolo editore torinese, Albra, specializzato nella pubblicazione di testi scolastici. Albra  lo diffuse nel novembre del 1968 con il titolo L’America brucia. Ma il dossier soggiornò pochissimo sugli scaffali. Agnelli, allora osteggiatore della scalata alla Montedison di Eugenio Cefis aveva coi Kennedy un rapporto viscerale: «Secondo alcune cronache del tempo, molto amico della first lady Jackie, Gianni Agnelli stabilì con JFK un vero sodalizio» che si sarebbe rivelato di grande importanza per il suo noviziato politico e le sue proiezioni ideali. «L’esempio trascinante di Kennedy, con il suo carisma e il gusto innato per le sfide lo contagiò senz’altro». Eppoi a misteri s’aggiungono misteri: «In questo scenario, appena tratteggiato, si materializzano copie del nostro misterioso libro nella città della Fiat: tra le pagine, nel capitolo dedicato ai «Petrolieri» c’è spazio anche per un’esaltazione della figura di Enrico Mattei&#8230;». In  Germania la Bild scrisse che «il libro era esplosivo come una bomba in Canada, Belgio, Liechtenstein: ma non fu mai letto, perchè l’Fbi dappertutto si attivò per comprare quasi tutte le copie stampate per evitare contaminazioni&#8230;».</p>
<p>E a renderci finalmente negli anni 70  nota l’opera, a poterne pompare l’effetto mediatico fu la rivista famigerata e fortemente anti-Vietnam Ramparts. Attorno alla sua estemporanea pubblicazione orbita un mondo di ecclesiastici, di boiardi, di anticastristi, di società estere «di cui i Kennedy mai si fidarono». Al Complotto è allegato il contributo di Paolo Cucchiarelli sulle similitudini tra l’assassinio di Dallas e la nostra strage di piazza Fontana.  Bob Kennedy aveva un sogno. Poter varcare, da presidente, il soglio della Casa Bianca con l’inchiesta sul fratello sottobraccio. Sparì lui, sparì l’inchiesta&#8230;<br />
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<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-18-aprile-2007/"><img title="cover-18" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-18.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></strong></p>
<p><strong>_____________________</strong></p>
<p><strong>Inserito su www.storiainrete.com il 23 gennaio 2012 </strong></p>
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		<title>Berlino sfratta Marx e Engels &#8220;Via le statue dal centro della città&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:48:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Stampa italiana 2]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/esteri/marx.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; guerra sulla futura posizione delle statue di bronzo che ritraggono i padri del comunismo Marx ed Engels a Berlino. Il ministro per le costruzioni Peter Ramsauer, dell&#8217;Unione cristiano-sociale (Csu), ha chiesto che il monumento creato dallo scultore Ludwig Engelhardt&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/esteri/marx.jpg" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; guerra sulla futura posizione delle statue di bronzo che ritraggono i padri del comunismo Marx ed Engels a Berlino. Il ministro per le costruzioni Peter Ramsauer, dell&#8217;Unione cristiano-sociale (Csu), ha chiesto che il monumento creato dallo scultore Ludwig Engelhardt e inaugurato nel 1986 dall&#8217;allora leader comunista Erich Honecker, sia allontanato dal centro della capitale tedesca e sistemato al cimitero dei socialisti a Fridrichsfelde, alla periferia est della città. Ma Berlino non ci sta.</p>
<p>.</p>
<p>da &#8220;La Stampa&#8221; del 18 gennaio 2012 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="133" height="20" /></p>
<p>.</p>
