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Le maschere della disinformacija nell’era del capitalismo

Disinformacija, disinformazione… in lingua russa, il termine assume un significato più complesso, se vogliamo più… completo, comunque venato di sfumature che ci riportano, di colpo, alla Rivoluzione d’Ottobre, ai lunghi anni della Guerra Fredda – il cosiddetto “secolo breve” secondo Hobsbawne – ai romanzi di Le Carré, ai film di spionaggio… E questo perché la “disinformacija” era stata elevata, nell’URSS, a ruolo di vera e propria scienza, o meglio di tecnica con cui disorientare l’antagonista, metterne in crisi le certezze, indebolirne la determinazione. E distruggere, ovviamente, l’immagine. “Calunniate, calunniate… qualcosa resterà…” si tramanda avesse esortato lo stesso Lenin; frase di dubbia attribuzione storica, certo, ma che, comunque, ben rispecchia una visione ideologica per la quale non esiste la verità dei fatti, ma questa è sempre relativa, condizionata dall’interpretazione funzionale dettata dall’ideologia.

di Andrea Marcigliano da il Giornale del 19 gennaio 2015 il Giornale, ultime notizie

E l’URSS, che dell’ideologia marxista-leninista era il centro promotore, nell’arte della disinformacija fu, a lungo, maestra, sfruttando, con scaltrezza e spregiudicatezza, le “simpatie” ideologiche degli intellettuali dell’Occidente capitalista. Simpatie che diventavano, quasi sempre, fette di salame davanti agli occhi, spingendo i figli dell’opulenta borghesia europea – talvolta, anche se più di rado, statunitense – a sposare acriticamente la causa della rivoluzione, che poi, alla fin fine, si traduceva nell’interesse di Mosca. E Questa “suggestione” andava dall’incapacità di vedere le cose per come erano – e quindi, via all’apologia dei Vietcong, dei Khmer Rossi, della Rivoluzione Culturale maoista… e di altri regimi e fenomeni sanguinosi e aberranti – alla vera e propria cosciente “intelligenza col nemico”. Quando non al tradimento puro e semplice, come accadde nei casi di Philby, Burgess ed altri aristocratici figli di Oxbridge divenuti spie del KGB, che fecero saltare, letteralmente, l’intelligence britannica. Campagne di reclutamento e d’opinione cui l’Occidente, l’altro fronte, il “nostro”, rispondeva colpo su colpo, forte non di una coesione ideologica, ma piuttosto di una “visione della vita”, di un modello sociale alla fine vincente. Di un “soft power” meno esplicitamente invasivo, ma, a ben vedere, ben più sottile e capace di conquistare menti e cuori. E come, poi, la Cold War sia andata a chiudersi è cosa nota.

Questa, ovviamente, è storia, o meglio un insieme di storie ormai vecchie, entrate (quasi) nella leggenda giornalistica. Ma non è, al contrario, consegnato alla storia, dimenticato, lo strumento della “disinformacija”, che, anzi, oggi più che mai, viene utilizzato su scala universale, sfruttando proprio le enormi possibilità della comunicazione pervasiva di questa “Era della Globalizzazione”. Strumenti di comunicazione possenti e, soprattutto, pervasivi, dietro ai quali, però, non si stagliano più le ombre delle vecchie spie, degli agenti del KGB – o, in versione occidentale, della CIA – bensì quelle, molto meno romantiche ed avventurose, e tutto sommato paradossalmente più misteriose, di speculatori, finanzieri che manipolano l’informazione per trarre, da questo, profitti di dimensioni anche solo difficili da immaginare. Capaci di sconvolgere paesi, far crollare sistemi statuali, scatenare “rivoluzioni” – più o meno colorate – e addirittura guerre solo perché i “loro” interessi verrebbero da questi disordini favoriti. O, più semplicemente, perché una condizione internazionale di squilibrio e tensioni favorisce quei centri di potere economico che non producono alcuna ricchezza reale, ma che sfruttano l’aleatorietà dei nuovi strumenti telematici per giocare, con capitali puramente nominali, sulla scena globale come se si trattasse di un’immane partita a Monopoli.

