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	<title>Storia In Rete &#187; Borbone</title>
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		<title>“Il Capobianco” e il primo moto carbonaro del Risorgimento</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 07:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/-a1C-T_i19-w/TZnMpnVApMI/AAAAAAAACN0/OXnAWdSRFIo/s1600/00379712_b.jpg" alt="" width="90" height="90" />Non avvenne in Piemonte, ma in Calabria. Solo che questo pezzo importante della storia del nostro Paese, purtroppo, è stato dimenticato. Così com&#8217;è stato dimenticato, da molti ma non da tutti, l&#8217;apporto (anche a livello di vite umane) dato alla causa dell&#8217;unità d&#8217;Italia da molti meridionali, calabresi e siciliani. In queste due regioni, prima ancora dei moti piemontesi del 1820-21, prima ancora del sacrificio dei fratelli Bandiera (1844), si scrissero alcune tra le più belle pagine della nostra storia risorgimentale.</p>
<p>.</p>
<p>di Tamara Ferrari e Francesca Canino dal Quotidiano della Calabria dell&#8217;11 settembre 2011 <img src="http://www.ossigenoinformazione.it/wp-content/2011/07/t_Il_Quotidiano_della_Calabria.png" alt="" width="173" height="94" /></p>
<p>.</p>
<p>Contrariamente a quanto sostengono i libri di storia, il primo moto del Risorgimento italiano non avvenne nel 1820-21, ma 10 anni prima. E non avvenne in Piemonte, ma in Calabria. Solo che questo pezzo importante della storia del nostro Paese, purtroppo, è stato dimenticato. Così com&#8217;è stato dimenticato, da molti ma non da tutti, l&#8217;apporto (anche a livello di vite umane) dato alla causa dell&#8217;unità d&#8217;Italia da molti meridionali, calabresi e siciliani. In queste due regioni, prima ancora dei moti piemontesi del 1820-21, prima ancora del sacrificio dei fratelli Bandiera (1844), si scrissero alcune tra le più belle pagine della nostra storia risorgimentale. Pagine che oggi andrebbero recuperate, rilette e rivalutate, primo fra tutti sui libri di storia.</p>
<p>Noi cominciamo a raccontarvene qualcuna. E partiamo da un uomo che già nel 1811, cinquant&#8217;anni prima dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, coltivava il sogno di un governo costituzionale e di una nazione (avete capito bene: di una nazione non di una provincia o regione) libera dallo straniero. Quest&#8217;uomo si chiamava Vincenzo Federici, ma tutti lo conoscevano con l&#8217;appellativo di “Capobianco”, il soprannome datogli dai suoi compaesani perché ancora ventenne aveva tutti i capelli bianchi. Nato nel 1772 ad Altilia, piccolo centro della provincia cosentina, nel 1799 fu uno dei fautori della Repubblica Partenopea in Calabria e 12 anni dopo promotore, con il nipote, il medico Gabriele De Gotti, della prima vendita carbonara del Mezzogiorno.</p>
<p>Nel 1813 – anche dopo aver ottenuto l&#8217;appoggio di Lord William Bentinck, che aveva da poco concesso la Costituzione alla Sicilia – Federici capeggiò la rivolta contro i francesi in nome della Costituzione e della libertà. Tradito da uno dei suoi seguaci, fu catturato e giustiziato il 26 settembre 1813 a Cosenza. La sua morte diede il via al sollevamento dei carbonari abruzzesi, cui via via fecero seguito le rivolte che portarono poi all&#8217;Italia unita. La sua vicenda, che i nostri libri di storia non raccontano (ma molti tra quelli francesi e inglesi sì!) la trovate di seguito. È la storia di un uomo che andò fiero al patibolo in nome della libertà. Una storia che affascinò i suoi contemporanei, anche all&#8217;estero: Alexandre Dumas ne parlò nella sua storia dei Borbone di Napoli, Mary Shelley (la scrittrice di Frankenstein) gli dedicò un capitolo del libro “A zonzo per la Germania e per l&#8217;Italia”, Giovanni Verga s&#8217;ispirò a lui quando scrisse il suo primo romanzo (I carbonari della montagna).</p>
<p>È una storia, quella del Capobianco, che andrebbe ancora approfondita. Ci stiamo lavorando. Intanto, eccovi un assaggio.</p>
<h1><strong>Il primo moto carbonaro del Risorgimento</strong></h1>
<p>di Francesca Canino</p>
<p>Patriota o brigante. Forse patriota-brigante in un tempo in cui il valore semantico delle due parole si sovrapponeva e confondeva e &#8216;arrivotava&#8217; la storia del Sud. Torrevetere 1813: l&#8217;antica caput Bruttiorum si riconfermava teatro di vicende umane sulla scena del Risorgimento Italiano, ove un palco di morte era stato preparato in un giorno di settembre, tra gli alberi acquatici che popolavano il colle. L&#8217;estate era appena terminata, ma non aveva ancora portato via<strong> </strong>i venti caldi delle sommosse che dal Savuto si erano propagati alla città della confluenza. Un uomo, bianco di capelli, si avviava verso le forche innalzate durante il giorno, maledicendo la razza tirannide, ovvero gli invasori francesi: “Che i Calabresi vendichino il mio sangue” e rivoltosi ai carnefice gli si offrì dicendogli: “Fate presto”. E tosto il suo volere fu fatto.</p>
<p>Era la sera del 26 settembre e Vincenzo Federici, detto il Capobianco, giudicato ribelle e traditore, mai più avrebbe &#8216;cospirato contro il Governo della Provincia di Calabria Citra in unione di gente armata&#8217;. Per le strade della città né turbe, né moltitudini, &#8216;raro, ma non ignobile contegno del popolo&#8217; dirà qualche tempo più tardi Luigi Maria Greco: nessuno aveva voluto assistere alla fine di un uomo che aveva rappresentato la lotta, la speranza, l&#8217;ideale della libertà.</p>
<p><strong>Il ribelle &#8211; </strong>&#8216;Solerte massajo&#8217; dagli scarsi poderi, di non elevati studi, ma attore precipuo nel Savuto di inizio &#8217;800, Vincenzo Federici nacque ad Altilia nel 1772. Lo storico e letterato cosentino<strong> </strong>Luigi Maria Greco lo descrisse come uomo “di tempra gagliarda, di avvenente vigoria, ma grave e dagli occhi vividi e scintillanti; di vantaggiosa statura, sagacia e dirittura di giudizio; persuasivo nel ragionare. Era senza ambizione; obbediente co&#8217; le autorità, ossequioso e senza bassezze co&#8217; gli amici; cordiale, benevolo e senza superbia co&#8217; gli inferiori; largo co&#8217; i bisognosi; senza jattanza, insofferente però alle offese e pronto a punire di sua mano chiunque avesse osato offenderlo o provocarlo senza ragione”. Era soprannominato Capobianco a causa della precoce canizie iniziata quando non era ancora ventenne e che ne accentuò il fascino ed il carisma. Forse il segno di un destino che lo avrebbe visto ribelle carbonaro, paladino della libertà e combattente nelle terre natie ed oltre, di indole impetuosa, ma tuttavia amante fedele e buon padre di famiglia, come si addice al calabrese per antonomasia. E proprio la Calabria vide nascere la prima vendita carbonara nel 1812, ad Altilia, un piccolissimo borgo che &#8216;aveva tolto il nome all&#8217;altura&#8217; e che sotto la spinta del medico Gabriele de Gotti, si propagò a Cosenza e nei paesi limitrofi ed in seguito nel catanzarese.</p>
<p>I cugini, ovvero gli adepti alla Carboneria, erano uomini di varia estrazione sociale e spesso di diverso orientamento politico, accomunati dall&#8217;idea dell&#8217;unità e libertà della Patria. Essi si raccolsero inizialmente nella vendita di Sparta, la Carboneria cosentina, sotto il comando di Federici, uomo dal focoso temperamento che venne rubricato presso la Gran Corte Criminale di Cosenza per delitti comuni e quindi perseguitato con veemenza, prima della nomina a Capitano delle Guardie civiche del circondario, nomina conferitagli dal generale Manhès anche per distoglierlo dalla sua attività carbonara. Il generale, infatti, non annoverò Vincenzo Federici tra i briganti.</p>
<p>La Carboneria calabrese, desiderosa di ottenere una forma di governo rappresentativo, fu in un primo momento decisamente ostile al Governo Borbonico e aderente al Governo dei Francesi, che considerò questa prima fase non come l&#8217;operato proprio del brigantaggio, ma come un&#8217;azione diretta ad ottenere un regime più libero. Già in questo periodo, però, il re Gioacchino Murat, riferendosi ai carbonari quando li denominò &#8216;patrioti&#8217;, presagì il pericolo futuro e dubitò delle loro idee, allorchè il 25 febbraio 1809 scrisse impensierito a Napoleone che &#8216;le fila dei patrioti si ramificavano in tutta Italia&#8217;. L&#8217;identificazione tra la denominazione di carbonaro e quella di patriota era così entrata nell&#8217;uso comune del tempo.</p>
<p><strong>La sommossa &#8211; </strong>Vincenzo Federici cercò dapprima un accordo con i Carbonari di Sicilia perchè la Calabria insorgesse e tentò una rivolta in occasione della fiera del Savuto, il 15 agosto 1813<em>, </em>da cui si levò il grido di libertà che avrebbe dovuto far sollevare anche i Comuni vicini.<em> </em>Qualche settimana più tardi, Aprigliano e Scigliano insorsero e piantarono i loro alberi della Libertà, ma immediata fu la risposta del Comandante della Provincia Giuseppe Iannelli, che soffocò<strong> </strong>la rivolta ed arrestò numerosi carbonari. Tra questi era anche il Capobianco che, per ordine del generale Manhès, fu rimesso in libertà. L&#8217;atteggiamento del generale francese, inviato in Calabria per sterminare i briganti, aveva un duplice scopo: redimere Federici e convincerlo a sostenere la monarchia. Bisognava “fare ben comprendere a quello sciagurato, che si è voluto trarre in errore sì grossolano, a quali pericoli positivi va ad esporsi, ascoltando i perfidi suggerimenti di coloro che, vili per propria natura, espongono lui a bersaglio di tutto lo sdegno delle autorità, ed alla esecrazione pubblica” e convincerlo a presentarsi al quartier generale da dove “appena la criminosa effervescenza che tempesta lo spirito dei suoi compatrioti, sarà calma, egli rientrerà tranquillo nei suoi focolari”.</p>
