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	<title>Storia In Rete &#187; Austria</title>
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		<title>23 marzo 1849: Radetzky a Novara. La marcia della reazione</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 16:47:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://grial4.usal.es/MIH/1848inItaly/resources/map7.jpg" alt="" width="90" height="90" />A sera la pioggia comiciò a cadere fittissima, mentre l’esercito piemontese si ritirava in disordine all’interno di Novara. Le truppe, ridotte allo sbando, erano state appena sconfitte dall’esercito austriaco, che si stava nel frattempo accampando fuori città. Quando calò il&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://grial4.usal.es/MIH/1848inItaly/resources/map7.jpg" alt="" width="90" height="90" />A sera la pioggia comiciò a cadere fittissima, mentre l’esercito piemontese si ritirava in disordine all’interno di Novara. Le truppe, ridotte allo sbando, erano state appena sconfitte dall’esercito austriaco, che si stava nel frattempo accampando fuori città. Quando calò il buio il caos aumentò. La divisione del generale Bes, arrivata sotto Novara, venne cannoneggiata dai bastioni, perché scambiata per austriaca. Fuoco amico. Nella notte la città fu teatro di gravi disordini e violenze. Ai soldati mancavano i viveri, e i più animosi e spregiudicati tra di loro si diedero al saccheggio. Dovette intervenire la cavalleria, che caricò e falciò un buon numero di depredatori in uniforme. Era il 23 marzo 1849.<br />
.</p>
<p>di Marco Meriggi, da La Stampa del 17 febbraio 2011 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="133" height="20" /></p>
<p>.<br />
Da qualche ora Carlo Alberto aveva rotto gli indugì e annunciato la decisione a cui pensava da tempo: l’abdicazione e l’immediata partenza per l’esilio. Tre giorni dopo, il suo successore, Vittorio Emanuele II, firmò l’armistizio. Aveva accanto a sé il generale Chrzanowski, un polacco che doveva la sua fama all’impegno profuso nel 1831 nella guerra del suo Paese contro i russi, e che da qualche mese comandava le truppe sabaude. Dall’altra parte del tavolo c’era il vincitore della battaglia, l’ottantaduenne feldmaresciallo Radetzky, l’uomo che nei mesi appena trascorsi era stato capace di garantire la sopravvivenza di un impero &#8211; quello asburgico &#8211; che nel marzo 1848 molti avevano dato per spacciato.</p>
<p>La battaglia di Novara chiuse nel modo più desolante, per il regno di Sardegna, una guerra durata appena quattro giorni, anche se annunciata già dal 12 marzo. Il 20 marzo l’esercito piemontese aveva varcato il Ticino a Boffalora, avanzando fino a Magenta, con l’obiettivo di strappare agli austriaci una Milano dalla quale ci si attendeva una nuova insurrezione. Ma il giorno dopo i sabaudi patirono la controffensiva asburgica e furono sconfitti a Mortara, dove gli austriaci fecero 2000 prigionieri. Quello che la mattina del 23 marzo affrontò le truppe di Radetzky nei dintorni di Novara, in una battaglia che Chrzanowski aveva immaginato come essenzialmente difensiva, era un esercito cresciuto troppo in fretta nei mesi precedenti, mal finanziato, scarso di quadri e dotato di pessimi servizi logistici. Lo comandava un uomo che conosceva poco il Paese e quasi per nulla la sua lingua. Ma, soprattutto, i militi si sentivano demotivati, e avventatamente trascinati in una guerra che non li accendeva di passione dalla pressione congiunta della Camera dei deputati e di un re mosso soprattutto dalla bramosia di riscattare la sconfitta con la quale l’estate precedente s’era ingloriosamente conclusa la prima guerra d’indipendenza.</p>
<p>A partire dalle 11 di mattina, su un altipiano ondulato situato due chilometri a Sud di Novara, tra l’Agogna e il Terdoppio, di cui il villaggio della Bicocca occupava la parte dominante, si affrontarono 45.000 piemontesi e 65.000 austriaci. Ma molti di questi ultimi non vennero neppure impiegati, perché la battaglia finì prima che arrivasse il loro turno.</p>
<p>Le sorti dello scontro rimasero incerte nelle prime ore, quando i casali della Bicocca passarono più volte di mano da un esercito all’altro. Verso le due, quando il duca di Genova &#8211; uno dei figli del re &#8211; si impadronì alla testa dei suoi uomini di Castellazzo e di Olengo, cacciandone gli austriaci e facendoli inseguire dai tiratori, la vittoria parve arridere ai sabaudi. Ma Chrzanowski sciupò l’occasione e, reputando troppo pericolosa la difesa della postazione di Olengo, ordinò il temporaneo ritiro delle truppe. Molti ne approfittarono per sciamare in ordine sparso in città, le cui porte erano state lasciate improvvidamente aperte. E mentre i sabaudi perdevano i pezzi, entrarono in gioco le forze fresche della riserva austriaca e ripresero la Bicocca, ponendo il suggello finale alla battaglia. Da parte piemontese s’erano contati 578 morti, 1405 feriti, 409 prigionieri. Tra gli austriaci i caduti erano stati 410, 1850 i feriti, 877 i dispersi.</p>
<p>La battaglia di Novara rappresentò il momento di avvio di quella riscossa austriaca e assolutista in Italia che nel giro di pochi mesi spense gli ultimi fuochi delle rivoluzioni divampate un anno prima nella penisola. A maggio i Borboni ripresero la Sicilia ribelle, a giugno Radetzky entrò con le sue truppe a Firenze e spianò la strada al rientro in città dell’arciduca Leopoldo d’Asburgo, che avvenne a fine luglio. Nel frattempo, già da qualche settimana la Repubblica romana s’era arresa ai francesi e ad agosto sarebbe cessata, sotto i colpi delle cannonate austriache, anche la resistenza di Venezia. Ovunque, nel resto d’Italia, l’assolutismo tornava a dominare e il lungo ’48 degli italiani era finito. E c’era il rischio di una svolta reazionaria anche nello Stato sabaudo, dove si temeva che la sconfitta di Novara portasse con sé il congelamento della spinta liberale che aveva avuto il suo coronamento nella concessione dello Statuto.</p>
