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	<title>Storia In Rete &#187; francia</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>Genocidio armeno o algerino? è scontro fra Francia e Turchia</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 23:57:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_NfNYD8bJzzM/SBDyMyQzicI/AAAAAAAAAZU/Vm1ZnSQF0Ys/s400/teste%2Barmeni.jpg" alt="" width="90" height="90" />Assume toni sempre più ruvidi la crisi diplomatica tra Parigi e Ankara, con il premier turco Recep Erdogan che oggi ha accusato la Francia di aver perpetrato un &#8220;genocidio&#8221; durante il periodo coloniale in Algeria all’indomani dell’adozione da parte dell’Assemblea&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://1.bp.blogspot.com/_NfNYD8bJzzM/SBDyMyQzicI/AAAAAAAAAZU/Vm1ZnSQF0Ys/s400/teste%2Barmeni.jpg" alt="" width="90" height="90" />Assume toni sempre più ruvidi la crisi diplomatica tra Parigi e Ankara, con il premier turco Recep Erdogan che oggi ha accusato la Francia di aver perpetrato un &#8220;genocidio&#8221; durante il periodo coloniale in Algeria all’indomani dell’adozione da parte dell’Assemblea nazionale parigina della legge che punisce la negazione dei genocidi, incluso quello armeno del 1915. Reazione ritenuta «eccessiva» dalle autorità transalpine, che invitano la Turchia alla «moderazione», ma cercano comunque di ricucire.</p>
<div>.</div>
<div>da &#8220;La Stampa&#8221; del 23 dicembre 2011 <img src="http://www3.lastampa.it/fileadmin/media/top/lastampatop2.gif" alt="" width="221" height="34" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">«Si stima che il 15% della popolazione algerina è stata massacrata dai francesi a partire dal 1945. Si tratta di un genocidio», ha accusato Erdogan in una conferenza stampa a Istanbul, alludendo alle violenze commesse dai francesi durante il processo di indipendenza dell’Algeria tra il 1945 e il 1962. Poi l’affondo diretto e violento contro il presidente francese Nicolas Sarkozy e la sua famiglia: «Se Sarkozy non sa che c’è stato un genocidio, può chiederlo a suo padre, Pal Sarkozy, che è stato legionario in Algeria negli anni ’40». «Sono sicuro che (Pal Sarkozy, ndr.) ha molte cose da raccontare a suo figlio sui massacri commessi dai francesi in Algeria», ha detto ancora Erdogan, aggiungendo: «Gli algerini sono stati bruciati collettivamente nei forni. Sono stati martoriati senza pietà». A cinque mesi dalle presidenziali del 2012, «Sarkozy &#8211; ha tagliato corto Erdogan &#8211; comincia a cercare vantaggi elettorali utilizzando l’odio contro il musulmano e il turco. Il voto francese, un Paese dove vivono circa 5 milioni di musulmani, ha chiaramente mostrato a che punto il razzismo, la discriminazione e l’islamofobia hanno raggiunto dimensioni pericolose in Francia e in Europa».</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste">Da Praga, dove si trova per i funerali di Vaclav Havel, Sarkozy ha spiegato che la Francia non dà e non accetta lezioni, cercando comunque di buttare acqua sul fuoco. «Io rispetto le convinzioni dei nostri amici turchi, è un grande Paese, una grande civiltà, ma bisogna rispettare le nostre», ha detto il presidente. «La Francia &#8211; ha aggiunto &#8211; non dà lezioni a nessuno, ma non vuole riceverne». «Penso che questa iniziativa non fosse opportuna, ma il parlamento ha votato. Cerchiamo adesso di riprendere rapporti pacifici. Sarà difficile, ne sono consapevole, ma il tempo farà il suo lavoro», gli ha fatto eco il ministro degli Esteri, Alain Juppè giudicando al contempo «eccessive» le dichiarazioni di Erdogan. Ma «ci sono molte ragioni per mantenere tra Francia e Turchia relazioni di fiducia e anche di amicizia, quindi invito al sangue freddo e alla moderazione». Da parte sua, Pal Sarkozy, il padre del presidente