<p>Federici fu convocato a Cosenza, qui promise di obbedire all&#8217;ordine di Manhès e di recarsi al quartier generale di Campo Calabro. Convinti dei buoni propositi del Capobianco<em>, </em>gli uomini di Manhès<em> </em>festeggiarono<em> </em>l&#8217;avvenimento con un banchetto a cui presero parte le autorità della Provincia, gli ufficiali della Guardia civica di Cosenza ed il generale Garnier. Intanto, il sacerdote carbonaro Carlo Bilotta di Carlopoli, avvisò Federici di interrompere momentaneamente le attività rivoluzionarie, senza abbandonare la nobile causa dell&#8217;indipendenza. Era necessario attendere tempi migliori. Al termine del convivio, il Capobianco abbandonò Cosenza con uno stratagemma e si rifugiò con i suoi fedelissimi nella Rocca di Altilia.</p>
<p>Scattò immediatamente un ordine di cattura: il Comandante Iannelli si diresse verso Altilia con un eccezionale spiegamento di forze militari e non riuscendo nell&#8217;intento, ordinò, per ritorsione, di saccheggiare il paese. Federici scampò alla cattura ed organizzò gli affiliati per sferrare l&#8217;attacco finale: la forza pubblica fu disarmata, i rivoltosi si appropriarono di convogli di polveri, bruciarono i registri dei tributi e assediarono Cosenza dopo aver piantato alberi della Libertà in ogni paese da cui erano passati.</p>
<p>Le autorità presenti a Cosenza si rifugiarono all&#8217;interno del Castello svevo con una guarnigione al comando del cavaliere De Martigny; Federici aveva invece ordinato ai Carbonari di dividersi in due drappelli, uno fu inviato nel distretto di Catanzaro, l&#8217;altro, sotto il suo comando ed insieme ad una compagnia raccolta da Pasquale Rossi, si spinse sulle alture di Torrevetere. Era il 18 settembre, i Carbonari di Federici tentarono invano di impadronirsi del Castello e di far insorgere gli abitanti dei Casali contro i Francesi.</p>
<p>L&#8217;Intendente Iannelli contro di loro fulminava il seguente bando: “Abitanti della Provincia, Capobianco con 30 briganti sta cercando di far seguaci e turbare la  pubblica tranquillità percorrendo le campagne. Ma i Comuni che lo riceveranno e lo lasceranno passare sul rispettivo territorio, saranno subito militarmente trattati. Già numerose colonie marciano contro queste orde”.</p>
<p>Ma un equivoco intervenne nello svolgimento del piano che segnò il fallimento della sommossa e Federici si ritirò nei pressi di Aprigliano, dove era atteso da moltissimi amici. Braccato ormai dal generale Manhès, il Capobianco comprese che doveva rifugiarsi in un luogo distante da Cosenza e si diresse a Grimaldi, dal fidato amico De Rose.</p>
<p><strong>Il tradimento &#8211; </strong>Il generale Manhès, intanto, giunse a Cosenza e durante un banchetto nel palazzo della Baronessa Mauro, organizzò il piano per la cattura del Capobianco. Fu un affiliato alla Carboneria, Carlo Mileti di Grimaldi, che trovandosi presso il fratello Raffaele, Vicario generale del vescovo di Nicastro, gli riferì che il Capobianco<em> </em>si trovava a Grimaldi, in casa De Rose. Il Vicario informò subito il generale Manhès con una lettera recapitatagli proprio da Carlo.</p>
<p>Il rifugio del ribelle era ormai svelato e sul cadere del 25 settembre, Manhès organizzò un drappello di ufficiali delle Guardie civiche della Calabria Ultra, guidato da Carlo Mileti, che aveva l&#8217;ordine di catturare Federici. Essendo il Mileti suo amico, non avrebbe destato sospetti: infatti, egli giunse facilmente dal capo carbonaro che trovò solo e seduto vicino alle sue armi. I traditori gli buttarono un cappotto sulla testa e soffocando le sue grida lo legarono ed uscirono da una porta segreta, lo caricarono su un cavallo come un fascio di fieno e lo trasportarono a Cosenza. Fu condotto alla presenza di Manhès, dinanzi al quale tenne un comportamento fiero.</p>
<p>Si concludeva così il primo Moto carbonaro del Risorgimento.</p>
<p><strong>La Condanna &#8211; </strong>Fu subito nominata una Commissione militare che riunita nel Palazzo Mauro giudicò in tutta fretta il Federici. Il generale Manhès gli pose queste terribili domande: “Perchè inalberasti stendardi di ribellione? Perchè invitato con mio foglio non mi raggiungesti?”. Federici rispose: “Non so leggere”.</p>
<p>Nominato d&#8217;ufficio un difensore nella persona dell&#8217;avvocato Gaetano Greco, che implorò una condanna di deportazione a vita, il Capobianco fu tuttavia giudicato colpevole di ribellione e tradimento. Il Relatore della Commissione militare, alla lettura della sentenza commosse le milizie e dispose anche che il fisco si sarebbe dovuto impossessare dei beni del condannato e che, ma questa è una parte controversa, l&#8217;intera famiglia del Federici &#8216;avrebbe avuto bando dal reame&#8217;. La sera del 26 settembre alle falde del colle Vetere, &#8216;vecchio&#8217; sito romano e via d&#8217;accesso alla città per chi proveniva dal Savuto, il Capobianco fu giustiziato.</p>
<p>Scrisse Luigi Maria Greco: “La notte viene vinta da innumerevoli fari che illuminano l&#8217;oscuro luogo nel quale il triste sacrifizio fu appieno consumato, col ridursi in cenere quelle misere spoglie e col disperdersi quelle ceneri al vento”. Tutti i traditori di Federici furono in seguito uccisi dai Carbonari e la commemorazione del Capobianco fu celebrata nelle vendite d&#8217;Italia.</p>
<p>Il Moto carbonaro del 1813 capeggiato da Vincenzo Federici, non è riportato sui libri di testo scolastici, né su tanti altri volumi di storia. Eppure, così come i Moti napoletani del 1820 o quelli piemontesi dell&#8217;anno successivo, l&#8217;insurrezione nel cosentino mirava a liberare la Calabria dallo straniero ed a riportare sul trono Ferdinando IV di Borbone, se questi avesse concesso una Costituzione. La figura del Capobianco divenne, tuttavia, così leggendaria da ispirare diversi scrittori, da Mary Shelley, la scrittrice di &#8216;Frankenstein&#8217;, che dedicò un intero capitolo del suo libro di viaggi tra Germania e Italia al &#8216;Capo Bianco&#8217;, ad Alexandre Dumas padre che lo ricordò ne “I Borboni di Napoli”. Anche Giovanni Verga, dopo aver conosciuto il figlio di Vincenzo Federici, Francesco, che gli raccontò le gesta del padre, scrisse il suo primo romanzo “I carbonari della montagna”, ispirato ai fatti della Carboneria calabrese.</p>
<p><strong>La pronipote del Capobianco</strong></p>
<p>Nel programma delle celebrazioni in occasione del 150° anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, una targa commemorativa in onore di Vincenzo Federici è stata apposta a Cosenza vecchia. Intanto apprendiamo alcuni aspetti sconosciuti sulla vita del Capobianco, grazie ad una sua discendente, Tamara Ferrari, giornalista di Altilia che oggi vive e lavora a Milano. La sua famiglia custodisce alcuni documenti e soprattutto un patrimonio di notizie tramandate oralmente da padre in figlio che ci consentono di ampliare il quadro su uno dei protagonisti del primo moto carbonaro del Risorgimento italiano.<em> </em></p>
<p><strong>Chi era Federici?</strong></p>
<p>«Un patriota sul quale, dopo la morte, sono state scritte tante inesattezze. Sarebbe ora di fare chiarezza».</p>
<p><strong>Ci faccia qualche esempio.</strong></p>
<p>«Il Capobianco non era un né “solerte massaio” né un “maniscalco”, come molti hanno affermato. Vincenzo Federici era un ricco proprietario terriero. Infatti, era figlio di Giovan Angelo, designato sui documenti del Catasto onciario come &#8216;Magnifico&#8217;, un titolo riservato a chi era un discreto possidente. Il vero cognome era Federico, ma nell&#8217;Ottocento fu trascritto con la “i” finale. Nacque ad Altilia, precisamente in località Fornace ed abitò in una casa vicina a quella del medico Gabriele De Gotti, di cui sposerà la zia Maria Angelica. Avranno otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Dopo il matrimonio, accrebbe i beni di famiglia anche con l&#8217;acquisto di una pregevole casa appartenuta alla famiglia del letterato Pirro Schettini, che vi abitava nel &#8217;600. Federici fu sindaco di Altilia tra il 1806 e il 1808, come si evince da un documento tuttora in mio possesso, in un periodo molto complesso nella storia del paese, che prima fu assaltato dai briganti di Malito e poi contò diversi omicidi probabilmente legati agli aspri contrasti tra contadini e borghesia terriera. Di un omicidio fu accusato lo stesso Federici, successivamente amnistiato, ma forse proprio sulla scia di questi avvenimenti il Federici abbracciò gli ideali della Carboneria».</p>
<p><strong>Come si spiega la diffusione della Carboneria nella piccola Altilia?</strong></p>