<p>«Si tratta di un monumento storico e appartiene alla storia di Berlino &#8211; ha replicato tramite la sua portavoce il senatore per lo sviluppo urbano di Berlino Michael Mueller (Spd) &#8211; nessuno vuole mandarlo via e nemmeno al cimitero di Fridrichsfelde». La risposta era diretta a Ramsauer, secondo il quale le statue dei due celebri filosofi teorici del marxismo apparterrebbero al camposanto, ritenuto una sorta di «centro di riposo per le arti del socialismo». Ramsauer ha colto l&#8217;opportunità offertagli dalla ricostruzione del Castello (sul progetto dell&#8217;italiano Franco Stella) come Humboldt forum, un edificio che ospiterà strutture museali (Museo etnologico, Museo di Arte Asiatica, Biblioteca centrale e regionale di Berlino) e la Humboldt Universitaet. «La proposta di spostare il monumento di Marx ed Engels a Friedrichsfelde è tanto sorprendente quanto dimostra di dimenticare la storia» ha attaccato il senatore socialdemocratico, secondo il quale Berlino è una metropoli aperta e il Castello starà benissimo accanto al monumento.</p>
<p>Le due statue sono state spostate nel settembre 2010, per far posto ai lavori della nuova linea metropolitana U55. Il Castello, secondo le previsioni e per mancanza di fondi, sarà inaugurato non prima del 2019. Bisognerà tuttavia aspettare la fine dei lavori prima di sapere dove Marx ed Engels saranno «reintegrati» nella nuova mega-struttura.</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 23 gennaio 2012</p>
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		<title>Equipe italiana svelerà i misteri dei Rotoli del Mar Morto</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 21:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia Antica]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/cultura/qumran.jpg" alt="" width="90" height="90" />Da febbraio a Gerusalemme un’équipe italiana al lavoro sui materiali archeologici rinvenuti negli Anni 50. Sveleranno gli ultimi misteri dei Rotoli del Mar Morto. di Maurizio Assalto da &#8220;La Stampa&#8221; del 19 gennaio 2012 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" />.</p>
<div<p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/cultura/qumran.jpg" alt="" width="90" height="90" />Da febbraio a Gerusalemme un’équipe italiana al lavoro sui materiali archeologici rinvenuti negli Anni 50. Sveleranno gli ultimi misteri dei Rotoli del Mar Morto. di Maurizio Assalto da &#8220;La Stampa&#8221; del 19 gennaio 2012 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" />.</p>
<div id="_mcePaste">La storia era una di quelle a cui si crede volentieri. Il pastorello beduino che pascola il gregge, una pecora che se ne va per conto suo, lui che la insegue in una grotta e dentro alcune giare di terracotta trova un tesoro. I Rotoli del Mar Morto: la più grande scoperta archeologica del secolo scorso, assieme alla tomba di Tutankhamon, ma ben più densa di implicazioni politico-religiose, conflitti accademici, intrighi internazionali. Il racconto «funzionava», un misto di Alì Babà e della parabola evangelica della pecora smarrita.</div>
<div id="_mcePaste">«Peccato che la realtà fosse un po’ più complicata», fa notare Marcello Fidanzio, coordinatore scientifico dell’Istituto di Cultura e Archeologia delle Terre Bibliche di Lugano, professore di Ebraico biblico alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Milano. Insieme con Riccardo Lufrani, Fidanzio è a capo dell’équipe italiana che dal 1˚ febbraio sarà a Gerusalemme, incaricata di studiare e pubblicare i materiali scavati negli anni 50 nel sito di Qumran, sulla costa nord-occidentale del Mar Morto, presso le grotte dei famosi rotoli che contengono, tra l’altro, alcuni tra i più antichi manoscritti della Bibbia. L’archeologia è la chiave per comprenderli meglio, dopo sessant’anni di ricostruzioni fantasiose.</div>
