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L'Insolita Storia

Bridgerton: la regina Carlotta mulatta? Un’ipotesi zoppiccante

Il canale di streaming Netflix propone da alcune settimane la serie Bridgerton, ambientata nell’Inghilterra del 1813: una commedia sentimentale in costume tratta da una serie di romanzi della scrittrice statunitense Julia Quinn. Il taglio della serie è quasi una parodia dei canoni del regency romance, i romanzi con protagoniste “ragazze in cerca di un buon partito” nella altà società della Reggenza inglese. Un “canone” che nasce con Jane Austen (1775-1817) e che verrà poi codificato negli anni da molteplici scrittrici, tra cui la più nota fu Georgette Heyer (1902 -1974).

Bridgerton una serie dal taglio apparentemente parodistico

In Bridgerton all’apparenza è tutto volutamente eccessivo e sovraccarico: dalle citazioni dell’immaginario pop, Cenerentola in primis, ai continui, e voluti, “errori” temporali. Se la protagonista veste abiti e gioielli in linea con il 1813, il look dei restanti personaggi spazia da un secolo indietro a un secolo avanti. Le musiche sono riarrangiamenti di hit del 2019 fatte in stile d’epoca da un quartetto d’archi, il Vitamin String Quartet. E dentro c’è di tutto: Billie Elish, Maroon 5, Ariana Grande. E pure quando si prova a inserire arie musicali “ottocentesche” apparentemente coeve, Bellini e Hoffenbach, anche questi sono strafalcioni temporali. Hoffenbach non era ancora nato… e Bellini scriverà I Capuleti e i Montecchi di Bellini solo nel 1830! Infine la trama di Bridgerton, pur nello scenario di un regency romance, ricalca la televisiva contemporanea Gossip Girl (6 stagioni 2007-2012): in Gossip Girl un anonimo blogger che spifferava i segreti, condizionandone le vite, di un gruppo di ragazzi dell’upper class statunitense; in Bridgerton, in mancanza di blog, s’inventano una dama inglese che distribuisce gratis il suo ciclostile settimanale di pettegolezzi in giro per mezza Inghilterra!

Bridgerton, immagine promozionale Netflix

Bridgerton, una serie priva di valore storico

Vista come parodia dei classici adattamenti della Austen, Bridgerton può anche essere godibile per qualche puntata. Ma ovviamente non ha alcuna pretesa ne valore di “ricostruzione storica”. Pure storici e divulgatori storici siamo comunque costretti ad occuparcene perché la serie è utilizzata per portare avanti ipotesi che “generosamente” possiamo definire zoppicanti. Lo spiega bene la giornalista Guia Soncini nell’articolo I predicozzi di Shonda e i telespettatori nel paese delle meraviglie. La serie presenta il cosiddetto Color-blind casting, ovvero nei ruoli di figure anche storiche, compaiono attori non necessariamente della stessa etnia. Per farla breve, il casting rispecchia il melting pot della Londra di oggi e non quello della Londra del 1813. Scelta ormai piuttosto in voga, e di cui Storia in Rete si è già occupata nel gennaio 2019 con l’articolo Oltre il politicamente corretto (Clicca qui per acquistare l’arretrato in pdf).

Da Hamilton a Brigerton gioie e dolori del color-blind casting

Quella del color blind casting che ormai sta incontrando critiche dai suoi stessi fautori. Si pensi al musical Hamilton sulla vita di Alexander Hamilton, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, in cui attori neri o ispanici interpretano ruoli come quelli di Hamilton, Washington o di Jefferson. Una scelta che ai tempi di Obama, nel 2015, era salutata come un esempio di integrazione. Ma che nel 2020 diventa, esemplificando, un: «ma come gli oppressi che interpretano il ruolo degli oppressori e degli schiavisti?». Vedasi ad esempio quest’articolo del Washington Post: Hamilton despised slavery but didn’t confront George Washington or other slaveholders.

Da sinistra: Chris De’Sean Lee (Thomas Jefferson), José Ramos (John Laurens), Wallace Smith (James Madison), and Miguel Cervantes (Alexander Hamilton) nell’Hamilton andato in scena a Chicago nel 2016 (Via Joan Marcus/Playbill);
Jefferson e Madison, 3° e 4° presidente, erano entrambi possessori di schiavi

Insomma il blind casting nell’ideologia woke inizia a scricchiolare. Pure Bridgerton ne è un ottimo esempio, e ne fa un uso piuttosto ampio. E fin lì rimane argomento da sociologi e storici della televisione. Ma come accennato, le serie come Bridgerton diventano una scusa per propagandare ipotesi storiche zoppicanti. Il blind casting è stato applicato anche a una delle figure storiche: Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, intrepretata dall’attrice Golda Rosheuvel. Ed è diventato un modo per sostenere che la regina fosse effettivamente mulatta anche da un punto di vista storico.