<p>«In quel periodo i paesini della valle del Savuto, come Altilia e Grimaldi, erano dei veri e propri centri culturali, i rampolli delle famiglie più ricche studiavano a Napoli. Anche il nipote del Capobianco, Gabriele De Gotti, studiò medicina a Napoli, entrò in contatto con la vita sociale e politica dell&#8217;allora capitale del regno e divenne amico di Pierre-Joseph Briot, l&#8217;ex deputato giacobino, intendente a Cosenza dal luglio 1807 al settembre 1810, che importò gli ideali della carboneria nel Regno di Napoli. Ideali che trovarono subito terreno fertile nel Federici, che già nel 1799 aveva partecipato ai moti rivoluzionari della Repubblica partenopea. Dopo l&#8217;arrivo dei francesi nel 1806, Federici all&#8217;inizio credette alle loro promesse libertarie e fu filo-francese: firmò l&#8217;appello del baroncino di Pietramala per invadere la Sicilia e poi aderì all&#8217;appello dei francesi per ripulire le campagne calabresi dai briganti. Federicì partecipò in prima persona alla caccia contro i briganti Bizzarro e Lorenzo Benincasa. Non è un caso che il suo nome compare nell&#8217;elenco dei patrioti carbonari del Meridione d&#8217;Italia stilato dal re Gioacchino Murat in una lettera inviata a Napoleone il 25 febbraio 1809.<strong> </strong>Due anni dopo con il De Gotti fondò ad Altilia la prima vendita carbonara. In seguito tra i due uomini nacquero dei dissidi, forse legati alla leadership della vendita, che fu assunta dal Capobianco, noto e stimato in paese perché possidente, ex sindaco e dotato di maggior carisma. Dissidi divenuti inconciliabili quando il Federici improvvisamente divenne antifrancese».</p>
<p><strong>Per quale motivo?</strong></p>
<p>«Federici si rese conto che i francesi non avrebbero mai assecondato gli ideali di libertà e quando venne a sapere che in Sicilia gli inglesi avevano concesso la costituzione, prese contatti con Lord William Bentinck: sperava di raggiungere lo stesso risultato in Calabria. In quel periodo il Capobianco era molto amico del generale Manhès, prendeva lezioni di francese da una cugina della moglie del Manhès, Carolina Pignatelli, figlia del principe di Cerchiara. Ciò dimostra chiaramente che non era analfabeta, come si proclamò al momento della condanna. L&#8217;amicizia col , come si evince da una corrispondenza epistolare, giustifica non solo la sua incredulità alla scoperta che il Capobianco era diventato antifrancese, ma anche tutti i suoi tentativi per convincerlo a fargli abbandonare gli ideali di libertà: prima di mettere una taglia sulla sua testa, Manhés tentò in tutti i modi di salvarlo. E dopo la condanna a morte, fu proprio il Manhès a proteggere la moglie e i figli del Capobianco, come lui stesso racconta nelle sue memorie».</p>
<p><strong>Rimangono alcuni misteri sulla fine del Capobianco?</strong></p>
<p>«Sì, alcuni hanno scritto che Federici fu impiccato, ma dai documenti della figlia Filippina che mi sono pervenuti, è riportato chiaramente che fu fucilato, come si conveniva per i reati di cospirazione. Ai familiari, che non erano presenti all&#8217;esecuzione, contrariamente a quanto disposto dalla sentenza di morte, non furono confiscati i beni. La moglie e i figli del Capobianco non furono espatriati, come prevedeva la condanna, ma rimasero per volontà del Manhès ad Altilia protetti dal fratello di Federici, Sebastiano, che era un sacerdote. Fu lui che, durante l&#8217;assedio del paese ad opera dei francesi che volevano catturare Capobianco, trasferì la moglie e i nipoti del Capobianco a Maione per evitare che venissero usati come ostaggio dai francesi. Altri misteri restano ancora su alcuni momenti della sua vita, che finora non sono riuscita a ricostruire. Di certo i miei trisavoli non ebbero mai una tomba su cui piangere: forse non esiste perché è vero che il suo corpo fu bruciato e le ceneri sparse al vento, come prevedeva anche il giuramento dei Carbonari<strong>».</strong></p>
<p><strong>_____________________</strong></p>
<p><strong>Inserito su www.storiainrete.com il 26 settembre 2011</strong></p>
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		<title>A Tolentino la rievocazione della prima battaglia del Risorgimento</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/4834/risorgimento/a-tolentino-la-rievocazione-della-prima-battaglia-del-risorgimento/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 07:03:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://media1.websolute.it/bymarche/files/569_963_battaglia_tolentino_zoom.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sabato  30 Aprile è iniziata ufficialmente l’edizione 2011 di Tolentino 815,  Rievocazione Storica della Battaglia di Tolentino organizzata  dall’Associazione Tolentino 815 in collaborazione con il Comune di  Tolentino, con l’inaugurazione a Palazzo Parisani – Bezzi della mostra  “1815 – 1915&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://media1.websolute.it/bymarche/files/569_963_battaglia_tolentino_zoom.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sabato  30 Aprile è iniziata ufficialmente l’edizione 2011 di Tolentino 815,  Rievocazione Storica della Battaglia di Tolentino organizzata  dall’Associazione Tolentino 815 in collaborazione con il Comune di  Tolentino, con l’inaugurazione a Palazzo Parisani – Bezzi della mostra  “1815 – 1915 Le Marche, i Marchigiani, il Risorgimento, l’Italia” a cura  dell’Istituto Gramsci Marche con la presenza del Presidente del  Consiglio Regionale Marche Vittoriano Solazzi e del Sindaco di Tolentino  Luciano Ruffini (<a href="http://www.tolentino815.it/paginaita21086.aspx" target="_blank">http://www.tolentino815.it/paginaita21086.aspx</a>).</p>
<p>Sono esposti molti  pannelli testi, immagini e documenti con cui vengono ricostruiti gli  episodi di maggiore rilevanza riguardanti il Risorgimento marchigiano,  con uno stretto collegamento agli avvenimenti nazionali ed europei. Una  mostra che non tratta soltanto del Risorgimento ma che abbraccia cento  anni, dal 1815 al 1915. Accenna brevemente alla Rivoluzione Francese  come elemento propulsore per avviarsi con la Battaglia di Tolentino del  2-3 maggio 1815, definita la prima battaglia per l’unità politica  dell’Italia; per terminare con il 1915, all’alba del primo conflitto  mondiale, attraverso la lettura di avvenimenti che hanno preceduto quel  conflitto come il processo di industrializzazione, lo svilupparsi dei  movimenti repubblicani, anarchici, socialisti e la partecipazione dei  cattolici alla vita politica e sociale.</p>
<p>Alcuni pannelli esposti a Tolentino contengono materiale inedito e legato alla storia locale.</p>
<p>Dopo gli anni intermedi, la rievocazione storica delle fasi salienti della battaglia combattuta il  2 e 3 maggio 1815 tra l&#8217;esercito di Giacchino Murat, Re di Napoli e  quello austriaco del Barone Federico Bianchi, torna in grande stile.</p>
<p>Domenica  1 Maggio al Castello della Rancia si è inaugurata l’esposizione del  Diorama della Battaglia di Tolentino, a cura dell’Associazione Storico  Modellistica di Civitanova Marche ed alle ore 15.30 si è svolta la  visita guidata ai luoghi della Battaglia (ritrovo al Castello della  Rancia, poi monumento Rotondo, Ossario Salcito, ex chiesetta Cisterna,  Torrione San Catervo), con una consistente presenza di interessati,  accompagnati dal presidente dell’Associazione Tolentino 815 Paolo  Scisciani.</p>
<p>Fino  al 8 maggio sono previste varie iniziative quali incontri, mostre,  conferenze, presentazioni di libri e soprattutto torna la Rievocazione  storica della battaglia con la presenza di rievocatori provenienti da  tutta Europa che, per due giorni, ricostruiranno in maniera fedele,  accampamenti, movimenti di truppe e cavalleria, vita militare e fasi  degli scontri. Grande attesa anche per le nuove movimentazioni del  gruppo storico tolentinate “2° Reggimento Cavalleggeri”. Una iniziativa  sempre più apprezzata a livello europeo e che richiama il pubblico delle  grandi occasioni (<a href="http://www.tolentino815.it/paginaita2945.aspx" target="_blank">http://www.tolentino815.it/paginaita2945.aspx</a>).</p>
<p>Nell’anno  che celebra il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Tolentino si  riconferma crocevia della Storia Nazionale: inizio e fine dell&#8217;epoca  franco-italica, tra il declino del potere temporale pontificio (Trattato  di Tolentino, firmato il 19 febbraio 1797 tra Napoleone Bonaparte ed i  rappresentanti dei Papa Pio VI) e le origine del Risorgimento (Battaglia  di Tolentino).</p>
<p>_______________________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 4 maggio 2011</p>
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		<title>Carlo di Borbone: &#8220;Bene 17 marzo ma più impegno per Sud&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Mar 2011 10:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Regno delle Due Sicilie]]></category>
		<category><![CDATA[Revisionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/B/principe_borbone_carlo_ufs--400x300.jpg" alt="Il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro  " width="90" height="90" />Il nobile, Duca di Castro: &#8220;Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/B/principe_borbone_carlo_ufs--400x300.jpg" alt="Il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro  " width="90" height="90" />Il nobile, Duca di Castro: &#8220;Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse anche un&#8217;occasione per un confronto diverso e più profondo&#8221;</p>
