Home Stampa italiana 2 Gianicolo, rifiuti e degrado. Il Risorgimento abbandonato

Gianicolo, rifiuti e degrado. Il Risorgimento abbandonato

Bivacchi, barboni e alcol circondano piazzale Garibaldi. Il belvedere riqualificato nel 2011 per celebrare l’Unità d’Italia è invaso da resti di cibo, bottiglie e cartoni.

di Flavia Scicchitano dal Corriere della Sera del 25 agosto 2014 

I tetti, le cupole e i monumenti. Poi anche la giungla, abbandonata a se stessa e al degrado. È quello che resta del Belvedere del Gianicolo, che – al di là del gioco di parole – così tanto bello ormai non è più. E non importa che si tratti di uno dei posti più battuti al mondo per il panorama che offre, il colle con vista su Roma è devastato: sommerso da una discarica di rifiuti e sporcizia lasciati marcire al sole. Si parte da piazzale Giuseppe Garibaldi, e si scende per il cammino sterrato che costeggia lo spazio dedicato al cannone e l’orto botanico. Lungo il declivio ha inizio lo spettacolo.
La natura è completamente inselvatichita, bisogna farsi spazio tra i rovi e gli arbusti lasciati inaridire per proseguire. Ed ecco lo scempio: stracci, cartacce, pezzi di vetro, bottiglie, resti di cibo e stoviglie di plastica. Il sentiero dei turisti e delle coppie più romantiche, la notte, probabilmente, viene utilizzato per bevute e festini e ridotto ad immondezzaio. Nel percorso si trovano cicche, vestiti, scatoloni di detersivi vuoti, carcasse di macchine arrugginite, parafanghi. Gli odori sono nauseanti.

In mezzo alle fratte riemergono anche pezzi di panchine in marmo, sradicate, forse ad indicare una vecchia discesa panoramica attrezzata. E infine i muretti, imbrattati da scritte con bombolette spray e tag di writers. Ma l’incuria si spinge oltre, fin sopra le terrazze del grande memoriale del Risorgimento. Lo stesso piazzale Garibaldi è utilizzato come dormitorio, da chi sceglie di riposarsi all’ombra dei mezzibusti di Carlo Pisacane e degli altri garibaldini. Brandina portata da casa, asciugamano, un libro e musica in cuffia, proprio sotto gli occhi delle moto civette dei vigili urbani in presidio vicino alla statua equestre del combattente.

Tra i turisti, affacciati in attesa dello sparo del cannone di mezzogiorno, aleggia stupore misto a incredulità. «Come è possibile che il grande parco del Gianicolo, il teatro dell’eroica difesa della Repubblica Romana contro i francesi, nonché il balcone con uno dei panorami più belli della Capitale versi in tale stato di abbandono?», sembrano dire.
Ma c’è anche di più. Camminando lungo passeggiata del Gianicolo c’è piazza Anita Garibaldi, diventata un ricettacolo di sporcizia e rifiuti gettati per strada dai passanti, senza troppa cura. Fino al Belvedere 9 febbraio 1849, riqualificata solo nel 2011 nell’anno del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Proprio a ridosso del muro della «Costituzione della Repubblica Romana», un’altra isola di degrado: montagne di immondizia, strabordanti dai secchioni, mai svuotati e mai raccolte, cartoni di pizza, piatti, lattine di birra e bottiglie di vino.

È il nuovo spirito del Gianicolo, quello del bivacco, della baldoria notturna e delle feste a base di alcol a prendere il sopravvento. Piazza, dopo piazza, fino a conquistare cima e pendici dell’intera collina. Dalla devastazione non si salva neanche il piazzale del Faro. Il monumento degli italiani emigrati in Argentina per rendere omaggio alla Patria a 50 anni dalla riunificazione del Regno, appare come un cantiere, recintato dalla tipica rete arancio dei lavori in corso, in questo caso però difficili da individuare. Le grate che una volta circondavano il Faro per impedirne l’accesso sono smontate e appoggiate al muro, legate a un lampione della luce da molto tempo sembra, vista la ruggine sulle catene. E il monumento si trasforma nell’ennesima oasi spazzatura nel raggio di pochi metri.

Sui gradoni alla base del monumento sono, infatti, seduti turisti, fermi ad ammirare i tetti della città. E accanto cocci di vetro di bottiglia. Per terra è accatastato ancora una volta di tutto, comprese scatole vuote di fuochi d’artificio dimenticati ormai chissà quanti mesi fa.

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