<p>Le condizioni imposte da Radetzky a Vittorio Emanuele erano gravose, ma non umilianti. E se il feldmaresciallo s’era risolto a non infierire sullo sconfitto, era perché quest’ultimo gli aveva espresso la ferma determinazione a mutare rotta rispetto al padre, e a mettere le briglie al fronte patriottico che nei mesi precedenti aveva persuaso il sovrano a riprendere la guerra. I primi passi di Vittorio Emanuele II, in effetti, parvero dare conferma alle sue parole. Il 27 marzo il re impose il fidato De Launay alla testa di un governo conservatore, deludendo le aspettative della maggioranza democratica della Camera, che avrebbe voluto la prosecuzione della guerra. E il 10 aprile, alla testa di 25.000 uomini, il generale Alfonso La Marmora fece il suo ingresso a Genova, la roccaforte democratica e repubblicana che era insorta una decina di giorni prima perché delusa dalla troppo repentina resa agli austriaci. Appena entrate in città, le truppe ebbero il via libera alle violenze e ai saccheggi. Pareva che il regno si avviasse a tornare assolutista. Ma poi le cose presero un’altra piega.</p>
<p>_________________________________</p>
<p>Vuoi saperne di più? Leggi lo SPECIALE DI <span style="color: #993300;">STORIA IN RETE</span>:</p>
<p><strong>&#8220;1861 NASCITA DI UNA NAZIONE&#8221;</strong></p>
<p><strong> <a href="http://www.storiainrete.com/4174/in-primo-piano/in-edicola-lo-speciale-n%c2%b0-1-di-storia-in-rete-1861-nascita-di-una-nazione/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/01/cover-speciale-risorgimento-bozza-300x236.jpg" alt="" width="180" height="236" /></a></strong></p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 17 febbraio 2011</p>
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		<title>Diapositive 4 &#8211; la Guerra dei Sette Anni</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 11:16:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La Guerra dei Sette Anni: tutta l&#8217;Europa contro la Prussia di Federico II il Grande. La prima guerra veramente mondiale della storia.</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/01/diapositive-04-Guerra-dei-7-anni.pdf">SCARICA LA RUBRICA IN FORMATO PDF</a></p>
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		<title>Diapositive 3 &#8211; La Prima guerra d&#8217;Indipendenza</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 11:11:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>1848: l&#8221;Italia si solleva contro l&#8217;Austria!! Leggi la storia e le vite dei protagonisti della prima tappa della libertà italiana nel Risorgimento!</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/01/diapositive-03-prima-guerra-dindipendenza.pdf">SCARICA LA RUBRICA IN FORMATO PDF</a></p>
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<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/01/diapositive-03-prima-guerra-dindipendenza.pdf">SCARICA LA RUBRICA IN FORMATO PDF</a></p>
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		<title>Il dramma di Mayerling e Rodolfo d’Asburgo</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 23:06:18 +0000</pubDate>
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<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2009/09/il-dramma-di-mayerling-e-rodolfo-d’asburgo/" target="_blank">Guarda il video</a></strong></p>
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<p>Mayerling e Rodolfo d&#8217;Asburgo</p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2009/09/il-dramma-di-mayerling-e-rodolfo-d’asburgo/" target="_blank">Guarda il video</a></strong></p>
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		<title>Il dramma di Mayerling e Rodolfo d’Asburgo</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Sep 2009 23:05:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/Italy.gif" alt="" width="36" height="24" /></p>
<p>Chi era davvero Rodolfo d’Asburgo? L’erede al trono d’Austria-Ungheria, figlio di Francesco Giuseppe e Sissi è morto, trentenne, insieme ad una giovane amante, in circostanze mai del tutto chiarite nel casino di caccia di Mayerling all’alba del 30 gennaio&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/2016/documentari-video/il-dramma-di-mayerling-e-rodolfo-d%e2%80%99asburgo/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/Italy.gif" alt="" width="36" height="24" /></p>
<p>Chi era davvero Rodolfo d’Asburgo? L’erede al trono d’Austria-Ungheria, figlio di Francesco Giuseppe e Sissi è morto, trentenne, insieme ad una giovane amante, in circostanze mai del tutto chiarite nel casino di caccia di Mayerling all’alba del 30 gennaio 1889. La versione ufficiale – pur tra mille dubbi anche dei contemporanei &#8211; ha sempre sostenuto la tesi del suicidio eppure, soprattutto negli ultimi anni, le ricerche storiche hanno portato alla scoperta di nuovi elementi, utili a sostenere l’ipotesi del duplice omicidio. Un omicidio nato all’epilogo di un complesso complotto internazionale organizzato tra Parigi e Vienna e teso a portare alla svelta sul trono Rodolfo per metter fine alla politica filo-tedesca del padre. Ma quel progetto non aveva fatto i conti con due fattori: la fragilità psicologica di Rodolfo e gli efficienti servizi segreti della Germania di Bismarck e Guglielmo II…</p>
<p>_____________________________</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/United%20States.gif" alt="" width="36" height="24" /></p>
