Home Luci rosse e rosa Rinascimento: un Viagra che si chiamava "Salama"

Rinascimento: un Viagra che si chiamava “Salama”

Quando la pillola blu non c’era, in qualche maniera occorreva porre rimedio alle defaillances degli aitanti cavalieri, che fra l’arme e gli amori dovevano dividere le loro forze. Nel Cinquecento romagnolo ci pensava un insaccato dalle corroboranti qualità: la “salama da sugo”

 

Venuta alla ribalta solo dieci anni or sono, la pillola blu del Viagra ha riscosso un certo successo in Italia dove ne sono stati consumati in questo lasso di tempo ben 60 milioni di capsule. Ma tanto entusiasmo si basa forse sull’ignoranza. In realtà, anche se con altre fonti di stress, nei secoli passati gli uomini hanno usato anche altri rimedi per dare un po’ di energia alla propria libido. Nel Cinquecento le donne di casa d’Este inventarono la «salama da sugo» alla ferrarese (con vino e spezie) con l’esplicito intento di soccorrere i loro uomini reduci dalle guerre per farli tornare rinvigoriti ai letti coniugali. Tracce della «salama da sugo» di Ferrara compaiono già in corrispondenze epistolari illustri, da Lorenzo il Magnifico che, in una lettera datata 15 febbraio 1481, ringrazia Ercole d’Este per la “graditissima salama da sugo” ricevuta in dono dal Duca. Narrano infatti le cronache che le donne degli Estensi, disilluse dai continui allontanamenti dei loro uomini che rimanevano assenti mesi ed anni per guerre e imprese di ogni genere, tornando stanchi e sfiniti, cercarono il modo di far loro recuperare prontamente le forze e farli tornare, ingagliarditi, ai talami coniugali. Il segreto? In breve, l’insaccato custodisce un amalgama di varie parti del maiale, meglio se della scrofa, un impasto di quelle frattaglie meno nobili ma più saporite. Abbondantemente speziata con sale, pepe, cannella, noce moscata e chiodi di garofano, viene arricchita e intrisa di vino rosso preferibilmente vecchio e non imbottigliato, e talvolta da rum, brandy o marsala, con cui viene riempita la vescica dell’animale. La salamina acquista l’inconfondibile sapore dopo una lunga stagionatura, che varia dai 6 ai 24 mesi, appesa al soffitto o posta sotto la cenere in un luogo fresco, areato e rigorosamente al buio. La sua preziosità e rarità sta nel fatto che se ne ottiene una soltanto da ciascun maiale ed ancora oggi è prodotta rispettando criteri artigianali.

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