<div id="_mcePaste">Il ritrovamento, secondo la versione ufficiale, risale al 1947. Merito di un certo Muhammad ed-Dibh («il Lupo») e forse di un altro paio di beduini ta’amireh. Ma in realtà pare che si debba risalire più indietro, agli ultimi mesi del ’46. E forse quei beduini non erano tanto pastori, quanto contrabbandieri in cerca di nascondigli per la loro mercanzia. «Ma il fatto più triste», dice Fidanzio, «è che tutte le prime testimonianze convergono su uno stesso punto: che la pergamena di cui è fatta la maggior parte dei rotoli era un materiale molto utile per fabbricare i legacci dei sandali…». Con ogni probabilità alle grotte che punteggiano la falesia di Qumran avevano già attinto altri in passato, come è suggerito anche dalla constatazione che molte giare vennero rinvenute vuote. Del resto in questa zona già nel III secolo d.C. erano stati ritrovati manoscritti biblici: lo riferisce Eusebio di Cesarea nella Storia ecclesiastica (324 circa), raccontando che Origene se ne sarebbe servito per redigere la sua Esapla .</div>
<div id="_mcePaste">Quel che è certo è che, con le 24 sterline ricavate dalla vendita del bottino a un mercante di nome Kando che aveva la bottega nella piazza della Mangiatoia a Betlemme, Muhammad il Lupo si comprò un fucile, venti capre e una moglie e cambiò vita. L’antichità dei manoscritti era stata riconosciuta da Eleazar Sukenik, insigne archeologo dell’Università ebraica di Gerusalemme, nel novembre del ’47. Da quel momento la caccia ai rotoli, quelli nascosti nelle altre grotte di Qumran, poteva dirsi aperta. Pochi giorni dopo, però, il 29 novembre, l’Onu votò la partizione della Palestina tra arabi e ebrei. Seguì il 14 maggio ’48 la dichiarazione unilaterale che sancì la nascita dello Stato di Israele. E, il giorno dopo, lo scoppio del primo conflitto arabo-israeliano. Per un paio di anni, fino a quando la Cisgiordania venne annessa dalla Giordania, la zona di Qumran fu off-limits. Cessate le ostilità, le ricerche potevano riprendere, con gli archeologi di tutto il mondo (ma con l’importante esclusione degli israeliani, ossia i più interessati) pronti a contendere il tesoro ai beduini, che erano avvantaggiati dalla conoscenza dei luoghi. Alcune grotte erano raggiungibili soltanto calandosi per una trentina di metri sul fianco della falesia, altre distavano fino a due chilometri dal sito.</div>
<div id="_mcePaste">In mezzo a tutte queste complicazioni, l’incarico di condurre gli scavi fu affidato a un domenicano francese, Roland de Vaux, ferratissimo storico e archeologo direttore dell’École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme. I lavori si protrassero fino al 1956, quando la seconda guerra arabo-israeliana, conseguente alla crisi di Suez, impose un nuovo stop. Ma il grosso era fatto: centinaia di grotte erano state ispezionate, e undici di queste avevano restituito importanti rotoli, per un totale di circa 900 manoscritti in decine di migliaia di frammenti. Restava da studiarli e pubblicarli. Nel 1959 De Vaux, che in tutti quegli anni aveva pubblicato periodici rapporti sulla Revue biblique , propose la sua teoria: Qumran era il sito comunitario degli Esseni, una setta che intorno al 150 a.C. si era staccata da Gerusalemme, in opposizione all’«empia» ellenizzazione dell’ebraismo, per praticare il lavoro, la preghiera e l’osservanza della purità rituale; e i rotoli erano la loro biblioteca, nascosta nelle grotte per metterla in salvo, al tempo della rivolta antiromana culminata nella distruzione del Tempio, nel 70 d.C.</div>
<div id="_mcePaste">«La teoria sembrava convincente», osserva Fidanzio, «perché molti dei primi manoscritti erano relativi alle norme della vita comunitaria essenica. Ma, proseguendo gli studi, si constatò che solo una parte dei documenti rimandava agli Esseni, gli altri attestavano tendenze religiose diverse e anche divaricanti. Qualcuno, poi, risaliva addirittura al III secolo a.C. Il limite di De Vaux fu di mischiare la descrizione e l’interpretazione». Riesaminando i materiali, dopo la sua morte prematura, nel ’71, si aprirono molti interrogativi. Per esempio: come spiegare le tracce di decori architettonici &#8211; mosaici, fregi, colonne, ceramica fine &#8211; in una comunità pauperista di celibi? E l’abbondanza di monete, che sembra attestare un’attività economica rilevante? E perché nella necropoli alcuni corpi, anziché essere sepolti in un telo, secondo l’usanza ebraica, erano composti entro bare, indizio probabile che vennero trasportati qui da un altro luogo?</div>