<p>Who was Rudolf of Hapsburg exactly? The heir to the throne of Austria and Hungary, the son of Franz Josef and Sissy, died at the age of thirty alongside his young mistress in shady circumstances in his hunting lodge at Mayerling on the 30th of January 1889. The official version – despite contemporaries’ doubts &#8211; was that of suicide and yet, especially in recent years, historical research has revealed new elements that suggest the possibility of a double homicide. This homicide was an epilogue to a complex, international plot organized between Paris and Vienna in order to place Rudolf on the throne as quickly as possible to put an end to his father’s pro-German policies. However this project hadn’t taken two things into account: first Rudolf’s psychological fragility and then the extreme efficiency of Bismarck and William the Second’s German secret services…</p>
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		<title>Sissi, la vera storia di un delitto</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 10:37:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La vera storia di Sissi</p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2008/10/sissi-la-vera-storia-di-un-delitto/" target="_blank">Guarda il video</a></strong></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/865/documentari-video-piccoli/sissi-la-vera-storia-di-un-delitto-2/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>La vera storia di Sissi</p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/2008/10/sissi-la-vera-storia-di-un-delitto/" target="_blank">Guarda il video</a></strong></p>
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		<title>Sissi, la vera storia di un delitto</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 10:37:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/Italy.gif" alt="" width="36" height="24" />Il soprannome che ha reso celebre la tormentata imperatrice d’Austria e Ungheria nasce da un “qui pro quo”: una firma involuta con una “L” scambiata dai più per una “S”. E così “Lisi” – il soprannome familiare di Elisabetta –&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/864/documentari-video/sissi-la-vera-storia-di-un-delitto/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/Italy.gif" alt="" width="36" height="24" />Il soprannome che ha reso celebre la tormentata imperatrice d’Austria e Ungheria nasce da un “qui pro quo”: una firma involuta con una “L” scambiata dai più per una “S”. E così “Lisi” – il soprannome familiare di Elisabetta – divenne prima “Sisi” e poi “Sissi”. Una delle tante cose non note che si nascondono dietro un mito alimentato dal cinema: la storia invece racconta di una donna insicura, fragile, tradita, ossessionata dalla bellezza dei suoi capelli, dal peso forma, dall’igiene personale, sempre in viaggio e inseguita dalla sfortuna e dai lutti fino alla morte dell’unico figlio maschio, Rodolfo morto a Mayerling. E anche la sua morte sembra nascere da una sfortunata coincidenza: infatti l’anarchico italiano che la uccise in realtà quel giorno aveva un altro obbiettivo…</p>
<p>Durata: 50’ circa</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/United%20States.gif" alt="" width="36" height="24" /></p>
<p>The nickname which made the tortured empress of Austria and Hungary so famous was coined as the result of a spelling blunder : an intricate signature where an “L” was mistaken for an “S”. Therefore “Lisi” – Elizabeth’s family nickname – became Sisy and later Sissy. This is one of the many details that have been omitted from the myth created by the cinema: the story we tell is of an insecure, fragile and betrayed woman, obsessed by the beauty of her hair, her weight, her personal hygiene. She was always travelling, followed by misfortune and bereavements until the death of her only male child, Rudolf, who died at Mayerling. And even her own death seemed to hide a tragic coincidence: indeed the young Italian anarchist who killed her had actually meant to hit another target that day…</p>
<p>About 50&#8242;</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/France.gif" alt="" width="36" height="24" />Le surnom qui a rendu célèbre la tourmentée impératrice d’Autriche et de Hongrie naît d’un “qui pro quo” : une signature non désirée avec un “L” échangé pour la plupart pour un “S”. Son surnom familier Elisabeth – devint d’abord “Sisi” et ensuite “Sissi”. Une des nombreuses choses peu connues qui se cachent derrière un mythe exalté par le cinéma : l’histoire au contraire narre d’une femme indécise, fragile, trompée, obsédée par la beauté de ses cheveux, de son poids idéal, de son hygiène personnelle toujours en voyage et poursuivit par la malchance et par des décès, jusqu’à la mort de son unique fils, Rodolfo décédé à Mayerling. Et même sa propre mort semble provoquée par une malheureuse coïncidence : en fait l’anarchiste italien qui l’a tuée, ce jour-là en vérité avait un autre objectif…</p>
<p>Durée: 67’ environ</p>
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		<title>Va’ fuora ch’è l’ora! &#8211; Le cinque giornate di Milano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 23:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Austria]]></category>
		<category><![CDATA[cinque giornate]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/aa/Cinque_Giornate_di_Milano_01.jpg/300px-Cinque_Giornate_di_Milano_01.jpg" alt="" width="95" height="95" />Fu una delle poche rivolte e una delle pochissime ad essere riuscite in Italia. Fra il 18 e il 22 marzo 1848, sull’onda della rivoluzione europea, Milano insorgeva e cacciava fuori gli austriaci. Non era questione di malgoverno o di&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/a/aa/Cinque_Giornate_di_Milano_01.jpg/300px-Cinque_Giornate_di_Milano_01.jpg" alt="" width="95" height="95" />Fu una delle poche rivolte e una delle pochissime ad essere riuscite in Italia. Fra il 18 e il 22 marzo 1848, sull’onda della rivoluzione europea, Milano insorgeva e cacciava fuori gli austriaci. Non era questione di malgoverno o di eccessiva tassazione, stavolta, ma vero e proprio patriottismo e sete di libertà. Una volta tanto, nella Storia&#8230;</p>
