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L'Insolita Storia

Roma: il “museone unificato” e il discobolo

La settimana scorsa il mondo culturale nostrano ha iniziato a dibattere sulla proposta di Carlo Calenda, candidato sindaco al comune di Roma come indipendente, intorno alla sua idea di “accorpare” i diversi musei della città dedicati alle antichità romane. Non due, non tre, non cinque, bensì sette (diciamo sette) musei, da accorpare, come si evince dal programma pubblicato sul sito.

7 Musei per 1 Sindaco

I sette musei da unificare nel Museo Unico Romano del programma calendiano, ben presto ribattezzato “Museone” dal popolino di Twitter e dai commentatori critici sarebbero i seguenti:

  • Palazzo Altemps (parte del Museo Nazionale Romano con Palazzo Massimo, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano)
  • Palazzo Massimo
  • Musei Capitolini
  • Museo della Civiltà Romana
  • Crypta Balbi (dalla slide 7 del programma)
  • Centrale Montemartini (dalla slide 7 del programma)
  • Palazzo Braschi (dalla slide 7 del programma)

Le esposizioni di ogni singolo museo verrebbero accorpate ai Musei Capitolini che si andrebbero a espandere in tutto il complesso del Campidoglio, da cui verrebbero ovviamente tolti gli uffici. Altro accorpamento che ne seguirebbe è quello della Pinacoteca dei Musei Capitolini con la collezione di Palazzo Barberini (con destinazione proprio palazzo Barberini (elemento chiarito nel video di presentazione, ma non nel programma)). Cosa fare dei musei svuotati? Il programma di Calenda non lo svela, nemmeno per le due location più particolari: la Centrale Montemartini con la sua archeologia industriale e il Museo della Civilità Romana (chiuso da anni) l’unico concepito fin da progetto come spazio museale (ancorché spazio museale littorio). Il fatto che non sia chiarita la destinazioni di questi spazi è una prima mancanza significativa della proposta calendiana. Non un dettaglio secondario tenendo conto di simili esperienze passate di spazi tolti alla collettività senza reali vantaggi per gli enti e i cittadini.

Anzi dal video di presentazione sembra quasi che l’unico elemento di interesse del Museo della Civiltà Romana sia il plastico di Italo Gismondi (erroneamente definito Forma Urbis). Un plastico da 200 m2 che nella sua interezza porrebbe anche difficoltà di esposizione in un eventuale spazio all’interno dell’ipotetico Museone Unico Romano, che non dispone di sale delle dimensioni adatte per una fruizione del plastico da un grande pubblico. A meno di non realizzare un nuovo spazio ad hoc per il plastico il plausibile rischio è che finisca “sfrattata” la statua equestre di Marco Aurelio dall’esedra progettata da Carlo Aymonino. O, peggio, di vederne esposta solo una parte.

200 metri quadri di plastico esposti in una struttura realizzata ad hoc, ha senso spostarli? (via Commons)

Accorpare perché “c’è da camminare”

Da Twitter e dal programma le problematiche che secondo Calenda spingono all’accorpamento in un Museo Unico Romano sono:

  • La distanza tra i musei;
  • Le scarse performance di biglietti venduti dei musei in oggetto;
  • L’approccio datato nell’esposizione presente ai musei capitolini;
  • L’aver un museo più grande che possa “rivaleggiare” con il Louvre, si legge nel programma: «L’attuale superficie espositiva dei Musei Capitolini è di circa 14 mila m². Per accogliere le collezioni attualmente collocate negli altri 6 musei precedentemente citati, ne servirebbero altri 34.730 m², arrivando così a circa 49 mila m². Questo gli permetterebbe di avvicinarsi notevolmente alle dimensioni di altri grandi musei internazionali come, per esempio, il Louvre di Parigi (73 mila m²)»

Il primo punto, quello della distanza tra i musei, avrebbe dovuto alzare molti sopraccigli, ma invece è passato sotto completo silenzio. Ma come «lo studente che vuole comprendere la storia della Roma antica» del Tweet calendiano, che, essendo studente presumiamo in forma, e soprattutto desideroso di comprendere la storia di Roma, a questo studente gli fanno schifo 20 minuti a piedi? Venti minuti in cui può osservare i fori da Via dei Fori Imperiali, allungare fino al Colosseo, transitare dal parco di Colle Oppio sotto cui giace la Domus Aurea neroniana, fare una piccola deviazione per San Pietro in Vincoli per ammirare il Mosè di Michelangelo?