<p>.</p>
<p>da AdnKronos del 14 marzo 2011 <img src="http://www.fieg.it/upload/gif_testate/adnkronos.jpg" alt="" width="104" height="41" /></p>
<p>.</p>
<p>La dignità di Maria Sofia e le conquiste sociali dei Borboni. Corre su questi due assi la celebrazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia da parte del &#8216;Reame&#8217; per eccellenza, la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie, che nel pantheon delle iniziative per festeggiare l&#8217;anniversario chiama a &#8221;impegni concreti per il Sud&#8221;. &#8221;Condivido pienamente le celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unita&#8217; d&#8217;Italia &#8211; spiega all&#8217;ADNKRONOS il Principe Carlo di Borbone, Duca di Castro &#8211; e non ci stiamo ad apparire nostalgici di un passato che ha le sue luci e le sue ombre. Ma vorremmo che questo anniversario costituisse anche un&#8217;occasione per un confronto diverso e più profondo, rivisitando il Risorgimento per analizzare i problemi che portano alla nascita della questione meridionale&#8221;.</p>
<p>&#8221;E&#8217; vero &#8211; aggiunge &#8211; che la storia la scrivono sempre i vincitori. Questi giorni possono tuttavia costituire una base di dialogo intelligente, che superi la storiografia e le memorie di parte. Uno spazio, insomma, per ricordare anche il pensiero e l&#8217;opera dei miei antenati&#8221;. &#8221;Sul dizionario &#8211; fa notare il Gran Maestro dell&#8217;Ordine Costantiniano &#8211; al termine borbonico è collegato il significato di &#8216;arretrato&#8217; o &#8216;poliziesco&#8217;. Occorre ricordare che i Borbone hanno svolto un&#8217;importante opera di sviluppo culturale, industriale e sociale&#8221;.</p>
<p>&#8221;Nessuno di noi &#8211; precisa &#8211; era lì in quel periodo, ma l&#8217;economia del tempo era fiorente e al momento dell&#8217;annessione del Regno, il bilancio era attivo più di quelli di tutti gli altri Stati italiani del tempo. Basterebbe spulciare le carte degli archivi di Stato per verificare quanto queste affermazioni siano fondate&#8221;.</p>
<p>&#8221;Non vogliamo mostrare l&#8217;elenco delle glorie passate &#8211; precisa il il Principe Carlo di Borbone &#8211; ma ci preme ricordare in particolare il polo industriale di Mongiana, in Calabria, dove venne edificata l&#8217;8 marzo 1771 proprio sotto Re Ferdinando, la più grande industria metalmeccanica d&#8217;Italia, per non parlare poi delle antiche seterie di San Leucio. Proprio lì, &#8216;nell&#8217;arretrato&#8217; Regno Borbonico non pochi storici e analisti vedono ora l&#8217;esempio concreto di un socialismo popolare, la realizzazione storica dell&#8217;Utopia della Città del Sole. Peraltro, si realizzò anche un sistema di previdenza sociale e sanitaria&#8221;.</p>
<p>&#8221;Dunque &#8211; rimarca il Gran Maestro dell&#8217;Ordine Costantiniano &#8211; quando si leggono gli avvenimenti della storia senza pregiudizi, ci si accorge che i primati del Sud non si fermano alla prima ferrovia Napoli-Portici, ma presentano esempi virtuosi quali il primo sistema pensionistico o le case per gli studenti, l&#8217;assistenza sanitaria gratuita, la legislazione in materia ambientale che è ancora all&#8217;avanguardia. Esempi di un Sud positivo e della dignità del lavoro&#8221;.</p>
<p>&#8221;Mi auguro perciò &#8211; prosegue il Duca di Castro &#8211; che il 17 marzo possa significare una rilettura di tutto un momento storico spesso volutamente ignorato o travisato. Dopo 150 anni dalla scomparsa del Regno delle Due Sicilie c&#8217;è ancora un problema aperto: la questione del Sud. E sui libri non sempre la narrazione è innocente&#8221;.</p>
<p>&#8221;Dopo il 1860 &#8211; osserva Carlo di Borbone &#8211; si sono verificate purtroppo le prime migrazioni, l&#8217;impoverimento dello Stato e lo smarrimento dell&#8217;identità. In questo percorso &#8211; fa notare il Principe Carlo di Borbone &#8211; occorre rileggere anche il fenomeno brigantaggio, che in molti casi volle dire onore e attaccamento al Regno e di sicuro non può essere liquidato per doveroso rispetto verso tutti i caduti, come semplice delinquenza&#8221;.</p>
<p>Nella ricorrenza dei 150 anni, la Real Casa borbonica riporta cosi sotto i riflettori &#8221;le vicende di Gaeta, la difesa del patriottismo e la storia di Maria Sofia, una donna che fu sempre vicina al suo popolo. Da tutto ciò &#8211; fa osservare il Principe Carlo di Borbone &#8211; viene un messaggio di incoraggiamento a quel Sud che i Borbone hanno amato più della loro vita. Il Mezzogiorno ritrovi l&#8217;orgoglio delle proprie radici. Il presidente Napolitano ci ha invitato in queste celebrazioni per i 150 anni dell&#8217;Unità a superare le incomprensioni del Risorgimento, cercando nuove ragioni di impegno condiviso&#8221;.</p>
<p>&#8221;Casa Borbone &#8211; assicura &#8211; <strong>darà il proprio contributo affinchè tutti insieme possiamo sentirci più italiani</strong>. Lo faremo anche attraverso l&#8217;opera dell&#8217;Ordine costantiniano, tra tradizione e solidarietà concreta. Dal 18 marzo in poi &#8211; conclude &#8211; ci auguriamo una nuova immagine per il Sud: la civiltà e l&#8217;orgoglio vanno bene, ma serve anche maggior senso civico e progetti di lungo respiro.  Solo così, nel Mediterraneo delle scelte, gli italiani potranno guardare con responsabilità e passione civile al futuro che ci attende&#8221;.</p>
<p>__________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 21 marzo 2011</p>
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		<title>La duchesse de Berry, icône de la Restauration</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 15:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Luci rosse e rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Carolina di Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Duchessa di Berry]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[Restaurazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[XIX secolo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://lh5.ggpht.com/_mJqdGBPbKO8/TS4OMFyWNWI/AAAAAAAAAk8/JJ-geHaulVo/image1.png" alt="" width="90" height="90" />Elle était l&#8217;égérie des monarchistes. Du moins de ceux qui professaient la foi légitimiste. Encore que même les plus fidèles en vinrent à se lasser de son agitation. Bref, elle, la duchesse de Berry, fut à la fois idolâtrée &#8211;&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://lh5.ggpht.com/_mJqdGBPbKO8/TS4OMFyWNWI/AAAAAAAAAk8/JJ-geHaulVo/image1.png" alt="" width="90" height="90" />Elle était l&#8217;égérie des monarchistes. Du moins de ceux qui professaient la foi légitimiste. Encore que même les plus fidèles en vinrent à se lasser de son agitation. Bref, elle, la duchesse de Berry, fut à la fois idolâtrée &#8211; on dirait aujourd&#8217;hui qu&#8217;elle fut une &#8220;icône&#8221; &#8211; et rejetée. Cette figure n&#8217;a pas manqué de biographes. Au-delà même du caractère romanesque de sa vie, le fait qu&#8217;elle ait incarné la cause légitimiste a été source d&#8217;une littérature &#8220;militante&#8221; abondante. Il y a longtemps, toutefois, que cette &#8220;cause&#8221; n&#8217;a plus de partisans ardents. L&#8217;hagiographie peut dès lors laisser la place au portrait sensible.</p>
<p>.</p>
<p>da l&#8217;Express del 15 marzo 2011  <img src="http://static.lexpress.fr/imgstat/logo_lexpress.gif" alt="lexpress.fr" width="138" height="29" /></p>
<p>.</p>
<p>Celui que brosse Laure Hillerin est de cette espèce et il est de la meilleure facture. D&#8217;autant qu&#8217;il se trouve que la portraitiste entretient avec son sujet une relation singulière. Sa trisaïeule fut une des amies d&#8217;enfance de la duchesse de Berry. Cela suscite l&#8217;empathie &#8211; sans quoi il n&#8217;est pas de biographie réussie &#8211; et permet même, dans ce cas, de dénicher de nouvelles sources dont les spécialistes ont salué l&#8217;intérêt.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.lexpress.fr/imgs/15/163.jpg" alt="" width="134" height="216" />La future duchesse de Berry est née Caroline de Bourbon-Sicile. Laure Hillerin retrace avec finesse l&#8217;atmosphère de cette cour sicilienne où la morgue bourbonienne fait bon ménage avec des façons de vivre plutôt rustiques. De sorte que lorsque Caroline est appelée à épouser le duc de Berry, deuxième fils du futur Charles X, son arrivée à la cour de France provoque quelque émoi. Ses manières de sauvageonne séduisent autant qu&#8217;elles inquiètent. Son franc-parler amuse, mais ses foucades perturbent. Si l&#8217;obèse Louis XVIII est assez fin pour apprécier les originalités de sa nièce, son beau-père, Charles X, à l&#8217;intelligence limitée, ne cessera jamais d&#8217;en être décontenancé. La duchesse de Berry aurait pu n&#8217;être qu&#8217;une pièce rapportée exotique à la maison de France, si des circonstances inattendues ne l&#8217;avaient conduite à tenir un rôle politique de première grandeur. Lorsque, en 1820, son époux, le duc de Berry, héritier de la couronne, est assassiné par le sieur Louvel, elle va, en effet, se retrouver au coeur de la question dynastique. Car Caroline est enceinte. Dès lors que le fils aîné de Charles X est sans descendance, l&#8217;enfant qu&#8217;elle porte en son sein, et pourvu que ce soit un garçon, détient donc tout l&#8217;avenir des Bourbons. Ce fut un garçon, et il fut vite désigné comme &#8220;l&#8217;enfant du miracle&#8221;.</p>