<p>di Elena Percivaldi<br />
«Qui si ha da fare con un popolo che ci detesta e ritiene giunto il momento di poter prendere posto nel consesso delle grandi nazioni». Correva l’anno 1848, quello delle grandi rivolte di popolo, e Milano, tra il 18 e il 22 marzo, dava vita alla più sentita e celebre rivolta della sua storia, le Cinque Giornate, costringendo il feldmaresciallo Radetzky, comandante delle truppe occupanti dell’Impero asburgico, a prendere atto della volontà di un popolo di dire basta ad un governo sentito come oppressivo e alieno, e a riprendere il mano le sorti della propria esistenza.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/92/Episodio_delle_cinque_giornate_(Baldassare_Verazzi).jpg" alt="" width="248" height="340" />La situazione era stata preparata da anni di soprusi e ingiustizie. Il 10 dicembre del 1846 era morto Federico Confalonieri, grande patriota milanese, incarcerato nel famigerato Spielberg. Al funerale, tenutosi nella chiesa di San Fedele e pagato con una sottoscrizione popolare, partecipò una folla tale da preoccupare la polizia austriaca. La sera stessa, nessun milanese si recò alla Scala, uno sciopero silenzioso che si sarebbe d’ora in poi ripetuto ogni volta che la protagonista dell’opera fosse stata impersonata da una cantante austriaca. Ma l’episodio più significativo fu quello del primo gennaio 1848, quando i milanesi attuarono il celebre «sciopero del tabacco»: promosso da Giovanni Cantoni, ebbe come slogan il fatto che fumando (e giocando) ogni milanese avrebbe contribuito all’aumento delle finanze austriache. Lo sciopero proseguì per due giorni, ma il 3 gennaio un decreto imperiale minacciò gravi punizioni per chi avesse proibito ad alcuno di fumare. Nel pomeriggio i soldati, incitati da un falso volantino irrisorio nei loro confronti, si diedero ad atti di violenza contro i civili, provocando numerosi morti. L’odio nei milanesi verso il governo austriaco montò all’inverosimile. Pur non rivoltandosi, i cittadini si astennero dalla vita pubblica rifiutandosi di andare a teatro o a balli di gala, interrompendo ogni rapporto con l’invasore. Non mancarono gli episodi di violenza. A Pavia l’8 e il 9 alcuni studenti scatenarono una rissa con i poliziotti che fumavano sotto i portici dell’università. Ci rimasero due morti. Così da Vienna si decise per una politica intransigente: il 22 gennaio furono arrestati alcuni patrioti, il primo febbraio arrivò la censura. Milano e la Lombardia vivevano in un clima di terrore. Ma l’ardore covava sotto le ceneri.</p>
<p>La sera del 17 marzo giunse in città la notizia di un’insurrezione a Vienna che aveva portato alla fuga di Metternich e un proclama imperiale in cui si aboliva la censura e si indiceva un’assemblea proprio per evitare subbugli in altre parti dell’impero, in particolare a Milano. Era il pretesto che tutti attendevano per dar vita alla rivolta, che puntualmente scoppiò il giorno dopo. Il 18 marzo 1848. A reggere le fila vi era Cesare Correnti, che dunque chiamò i milanesi a raccolta davanti al Palazzo del Municipio per costringere il podestà Gabrio Casati a richiedere il passaggio del governo alla municipalità. Il vice governatore, rimasto solo, ordinò a Radetzky di tenersi a disposizione. La folla attendeva l’arrivo di Casati per accompagnarlo al Palazzo del Governo, in corso Monforte. Riluttante, Casati cedette ma la folla, esaltata, arrivò prima e invase il palazzo. Quando Casati giunse sul posto andò dall’O’ Donnel, che fu costretto a firmare tre decreti in cui autorizzava la formazione di una guardia civica, stabiliva il passaggio del governo al Municipio e imponeva la restituzione delle armi della polizia alla municipalità. Preso prigioniero, il vice governatore fu trasportato a Palazzo Vidiserti, dove si recò anche il podestà con la sua legazione. Appresa la notizia, il feldmaresciallo Radetzky, chiamate le truppe, dichiarò nulli i decreti e proclamò lo stadio d’assedio. La folla, in tumulto, iniziò a radunarsi e a creare improvvisate barricate. Un gruppo di croati si scontrò con i milanesi, facendo alcuni morti. Allora le campane della chiesa di San Damiano presero a suonare a martello per richiamare al combattimento, imitate via via da tutte le campane della città. Le truppe austriache occuparono subito Palazzo Reale, l’Arcivescovado e soprattutto il Duomo, dall’alto del quale sparavano i cacciatori tirolesi. Radetzky, cercando di spaventare il popolo, minacciò di usare i 200 cannoni che aveva a disposizione, ma non sortì alcun effetto. Carri, carrozze, mobili, barili, tappeti, perfino i banchi delle chiese furono gettati nelle strade a formare barricate di protezione, mentre per procurarsi le armi necessarie alla resistenza furono svuotati i musei e messe a disposizione le collezioni dei nobili. Dalle finestre pioveva di tutto, dall’olio bollente alle tegole. Verso sera il palazzo del Municipio fu espugnato dagli austriaci nonostante l’eroica difesa degli assediati; ma Radetzky non vi trovò la legazione, che era invece a Palazzo Vidiserti. Molti però furono fatti prigionieri. Al termine della prima giornata il feldmaresciallo era sorpreso dall’unitarietà della rivolta, cui partecipava ogni ceto. «Il carattere di questo popolo – ebbe a dire in seguito &#8211; sembra cambiato come per il tocco di una bacchetta magica».</p>