Esempi, dalla storia, o meglio dalla cronaca recente, se ne possono trarre a bizzeffe. Le “Primavere arabe” innanzi tutto, cronaca, appunto dell’altro ieri. I Media ce le rivendettero come grandiosi e felici movimenti di popolo per la democrazia, contro dittatori, o meglio Rais, sanguinari e corrotti… l’Occidente, la nostra opinione pubblica vi credette, ed applaudì la cacciata dei vari Ben Alì e Mubarak, persino, coprendosi gli occhi, lo scempio del corpo di Gheddafi… e poi, come ben sappiamo, il silenzio. Il silenzio mediatico, anche della stessa, mitizzata, “rete”. E oltre questa nuova, impalpabile ma pesante, “cortina di ferro” il precipitare di Maghreb e Medio Oriente nel caos, l’emergere di nuovi regimi tali dal fare impallidire la memoria di quelli passati, guerre civili, masse di disperati migranti verso le nostre coste. Neppure l’ombra – se si eccettua, forse, l’ambiguo status della Tunisia – di una democrazia moderna, di una qualche liberalizzazione dei costumi, di giustizia sociale o stato di diritto… anzi. E qualcuno, però, che da tutto ha tratto, e continua a trarre, profitto, non solo conquistando nuove, succose, fette della grande torta del gas e del petrolio, ma anche, anzi soprattutto, manipolando i Mercati con questi, continui, alti e bassi indotti dall’insicurezza generalizzata in un’area critica per l’economia e gli equilibri del Globo. E altri esempi ne potremmo trarre dal passato, più o meno recente. La Bosnia, il Kosovo, tanto per fare alcuni nomi. E crediamo che la cosa più difficile sarebbe riuscire a fare il conto di quanto siano costate quelle campagne di Disinformacija mediatica tradottesi in sconvolgimenti politici e geopolitici. Di quanto siano costate in termini umani e generali, e di quanto ci siano costate come sistema Italia. Pensiamo solo alla Libia…

Ora, i riflettori dell’informazione/disinformazione sono tutti puntati sulla crisi dell’Ucraina. Non abbiamo l’animo dei tifosi, e, sinceramente, viviamo ormai in un’epoca, come è stato più volte ribadito, post-ideologica. Quindi non vediamo motivo di sposare, acriticamente, una causa o l’altra. Solo, da cronisti degli accadimenti geopolitici, ci limitiamo a notare, e registrare, come sia stata e continui a venire attuata una campagna di “informazione” mondiale tutta volta ad acuire la crisi e ad accentuare il conflitto tra Mosca e Kiev, quindi, per traslato, fra Russia ed Occidente, o se si vuole semplificare fra Cremlino e Casa Bianca. Informazioni false o sottilmente falsate; demonizzazione dell’avversario; evocazione spiritistica degli spettri della Guerra Fredda. Tutto questo tende e rendere sempre più tese le relazioni internazionali, in spregio al fatto che – come ha sottolineato Dimitri Trenin, direttore del Carneige Endowment di Mosca, uno dei più acuti analisti della scena russa – l’intreccio di interessi e i legami fra Russia e Stati Uniti renderebbe, realisticamente, oggi impensabile il riproporsi degli scenari della Cold War. Eppure c’è qualcuno che agitando questi fantasmi inconsistenti sta, ancora una volta, traendo profitto. A scapito di tanti. Di interi popoli, anche del nostro. E acuendo così, una crisi generale ed epocale sulla cui genesi, forse, si dovrebbe riflettere più a fondo. Perché anche su quella sembra stagliarsi l’ombra della nuova Disinformacija.
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Andrea Marcigliano è Senior fellow de “Il Nodo di Gordio” www.nododigordio.org

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