<p>Mère de l&#8217;héritier légitime, elle va tout tenter pour faire valoir les droits de son rejeton</p>
<p>Laure Hillerin restitue avec talent le contexte politique dans lequel se situe l&#8217;épisode. Elle ne se contente pas de planter ses personnages dans leur décor. Elle analyse avec justesse les politiques réactionnaires désastreuses conduites par Charles X et qui le mèneront à sa perte. Avec la bêtise obtuse de celui qui des bouleversements révolutionnaires n&#8217;avait &#8220;rien appris et rien oublié&#8221;, les manoeuvres du duc d&#8217;Orléans pourront se déployer sans entrave et les journées de 1830 verront le départ sans gloire du dernier des Bourbons. C&#8217;est dans ces circonstances que la duchesse de Berry va entrer dans l&#8217;Histoire. Mère de l&#8217;héritier légitime, celui qui, sur le trône, deviendrait Henri V, elle va tout tenter pour faire valoir les droits de son rejeton. Et c&#8217;est l&#8217;équipée de Vendée à travers laquelle se forge son image romantique dont Balzac se fera le chantre et Chateaubriand l&#8217;avocat. Dans ce qui fut un authentique fiasco &#8211; les troupes firent défaut, la duchesse fut arrêtée, emprisonnée quelque temps, puis invitée à aller voir ailleurs &#8211; on ne sait ce qui revient aux légèretés de Caroline et ce qui incombe aux palinodies de ses partisans. Toujours est-il qu&#8217;après cette entreprise avortée, la duchesse de Berry est, dans le même mouvement, entrée dans la légende et sortie de l&#8217;Histoire. La cause légitimiste courra bien encore quelques décennies sur son aire. Mais la niaiserie de &#8220;l&#8217;enfant du miracle&#8221;, devenu comte de Chambord, préférant renoncer au trône &#8211; qu&#8217;on lui apporte pourtant sur un plateau en 1871 &#8211; plutôt que de devoir accepter le drapeau tricolore, consommera définitivement les espoirs légitimistes. Il n&#8217;avait décidément pas hérité de l&#8217;audace et de la vivacité d&#8217;esprit de sa maman. La duchesse de Berry, elle, traversa son siècle en étonnant son monde jusqu&#8217;au bout.</p>
<p>Ses aventures amoureuses, son remariage avec un aristocrate italien modestement né, sa nombreuse progéniture, ses libéralités en faveur des arts et des lettres la firent se distinguer du triste gotha dont elle restait une figure et dont sa biographe restitue avec bonheur les petitesses et les grandeurs.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 15 marzo 2011</p>
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		<title>L&#8217;acqua di rose del Re Bomba. In difesa del termine &#8220;borbonico&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Feb 2011 12:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Due Sicilie]]></category>
		<category><![CDATA[Ferdinando II Borbone]]></category>
		<category><![CDATA[Gladstone]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.iltempo.it/2011/02/06/1235425/images/46901-borb.jpg" alt="Ferdinando II Borbone" width="90" height="90" />A Gaeta, dall&#8217;11 al 13 febbraio , promosso dal movimento neoborbonico, si è svolto un importante convegno di studi sul tema &#8220;Gaeta e il Sud a 150 anni dalla fine del Regno delle Due Sicilie&#8221;. Il seguente, immaginario &#8220;discorso agli&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.iltempo.it/2011/02/06/1235425/images/46901-borb.jpg" alt="Ferdinando II Borbone" width="90" height="90" />A Gaeta, dall&#8217;11 al 13 febbraio , promosso dal movimento neoborbonico, si è svolto un importante convegno di studi sul tema &#8220;Gaeta e il Sud a 150 anni dalla fine del Regno delle Due Sicilie&#8221;. Il seguente, immaginario &#8220;discorso agli italiani&#8221; di Ferdinando II di Borbone è un piccolo contributo a questo evento.</p>
<p>.</p>
<p>di Ruggero Guarini, da &#8220;Il Tempo&#8221; del 6 febbraio 2011 <img src="http://www.iltempo.it/file_generali/img/testata_tempo.gif" alt="Il Tempo - Spettacoli" width="166" height="24" /></p>
<p>.</p>
<p>Carissimi italiani, lasciatemi esprimere, innanzitutto, il doloroso stupore che mi procura la leggerezza con cui tanti fra voi sogliono ancora oggi definire &#8220;borbonici&#8221; taluni tratti iniqui della vostra presente realtà. So che i più dotti fra voi sono soliti scusarsi di quest&#8217;uso continuando a rinfacciare a me e ai miei avi le tante infamie che ci furono da sempre attribuite dai nostri nemici. E suppongo che alcuni di loro mi risbatterebbero volentieri in faccia persino la somma ingiuria che mi rovesciò addosso il signor Gladstone quando definì il mio regno &#8220;la negazione di Dio&#8221;. Eppure è stato provato da un pezzo che la perfida campagna che quel gentiluomo sferrò contro di me aveva in effetti lo scopo di affrettare il crollo del mio regno per poter meglio promuovere gli interessi commerciali e industriali della Gran Bretagna nel Mediterraneo… Quanto alla supposta spietatezza con cui, intorno al 1848, tentai di soffocare i moti fomentati dai cospiratori mazziniani, guadagnandomi così l&#8217;epiteto di Re Bomba, è cosa ormai arcinota che si trattò di una repressione all&#8217;acqua di rose, e comunque assai meno violenta della davvero efferata ferocia con cui di lì a poco i miei successori sabaudi schiacciarono a suon di massacri e distruzioni quella lunga guerra partigiana contro l&#8217;invasore piemontese che fu detta &#8220;brigantaggio&#8221;.<br />
Ma adesso permettetemi di ricordare i motivi per cui credo di potermi definire a buon diritto l&#8217;ultimo vero uomo di Stato che il Mezzogiorno d&#8217;Italia abbia avuto, nonché, per il mio fiuto nelle faccende industriali, finanziarie e tecnologiche, il sovrano italiano più moderno e illuminato del mio tempo. Quando, nel 1831, salii sul trono delle Due Sicilie, avevo ventun anni. Il paese, dopo il decennio francese, versava in condizioni tutt&#8217;altro che prospere. Era l&#8217;epoca in cui in tutto i mondo si diffondevano le industrie, le ferrovie, le navi a vapore. Le merci valicavano ogni frontiera e portavano dovunque, nel mondo artigiano, la disoccupazione e la fame. Col ribasso del prezzo del grano, che ormai diventava poco costoso importare da altri continenti, la morte arrivava anche nelle campagne. Ebbene: in quei difficili anni io mi votai alla causa della difesa del mio paese ottenendo in molti campi splendidi risultati. Ne ricorderò solo alcuni. Creai una grande flotta mercantile (la seconda del tempo a livello mondiale, subito dopo quella inglese). Inaugurai la più importante officina meccanica dell&#8217;Europa continentale. Costruii la prima ferrovia italiana. Feci entrare in servizio di linea il primo battello italiano a vapore. Volli la creazione di una linea telegrafica diretta fra Napoli e Palermo.<br />
Feci progettare e costruire il primo ponte sospeso in Europa continentale (il &#8220;Ponte Real Ferdinando&#8221; sul Garigliano, a catenaria di ferro). Incoraggiai ogni tipo di manifattura. E alla Mostra Universale di Parigi l&#8217;industria napoletana si collocò al secondo posto mondiale. Infine durante il mio regno (1831-1859) il paese rifiorì anche culturalmente. Si aprirono nuove scuole. Napoli ospitò il primo convegno scientifico tenutosi in Italia. La sua università diventò una delle più prestigiose del mondo, nonché la più grande d&#8217;Italia. Insieme a Palermo, Catania e Messina, il mio regno contava 11.000 studenti: il doppio di tutta l&#8217;Italia restante, che ne contava meno di 5.000. E tutto questo fu reso possibile anche dall&#8217;efficace sostegno di una banca di stato &#8211; il Banco delle Sicilie &#8211; che faceva girare un volume di carta bancarie cinque o sei volte più ingente di quello che circolava in tutto il resto d&#8217;Italia. Poiché il termine &#8220;borbonico&#8221;, come sinonimo di arretratezza, oscurantismo e ignominia, non colpisce soltanto la mia persona ma tutta la mia stirpe, compresi i miei due grandi avi, Carlo III e Ferdinando IV, nonché quello sventurato giovanetto che fu mio figlio Francesco II, detto affettuosamente Franceschiello, non posso infine sottrarmi al dovere di spendere due paroline anche per loro. Di questo mio figliolo limiterò a ricordare soltanto che in effetti nessuno ha mai misconosciuto la saggezza di cui, giunto al trono appena ventenne, diede prova nei pochi suoi mesi di regno, nonché la nobiltà con cui a Gaeta, giudicata persa la partita, per risparmiare al suo popolo un&#8217;ulteriore e ormai vana sequela di pene e di lutti, decise di porre fine alla sua infelice esperienza di ultimo re delle due Sicilie con il fiero e toccante discorso con cui annunciò al suo popolo le ragioni della resa all&#8217;invasore.<br />