chiamato in causa da Erdogan, ha detto di non essere «mai stato in Algeria». Stamani l’ambasciatore turco a Parigi è rientrato in patria per «consultazioni». Mentre a Istanbul ci sono state alcune proteste anti-francesi. Il testo approvato ieri dall’Assemblea nazionale prevede un anno di prigione e 45.000 euro di ammenda per chi nega il genocidio armeno, che la Francia ha riconosciuto nel 2001. Oltre a richiamare in patria l’ambasciatore, Ankara ha annunciato il congelamento della cooperazione politica e militare tra i due Paesi, alleati nella Nato. Le sanzioni contro Parigi non riguardano però gli scambi commerciali o le attività delle aziende francesi in Turchia, anche se Erdogan non esclude ulteriori misure restrittive. Il volume bilaterale degli scambi ha raggiunto i 12 miliardi di euro nel 2012.</div>
<p>______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 24 dicembre 2011</p>
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		<title>Il generale Tricarico restituisce la Legion d&#8217;Onore a Sarkozy</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 13:59:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.forzearmate.eu/public/tricarico.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell&#8217;Aeronautica, ha restituito oggi alla Francia la &#8220;Legion d&#8217;Honneur&#8221;, la Legion d&#8217;Onore, ordine cavalleresco istituito da Napoleone Bonaparte nel 1802, nonché una delle più prestigiose onorificenze francesi. L&#8217;alto riconoscimento gli era&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="border-style: initial; border-color: initial; margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.forzearmate.eu/public/tricarico.jpg" alt="" width="90" height="90" />Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell&#8217;Aeronautica, ha restituito oggi alla Francia la &#8220;Legion d&#8217;Honneur&#8221;, la Legion d&#8217;Onore, ordine cavalleresco istituito da Napoleone Bonaparte nel 1802, nonché una delle più prestigiose onorificenze francesi. L&#8217;alto riconoscimento gli era stato assegnato per il ruolo svolto durante il conflitto in Kosovo.</p>
<p>.</p>
<p>di Luca Pautasso da <img src="http://www.linkiesta.it/sites/all/themes/lkblog/logo.png" alt="Home" width="140" height="27" />del 26 ottobre 2011</p>
<p>.</p>
<p>Un gesto, quello di Tricarico, con cui l&#8217;alto ufficiale italiano ha voluto protestare contro «l&#8217;irriguardoso comportamento» del presidente francese Nicolas Sarkozy l&#8217;altro giorno a Bruxelles, durante il siparietto ridanciano con la collega tedesca Angela Merkel.</p>
<p><a href="http://storiainrete.myshopify.com/collections/arretrati/products/storia-in-rete-n-66"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/i-cover-storia-66-210x300.jpg" alt="" width="88" height="120" /></a>Generale di Squadra Aerea, Tricarico è nato a Tione di Trento il 9 settembre 1942. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica si è arruolato in Aeronautica Militare frequentando, dal 1961 al 1964, l&#8217;Accademia Aeronautica prima a Nisida e poi a Pozzuoli. Nel corso di oltre quarantatre anni di carriera ha svolto numerosi incarichi in Italia ed all&#8217;estero. Alla luce della sua straordinaria competenza e professionalità, è stato chiamato a svolgere il ruolo di consigliere militare di tre diversi presidenti del Consiglio: Massimo D&#8217;Alema, Giuliano Amato e Silvio Berlusconi.</p>
<p>Oggi Tricarico, come riferiscono le agenzie di stampa, ha restituito la Legion d&#8217;Onore all&#8217;ambasciatore francese in Italia, insieme ad una lettera nella quale ricorda di aver ricevuto dal presidente Jacques Chirac una onorificenza «della quale &#8211; scrive &#8211; sono oggi costretto a privarmi con rammarico e dispiacere di fronte al comportamento irriguardoso dell&#8217;attuale Presidente francese nei confronti dell&#8217;Italia».</p>