Ecco, se l’ipotetico studente si deve preoccupare di quei venti minuti costeggiando meraviglie, viene meno tutta l’idea di una città come Roma, e si riduce tutto al turismo mordi e fuggi. Il vecchio e superato stereotipo del turista giapponese con viaggio organizzato che scende dal pullman, fotografa e risale.

E tutte le riflessioni che bisogna abbandonare quel tipo di turismo mordi e fuggi per invertire la rotta? Perché ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che quel tipo di turismo non produce ricchezza.

Un polo di musei?

E sull’esempio della distanza dal museo della Civiltà Romana? Grattando si scopre facilmente come la distanza sia ampiamente giustificabile da quello che il nostro ipotetico studente troverà nei dintorni una volta trascorsi i 47 minuti.

  • Un quartiere simbolo dell’architettura Novecentesca, nonché set e ispirazione di numerosi film (Equilibrium, Titus, 007 Spectre, Zoolander 2)
  • Il polo museale del cosiddetto “museo delle Civiltà”, MuCiv, dove sono accorpati: “Museo Preistorico Etnografico ‘Luigi Pigorini’“, il “Museo delle Arti e Tradizioni popolari“, il “Museo dell’Alto Medioevo“, il “Museo nazionale d’arte orientale ‘Giuseppe Tucci‘” trasferito dalla vecchia sede di Palazzo Brancaccio e il “Museo Italo-Africano ‘Ilaria Alpi’“, già Museo Africano chiuso nel 1971. E lì dovrebbe arrivare anche la collezione del Museo Geologico Nazionale già a Palazzo Canevari fino al 1995. Curiosamente Palazzo Canevari ex sede del museo e dell’Ufficio Geologico, soggetto a vari vincoli era finito poco tempo tra le polemiche per una sopraelevazione. Titolava Repubblica nel maggio 2020 «Palazzo Canevari maxi abuso edilizio firmato dallo Stato». Vicenda che dimostra come il “da farsi” degli edifici svuotati dai musei va valutato fin da subito. Per evitare situazioni come quella di Palazzo Canevari, abbandonato per 25 anni e poi a rischio “modifiche” e speculazioni.
Palazzo Canevari, quando si parla di dismissioni di spazi museali sarebbe opportuno partire da qui (via Wikipedia)

Tornando al percorso di 47 minuti, l’ipotetico studente accanto al Museo della Civiltà Romana troverebbe altri spazi museali, tra cui il Museo dell’Alto Medioevo che potrebbe essere attinente ai suoi studi e interessi, visto che la collezione parte dal VI secolo. “Invasioni barbariche”, longobardi e alto medioevo a parte, quella dei tempi di percorrenza tra un museo e l’altro appare solo uno di quegli agganci utili sul momento ma privi di qualunque fondamento a meno di non voler giustificare il turismo mordi e fuggi.

Museo della Civiltà Romana, concepito per il bimillenario della nascita di Augusto, chiuso dal bimillineario della morte. Clicca qui per una riflessione sugli anniversari a cifra tonda in Italia (via Commons)

Orari e unificazioni

Sempre sul novello conglomerato di musei che forma il Museo delle Civiltà dell’EUR, per i commentatori dell’idea calendiana del “Museone Unico Romano” questo polo potrebbe essere ulteriore spunto di riflessione, in quanto può rappresentare un esempio di “unificazione e razionalizzazione” di spazi museali. Quindi esempio sul campo se queste soluzioni funzionino in tema di biglietti e visitatori. Per una valutazione obiettiva occorrerebbe assoluta trasparenza sugli orari di apertura dei musei “prima del loro trasferimento”. Come fa notare giustamente Calenda quella di musei aperti solo il pomeriggio sembra una soluzione che certarmente non invoglia i visitatori.