Sul grande Carlo III credo invece necessario compilare una lista delle meraviglie sbocciate dall&#8217;estro creativo di quel grande re: il trasferimento da Parma a Napoli di tutte le opere d&#8217;arte della collezione Farnese (che costituiscono da allora uno dei principali richiami dei Musei napoletani); il teatro San Carlo (che fu costruito in soli nove mesi); gli scavi di Pompei e di Ercolano; la Biblioteca Ercolanese; le tre grandi regge di Portici, Caserta e Capodimonte (quest&#8217;ultima con annessi il grande parco e la celebre fabbrica di porcellane); l&#8217;immenso Albergo dei Poveri (prima grande ospizio-falansterio europeo); la stradina di Persano; la strada della Marinella e del Chiatamone; la piazza del Mercatello; il quartiere di Pizzofalcone; il molo e il porto; l&#8217;Immacolatella; il quartiere della Cavalleria alla Maddalena; il forte del Granatello; il restauro dei porti di Salerno, Taranto e Molfetta; la sistemazione del litorale di Mergellina e di Posillipo; la costituzione di un esercito e di una flotta nazionali; Il Ritiro delle Donzelle Povere dell&#8217;Immacolata Concezione; il Ritiro di Santa Maria Maddalena; i monasteri delle Teresiane a Chiaja e a Pontecorvo; quello delle Carmelitane a Capua; l&#8217;istituzione di consolati e monti frumentari &#8211; eccetera eccetera. Infine, sul povero Re Lazzarone, mi limiterò ad abbozzare un antifrastico elogio di quello che ancora oggi viene considerato il suo massimo crimine.<br />
Questo crimine, com&#8217;è noto, lo commise lasciando che sua moglie, Maria Carolina d&#8217;Absburgo, sorella di Maria Antonietta, e l&#8217;ammiraglio Nelson, il genio che aveva contribuito ad abbattere la Repubblica Partenopea perché vi aveva giustamente visto subito un minaccioso effetto dell&#8217;espansionismo napoleonico, lo convincessero a mandare sul patibolo i &#8220;patrioti&#8221; di quel baraccone giacobino in salsa napoletana sostenuto dai fucili e dai cannoni di un&#8217;armata transalpina. Ebbene, confesso che a me è sempre sembrato che quelle circa centoventi esecuzioni fossero in larga misura giustificate dal soave sonetto che pochi anni prima quella pretesa eroina di donna Eleonora Fonseca Pimentel, la mitica musa di quella tragica farsa che fu la Rivoluzione Napoletana del 1799, rivolgendosi appunto a Maria Carolina, che l&#8217;aveva un tempo onorata della sua benevolenza ammettendola a corte e invitandola persino a declamarvi delle odi in onore del re, dopo averle simpaticamente affibbiato gli appellativi di &#8220;rediviva Poppea&#8221; e &#8220;tribade impura&#8221;, ossia di risorta puttana e di lurida lesbica, le aveva promesso che ben presto anche la sua testa, come cinque anni prima quella di sua sorella a Parigi, sarebbe rotolata ai piedi della ghigliottina. Ecco la gentile poesiola: &#8220;Rediviva Poppea, tribade impura, | d&#8217;imbecille tiranno empia consorte, | stringi pur quanto vuoi nostra ritorta, | l&#8217;umanità calpesta e la natura&#8230;&#8221; Sono, dovete ammetterlo, versi sui quali credo che nessuno dovrebbe esitare a riconoscere uno strepitoso compendio di tutte le nobili passioni (risentimento, ingratitudine, invidia, ferocia sanguinaria, ipocrisia, grotteschi miraggi utopici, brama di potere e bacchettoneria giustizialista) che si intrecciano e confondono nello spirito giacobino di tutti i tempi.</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 24 febbraio 2011</p>
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		<title>&#8220;Non demonizziamo i Borbone. Ma no a miti anti-unitari&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Feb 2011 17:13:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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<p><em>Pubblichiamo una &#8220;Lettera al Direttore&#8221; de &#8220;Il Mattino&#8221; a firma di Giuseppe Polito, Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (CE).</em></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.casadalena.it/Real%20Casa%20di%20Borbone.jpg" alt="" width="90" height="90" /></p>
<p><em>Pubblichiamo una &#8220;Lettera al Direttore&#8221; de &#8220;Il Mattino&#8221; a firma di Giuseppe Polito, Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (CE).</em></p>
<p>Gentile Direttore, leggo da alcune settimane nelle pagine culturali del Suo giornale, l’appuntamento domenicale che il dottor Gigi di Fiore dedica al 150° anniversario della nascita del Regno d’Italia, con articoli dedicati a fatti e persone dell’epoca risorgimentale. Debbo ammettere e mi perdoni, che “Il Mattino” sorto per dare voce ai meridionali ed alle loro problematiche, affidando al dottor di Fiore, persona stimatissima, il racconto del Risorgimento non fa, a mio modesto avviso, opera di corretta informazione in special modo nei riguardi delle nuove generazioni.</p>
<p>.</p>
<p>da &#8220;Il Mattino&#8221;, lettera al direttore del 26 gennaio 2011 <img src="http://www.delittiimperfetti.com/images/testate/Il%20mattino.gif" alt="" width="100" height="22" /></p>
<p>.</p>
<p>Sappiamo benissimo, in quanto li abbiamo letti tutti o quasi, il pensiero storico e culturale del dottor di Fiore, legato ad associazioni e centri culturali neo-borbonici, i quali erroneamente stanno “cavalcando” da anni forti risentimenti anti-nazionali, “scimmiottando” il più becero leghismo! Continuare a “sparare” sul Risorgimento e sui suoi protagonisti non aiuta certo, alla luce di nuovi documenti, a comprendere che il processo unitario seppur con molte problematiche era ormai necessario e vitale per far sì che “un Paese di morti” (Lamartine), “un’espressione geografica” (Metternich), diventasse al parti degli altri grandi Paesi europei, una sola entità: politica, economica, sociale, culturale. Anche l’espressione “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, erroneamente addebitata a Massimo d’Azeglio, venne coniata nel 1896 dal senatore Ferdinando Martini in altro contesto lessicale, semmai “fatti gli Italiani, bisognava fare l’Italia”…</p>
<p>Persistere ad accusare il Risorgimento e l’unificazione dei mali odierni del Mezzogiorno, significa non avere letto bene la storia, quella con “S” maiuscola, né tantomeno gli scritti di studiosi e storici: da Giuseppe Galasso e Sergio Romano, da Lucio Villari al compianto mio maestro Alfonso Scirocco, scomparso da pochi mesi. E’ un quarto di secolo che tento, di illustrare in convegni, conferenze, scritti, la grande stagione risorgimentale, che fu principalmente una vera e propria “rivoluzione” non solo politica ma culturale e sociale, coinvolgendo strati di popolazione fino ad allora emarginata e costretta all’esilio, alla prigionia, al patibolo…</p>
<p>Nessuno vuole demonizzare i Borbone, hanno avuto molte qualità che col tempo tuttavia sono andate disperse in un “paternalismo” inadeguato a rispondere alle nuove realtà della società meridionale, le quali nonostante i controlli di Polizia, anelavano a seri cambiamenti costituzionali e riformisti. I lettori del “Il Mattino” devono sapere che la principale impresa economica del Regno delle Due Sicilie pre-unitario era la Chiesa, con un clero che numericamente superava di gran lunga quello di un Paese molto più grande come la cattolicissima Francia! Il patrimonio ecclesiastico ammontava a ca.40 milioni di Lire dell’epoca! Al clero era appaltata anche l’istruzione pubblica, infatti l’analfabetismo nel Sud era dell’86% con punte del 90% in Sicilia, terra mai amata dai Borbone. Tra il 1830 ed il 1859 gli anni di regno di Ferdinando II, la spesa pubblica fu irrisoria, nel 1858, ultimi dati contabili certi, su un attivo complessivo di 32.800.000 ducati, lo Stato borbonico ne spese per opere pubbliche appena 2.216.000 a fronte di 11.911.000 per il mantenimento delle forze armate e dei reggimenti mercenari di bavaresi e svizzeri a tutela della famiglia reale! Indigenti i quartieri popolari della capitale, Napoli, la quarta metropoli d’Europa, gli ospedali erano così fatiscenti che gli stessi poveri della città si rifiutavano di ricoverarsi!</p>
<p>Per le nozze del duca di Calabria Francesco con Maria Sofia di Baviera, il governo decise di tagliare i fondi per la Sanità onde coprire le ingenti spese. Su 1.828 comuni napoletani, ben 1.431 non erano collegati viabilmente tra loro; esistevano in un Reame così esteso solo tre strade postali! Alla vigilia dell’Unità, vi erano solo 125 Km di ferrovie, nonostante il Paese avesse avuto il primato della prima ferrovia italiana, questi pochi chilometri collegavano solo alcuni siti regi e re Ferdinando II aveva vietato che le locomotive passassero sotto eventuali gallerie per timore di attentati! L’assenza di adeguate opere pubbliche ritardò pesantemente l’adeguamento del Sud al resto dell’Italia. Nel 1864 la linea ferroviaria adriatica collegò Bari a Bologna seguita da altri tratti nel volgere di pochi lustri onde consentire anche alle regioni di meridionali di usufruire di questa importante innovazione sia dal punto di vista economico che sociale. Su 9 milioni di abitanti, gli studenti del Regno erano solo 66mila!, un terzo dei comuni era sprovvisto di scuole primarie.</p>