<p>Era solo l’inizio. Nella notte, la legazione e il podestà si spostarono nella casa di Carlo Taverna, facilmente difendibile. E in effetti l’indomani, domenica di San Giuseppe, Milano era ormai una città trincerata. Le barricate sorgevano ovunque, fatte dei materiali più strambi, e ostruivano le vie impedendo il passaggio della cavalleria. A Porta Venezia erano stati staccati dai marciapiedi i lastroni di granito, a piazza Cordusio a proteggere gli insorti c’erano i libri dell’Ufficio del Bollo. Tra una barricata e l’altra, i dispacci erano portati dai ragazzi degli orfanotrofi, i martinitt, che facevano da staffetta, mentre le donne, se non combattevano vestite da uomo, rifocillavano gli insorti e cucivano tricolori. La parola d’ordine era fare incetta di viveri, magari intercettandoli agli austriaci, che per paura li lasciarono dunque nel quartier generale del Castello. Intanto gli scontri continuavano senza sosta. Fallito il tentativo di riprendere il Broletto e di spingere alla diserzione le truppe ungheresi, i milanesi conquistarono piazza Mercanti e Porta Nuova grazie anche all’eroismo del colonnello nizzardo Augusto Anfossi, a Milano per caso, che riuscì a travolgere con pochi uomini un plotone di artiglieri. Radetzky, sempre più preoccupato, minacciò di bombardare la città, suscitando le proteste dei consoli di Francia, Inghilterra, Sardegna, Stato Pontificio e Svizzera, che lo implorarono di evitare una tale atrocità. Al calar della notte, l’eclissi di Luna dava oscuri presagi.</p>
<p>Il lunedì seguente le truppe imperiali abbandonavano il centro di Milano. Le campane del Duomo tornarono a suonare, mentre sulla Madonnina sventolava il tricolore piantato da Luigi Torelli. L’occupazione della Direzione di Polizia permise la liberazione di molti prigionieri e l’arresto dell’odiato commissario Bolza, a cui Carlo Cattaneo salvò la vita: «Se lo uccidete – disse &#8211; fate cosa giusta, ma se lo risparmiate fate cosa santa». Intanto in casa Taverna si era costituito un Comitato di Guerra formato dallo stesso Cattaneo, da Enrico Cernuschi, Giulio Terzaghi e Giorgio Clerici. Verso mezzogiorno sulle barricate fu catturato il maggiore Ettinghausen, che pare avesse una proposta d’armistizio da parte di Radetzky. Incerti sul da farsi, Casati e gli altri stavano soppesando la decisione da prendere quando giunse la notizia dell’eccidio, da parte dei soldati austriaci, di alcuni milanesi inermi nella chiesa di S. Bartolomeo. Il conte Borromeo, furioso, proclamò allora al messaggero che i patrizi milanesi erano pronti a morire sotto le rovine dei loro palazzi. Il maggiore fu rispedito da Radetzky, ma anziché essere bendato come all’arrivo, fu lasciato libero di vedere con i suoi occhi, nel tragitto, il coraggio con cui combattevano i milanesi. Sconvolto e ammirato, il militare esclamò: «Addio brava e valorosa gente». Il popolo, ormai affezionato alle barricate, accolse la notizia del rifiuto con gioia ed esaltazione.</p>
<p>Il giorno successivo, il 21 marzo, in casa Taverna il barone Hubner tentò il tutto per tutto chiedendo tre giorni di tregua. Fu rifiutata. Il conte Martini, inviato da Carlo Alberto, garantì l’intervento del re a patto che si fosse dichiarato il Governo Provvisorio. La nomina avvenne dopo qualche incertezza: presidente Casati, segretario Correnti, comandante della Guardia Civica Pompeo Litta. Gli austriaci, ormai confinati fuori dalla cerchia dei Navigli, tenevano in città solo pochi capisaldi, tra cui il Palazzo del Genio. Gli insorti riuscirono a conquistarlo con gravi perdite. Nell’impresa si distinse Pasquale Sottocorno che, storpio e zoppo, riuscì ad incendiare l’edificio incurante dei fischi dei proiettili. In breve caddero in mano degli insorti la caserma di San Simpliciano, il collegio di San Luca e l’ufficio di polizia a San Simone. Radetzky, in difficoltà e a corto di viveri, si diede a progettare la ritirata. Le truppe sarebbero passate per Porta Romana, ma non prima di aver raso al suolo la zona circostante. Occorreva inoltre tenere in pugno Porta Tosa, in modo da coprirsi le spalle. Ma Porta Tosa fu scelta anche dai ribelli come punto da forzare per poter comunicare con le campagne. L’assalto quindi fu durissimo. Gli scontri durarono tutto il giorno 22 e con tutte le forze possibili. A un certo punto gli insorti stavano per cedere, ma Luciano Manara con un gesto furioso riuscì a dar fuoco alla Porta, creando un varco per i contadini, richiamati dalle campagne dal lancio dei palloni aerostatici che incitavano alla rivolta. Entrarono in massa. La battaglia infuriò senza posa, mentre gli artiglieri bombardavano il Castello. A poco a poco caddero in mano milanese Porta Comasina, Porta Nuova e Porta Orientale. Porta Tosa e Porta Romana, invece, caddero di nuovo in mano agli austriaci, che ne approfittarono per evacuare le truppe. Verso mezzanotte i soldati austriaci di erano dileguati, all’alba la città era finalmente libera. Gli austriaci, temendo un imminente intervento piemontese, si ritiravano a spron battuto anche da molte altre città lombarde e dalle valli dell’Adda e dell’Oglio. Per celebrare il trionfo, Porta Tosa fu ribattezzata Porta Vittoria, e Giuseppe Grandi realizzò un obelisco che simboleggia lo sforzo di tutti i milanesi, nessuno escluso, per ottenere la libertà. Momentanea, purtroppo. Ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Elena Percivaldi</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Questo articolo è stato pubblicato sul numero 23 di Storia in Rete</strong></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n°-23-settembre-2007/"><img class="aligncenter" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-23.jpg" alt="" width="138" height="200" /></a></p>
