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I Cento Giorni di Napoleone, l’ultimo volo dell’aquila

La sabbia del tempo scorre inesorabile. Tutto copre (o sembra coprire) inghiottendo sotto il suo grande manto tanti passati, innumerevoli memorie. Ma vi sono nomi forti, potenti che rimbalzano tra i secoli, simboli ed eventi che scuotono, intrigano, emozionano, dividono o uniscono. Obbligano a pensare. Di certo questo è il destino di Napoleone Bonaparte. A duecento anni dalla sconfitta, gloriosa e definitiva, a Waterloo — la morne plaine, la triste pianura come la definirà Victor Hugo —, gli storici (e non solo loro) continuano ad interrogarsi, ad arrovellarsi sull’epopea “dell’uom fatale”. Sul suo senso storico e sulle sue eredità.

di Marco Valle da Destra.it del 26 aprile 2015  Destra.it

Napoleone è un problema ancora aperto. Lo conferma una volta di più l’interessante libro di Sergio Valzania Cento Giorni da imperatore, un’indagine accurata sull’ultimo scorcio della ventura napoleonica, i Cento Giorni appunto, la più straordinaria avventura di una vita straordinariamente avventurosa.

Andiamo per ordine. Il 26 febbraio 1815, sorprendendo sovrani, cancellieri e generali, Napoleone fugge con un pugno d’uomini dall’isola d’Elba —il regno bonsai dove i vincitori lo avevano relegato in attesa di sbatterlo in un posto lontanissimo — e il primo marzo sbarca presso Antibes. Dal suo bivacco tra gli ulivi della Provenza lancia un proclama memorabile: «L’aquila con i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri di Notre Dame». A Parigi re Luigi XVIII — un brav’uomo circondato da una corte di revenants inetti e rancorosi — sorride inquieto e ordina al maresciallo Ney — l’eroe di tante campagne, il principe della Moscova, il miglior soldato di Francia — di sgominare la piccola armata e arrestare l’evaso. Ney accetta e promette di ricondurre “l’orco in una gabbia di ferro”. Più facile a dirsi che a farsi.Napoleone Valzania

Il sette marzo a Laffrey il V° reggimento di linea sbarra la strada alla colonna. Napoleone gioca il tutto per tutto e avanza da solo, a piedi verso le baionette dei lealisti. «Soldati riconoscetemi! Se ce n’è uno fra voi che voglia uccidere il suo generale, il suo imperatore, può farlo. Eccomi!». Nessuno spara e l’intero reparto passa alla sua parte. Pochi giorni dopo, il 18, a Auxerre, incontra Ney. Lo sguardo magnetico del Petit Caporal inchioda il vecchio ussaro al suo destino: scordando in un battibaleno le promesse fatte al gottoso monarca il maresciallo si unisce al corso. Una scelta fatale che Luigi XVIII — per una volta incattivito — non perdonerà: al momento della restaurazione Ney si ritroverà davanti ad un plotone d’esecuzione. Morirà con dignità.

Torniamo alla primavera del’15. Napoleone prosegue la sua marcia trionfale attraverso l’esagono e in poche settimane il regime borbonico crolla, si evapora. Il sovrano scappa nelle Fiandre seguito dall’astuto Talleyrand, una salamandra che fiuta il vento, non crede in nulla e non s’illude mai. Forse è l’unico. In quel marzo nessuno sembra voler morire per la dinastia e l’imperatore entra, senza sparare un colpo, a Parigi accolto da una folla festante. Il trono è nuovamente suo. Riprendendo Chateaubriand, la stupefacente “invasione della Francia da parte di un solo uomo” riesce. Un trionfo pieno. Almeno apparentemente.

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Da Vienna, l’intera Europa dichiara subito Bonaparte “nemico pubblico” e mobilita gli eserciti. La settima coalizione (Russia, Austria, Prussia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, Svezia, Piemonte e stati minori) arma un milione di uomini contro 270 mila francesi. I Britannici versano sei milioni di sterline (una cifra enorme per l’epoca) e mandano Wellington. Ogni tentativo di mediazione è respinto e a Napoleone non rimane altra scelta che l’attacco. Fulmineo. L’obiettivo è il Belgio. Ma la macchina imperiale, un tempo perfetta, si è inceppata, la Francia è stanca e lacerata e l’Uomo è solo, terribilmente solo.

Come sottolinea Valzania vi è anche un volto non eroico dei Cento Giorni, una dimensione intricata, contradditoria e ancor oggi poco indagata: la politica con tutte le sue opacità. L’inatteso ritorno dell’imperatore scatena le passioni dei giacobini — che Bonaparte disprezza profondamente ma deve subire — e la rabbia dei vandeani e dei provenzali cattolici che passano alla guerriglia immobilizzando così truppe preziose all’Ovest e nel Meridione.

Cercando di legittimare il suo potere ed evitare una guerra civile, Napoleone richiama al comando della polizia, convinto di poterlo controllare, Fouché, un personaggio sulfureo e notoriamente infido; allo stesso tempo sembra rinunciare all’autoritarismo e affida al suo avversario liberale Benjamin Constant la redazione di una costituzione.

Il tentativo di Bonaparte e Constant è una costruzione politica fascinosa quando precaria, frantumata dalla sconfitta militare ma non inutile: secondo l’autore, su quest’ultima illusione si forma l’idea di una destra “modernista”, inclusiva e imperiale, lontana dal dispotismo, alternativa al nostalgismo borbonico e/o alla deriva giacobina. Frutti che germoglieranno nel Secondo Impero e, più tardi, nel gaullismo storico, oggi (forse, forse, forse…) rintracciabili in figure come Dominique de Villepin e Nicolas Sarkozy. Un’ipotesi di lavoro sicuramente interessante, tutta da verificare e approfondire che, in ogni caso, apre nuovi spunti nel dibattito sulle droites francesi.

Il libro di Valzania si chiude su Waterloo e la seconda abdicazione di Napoleone. Poteva vincere quel pomeriggio del 15 giugno 1815? Certamente sì. E poi? I rapporti di forze erano ormai totalmente sfavorevoli, altri cinque eserciti — centinaia di migliaia di uomini — erano pronti ad invadere il Paese.

Dopo la grande battaglia la Francia, stremata, voleva la pace, Luigi il suo trono, l’Europa tutta equilibrio e tranquillità. Per l’imperatore sconfitto non vi era più posto. A risolvere le cose s’incaricarono Talleyrand e Fouché. Mentre Napoleone immaginava un esilio nelle Americhe poiché rifiutava l’idea di una guerra civile, i due sodali si recarono da Luigi e trattarono il passaggio dei poteri. Ancora Chateaubriand: «Mi recavo da Sua Maestà. Introdotto in una delle stanze che precedevano quella del Re, non trovai nessuno: mi sedetti in un angolo e attesi. All’improvviso, una porta si apre: entra silenziosamente il vizio appoggiato al crimine, Monsieur de Talleyrand avanza sostenuto da Monsieur Fouché; la visione infernale passa davanti a me, penetra nel gabinetto del Re e scompare».

Tradito ancora una volta, svanito il sogno dell’esilio oltre Atlantico, per l’Uomo vi era solo Sant’Elena, uno scoglio nel nulla. Lì il Dio della guerra, l’antico padrone d’Europa si trasformò in un “Prometeo incatenato”. In quel posto remoto dettò il Memoriale a Las Cases. Fu la sua ultima, grande vittoria. Il volo dell’aquila era concluso. La leggenda iniziava.

Sergio Valzania
CENTO GIORNI DA IMPERATORE
Mondadori, Milano 2015
Pp. 252, euro 20,00

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