<p>La lettera si chiude con un post scriptum in cui Tricarico ricorda un aneddoto legato proprio al cognome di monsieur le Président. «Il 25 novembre 1916 il nostro leggendario aviatore, il capitano Francesco Baracca, abbatté il ricognitore austro-ungarico del tenente Kalman Sarkozy, che fu preso prigioniero. Pur essendo incerto il legame di parentela di quell&#8217;aviatore ungherese con l&#8217;attuale Presidente, l&#8217;episodio indica che gli Italiani &#8211; affrancati dalle peculiarità di un sistema che tarpa loro le ali &#8211; sanno vincere le loro battaglie. Anche quando di fronte abbiamo un Sarkozy».</p>
<p>Una stoccata di fioretto elegante ma letale. Dritta al cuore. Come solo un ufficiale &#8220;vecchio stampo&#8221; sa ancora fare.</p>
<p>________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 26 ottobre 2011</p>
<p>_______________________</p>
<p>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217; SUL &#8220;BUON VICINATO&#8221; FRA ITALIA E FRANCIA?</p>
<p>LEGGI STORIA IN RETE N. 66 &#8211; IN <strong><a href="http://www.storiainrete.com/arretrati/">ARRETRATO </a></strong>E <a href="https://storiainrete.myshopify.com/products/storia-in-rete-n-66"><strong><span style="color: #ff0000;">PDF</span></strong></a></p>
<p><a href="http://storiainrete.myshopify.com/collections/arretrati/products/storia-in-rete-n-66"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/i-cover-storia-66-210x300.jpg" alt="" width="146" height="200" /></a></p>
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		<title>Il 10 giugno 1940 non ci furono &#8220;pugnalate alla schiena&#8221;</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/5130/rassegna-stampa-italiana/francia-nessuna-pugnalata-schiena/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 20:15:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_fA-GF1Dsh_M/TBaXda_8LeI/AAAAAAAACbE/4kDEHp3e-Gk/s320/benito.1940jpg.jpg" alt="" width="90" height="90" />Benedetto Croce disse che l’analisi del passato è sempre «biografia del presente». In ossequio a quest’assioma, la rivista <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> ha preso, alcune settimane fa, a pretesto la recente crisi diplomatica italo-francese per offrirci un ricco dossier dedicato ai&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_fA-GF1Dsh_M/TBaXda_8LeI/AAAAAAAACbE/4kDEHp3e-Gk/s320/benito.1940jpg.jpg" alt="" width="90" height="90" />Benedetto Croce disse che l’analisi del passato è sempre «biografia del presente». In ossequio a quest’assioma, la rivista <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> ha preso, alcune settimane fa, a pretesto la recente crisi diplomatica italo-francese per offrirci un ricco dossier dedicato ai rapporti conflittuali intercorsi, in una durata secolare, tra i due Paesi latini. Partendo dall’invasione di Carlo VIII, che distrusse l’indipendenza del sistema degli Stati della Penisola nella prima età moderna, passando poi agli inganni e ai tradimenti del primo e del terzo Napoleone, analizzando l’avversione della Terza Repubblica verso l’Italia, dal contenzioso coloniale di fine Ottocento sino alla conclusione della prima Guerra Mondiale, questa lunga carrellata arriva fino ai nostri giorni. Ed eccoci, allora, alla «Dottrina Mitterand», che offre con grande disinvoltura asilo politico a terroristi, certificati come tali, e all’assalto dei grandi gruppi finanziari e industriali francesi ai gioielli del made in Italy.</p>
<p>.</p>
<p>di Eugenio di Rienzo da &#8220;Il Giornale&#8221; del 20 giugno 2011 <img src="http://www.ilgiornale.it/img/logo_interne.gif" alt="" width="147" height="20" /></p>
<p>.<br />