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		<title>Il Principe Eugenio, condottiero d’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 23:42:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tuttovienna.info/immagini/eugenio-savoia.jpg" alt="" width="95" height="95" />I popoli di lingua tedesca lo chiamano Prinz Eugen, e ancora ne portano una memoria reverente. Fu il Savoia che divenne comandante imperiale, e negli anni delle guerre contro il Re Sole e gli ottomani riuscì a vincere ogni battaglia,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.tuttovienna.info/immagini/eugenio-savoia.jpg" alt="" width="95" height="95" />I popoli di lingua tedesca lo chiamano Prinz Eugen, e ancora ne portano una memoria reverente. Fu il Savoia che divenne comandante imperiale, e negli anni delle guerre contro il Re Sole e gli ottomani riuscì a vincere ogni battaglia, sui campi e nei palazzi, gettando le basi di quell’Austria Felix che avrebbe segnato il XVIII e XIX Secolo. Torino, nel trecentesimo anniversario della liberazione dall’assedio, lo ricorda con un volume biografico, di cui «Storia in Rete» anticipa il capitolo dedicato alla battaglia di Belgrado del 1717, con la quale gli Ottomani furono cacciati definitivamente dall’Ungheria e cessarono d’essere una minaccia per l’Europa</p>
<p>di Wolfgang Oppenheimer con Vittorio G. Cardinali<br />
(dalla biografia del Principe Eugenio di Wolfgang Oppenheimer con Vittorio G. Cardinali «La straordinaria avventura del Principe Eugenio», edita da Alzani e dall’Associazione Immagine per il Piemonte (pp. 255, € 18,00). E’ distribuita nelle librerie del Piemonte, Val d’Aosta e Liguria, o può essere richiesto via internet al sito www.immagineperilpiemonte.it<br />
Nel maggio 1717 Eugenio riuscì a raggiunger il fronte slavo meridionale. Era rimasto ancora qualche tempo a Vienna per attendere la nascita della principessa Maria Teresa, la futura imperatrice. Il generale loreniano Mercy, comandante in capo nel Banato, era stato avvertito fin dal gennaio di studiare un attacco alla fortezza di Belgrado. Eugenio aveva piena fiducia in lui, forse come in nessun altro generale. Il padre di Mercy era caduto nel 1686, durante l’assalto di Ofen, dove il Savoia si era guadagnato gli speroni. Tutte le possibilità di un attacco alla potente fortezza, che dominava la confluenza del Danubio e della Sava, vennero sistematicamente studiate e prese in considerazione. Dopo aver esaminato a lungo la situazione, Eugenio decise di avanzare concentricamente da ovest e da nord-est.</p>
<p>128 squadroni di cavalleria e 30 battaglioni di fanteria si raccolsero nei pressi di Pancsova, nel Banato. Altri 80 squadroni e 40 battaglioni, fra cui il corpo ausiliario bavarese, avanzarono da ovest verso la Sava. Il 25 maggio Eugenio e Mercy si incontrarono nei pressi di Futak e stabilirono di attraversare il Danubio a Pancsova. In giugno venne presa la decisione di attaccare Belgrado non da occidente, bensì da oriente, sul Danubio. La flottiglia avrebbe provveduto ai trasporti verso Pancsova. A metà giugno, con grande sorpresa dei Turchi, venne attraversato il Danubio. <img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.collectrussia.com/sboot/PG/PGwappen.jpg" alt="" width="241" height="300" />Quest’importante decisione, come la battaglia di Belgrado, sarebbe in seguito stata «cantata» nella famosa canzone militare che parla del nobile cavaliere principe Eugenio e delle sue gesta. Davanti a Belgrado fu necessario attendere l’arrivo dell’artiglieria, indispensabile per cannoneggiare la cittadella. Le forze occupanti erano valutabili intorno ai 30 mila soldati scelti, al comando del serraschiere Mustafà (serraschiere era il titolo dato ai pascià nelle operazioni belliche). Le scaramucce delle avanguardie furono numerose. Verso la metà di luglio, una furiosa tempesta distrusse i ponti sul Danubio. Il trambusto che ne seguì permise ai Turchi una sortita, che però venne subito respinta.</p>
<p>L’esercito imperiale iniziò con un fuoco d’artiglieria concentrico, facendo gradualmente avanzare le trincee di approccio. La guarnigione turca proseguiva intanto le sortite, nelle quali caddero il maresciallo Marsigli e il colonnello Rudolf Heister, un figlio del feldmaresciallo. Gli alti ufficiali, a quel tempo, si trovavano costantemente esposti a grossi pericoli durante i combattimenti. Il cannoneggiamento della cittadella aveva comunque provocato gravi danni al nemico: erano stati distrutti il fianco della fortezza e varie zone del borgo abitato. Con la costruzione di un ponte sulla Sava e di un altro sul Danubio, la città risultò praticamente accerchiata. A questo punto, il nuovo Gran Visir Chalil Pascià impiegò un esercito di soccorso per far saltare l’anello dell’assedio. A stento i Turchi erano riusciti a radunare circa 200 mila uomini presso Adrianopoli. Una spia ungherese, come dice la canzone dedicata al principe Eugenio, aveva portato al quartiere imperiale la notizia di questo esercito in marcia. La valutazione di 300 mila uomini, fatta allora, era eccessiva; in ogni caso si trattava di una forza poderosa, con una superiorità numerica valutata in un rapporto di 3 a 1. Eugenio, che si aspettava una manovra diversiva, aveva orientato il suo fronte sia verso occidente sia verso oriente. I Turchi non attaccarono, ma si trincerarono lungo il Danubio portando in posizione le loro batterie. Il Gran Visir aveva inoltre inviato a Pancsova 25 mila Tartari, i quali incontrarono però una durissima resistenza. Il lunghissimo bombardamento con il quale i Turchi avevano iniziato la battaglia di Belgrado aveva prodotto pesanti perdite nell’esercito imperiale. Furono uccisi il vecchio feldmaresciallo Heister e l’intendente di campo conte Regal. Poiché non solo Belgrado, ma anche gli imperiali si trovavano in una grossa sacca, il Gran Visir contava su un lento logoramento del nemico, provocato da brevi e ripetute scaramucce, oltre che dai problemi di rifornimento. I suoi calcoli non erano sbagliati, perché effettivamente c’era carenza di viveri nel campo asburgico, dove inoltre si stavano diffondendo le malattie, come la