<p>Lo storico Paolo Macry osserva: “E’ clamoroso il gap che divide Napoli tanto dai grandi centri burocratici, dalle altre ex capitali, dalle città dello sviluppo economico, quando da numerosi centri di taglia media e con forti caratteri rurali, come può essere il caso di Bologna”. Per quanto riguarda l’agricoltura, in ingegnere borbonico, Carlo Afan de Rivera scriveva nel 1833: “Dacchè le nostre pianure e specialmente quelle in riva al mare rimasero spopolate ed incolte per effetto delle calamità politiche, cessò affatto l’industria dell’uomo nel regolare il coro delle acque che le attraversavano. Nel tempo stesso i disboscamenti e dissodamenti operati ne’ monti (dalle popolazioni ritiratesi ad abitare là), grandemente contribuirono a disordinare l’economica delle acque stesse che devastarono le sottoposte pianure”. La tanto decantata industria pre-unitaria del Sud, viveva esclusivamente sotto l’ombrello protezionistico delle commesse statali, in un mercato, quello europeo che aveva abbandonato tale politica da decenni. Come affermò l’economista e futuro Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, in riferimento alla politica fiscale borbonica, “…Troppa essere la predilezione per le imposte sui consumi e sommo il timore di scontentare i ceti medi con le imposte sulle professioni, sui commerci e sulle industrie…</p>
<p>Le segretezza dei documenti finanziari; le cause del debito pubblico napoletano (meno consistente di quello piemontese) ma dovuto alle spese di occupazione di soldatesche straniere accorse nel Regno a ristabilire e difendere la dinastia, la inconsistenza delle opere pubbliche intese a crescere la potenza economica del Paese…Non esiste documento storico il quale possa essere a maggior ragione ricordato dai teorici delle finanze a sostegno delle tesi che le imposte gravavano sui popoli solo quando sono estorte da governi oppressori ritornati sulle punte delle baionette straniere, com’era il governo borbonico…”. Un’attenta e critica analisi del sistema finanziario dei Borbone fu descritto con dovizia di particolari da Giovanni Carano-Donvito, collaboratore di Piero Gobetti, nella quale pose in luce come l’ex governo napoletano “…se poco chiedeva ai suoi sudditi, pochissimo spendeva per essi e questo pochissimo spendeva anche male…”. Secondo gli studiosi del credito, Muzzioli e Demarco, “…la penuria di piazze bancabili era anche responsabile, insieme alla scarsa mobilità dei capitali, del ristagno nella circolazione della moneta. Si calcola che all’unificazine la circolazione monetaria delle province napoletane fosse doppia di quella di tutto il resto d’Italia”. Brigantaggio e camorra furono sempre al “soldo” del governo borbonico che utilizzava questo “cancro” a proprio uso e costume in determinati periodi, anche per controllare i sovversivi ed i liberali!</p>
<p>Il patriota e letterato molisano, Gabriele Pepe, affermava: “Quando si parla dell’Italia meridionale e delle regioni circostanti Roma, non bisognerebbe mai dimenticare che si parla di paesi nei quali il brigantaggio è stato endemico per secoli; dove, a dirla con schiettezza, il brigantaggio era una classe sociale e il capo brigante una forza contesa dai politici”. Un’intera generazione di intellettuali, giornalisti, politici, ecc., chiamati in modo dispregiativo da Ferdinando II, “pennaruli”, furono costretti a lasciare le proprie famiglie e case, trovando “rifugio”, primo esempio di emigrazione integrata, proprio nel tanto “odiato” Piemonte sabaudo, ove venne votata il 16 dicembre 1848 la prima legge a favore degli immigrati provenienti dalle altre regioni italiane. Potrei continuare a lungo…., sperando nella Sua benevolenza nel voler pubblicare, se possibile queste righe. RingraziandoLa per l’attenzione porgo i miei più cordiali saluti e l’augurio di un proficuo lavoro.</p>
<p>Pietramelara, lì 26 gennaio 2011</p>
<p>Giuseppe Polito</p>
<p>Direttore Biblioteca Storica Regina Margherita Pietramelara (Ce)</p>
<p>_______________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 20 febbraio 2011</p>
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		<title>Risorgimento Criminale. De Cataldo: racconto eroi e traditori</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 13:58:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QlElYtaljMs/TAFsrrgElaI/AAAAAAAAAl0/mlqQI93QRmE/s320/Mostra_Cavouriana_Museo_Centrale_Risorgimento_2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Com&#8217;erano giovani i padri della patria. Sobri e affascinanti, moralisti e sensuali, poveri e generosi. Com&#8217;erano in fondo anti italiani gli uomini che hanno fatto l&#8217;Italia. Si esce dalle seicento pagine de<em> I Traditori </em>di Giancarlo De Cataldo, il suo&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_QlElYtaljMs/TAFsrrgElaI/AAAAAAAAAl0/mlqQI93QRmE/s320/Mostra_Cavouriana_Museo_Centrale_Risorgimento_2.jpg" alt="" width="90" height="90" />Com&#8217;erano giovani i padri della patria. Sobri e affascinanti, moralisti e sensuali, poveri e generosi. Com&#8217;erano in fondo anti italiani gli uomini che hanno fatto l&#8217;Italia. Si esce dalle seicento pagine de<em> I Traditori </em>di Giancarlo De Cataldo, il suo ultimo romanzo che esce adesso per Einaudi Stile Libero (così come dalle tre ore e mezza del magnifico film fratello del libro, <em>Noi credevamo </em>scritto con Mario Martone), con l&#8217;eccitazione di una scoperta e la voglia di saperne ancora.</p>
<p>.</p>
<p>di Curzio Maltese, la Repubblica del 07 ottobre 2010 <img src="http://www.repubblica.it/static/images/homepage/2010/la-repubblica-logo-big.png" alt="Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale." width="158" height="29" /></p>
<p>.</p>
<p>I misteri e le trame, gli eterni problemi mai risolti, gli stessi caratteri immutabili della nostra vita pubblica, erano tutti già presenti nel romanzo del Risorgimento. In quella storia che a scuola ci hanno fatto odiare e riporre in un cassetto. Bastava riprenderli, quegli eroi dimenticati o pietrificati nei busti del Pincio, i Mazzini e i Garibaldi, i Pisacane e i Cavour, i piccoli cospiratori morti a vent&#8217;anni in ogni angolo d&#8217;Italia e i mafiosi sopravvissuti a tutto, le nobildonne pasionarie e le puttane infermiere della Repubblica Romana, gettarli tutti nella mischia di una storia gravida di passioni, così come avevano vissuto, perché tornassero a parlarci del qui e dell&#8217;oggi. Di un paese per sempre diviso che sta per celebrare i 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia.</p>
<p><strong>Prima d&#8217;ogni altra cosa, le celebrazioni e le polemiche storiche, quello che colpisce nel suo romanzo, De Cataldo, è la riscoperta quasi fisica degli eroi del Risorgimento, a partire dall&#8217;età. Erano ragazzi.</strong><br />
<img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.lafeltrinelli.it/static/images-1/l/714/2978714.jpg" alt="" width="139" height="220" />«È stata anche la mia prima scoperta, quando mi sono messo a ristudiare, ma in realtà a scoprire il Risorgimento. Mi sono innamorato del Risorgimento perché è una storia di ragazzi, di avventura e passioni. Mazzini ha cominciato a sedici anni, Garibaldi a venti, Pisacane era poco più grande. Cavour, che passa per il grande vecchio del Risorgimento, morì ad appena cinquant&#8217;anni. Stroncato, si disse, dalla fatica dell&#8217;impresa. E forse anche dalle troppe imprese sessuali. Erano quasi adolescenti i trecento di Sapri e i mille garibaldini, studenti e contadini. Il Risorgimento è anche una rivolta generazionale di giovani oppressi da una plumbea gerontocrazia, una storia di giovani contro vecchi. Del resto, una delle grandi fonti d&#8217;ispirazione è stato <em>I vecchi e i giovani</em>, forse il più bel romanzo di Pirandello».</p>
<p><strong>Ogni volta che si sfiora il Risorgimento si finisce nel girone degli eretici. È capitato a Pirandello e a De Roberto e Tomasi di Lampedusa, a grandi storici come Denis Mack Smith o Fabio Cusin, a registi come Visconti e Florestano Vancini. Martone ha subito un processo dopo Venezia, con l&#8217;accusa di aver confuso Mazzini con Bin Laden. Ora diranno che <em>I traditori </em>è il romanzo criminale della nascita dell&#8217;Italia?</strong><br />
«Magari. In fondo mi sono trovato ad affrontare lo stesso problema. Quando ho incrociato, per il lavoro di magistrato, la storia della banda della Magliana, mi sono detto: ma possibile che su una vicenda così non si riesca a costruire un&#8217;epica? Gli americani ci avrebbe campato per decenni. Il Risorgimento, riletto attraverso i documenti storici, i diari di protagonisti e testimoni, le lettere, i giornali dell&#8217;epoca, è un romanzo grandioso, epico, travolgente. Con molti lati oscuri, certo. Mazzini non era Bin Laden. Questo non toglie che nei suoi discorsi per convincere dei ragazzi al martirio si colgano echi inquietanti».</p>
<p><strong>Ma si può fare un parallelo fra i metodi di Mazzini e il terrorismo dei tempi nostri?</strong><br />
«Mazzini non fu mai un terrorista. Era un tirannicida. Il terrorismo indiscriminato, volto a seminare paura, gli era profondamente estraneo. È sempre stato, al contrario, uno strumento del potere. Nell&#8217;attentato bombarolo di Orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c&#8217;entra nulla. Si sospetta invece che c&#8217;entrasse molto il futuro presidente del consiglio Francesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo».</p>
<p><strong>Il vero aspetto criminale nel Risorgimento è un altro ed è un filo rosso che ritorna in tutte le svolte della storia d&#8217;Italia, dallo sbarco dei Mille a quello degli americani, dalla svolta autoritaria di Crispi al fascismo, dalle bombe di Portella a quelle che segnano la fine della prima repubblica e l&#8217;inizio della seconda. È il ruolo della mafia.</strong><br />