E ricordiamo che prima della chiusura per adeguamenti normativi il Museo della Civiltà Romana aveva degli orari “impossibili”.

Biglietti e visitatori

Gli altri due punti di Calenda sulla necessità di un Museo Unificato vertono sul numero di biglietti e sulla superficie espositiva che renderebbe i nuovi capitolini unificati in grado di poter rivaleggiare con il Louvre e gli altri grandi musei europei.

La slide 2 del pdf del programma è quanto mai esplicativa: Louvre, British e Reina Sofia fanno milionate di visitatori, i Capitolini no. La prima e più superificiale obiezione riguarebbe «e gli altri 6 musei parte dell’accorpamento quanti biglietti staccano?». Si bilanciano in qualche modo le vendite distribuite su più strutture? Elemento non presente nemmeno nella slide 5 del programma dove si scende nei dettagli. Tra l’altro il numero di biglietti assoluto è comunque “relativo”, andrebbe pesato per numero di visitatori della città. E Roma ha meno visitatori internazionali di Londra e Parigi (10 milioni contro 19 e 17 milioni rispettivamente).

Ma questi aspetti possono passare in secondo piano rispetto al paradigma calendiano: servono i metri quadri. Nel grafico c’è però una mancanza importante, il convitato di pietra di qualunque dibattito sui musei romani. A Roma c’è già un museo che sfiora i numeri del Louvre, oscurando le performance di British e Reina Sofia. Si tratta dei Musei Vaticani, che pur trovandosi materialmente in un altro stato sono pur sempre a Roma (a meno che per Calenda non ci si trovi in una situazione stile La città e la città del romanzo weird di China Miéville, dove due città dell’est Europa occupano lo stesso spazio fisico ma in realtà sono abitate come se fossero su due piani distinti e non permeabili).

La scalinata a doppia elica di Giuseppe Momo, vecchio ingresso/uscita dei Musei Vaticani. Ispirata al pozzo di San Patrizio di Orvieto, si dice abbia ispirato Frank Lloyd Wright per il suo Guggenheim (via Musei Vaticani)

I Musei Vaticani al 2019, pre-covid, erano il o museo più visitato al mondo sfiorando i 7 milioni di visitatori (sul podio più alto è sempre il Louvre, secondo e terzo posto se li contendono, a seconda della statistiche, Vaticani, Met di New York, Museo Nazionale Cinese di Pechino e British).

E allora i musei Vaticani?

E pure molti dei commentatori presi dal dibattere della scarsa performance dei Capitolini versus Louvre e British sembrano dimenticare i Musei Vaticani. Certo Calenda non omette del tutto i Vaticani. Ne parla sia sul sito: «il Campidoglio potrebbe diventare il più grande Museo di Roma, superando i musei Vaticani (43 mila m²) e avvicinandosi notevolmente alle dimensioni di altri grandi musei internazionali come il Louvre di Parigi (73 mila m²)».

E li cita anche nel pdf che accompagna il programma. Ma sembrano apparire e sparire a seconda della convenienza nell’argomentare la propria proposta. E sì, forse siamo proprio nel Weird urban fantasy di Miéville: Roma e Vaticano coesistono fino a un certo punto. Infatti non compaiono nella slide 2, quella con il grafico a istogrammi, ma compaiono nella slide 3, dove si divide la torta dei musei romani tra statali, vaticani e comunali.

Palazzo dei Conservatori, l’ingresso dei Musei Capitolini (via Commons)

Lì i musei vaticani vengono mostrati come “competitor“: raccogliendo il 21 % dei biglietti staccati su Roma, contro il 73 % delle “location” gestite dallo Stato. Ma come, il secondo o terzo museo più visitato al mondo a Roma fa solo il 21 % di biglietti, e i “musei statali” ne fanno il 73 %. Perché se il 73 % nel testo è indicato «Musei gestiti dallo stato» mentre il grafico mette bene in evidenza il fatto che si tratti «Musei e complessi archeologici statali» . Ovvero in quel 73 % c’è il Colosseo.

