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Gli insulti a Cesare Battisti di chi non ha memoria

«Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte». Lo spiegò, in una vecchia intervista al Corriere , Silvius Magnago, vale a dire il patriarca dei sudtirolesi che in nome dell’autonomia dei cittadini di lingua tedesca fu per decenni il più irriducibile avversario interno dello Stato italiano e in particolare del centralismo romano. Di più: per rivendicare sempre maggiori spazi di autonomia, quello straordinario patriota venerato dai suoi ma rispettato per la sua integrità, la sua coerenza e il suo senso civico anche dagli altoatesini di lingua italiana e perfino dai vertici dello Stato (che arrivarono ad offrirgli il seggio di senatore a vita) si spinse come è noto a pretendere lo strappo perfino da Trento: «Los von Trient!» ( «Via da Trento!» , ndr).

di Gian Antonio Stella dal Corriere della Sera del 16 Luglio 2014 

Non perdonò mai Alcide de Gasperi, Magnago. Anche a distanza di anni conservava per lui un rancore indomabile: «L’idea che lo vogliano fare santo mi fa bollire il sangue nelle vene. Uomo integro, per carità. Profondo. Cristiano convinto. Però sull’Alto Adige ha raccontato sempre un mucchio di bugie. Forse era convinto che in politica non sono un peccato, non lo so». Verso Cesare Battisti, impiccato dagli austriaci il 12 luglio 1916 al castello del Buonconsiglio e umiliato dopo l’esecuzione da una foto infame in cui il boia con cravatta e bombetta lo mette in posa davanti al fotografo sghignazzando tra altri compari euforici, il leader storico dei sudtirolesi aveva rispetto.

Ed è una vergogna che nei giorni scorsi Lorenzo Baratter, il capogruppo nel consiglio provinciale trentino e in quello regionale del Patt, il Partito autonomista trentino tirolese al governo con la sinistra (!), abbia avuto il fegato di liquidare quel limpido eroe italiano libertario e socialista come «un disertore» dell’Austria. Sommerso dalle polemiche, sacrosante anche perché la sua sortita era stata preceduta nei mesi scorsi da ragli più o meno simili di altri colleghi di partito, il signor Baratter dirà di aver voluto solo rendere omaggio a Bruno Franceschini, «l’ufficiale trentino austroungarico cui fu attribuita la cattura di Cesare Battisti nel luglio 1916». Omaggio legittimo. Purché, appunto, si tenga conto degli ideali di ciascuno. Sempre più sfumati nella nuova «nostra» Europa.

A distanza di un secolo e mezzo, chi era nel giusto: il poliziotto Federico Pietro Calvi, fedele all’Impero asburgico, o suo figlio Pier Fortunato Calvi, che amava l’Italia e riuscì a radunare seimila armati di forche, falci, sassi e bastoni per fermare a Rivalgo (e ci riuscì) le truppe di Karl von Culoz in marcia su Venezia finendo poi per essere giustiziato? Non c’è persona di buon senso che oserebbe definire l’uno o l’altro, oggi, dei «traditori della patria». E certamente non lo avrebbe mai fatto un grande tedesco come Magnago. Che si mettano ora a riscrivere la storia degli italiani assai privilegiati che rimpiangono Cecco Beppe e aspirano a essere accettati come riservisti dei «Kaiserschützen» con le braghette di cuoio e il cappello con la piuma di gallo forcello mette solo malinconia…

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