Golda Rosheuvel in una delle sue intepretazioni più note prima di Bridgerton. L’Otello portato in scena a Liverpool nel 2018. Otello lesbico dove il moro di Venezia sembra uscito da una qualche rivoluzione sudamericana (via Guardian)

Carlotta di Meclemburgo-Strelitz la regina mulatta

Apprendiamo da uno dei tanti siti che parlano di questa scelta, il sito di cinema Badtaste.it nell’articolo i personaggi storici realmente esistiti mostrati nella serie Netflix che:

«Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, diventata Regina dopo il matrimonio con Giorgio, secondo lo storico Mario De Valdes y Cocom era una discendente di alcuni membri di colore della famiglia reale portoghese. I suoi ritratti sarebbero quindi stati modificati perché il suo aspetto fisico sarebbe stato considerato poco “lusinghiero”. Van Dusen (lo scenggegiatore NdR) ha sostenuto in un’intervista a Entertainment Tonight che Carlotta potrebbe essere stata la prima sovrana di razza mista».

Insomma, non sarebbe blind color casting, bensì una scelta accurata. Lo dicono gli storici! La regina Carlotta era mulatta! E adesso ci si mette anche il solitamente equilibrato e obiettivo Il Post: Nella famiglia reale britannica c’è un ramo africano? Un ramo africano addirittura!

Cinque secoli di discendenza e non nemmeno è detto che l’avo fosse “moro”

Incredibile! Ma andiamo a vedere quale avo della originario della famiglia reale portoghese sarebbe stato di colore? Carlotta è una nobile tedesca nata nel 1744, l’unica portoghese in famiglia è Margarita de Castro Sousa, nata nel 1440 circa, tre secoli prima, che sarebbe la madre del trisnonno del trisnonno dal ramo materno! La nona generazione!

Ma quindi Margarita de Castro Sousa sarebbe stata di colore o mulatta? No, perché secondo il De Valdes y Cocom bisogna risalire un po’ più indietro. Ad essere stata mulatta sarebbe stata la nonna del trisnonno di Margarita de Castro Sousa, Mor Afonso, nata nel 1230 circa! Altri due secoli sul totale: 500 anni.

I 5 secoli di discendenza secondo De Valdes y Cocom

E ovviamente siamo sicuri che Mor Alfonso fosse nera? No, sicuramente veniva dall’ultimo scampolo di Portogallo musulmano prima della Reconquista. Poteva essere d’origine nordafricana, come semplicemente, di famiglia musulmana di origine iberica. Comunque, al di là dell’origine di Mor Alfonso, ha senso parlare di una linea di discendenza di 5 secoli e 15 generazioni! Ben oltre le polemiche sulla minima percentuale di “sangue nativo” per la politica statunitense Elisabeth Warren.

Anche perché se fosse stata mulatta, lo sarebbero state anche sua madre e sua nonna, di cui agevoliamo i ritratti (e sicuramente con la madre Elisabetta Albertina di Sassonia-Hildburghausen c’è una netta somiglianza).

Figlia, madre e nonna… A cercare i ritratti giusti c’è una certa somiglianza. De Valdes y Cocom non spiega se anche madre e nonna fossero mulatte

Le altre “prove” di De Valdes y Cocom

Ma se 5 secoli e 15 generazioni di discendenza on bastano a suffragare la tesi… cosa altro offre lo storico Mario De Valdes y Cocom per la sua tesi? La prova sarebbe in un ritratto del pittore Allan Ramsay che tradirebbe le origine mulatte nel volto della regina. Anche perché nelle memorie di Christian Friedrich, barone Stockmar, che conobbe la regina nel 1816 (due anni prima della morte) la definisce “small and crooked, with a true mulatto face”. Pagina 50 del primo volume delle sue memorie Longmans, Green & Co, Londra 1873 (Visto che gli articoli De Valdes sono privi di note). De Valdes, cita altri contmemporanei della regina che le attribuirono fattezze mulatte, ma senza fornire i necessari riferimenti bibliografici. Precisiamo inoltre che Christian Friedrich, Barone Stockmar, fu sì medico della famiglia reale… ma di quella del Belgio… visto che era il medico personale Leopoldo di Sassonia-Coburgo-Gotha poi Leopoldo I del Belgio. A Londra fu uomo di passaggio

C’è infatti da chiedersi se lo storico Mario De Valdes y Cocom sia uno storico? A cercare online non risultano libri all’attivo e i suoi articoli sono pubblicati sul sito della serie di documentari Frontline della Public Broadcasting Service (PBS), il servizio pubblico televisivo statunitense. E su The Florentine, giornale online della comunità di lingua inglese che risiede in Toscana.

De Valdes y Cocom storico o semplice autore di documentari?