<div id="_mcePaste">Per rispondere a queste domande sarebbe stato necessario un esame approfondito dei materiali archeologici. Ma intanto un’altra guerra, quella dei Sei giorni, nel giugno ’67, aveva nuovamente capovolto la situazione e bloccato tutto. Al termine del blitz Israele aveva occupato, tra l’altro, la parte Est di Gerusalemme, dove i reperti erano depositati nel Museo Rockefeller. Non essendo stata riconosciuta l’annessione, per vent’anni nessun archeologo vi mise piede. Intanto i rotoli erano stati portati nel Museo d’Israele, oggetto di tensioni con la Giordania che periodicamente li rivendica. Il gruppo internazionale e interreligioso creato da De Vaux per lo studio dei manoscritti procedeva a rilento, alimentando illazioni (circolò anche una «teoria del complotto», secondo la quale nei rotoli erano contenuti documenti scottanti che il Vaticano voleva tenere nascosti). All’inizio degli anni 90 fu così istituita una nuova commissione che è finalmente riuscita a pubblicare tutti i manoscritti realizzando microfiches e foto all’infrarosso.</div>
<div id="_mcePaste">Per quanto riguarda i materiali di scavo, rimasti «dormienti» dalla metà degli anni 50, nel 1987 l’École Biblique incaricò dello studio un altro frate domenicano, l’archeologo Jean-Baptiste Humbert, sotto la cui supervisione opererà dai prossimi giorni la squadra italiana. La sua ipotesi è che Qumran abbia attraversato diverse fasi: nella prima metà del I secolo a. C. vi sarebbe sorta una residenza di tipo ellenistico (la pianta è la stessa della Casa del Governatore a Dura Europos, in Siria), sulle cui rovine si era in seguito insediato un piccolo gruppo permanente dedito all’ospitalità dei pellegrini, che nei giorni della Pasqua si rifiutavano di compiere i riti al tempio di Gerusalemme. Nell’imminenza dell’arrivo dei Romani, sarebbero stati nascosti qui tanto documenti propri dell’insediamento, quanto materiale proveniente da più lontano. Per Fidanzio e colleghi, in attesa di qualche sponsor che sostenga la loro ricerca priva di finanziamenti pubblici, il lavoro si prospetta lungo, con la possibilità di aprire scenari del tutto nuovi anche per quanto riguarda l’interpretazione dei testi. «Faremo come per i rotoli: cercheremo di pubblicare ogni cosa il più rapidamente possibile, in modo gli studiosi di tutto il mondo possano dare il loro contributo».</div>
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<h3 id="post-4640" style="color: #666666; text-align: left; font-size: 18px; clear: left; padding: 0px; margin: 0px;"><a style="text-decoration: none;" title="Permanent Link to Qumran: quanti errori nei famosi rotoli del Mar Morto…" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/4640/storia-antica/errori-rotoli-mar-morto/"><span style="color: #3366ff;">Qumran: quanti errori nei famosi rotoli del Mar Morto…</span></a></h3>
<p><span style="color: #3366ff;"> </span></p>
<h3 id="post-1344" style="color: #666666; text-align: left; font-size: 18px; clear: left; padding: 0px; margin: 0px;"><a style="text-decoration: none;" title="Permanent Link to Masada, un mito che si infrange davanti all’archeologia" rel="bookmark" href="http://www.storiainrete.com/1344/storia-antica/masada-un-mito-che-si-infrange/"><span style="color: #3366ff;">Masada, un mito che si infrange davanti all’archeologia</span></a></h3>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 20 gennaio 2011</p>
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