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L’attentato di Sarajevo: le cose da sapere 100 anni dopo

Due colpi di pistola sparati da Gavrilo Princip all’Arciduca Francesco Ferdinando e a sua moglie Sofia il 28 giugno 1914. Era il loro anniversario di nozze e l’anniversario della sconfitta serba sul Campo dei merli nel 1389.

di Luigi Gavazzi da Panorama.it del 27 giugno 2014 

Ecco ci siamo. Sono 100 anni giusti dal 28 giugno del 1914, era una domenica, il giorno che diede davvero il via al Ventesimo secolo: l’attentato di Sarajevo dove vennero uccisi Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico e sua moglie Sofia.
Ecco alcune cose da sapere per rileggere quell’avvenimento che nel giro di cinque settimane trascinò l’Europa nella prima guerra mondiale.

Terrorismo serbo
1) Qualsiasi cosa pensiate dell’impero asburgico, l’attentato di Sarajevo fu un atto di terrorismo ispirato dal nazionalismo pan-serbo.
I giovani nazionalisti serbo-bosniaci che erano lungo le strade di Sarajevo per uccidere Francesco Ferdinando erano convinti di punire l’Austria, “colpevole” di impedire alla Serbia di compiere la propria missione: unire in una Grande Serbia tutti i “fratelli”, indipendentemente da dove si trovassero e senza curarsi del prezzo che chi stava fuori dal cerchio avrebbe pagato. Come alcune azioni di “pulizia etnica” dell’esercito serbo e delle milizie irregolari, durante e subito dopo le guerre balcaniche, avevano ampiamente dimostrato nei territori conquistati da Belgrado.
Insomma, un po’ la stessa idea tribale che spinse 80 anni dopo, negli anni ’90 del ‘900, i serbi ad aggredire i musulmani colpevoli di abitare zone della Bosnia Herzegovina che andavano “ripulite”.

2) D’altra parte, qualsiasi cosa pensiate dell’ultimatum del governo di Vienna alla Serbia, è innegabile che dietro l’attentato del 28 giugno ci fosse una rete terroristica semiclandestina ma ispirata, finanziata, organizzata e favorita da una parte dell’esecutivo serbo e soprattutto guidata da alcuni circoli dell’esercito.
La “Mano nera”, l’organizzazione degli assassini di Sarajevo, e molti dei suoi progetti per uccidere politici austriaci ma anche esponenti non estremisti serbi, erano conosciuti da anni, dal governo di Belgrado e alla stampa (oltre che dai servizi segreti austriaci). In realtà, già nel 1912 la Mano nera era una organizzazione “quasi ufficiale”, al punto che, come ricorda Cristopher Clark in I sonnambuli , era risaputo che il ministro della Guerra serbo ne fosse un protettore. Anche Nikola Pašić, il primo ministro serbo, un moderato, era certamente informato del piano per uccidere l’Arciduca.
L’architetto dell’attentato di Sarajevo fu Dragutin Dimitrijević, detto Apis, capo dell’intelligence militare serbo, vera guida della Mano Nera e fra gli ufficiali più estremisti dell’esercito (nel 1903 fu uno degli assassini del re Alessandro Obrenović e della regina Draga).

Due colpi di pistola, Gavrilo Princip
3) Il fatto che fosse Gavrilo Princip a uccidere Francesco Ferdinando e Sofia fu il risultato di una combinazione di eventi casuali che consegnarono proprio lui alla storia invece che i suoi compagni di complotto. Erano in sette i terroristi, la mattina del 28 giugno 1914, disposti lungo la Appel Quay (oggi Obana Kulina bana), la via che costeggiava il fiume Milijacka, parte principale del percorso del corteo di auto dell’Arciduca.
Il primo che avrebbe potuto agire fu Muhamed Mehmedbašić: aveva una bomba a mano pronta da lanciare ma la paura lo paralizzò.
Poi fu il turno di Nedeljko Čabrinović: lui ci andò vicino; sbagliò il tempo del lancio della bomba a mano che esplose sotto un’altra auto del corteo imperiale ferendo un militare, il colonnello Erik von Merizzi.
Francesco Ferdinando a questo punto decise di continuare la visita nonostante l’attentato fallito, con una leggera modifica del percorso, per poter visitare von Merizzi e sincerarsi delle sue condizioni.
Gli altri attentatori rientrarono in gioco. Vaso Čubrilović però non sparò: pare che a fermare la sua mano fosse stata la vista della Duchessa Sofia accanto a Francesco Ferdinando. Cvijetko Popović non lanciò la sua bomba per la paura.