Più che uno storico, un consulente/autore televivo. Con la missione di trovare retaggi africani nella nobiltà europea. Come nel caso di Alessandro de’ Medici: il moro. Il cui ritratto (ma basterebbe il nome) gli da un attributo moresco. Figlio illeggittimo di Lorenzo II de’ Medici, o più probabilmente, del cardinale Giulio de’ Medici (il futuro Clemente VII) e di una serva, tal Simonetta da Collevecchio. Anche qui se Simonetta fosse d’origine moresca è dibattutto. Certo è che il paese d’origine fosse Collevecchio, nella Sabina verso il Reatino. Non proprio un post vicino ai luoghi di mare dov’era più facile incontrare persone d’origine nordafricana, araba o levantina. Certo, a differenza di Carlotta di Meclerburgo, guardando il ritratto, e viste le scarse notizie sulla madre, è plausibile che potesse essere un “moro” inteso come mulatto di una o due generazioni.

Alessandro de’ Medici, detto Il Moro

Ancora Valdes Y Cocom: Firenze, i Medici e gli omicidi razziali nel XVI secolo

Quello che appare increbile, per la ricerca storica come la intende Mario De Valdes y Cocom, è che l’omicidio di Alessandro il moro, organizzato da Lorenzino de’ Medici… sia avvenuto su base razziale! Come apprendiamo dall’articolessa pubblicata De Valdes su The Florentine nel 2009, quando vennero riesumati i resti del Moro:

«Se i test genetici dimostrassero che Alessandro non fosse nero, allora la questione non diventerebbe un memoriale sull’ascendenza africana di tante grandi case europee, ma la prova di una cospirazione. Ciò che una tale scoperta suggerirebbe, invece, è il terribile caso di presunte origini africane utilizzate per denigrare o rendere politicamente incapace un ramo della famiglia. Se così fosse, allora il fatto che la dinastia che ha ideato una campagna sistematica di propaganda contro un proprio ramo collaterale, dinastia che è stata una delle più influenti e potenti d’Europa, e che una forma così virulenta di razzismo ha avuto le sue origini nel primo stato cittadino del Rinascimento dovrebbe tenere gli accademici nel campo degli studi sociali ed etnici a chiacchierare per anni.»

Tesi accattivante, tanto che la storia romanzata della figlia de Il Moro, Giulia de’ Medici, è stata poi ripresa dalla scrittrice Katy Simpson Smith per il suo romanzo The Everlasting, lanciato con un articolo Viewing Blackness Through the Lives of the Medici. Ovviamente dimenticando che furono proprio i Medici, nemmeno sessant’anni dopo la morte del Moro, promulgarono le leggi livornine, che per assicurare lo sviluppo del porto di Livorno diedero vita ad una legislazione per l’epoca molto avanzata in tema di “minoranze”.

Giulia de’ Medici figlia de Il Moro

Insomma, come abbiamo anche scritto in Iconoclastia, la ricerca storica fatta con la ricerca di immagini su Google. Per chi volesse approfondire, rimandiamo all’articolo della storica e divulgratrice Lisa Hilton, The “mulatto” Queen – Lisa Hilton debunks a growing myth about a monarch’s consort, che chiarisce i molti punti controversi delle tesi di Mario De Valdes y Cocom (pur con un’imprecisione sul barone Stockmar che abbiamo chiarito).

1 commento

  1. Su Alessandro De Medici e le sue probabili (e parziali) origini africane va detto che comunque nacque da una relazione illegittima con una serva dal nome italiano ma probabilmente ex schiava o discendente di ex schiavi; che la sua discendenza non ha avuto alcun peso nella dinastia medicea e che lui stesso è inseribile in un ramo molto collaterale della famiglia (poco a che vedere col Magnifico & C. per intenderci) tanto è vero che la sua ascesa al ducato di Firenze nasce non da ragioni dinastiche ma dalla necessità del suo probabile vero padre, il futuro Clemente VII, di mettere un Medici alla guida di Firenze visto che il candidato naturale, Ippolito de Medici, era dovuto diventare cardinale in fretta e furia perché il papa aveva avuto urgenza – durante una malattia che temeva lo portasse a morte – di crearlo cardinale per non lasciare il prossimo conclave senza un Medici presente. Inutile dire che la discendenza di Alessandro fu ininfluente perché concepita con donne fuori dal matrimonio e che la vera moglie del Duca, Margherita, figlia bastarda a sua volta dell’imperatore Carlo V, non gli diede figli (che che invece fece col suo marito successivo: Ottavio Farnese futuro duca di Piacenza e Parma). Poi l’omicidio di Alessandro va ascritto alla tradizione repubblicana fiorentina che vedeva in lui, con più di una ragione, un vero e proprio tiranno da abbattere. Basta leggere le biografie del suo assassino, il cugino Lorenzino de’Medici, per verificarlo. Quindi Alessandro de Medici è stato, da ogni punto di vista, un “incidente di percorso” nella lunga storia medicea.

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