Che da un punto di vista tecnico suona un po’ come il paté d’allodole delle barzellette Yiddish (ovvero l’allodola è un po’ diluita nel patè, ma in parti uguali dice il cuoco: «un’allodola per ogni cavallo messo nel paté»). Quindi nel 73 % ci sono i biglietti staccati dal Colosseo che a sua volta supera i 7 milioni di visitatori, superando sia i Musei Vaticani, che per rimanere in tema di paragoni con gli “innarivabili” francesi anche la Torre Eiffel.

A guardare i dati in realtà Roma ha già quattro dei siti turistici più visitati al mondo, il Colosseo, i Musei Vaticani, la Basilica di San Pietro e il Pantheon che negli ultimi anni ha sfiorato i 9 milioni di visitatori. Curiosamente nella slide 5 del programma spariscono Vaticani e il Colosseo (mai citato apertamente) ed entra il Pantheon. Non si comprende la distinzione anché perché l’ingresso è ancora gratuito, come quello di San Pietro. In fondo sono entrambe “chiese”…

Insomma i Musei Vaticani compaiono e scompaiono a seconda della narrazione. Tra i pochi a far notare la questione dei Vaticani come pietra di paragone del turismo romano è Mariasole Garacci su MicroMega che scrive: «il turismo e la fruizione del patrimonio a Roma sono caratterizzati da una massacrante tendenza dei flussi di visitatori a concentrarsi su pochi attrattori (il Colosseo, i Fori, Fontana di Trevi, i Musei Vaticani)». Rimarcando come il problema, proprio per contrastare il fenomeno del mordi e fuggi, è quello di allargare i flussi turistici su più mete.

È solo questione di metri quadri?

Con il convitato di pietra dei Musei Vaticani finalmente a tavola, cosa accadrebbe all’ipotetico Museo Unico Romano? Ampliato con i metri quadri proposti da Calenda e le collezioni degli altri musei si potrebbe migliorare le performance dei nuovi Capitolini e farli diventare i nuovi Capitolini unificati una realtà in grado di performare come il Louvre e il British?

No, per tre motivi.

1 – Musei omogenei ed eterogenei

Calenda vuole creare un museo sull’antica Roma mandando i quadri a Palazzo Barberini. Idea anche giusta da un punto di vista organizzativo. Ma poi i musei con cui confronta l’ipotetico Museone Unico Romano, Louvre, MET e British (come i Vaticani) sono musei dalle collezioni multiformi, che in quello hanno già la loro forza. Difficilmente un museo “monotematico” fa quei numeri1.

2 – Non puoi battere i Vaticani

A Roma c’è già un grande museo tra i primi al mondo che attrae milionate di turisti. E che ha già significativi pezzi romani, il Lacoonte, l’Apollo del Belvedere, l’Augusto di Prima Porta e l’Ercole Capitolino. Insomma quattro tra i più grandi pezzi della statuaria romana sono “oltre confine”. Per tacer del fatto che ai Vaticani c’è un attrattore assoluto come la Cappella Sistina.

Lacoonte (via Commons)

3 – Musei e opere simbolo…

L’altro aspetto omesso dal dibattito, anche da parte dei critici del programma calendiano è quello relativo alle opere simbolo che identificano univocamente un museo nell’immaginario globale. Quale appeal avrebbe questo “museone” per il turista. Perché andare al Museone, anziché ai Vaticani o alla Galleria Borghese?

Quali sono le opere di rilevanza mondiale che porterebbero il visitatore a preferire e riconoscere il “Museo Unico Romano”. Opere note non solo allo «lo studente che vuole comprendere la storia della Roma antica». Gli studenti volenterosi non permettono di staccare milioni di biglietti. Per avere milioni di visitatori servono le ormai stra-abusate casalinghe di Voghera e Poughkeepsie.