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Ed ecco Gavrilo Princip. Dopo la bomba lanciata da Čabrinović corse verso l’assembramento, convinto che l’attentato fosse stato portato a termine con successo. Qui si rese invece conto del fallimento e vide il compagno arrestato – pare che avesse anche pensato di sparargli per evitare che parlasse, dato che il veleno che l’attentatore aveva ingerito per suicidarsi non aveva causato altro che forti dolori.
Princip però cambiò idea e riportò la sua attenzione sull’Arciduca. Ma era troppo tardi: l’automobile era di nuovo in corsa e lui non si fidò della sua mira.
E a questo punto la fortuna e l’intuito consegnarono il suo nome alla storia. Infatti Princip decise di andare sulla Franz Joseph, lato destro, semplicemente perché era previsto che il corteo di auto passasse di lì prima di lasciare la città.
Nel frattempo l’Arciduca, Sofia e gli altri fecero quanto previsto, con qualche cambiamento al protocollo. Visita al municipio, discorso del sindaco (che non ebbe la presenza di spirito di modificare a braccio il testo dicendo cose grottesche su quanto la popolazione di Sarajevo accogliesse con felicità la visita imperiale, scatenando l’ira, a stento controllata, di Francesco Ferdinando).
A questo punto, insieme con i responsabili delle misure di sicurezza, l’Arciduca decise di ridurre i rischi accorciando il percorso del corteo. Tuttavia, invece di andare direttamente fuori città, l’erede al trono volle passare all’ospedale della guarnigione per salutare l’ufficiale ferito dalla bomba di Čabrinović. Fu allora predisposto che venisse ripercorso l’Appel Quay a ritroso, senza passare dalla Franz Josef, via prevista dal programma ufficiale e, via dove aspettava Princip.
A questo punto la Mano nera aveva virtualmente fallito.

Invece, nel concitato susseguirsi di decisioni, nessuno aveva pensato di avvertire gli autisti delle auto del corteo imperiale. Che quindi percorsero le strade previste dal programma iniziale: quindi entrarono in Franz Josef.
Proprio davanti al punto dove aspettava Princip, l’auto di Francesco Ferdinando addirittura si fermò. Questo perché Oskar Potiorek, governatore della Bosnia Herzegovina e responsabile delle misure di sicurezza per la visita, urlò all’autista dell’auto sulla quale si trovava – e che era proprio quella dell’erede al trono degli Asburgo – che avevano sbagliato strada.
Quello fu il momento di Princip e il momento che segnò in modo catastrofico la storia del XX secolo: provò con la bomba a mano che rimase però attaccata alla cintura; allora passò alla pistola: due colpi ravvicinati. Il primo colpì la Duchessa Sofia all’addome, il secondo l’Arciduca al collo.
Guardando la moglie sanguinante, Francesco Ferdinando pronunciò le parole che nel giro di poche ore avrebbero fatto il giro dell’intera duplice monarchia, rilanciate da ogni giornale e gazzetta e ripetute a voce per chi non poteva leggere: “Sofia, Sofia, non morire, resta in vita per i nostri figli”. Appena dopo le 11 di quella mattina del 28 giugno 1914, Francesco Ferdinando morì.

Una data sbagliata
4) Il 28 giugno comunque era una data sbagliata per una visita in Bosnia. Almeno per chi tenesse nel dovuto conto il pericolo rappresentato dall’ultranazionalismo serbo e di quella che il filosofo Jonathan Glover in Humanity , ha definito “una visione della storia così ridicolmente semplicistica”.
Perché il 28 giugno è una data fatidica per il nazionalismo serbo, la data di una sconfitta cruciale nel 1389 ad opera dei Turchi nel Kosovo, sul Campo dei merli, che pose fine all’impero serbo nei Balcani e preparò l’integrazione successiva delle terre serbe nell’Impero Ottomano.
Per Princip e la Mano Nera quella visita proprio quel giorno era un deliberato insulto da parte del “tiranno”. Tanto più che Francesco Ferdinando aveva in mente un nuovo assetto dell’impero che avrebbe dato maggiore peso agli Slavi e avrebbe ostacolato il disegno panserbo.

Princip pare avesse cercato arruolarsi nell’esercito serbo per combattere nella prima guerra balcanica ma venne scartato per la bassa statura. Leggeva ammirato Nietzsche e declamava ad alta voce brani di Ecce Homo.
Ma il 28 giugno 1914 era anche il quattordicesimo anniversario del matrimonio fra Francesco Ferdinando e Sofia. E l’Arciduca ci teneva a offrire alla moglie qualche giorno di vacanza a Ilidze, vicino a Sarajevo, unendoli alla visita ufficiale alla capitale della regione che Vienna aveva annessa nel 1908, altro evento cruciale nella corsa verso la prima guerra mondiale.

 

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