dissenteria, dovute al caldo umido e alle cattive condizioni igieniche. L’assedio tuttavia proseguì in modo immutato. Si riuscì infine a colpire il deposito principale delle munizioni, provocando ingenti danni ai Turchi. Il prolungarsi della guerra di posizione faceva sorgere dubbi sempre più forti, sia a Vienna sia al quartier generale di Belgrado, sulle sorti dell’esercito assediante, ora a sua volta assediato. Il principe manteneva la massima calma. Quando ebbe la certezza che il nemico stava eseguendo l’accerchiamento, decise di prevenire il pericolo. Di grande interesse è lo studio del suo ordine di battaglia, che prevedeva uno schieramento in sedici punti, e anche della sua «conduzione psicologica della guerra», cioè del modo con cui mise gli alti ufficiali, riuniti intorno a lui, a conoscenza del suo piano. Non aveva certo improvvisato le sue disposizioni, al contrario le aveva lungamente meditate, ma decise di porle ad effetto soltanto quando le circostanze lo richiesero. Le preoccupazioni non erano poche quando, il 15 agosto, Eugenio chiamò nella propria tenda l’intero corpo degli ufficiali. Nell’aria c’era tensione, ma egli emanava calma e sicurezza.</p>
<p>In modo breve e deciso diede le direttive, scegliendo le parole con la stessa meticolosità con cui sceglieva le trincee di approccio. Gli ufficiali, innanzitutto, avrebbero dovuto dare gli ordini «senza urlare o spazientirsi», perché proprio questo era il loro sicuro vantaggio sui Turchi: la disciplina ferrea che doveva compensare la grossa superiorità numerica. «Nessuno» disse il principe, «dovrà muoversi anche di un solo palmo dal posto assegnatogli». Bottino e saccheggi erano proibiti, pena la morte. Alla cavalleria comandò di sparare solo in caso di necessità estrema. La fanteria avrebbe dovuto invece mantenere un fuoco continuo, perché l’esperienza aveva insegnato che i Turchi venivano intimoriti più dalla sparatoria ininterrotta che dalla potenza del fuoco. «Di importanza fondamentale» continuò Eugenio, «è l’ordine delle colonne di attacco in ranghi serrati». Ogni soldato avrebbe dovuto restare in contatto col proprio superiore e, attraverso di lui, con il comandante supremo. Solo così si poteva essere certi che gli ordini sarebbero stati eseguiti. Con stupore, gli ufficiali notavano che, mentre esponeva loro le difficoltà della situazione e i piani che di conseguenza si sviluppavano, Eugenio acquistava non solo calma, ma addirittura quasi serenità. Espose l’alternativa di mantenere la difensiva, continuando all’assedio il più a lungo possibile, oppure di prevenire i Turchi passando all’offensiva. Terminò con le parole: «Prenderò possesso di Belgrado o i Turchi prenderanno possesso di me». L’atmosfera si alleggerì in un sentimento di liberazione generale.<img class="alignright" src="http://www.batsch-batschka.de/Grafik/Belagerung_belgrad.jpg" alt="" width="288" height="169" /></p>
<p>Nel cuore della notte, la cavalleria si portò il più silenziosamente possibile in campo aperto. Un’ora più tardi si preparò la fanteria. Il timore di Eugenio era che i Turchi riuscissero a penetrare le linee imperiali durante la marcia. D’improvviso, come una cappa mimetizzante, grandi folate di nebbia coprirono le truppe. Non si vedeva a dieci passi di distanza. La circostanza, di per sé favorevole, si trasformò in un vero pericolo quando la cavalleria imperiale, spintasi troppo avanti verso destra, perse ogni contatto col centro. Anche la fanteria, che seguiva di poco, smarrì l’orientamento. Accadde proprio ciò che si era fatto di tutto per evitare: la frantumazione delle linee. Così, all’inizio della battaglia, ogni generale dovette operare per conto proprio, senza conoscere bene la situazione. Dopo il primo allarme, la cavalleria turca penetrò nelle falle che si erano aperte fra l’ala destra e il centro dello schieramento imperiale. Alla guida dei singoli reparti, tuttavia, l’esercito di Eugenio disponeva di comandanti esperti ed estremamente capaci. Circa 60 mila uomini, condotti dal feldmaresciallo, erano passati all’attacco, mentre il fianco nord veniva coperto con 10 mila uomini dal generale sassone barone von Seckendorff. Alessandro del Wüttemberg riuscì ad arginare la flessione del fronte facendo avanzare le riserve della fanteria. L’irruzione turca, però, non era del tutto scongiurata. Verso le 8 del mattino la nebbia cominciò a diradarsi ed Eugenio ebbe finalmente una visione globale del campo di battaglia. Vide la penetrazione turca nel centro del fronte, e rapidamente mandò avanti altre riserve di fanteria. Il poderoso fuoco dell’artiglieria nemica, a ridosso delle truppe, causò numerose vittime. Da una vicina collina sparavano incessantemente diciotto pezzi. Non restava altra scelta che assalire la collina. Dieci compagnie di granatieri e quattro battaglioni, fiancheggiati da due reggimenti a cavallo, misero a tacere quell’artiglieria dopo un duro combattimento. Si trattava di un colpo decisivo, perché sulla collina, che dominava la zona, poté essere piazzata l’artiglieria imperiale. I Turchi, lanciati nel frattempo al contrattacco, furono respinti. Il disordine della ritirata si allargava a macchia d’olio, trasformandosi in fuga. Verso le 11 la battaglia era vinta.</p>