  • Ai Vaticani c’è la Cappella Sistina e il Lacoonte (se la nostra housewife avrà un’infarinatura di studi classici)
  • Al Louvre c’è la Gioconda e la Nike di Samotracia
  • Al British ci sono i marmi del Partenone e la stele di Rosetta
  • Al Reina Sofia c’è Guernica
  • Alla Tate ci sono i preraffaeliti e Turner

Che diavolo c’è al Museone Romano di Calenda?

Sì i Capitolini hanno pezzi di prim’ordine. C’è il capolavoro assoluto del Marco Aurelio equestre all’interno, ma i visitatori che staccano milioni di biglietti si contenteranno della copia esterna. C’è il Galata morente (che Calenda cita nel video), lo Spinario, il Fauno Rosso di Tivoli, Commodo con gli attributi di Ercole e l’Ercole dei Capitolini. Opere di assoluto rilievo, ma non con la rilevanza dei citati Lacoonte, l’Apollo del Belvedere, l’Augusto di Prima Porta, statue immediatamente riconoscibili a chiunque. Il Louvre, ricordiamo, ha la Nike e la Venere di Milo e Dalì non ha messo i cassetti nel Galata morente (putroppo o per fortuna) né nessun marchio di moda si ispira ai “Galati”.

Lo Spinariom un bronzo ellenistico, forse l’opera più famosa dei capitolini (via Commons)

Un grande museo è identificato nell’immaginario collettivo dalle opere principali che contiene. In assenza di questo anche il migliore dei progetti divulgativi ed espositivi rimane lettera morta. Per portare visitatori nei musei romani bisogna puntare su opere che possano essere parte dell’immaginario collettivo.

Meglio sarebbe se fossero già nell’immaginario collettivo. Le abbiamo?

Un “museone” a Roma c’è già

Sì la scultura dell’antichità classica più famosa assieme alla Nike e alla Venere di Milo è a Roma: è la miglior copia del Discobolo di Mirone (ormai perduto), quella Lancellotti ospitato in quello che è la Greatest Hits dei Musei Romani, ovvero Palazzo Massimo alle Terme, aperto nel 1998 proprio con questo scopo.

Discobolo Lancellotti e frammento di statua analoga (via Commons)

Il Discobolo è già in ottima compagnia lì c’è anche il Pugile a riposo di Lisippo, uno dei pochissimi bronzi d’arte greca superstiti nella sua interezza. E ci sono i bronzi delle navi di Nemi. E gli affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia, la moglie di Augusto. E un’opera, ignota ai più, come il Sarcofago di Portonaccio che rappresenta il vertice degli altorilievi romani per una committenza privata. E, addirittura, le uniche insegne di un Imperatore romano giunte fino a noi: lo scettro di Massenzio, un reperto assolutamente unico che nemmeno i romani conoscono vista la recente scoperta (2006).

Pugile a riposo (via Commons)

Quindi a Palazzo Massimo c’è già un’insieme di opere di assoluta rilevanza in una cornice ed esposizione di prim’ordine. Un nucleo di opere e reperti unico e assoluto che si potrebbe agilmente promuovere, con capofila proprio il Discobolo. Basti vedere il lavoro svolto dal British Museum per l’altra copia da originale greco, il Discobolo Townley utilizzato anche come testimonial alle ultime olimpiadi di Londra.

Le insegne imperiali di Massenzio… Anvedi! (via Mediterraneo Antico)

L’operazione di promozione di Palazzo Massimo incentrata sulle opere principali, Discobolo e Pugile era stata anche tentata con la campagna “Once were romans“. Al di là dell’inglese di prammatica i giganteschi striscioni verticali sulle facciate del palazzo con Pugile e Discobolo erano un modo efficace per far conoscere un museo ignoto ai più.

Sarcofago di Portonaccio… Anvedi! (via Commons)

Investire su un museo che per la sua collezione ha già le potenzialità maggiori di incrementare i visitatori. Insistere sul Discobolo, senza farsi problemi per il fatto che il Lancellotti partecipò da protagonista all’Olympia di Leni Riefenstahl, la celebrazione delle Olimpiadi (e del Nazismo) di Berlino 1936. Delle statue classiche che compongono l’apertura è quella su cui si innesta la dissolvenza con gli atleti moderni. Nazista suo malgrado tanto da finire anche in Germania dal 1938 al 1948 per i traffici dell’allora principe Lancellotti e di Gian Galeazzo Ciano.

