Home Storia&TV La Rivoluzione Francese in tv "decapita" anche la Storia

La Rivoluzione Francese in tv “decapita” anche la Storia

Netflix ha lanciato una nuova serie, molto attesa e molto promossa, soprattutto in Francia, ovviamente: si intitola “La Révolution” ed è una versione alternativa, molto alternativa, della Rivoluzione Francese, che si spiega con una strana malattia di “sangue blu” che spingerebbe i nobili ad attaccare il popolo. Secondo l’impietosa recensione della rivista francese “L’Incorrect”, la serie riprende i peggori cliché del periodo ed è totalmente fallita dal punto di vista scenografico. Ma, soprattutto, è indicativa della patologizzazione dei conflitti attualmente in corso in Occidente: dobbiamo sradicare ogni discriminazione, vera o presunta, come si fa con i virus.

di Mélanie Courtemanche-Dancause da L’Incorrect del 19 ottobre 2020

È per una citazione di Napoleone che ci siamo immersi nel mondo della nuova serie The Revolution: “La storia è una serie di menzogne su cui siamo d’accordo”. Presumibilmente, la storia della Rivoluzione così come ci è stata raccontata sarà negata e smentita! Lanciata il 16 ottobre 2020 (in questo caso, il 227° anniversario della morte di Maria Antonietta), la presunta ucronia non mancherà di scandalizzare per la sua patologizzazione, denunciando la discriminazione come un virus da sradicare.

Siamo nel 1787, e il giovane medico Joseph Guillotin scopre il misterioso virus “sangue blu” che contamina i nobili e li trasforma in zombie cannibali ed effeminati. Non possono fare a meno di uccidere i contadini per placare la loro insaziabile fame, spinti tanto dall’istinto animale quanto dal pregiudizio sociale (un olfatto sviluppato permette loro di fiutare i “poveri”). Inoltre, il virus aggraverebbe la diabolica passione già innata tra gli aristocratici. Infine, va notato che il virus non colpisce i contadini, che sono le vittime e quindi necessariamente i più virtuosi. In una battaglia manichea e millenaria, che fa ticchettare tutte le caselle del pensiero giusto, i contadini-martiri si confrontano con gli aristo-demoni divorati dalla ricchezza e dal privilegio per rovesciare l’ordine costituito. Naturalmente, c’è da aspettarsi un’eccezione, perché c’è un contadino contaminato da sangue blu. Riesce abilmente a controllare gli effetti della malattia grazie alla sua forza di carattere, oltre che alla sua forza morale, mentre viene aiutato da un amico che pratica una benevola magia vudù (la buona coscienza gli impone di essere un ex schiavo delle colonie falsamente accusato di omicidio dalla nobiltà).

Ma saltiamo i cliché, le repliche prevedibili e i personaggi femministi caricaturali. Il flop artistico non può accecare le idee totalitarie veicolate dalla serie Netflix che patologizzano la società. L’idea di una categoria sociale contaminata da un virus che rischia di annientare la società non è nuova! Nel 1978, Susan Sontag teorizzò prima della storia questa amalgama in The Disease as a Metaphor: i vizi repressi nell’uomo sarebbero stati all’origine di un’infermità contagiosa, indesiderabile per la società. Nelle ore più buie della storia tedesca, sappiamo che l’amalgama è stata trasmessa nella macchina mediatica, in totale simbiosi con lo Stato. Impossibile delegittimare il contaminato? La Soluzione Finale era stata imposta per eliminare il virus.

Possiamo poi fingere di ignorare la patologizzazione della società che si è verificata durante la pandemia del coronavirus, dopo aver visto “La Révolution”? Come promemoria: a febbraio, SOS Razzismo ha lanciato l’hashtag #jenesuispasunvirus per sostenere la comunità asiatica. Dal 30 marzo al 5 aprile, Le Monde ha pubblicato una serie di testi dal titolo “Razzismo e antisemitismo: queste altre pandemie”, in cui si spiega che “la situazione attuale permette a tutti di misurare cosa significa un’epidemia, la diffusione di un male invisibile, a livello collettivo e individuale, in tutti gli aspetti della vita, dai gesti innocui della vita quotidiana – che sono diventati fonti di pericolo – agli sconvolgimenti sociali, presenti e futuri”. Dopo la morte di Georges Floyd negli Stati Uniti a maggio, il giornalista della CNN Don Lemon ha twittato il titolo “Due virus mortali: Covid 19 e il razzismo”, che è stato trasmesso in Francia una settimana dopo. Il 10 giugno, i principali quotidiani francesi di entrambe le sponde dell’Atlantico hanno pubblicato la rubrica di Dany Laferrière: “Il razzismo è un virus. Lo stesso giorno, nel Consiglio dei Ministri, il Presidente della Repubblica ha denunciato questa “malattia che colpisce tutta la società”. Il 17 giugno, Libération ha pubblicato un op-ed di Kofi Yamgnane, ex segretario di Stato sotto Mitterrand, in cui chiede a Macron di “epurare” la società francese dal razzismo, un “virus mortale”, per garantire la pace sociale. Questi sono solo alcuni esempi. Ma come non vedere nella Rivoluzione una demagogia contro l’eredità monarchica della Francia, così grossolanamente fischiata? Come possiamo non vederla come una lezione per una Francia che si dice all’antica, in ritardo sui diritti e le libertà individuali LGBT?

Precisiamo che la serie è stata girata ben prima della pandemia e delle manifestazioni antirazziste; resta comunque il fatto che con la netflixisation della Francia, questa patologizzazione dei conflitti continuerà a diffondersi a forza di cliccare su “prossimo episodio”. Non dimentichiamo che il progetto di investimento di Netflix sul mercato francese ne fa parte: nel gennaio 2020, un contributo di oltre 100 milioni di euro è stato approvato dal Ministro della Cultura Franck Riester e dal Sindaco di Parigi Anne Hidalgo. In Francia e non solo, è noto che la multinazionale non è priva di pregiudizi politici da promuovere, avendo alimentato l’ideologia del razzismo sistemico nel movimento della Black Lives Matter negli Stati Uniti con una donazione di 120 milioni di dollari.

Di fronte a una sceneggiatura così poco chiara, come non vedere in Netflix, sotto le spoglie di una produzione francese, la stessa ondata americana che ci ha portato al razzismo sistemico? Come non vedere nella Rivoluzione una demagogia contro l’eredità monarchica della Francia, così grossolanamente fischiata? Come possiamo non vederla come una lezione per una Francia che dicono essere all’antica, in ritardo sui diritti LGBT e sulle libertà individuali? Come non vederlo, in definitiva, come un affronto a quanti, di fronte all’alleanza degli islamisti con la sinistra, chiedono ancora la salvaguardia della Francia?

Mélanie Courtemanche-Dancause

 
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