<p>Belgrado, la cittadella fortificata e i 30 mila uomini di occupazione avevano fino a quel momento opposto resistenza alla conquista della città. Il 17 agosto partì la richiesta di resa. Il governatore esitava. Gran parte della fortificazione era ancora intatta. Ma nella guarnigione covava la rivolta e la città era sommersa dalle macerie. I soldati non intendevano esporre le loro famiglie alla prosecuzione dell’assedio. Infine, il governatore inviò due emissari con bandiera bianca. Eugenio offrì una resa onorevole. In fretta e in disordine, le truppe occupanti lasciarono con 300 carri e mille cammelli una città conquistata dall’esercito imperiale. Donne e bambini vennero imbarcati in navi sul Danubio. Così ebbe termine il cosiddetto «miracolo di Belgrado», che non fu certamente un miracolo, bensì il risultato di una serie di decisioni prese da un comandante geniale, dotato di fiuto sicuro e occhio attentissimo, che sapeva prendere le misure giuste nei momenti più critici. Come per Napoleone ed altri grandi condottieri, era tuttavia il suo carisma ad entusiasmare un esercito accerchiato, oppresso dalle malattie e dalla mancanza di viveri. Né la febbre, che aveva preso anche lui, né una leggera ferita – la tredicesima della sua carriera militare – avevano potuto impedirgli di combattere instancabilmente, anche questa volta, non solo come feldmaresciallo, ma anche come miles christianus, come soldato cristiano avviato ormai verso il mito. In seguito alla sconfitta di Belgrado, i Turchi si ritirarono dalla Transilvania e dall’Ungheria settentrionale. Le truppe imperiali restarono in Bosnia e a Novi, sull’Una. A Belgrado, il Savoia stava progettando la rapida ricostruzione della città e della fortezza distrutta. Preparò i quartieri invernali, diede istruzioni per l’amministrazione militare dei territori occupati, e a fine ottobre si mise in viaggio per Vienna, dove venne accolto nell’entusiasmo generale.</p>
<p>Fin dal settembre 1717 era arrivata a Semlino, vicino a Belgrado, una delegazione turca con una lettera per il principe da parte del serraschiere. Nella lettera si dichiarava di aver saputo che il principe era «disposto a un trattato di pace con la Sublime Porta che durerà in eterno». Il governo dell’Impero era evidentemente interessato a concludere presto la pace, non solo per consolidare i nuovi possedimenti, ma anche per potersi dedicare con rinnovato slancio alla politica occidentale. Questa volta era la Spagna che, condotta dall’avventuriero Alberoni, aveva messo gli occhi sull’Italia e aveva già compiuto un’operazione di sbarco in Sardegna. Ciononostante, le trattative con la Sublime Porta dovevano essere condotte da una posizione di forza. La mediazione delle potenze marittime, in seguito nuovamente richiesta, venne in un primo tempo scartata. La campagna successiva venne apprestata con energia, su suggerimento di Eugenio, secondo il quale un esercito ben equipaggiato era più efficace del miglior contratto. A Costantinopoli, nel frattempo, il partito della pace aveva preso il sopravvento. Nel marzo 1718 si giunse seriamente all’inizio delle trattative su un’isola danubiana vicino ad Orsova. Eugenio puntava soprattutto con fermezza sui punti essenziali, per dimostrarsi più generoso sulle questioni secondarie. Un’importante premessa della pace consisteva nel trovare un accordo con Venezia sulle clausole contrattuali. Il principe rilevava come ora contasse innanzi tutto porre termine alla guerra con una pace onorata, senza fossilizzarsi su certe posizioni esterne, dal momento che la realtà aveva dimostrato che «la Repubblica non era in grado di imporsi e che province così lontane non potevano essere mantenute senza una grande forza continuamente disponibile». Nel modo più duro si discusse sul principio dell’«uti possidetis, ita possideatis» [Ciò che si è conquistato sarà annesso NdR]. Ma il riarmo dell’Impero non era rimasto senza conseguenze, così che alla fine i Turchi cedettero su questo punto principale.</p>
<p>Ai primi del giugno 1718 venne solennemente aperta la conferenza di pace. Nel corso delle trattative, Eugenio non mancava di ammonire gli ambasciatori perché «non esasperassero la controparte, irrigidendosi su richieste superflue o troppo dure». St. Saphorin rilevò: «Considerando la tendenza di questa Corte a non porsi limiti nella fortuna, sarebbe stato sufficiente lasciare agire gli altri ministri, perché con quantità enormi di richieste, alle quali poi non avrebbero mai voluto rinunciare, perdessero l’occasione di concludere la pace a Passarowitz; ma ben lungi dall’indulgere a ciò, il principe ha deciso tutto, ed essendo in possesso dei pieni poteri, ha dato agli ambasciatori dell’imperatore gli ordini che riteneva giusti, ha dato disposizioni perché concludessero, a dispetto di quanto potevano contrapporre». La pace di Passarowitz venne finalmente firmata il 21 luglio 1718. Venivano così poste le premesse, nell’Europa centrale e nei Balcani, su cui si sarebbe sviluppata la storia dei successivi duecento anni. A conclusione del trattato politico, che assicurava le posizioni asburgiche nel Banato, a Belgrado e nella Bosnia, oltre che nell’Ungheria e nella Transilvania, venne concluso con la Sublime Porta un importante trattato commerciale. Il sultano concedeva ai mercanti austriaci libertà di traffico e di navigazione nell’Impero Ottomano e l’esonero dalle imposte, a parte una tassa di importazione del 3 per cento. L’Impero asburgico raggiungeva in tal modo quella dogana privilegiata del 3 per cento che avevano già ottenuto prima l’Olanda, poi l’Inghilterra e Genova e infine, nel 1673, anche la Francia sotto l’energica direzione di Colbert. Il Savoia mise in guardia i negoziatori imperiali, abituati a sottilizzare su ogni parola, dal porre in pericolo la conclusione della pace con lunghi mercanteggiamenti su questioni di secondaria importanza. Una rapida azione nel momento opportuno era garanzia di successo. Con questi trattati, Eugenio di Savoia, giunto alla Corte imperiale trentacinque anni prima come un piccolo postulante, aveva raggiunto la più alta vetta della sua carriera.</p>
<p>Wolfgang Oppenheimer<br />
Vittorio G. Cardinali</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Questo articolo è stato pubblicato su Storia in Rete n° 18</strong></p>
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