Once Were Romans (via Matteo Galante)

La partecipazione a Olympia e l’essere diventato uno dei “simboli” di Berlino 1936 crea forse delle remore sul suo utilizzo a livello promozionale. Ma non dimentichiamo che la cerimonia di accensione della Torcia Olimpica fu concepita proprio per quell’Olimpiade, e che il British nel 2012 non ha avuto remore per promuoversi nel contesto della Londra Olimpica con il suo discobolo. Quste eventuali remore le lasciamo a chi ha paura della Storia e agli iconoclasti della Cancel Culture.

Il Discobolo Lancellotti e il decatleta Erwin Huber nei fotogrammi di apertura di Olympia (via Vanderbilt.edu)

Dieci, cento, mille statue

Infine siamo sicuri che avendo tutti i metri quadri a disposizione i turisti siano così desiderosi di passare una giornata tra statue, busti, bassorilievi, qualche affresco e mosaico. Come fa notare Guia Soncini su Linkiesta: «bisogna accorpare tutte le statue romane in un unico museo, acciocché il turista, stremato dalla visione di qualche decina di esse, potesse venire schiantato dalla visione di centinaia di statue romane.»

Inoltre progetti faraonici rischiano di diventare solo un gigantesco “facite ammuina” buono per chi vuole speculare sui vecchi spazi dismessi. E se giustamente bisogna migliorare la qualità dei cartelli espositivi e dell’informazione turistica, magari con strutture ad hoc come ricorda Calenda, l’investire sul multimediale e sul virtuale a tutti i costi come si insiste nell’ultima parte del programma ove si legge «Le collezioni dovrebbero essere gestite con l’utilizzo della multimedialità di ultima generazione: serve un approfondimento culturale volto a ricostruire contesti storici con un linguaggio semplice, ma suggestivo» appare un aspetto secondario. Ormai di musei e mostre virtuali è pieno il mondo, solo a Roma puoi vedere gli originali.

Puntare su Palazzo Massimo significa puntare su una struttura già esistente. Su un museone che per la sua collezione ha già moltissime potenzialità. Originali come il Discobolo, il Pugile o le insegne imperiali di Massenzio. Opere che anche senza multimedialità permettono di esclamare un sincero anvedi!

In fondo il “Museone” con i pezzi imperdibili già esiste solo che nessuno lo sa, siamo sicuri ne serva un altro. Soprattutto se come dimostra il caso di Palazzo Massimo non viene promosso adeguatamente e costantemente?

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1 – E allora la Tate Modern o il Reina Sofia? Sì, esistono musei d’arte che fanno milionate di visitatori, ma si tratta comunque di casi particolari. Il Reina Sofia ospita le principali collezioni di Picasso e Dalì, probabilmente i due pittori del Novecento più noti a livello mondiale e costantemente ricordati. Tra l’altro il Reina Sofia fa quattro volte i visitatori del Prado, il principale museo spagnolo, un apparente paradosso. La Tate Modern è arte contemporanea, che vive di costanti eventi. Inoltre c’è la commistione di archeologia industriale e arte che fa sì che la location, nell’ex-centrale elettrica, valga da sè (un’idea italiana, visto che la Centrale Montemartini precede la Tate Modern di qualche anno). Infine la National Gallery, principale pinacoteca inglese che fa più si 6 milioni di visitatori, in un contesto, quello britannico dove le pinacoteche non sono “così distribuite” come in Italia, dove abbiamo Brera, per dire. Occorre poi ricordare il bacino di visitatori di ogni città. Considerando che Londra, nel 2018 ha sfiorato i 20 milioni di visitatori stranieri, Roma ha di poco superato i 10 e Madrid ne ha avuti 5,5 milioni i numeri assoluti dei biglietti andrebbero pesati anche sul numero di visitatori. Da lì potrebbero derivare considerazioni di come il Reina Sofia performa meglio della National Gallery.

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