«Le mafie. Qui ci sono tutte. &#8216;Ndrangheta, mafia, camorra. Stanno sempre con chi vincerà e lo capiscono prima. È il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, temo, domani».</p>
<p><strong>Sullo sfondo, una disunità che viene da lontano, siamo l&#8217;unico paese d&#8217;Europa incapace di ridurre lo squilibrio all¿interno. A parte Cecoslovacchia e Jugoslavia, che infatti non esistono più. Nord e Sud rimangono da noi due entità estranee, che non si capiscono.</strong><br />
«Ed è un&#8217;incomprensione che precipita nella ferocia delle repressioni disumane dei piemontesi dopo l&#8217;unità, nella barbarie dello sterminio con l&#8217;alibi della lotta al brigantaggio. Ma questo non significa che il Sud campasse meglio sotto i Borboni. Una certa retorica meridionalista è speculare al Roma ladrona della Lega».</p>
<p><strong>Le due grandi utopie fallite, la Repubblica Romana del &#8217;48 e la missione di Carlo Pisacane, impediscono che la nuova nazione nasca laica e libertaria?</strong><br />
«Il &#8217;48 a Roma è una vera rivoluzione, la cacciata del papa, l&#8217;adesione del popolo, una costituzione modernissima, con la concessione del voto alle donne un secolo prima. Tanto radicale da spaventare l&#8217;Europa e il nipote di Napoleone che paradossalmente restaura il papato. La delusione sarà terribile per i repubblicani, fino al punto da stroncare i rapporti personali. Garibaldi e Mazzini non si parleranno per dieci anni».</p>
<p><strong>Perché la spedizione di Pisacane fallisce e quella di Garibaldi trionfa?</strong><br />
«La ragione più vera, fra tante, è anche la più banale. Per Pisacane e Garibaldi. Pisacane è una figura straordinaria, il primo socialista italiano, intellettuale profondo e militare eccelso, ma è un perdente. Garibaldi è un generale immenso, ma anche fortunato».</p>
<p><strong>Nel romanzo il confine fra successo e fallimento è spesso ambiguo, così come si confondono le figure di eroi e traditori, il tema di Borges.</strong><br />
«Borges scrive delle lotte per l&#8217;indipendenza irlandese, ma è come se si fosse ispirato al Risorgimento, pieno di eroi che si rivelano traditori e di traditori eroici».</p>
<p><strong>A leggere il romanzo, a guardare il film di Martone, si esce con l&#8217;idea che quello che è mancato agli italiani per sentirsi un popolo, sia stato fin dal principio un racconto sincero, anti retorico, della nascita della nazione.</strong><br />
«La censura è arrivata subito e ha ucciso ogni sentimento, l&#8217;ha reso ridicolo o vergognoso. Per la mia generazione parlare di patria puzzava di fascismo. Poi è arrivata la Lega, in un certo senso per fortuna. Perché a furia di sentire quell&#8217;altra retorica è venuta la voglia di riscoprire le radici. Oggi sono uno che va alle manifestazioni con un simbolo tricolore sul petto, uno che soffre a vedere il sole padano nelle scuole del Nord. La nostra storia è ricca di italiani meravigliosi, anticonformisti, con il coraggio di ricominciare dopo ogni tragedia, guardando al futuro».</p>
<p>__________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 14 ottobre 2010</p>
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		<title>Una scuola dedicata a Ferdinando II di Borbone e alla sua consorte</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 22:05:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img style="max-width: 100%; float: left; margin-top: 0px; margin-right: 5px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; display: inline; padding: 4px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />A Scafati &#8211; Napoli &#8211; il Dirigente Scolastico del Secondo Circolo Didattico,  Vincenzo Giannone, è riuscito ad ottenere che l&#8217;istituto che dirige venisse intitolato  al re delle Due Sicile Ferdinando II di Borbone ed a sua  moglie la regina Maria&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="max-width: 100%; float: left; margin-top: 0px; margin-right: 5px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; display: inline; padding: 4px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />A Scafati &#8211; Napoli &#8211; il Dirigente Scolastico del Secondo Circolo Didattico,  Vincenzo Giannone, è riuscito ad ottenere che l&#8217;istituto che dirige venisse intitolato  al re delle Due Sicile Ferdinando II di Borbone ed a sua  moglie la regina Maria Carolina di Savoia. Cadendo nel 2009 il 150° anniversario della morte del sovrano, Giannone ha accuratamente raccontato e documentato la storia prima  ai ragazzi ed ai genitori, perorando quindi la causa dell&#8217;intitolazione ai consiglieri ed alla Giunta  Comunale di Scafati, ricordando fra l&#8217;altro gli interventi di Ferdinando II a favore della cittadina campana. E’ il primo istituto scolastico dell&#8217;Italia unitaria ad essere  intitolato a dei sovrani della famiglia Borbone.</p>
<p>________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 13 gennaio 2010</p>
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		<title>Diapositive 3 &#8211; La Prima guerra d&#8217;Indipendenza</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 11:11:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>1848: l&#8221;Italia si solleva contro l&#8217;Austria!! Leggi la storia e le vite dei protagonisti della prima tappa della libertà italiana nel Risorgimento!</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/01/diapositive-03-prima-guerra-dindipendenza.pdf">SCARICA LA RUBRICA IN FORMATO PDF</a></p>
<p><img class="alignnone" src="http://www.cittadipalestrina.it/files/risorgimento.gif" alt="" width="394" height="336" /></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>1848: l&#8221;Italia si solleva contro l&#8217;Austria!! Leggi la storia e le vite dei protagonisti della prima tappa della libertà italiana nel Risorgimento!</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/01/diapositive-03-prima-guerra-dindipendenza.pdf">SCARICA LA RUBRICA IN FORMATO PDF</a></p>
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		<title>Giovani, belle e spietate: le “Brigantesse”</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 18:38:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/Italy.gif" alt="" width="36" height="24" />Donne di Piombo: le antenate delle brigatiste degli anni Settanta. Si chiamavano Michelina, Filomena, Maria, Marianna… donne passate alla storia come le “Brigantesse”. Donne giovani e spietate, con vaghi ideali politici, che dopo il 1860, in un’Italia appena unita, imbracciarono&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/800/documentari-video/giovani-belle-e-spietate-le-%e2%80%9cbrigantesse%e2%80%9d/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/Italy.gif" alt="" width="36" height="24" />Donne di Piombo: le antenate delle brigatiste degli anni Settanta. Si chiamavano Michelina, Filomena, Maria, Marianna… donne passate alla storia come le “Brigantesse”. Donne giovani e spietate, con vaghi ideali politici, che dopo il 1860, in un’Italia appena unita, imbracciarono il fucile e si misero a capo di bande di briganti con cui contesero il controllo delle regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie all’esercito italiano. La loro storia, quasi sempre dall’epilogo drammatico, può essere raccontata grazie alla ricostruzione delle vicende che videro protagoniste alcune famose donne brigante: Marianna Olivierio, Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Capitano.</p>
<p>Durata: 52’ circa</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/United%20States.gif" alt="" width="36" height="24" /></p>
<p>Women toting guns : they were to be the foremothers of the female terrorists in 1970’s Italy. With pretty names like Michelina, Filomena, Maria, Marianna… they were known as the “Female Brigands”. They were young, pitiless and held vague political convictions. After 1860, in a newly united Italy, they chose to don a rifle and join up with the bands of brigands with whom they fought to gain control of the region of the ex-Kingdom of the Two Sicily’s from the Italian army. Their stories, which almost always ended dramatically, can now be recounted thanks to the reconstruction of the events of the lives of the most famous of the female brigands: Marianna Olivierio, Filomena Pennacchio. Michelina De Cesare, Maria Capitano.</p>
<p>Duration: approx. 52’</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.4icu.org/i/flags/France.gif" alt="" width="36" height="24" />Femmes de Plomb : les ancêtres des brigades rouges des années soixante-dix. Elles s’appelaient Michelina, Filomena, Maria, Marianna… femmes qui font partie de l’histoire comme les “Brigantesse”. Femmes jeunes et impitoyables, avec de vagues idéales politiques, qu’après 1860, dans une Italie à peine unifiée, épaulèrent leur fusil et se mirent à la tête de bandes de brigands avec lesquelles elles se contestèrent le contrôle des régions de l’ex-royaume des Deux-Siciles, à l’armée italienne. Leur histoire, presque toujours d’un dénouement dramatique, sera racontée par la reconstitution des faits qui virent protagonistes quelques célèbre femmes brigands : Marianna Olivierio, Filomena Pennacchio, Michelina de Cesare, Maria Capitano.</p>
<p>Durée: 52’ environ</p>
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