La parte più innovativa di questa indagine è comunque dedicata, a quello che tradizionalmente è stato definito il proditorio attacco dell’Italia alla Francia già sconfitta dall’impeto dell’offensiva nazista. Che le cose non siano andate così e che il «tradimento» italiano, nel giugno 1940, debba essere considerato una vera e propria leggenda storiografica lo dimostra il saggio di Emilio Gin. Dopo l’accordo di Monaco del 1938, i rapporti tra Roma e Parigi divennero per Mussolini il banco di prova su cui saggiare le possibilità d’intesa con l’Inghilterra e l’occasione per rafforzare la sua capacità di manovra nei confronti del Reich. Il crescente espansionismo tedesco orientò però la Francia ad arroccarsi in una miope difesa dei suoi interessi strategici. Questa posizione di chiusura rese impossibile la distensione con l’Italia fascista nonostante le pressioni del premier inglese Chamberlain su Parigi per convincerla ad assecondare le richieste di Palazzo Venezia che non puntavano alla riconquista di Nizza, Savoia, Corsica e all’annessione della Tunisia ma soltanto a ottenere un riequilibrio dei rapporti di forza nel Mediterraneo. In questo modo, l’ostinata intransigenza francese vanificò l’azione diplomatica italiana, rendendo inefficaci le manovre di Mussolini per agire in senso moderatore nei confronti di Hitler.</p>
<p>Persino dopo la fine della non belligeranza, il tentativo del Duce di continuare a giocare un ruolo di mediazione si rifletteva nelle regole d’ingaggio stabilite dagli Stati maggiori italiani. Gli ordini che vietavano alla Regia Aeronautica di violare lo spazio aereo dell’Esagono, anche al solo scopo di ricognizione, e quello impartito alla Marina di impegnare il combattimento con le forze navali francesi, unicamente in caso di attacco avversario, appaiono comprensibili solo tenendo presente la volontà di condurre una «guerra simulata» al fine di giungere rapidamente a una soluzione negoziale. D’altro canto la stessa preparazione diplomatica dell’intervento avvenne secondo modalità del tutto inusuali. Come risulta dai documenti diplomatici francesi, Ciano, già alla fine di maggio, anticipò agli ambasciatori alleati e persino a quello statunitense che la decisione di Mussolini di scendere in campo era ormai irrevocabile, con una settimana di anticipo, quindi, rispetto all’apertura delle ostilità.</p>
<p>L’anomalia senza precedenti di una «dichiarazione di guerra a termine», come fu definita dall’ambasciatore francese François-Poncet, indica, senza margini di equivoco, che l’aggressione contro la Francia, lungi dal configurarsi come una vile «pugnalata alla schiena», deve essere letta come l’estremo sforzo di assicurare all’Italia un ruolo di media Potenza, compatibile con il mantenimento in vita dell’equilibrio internazionale. Obiettivo che l’umiliante armistizio firmato, il 22 giugno, dai rappresentanti del governo Pétain con i plenipotenziari tedeschi avrebbe irrimediabilmente compromesso.</p>
<p>______________________</p>
<p><em>Eugenio Di Rienzo è stato intervistato sul numero di<strong><span style="color: #993300;"> Storia in Rete</span></strong> di aprile a proposito delle questioni storiche italo-francesi, disponibile come <strong><a href="http://www.storiainrete.com/arretrati/">arretrato</a> </strong>e in <a href="https://storiainrete.myshopify.com/collections/arretrati/products/storia-in-rete-n-66"><strong>PDF</strong></a></em></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/4745/archivio-arretrati/storia-in-rete-numero-66-aprile-2011/"><img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/i-cover-storia-66-210x300.jpg" alt="" width="146" height="200" /></a></p>
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		<title>Quando de Gaulle voleva Aosta, Imperia e Cuneo</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2011 20:10:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://it-it.abctribe.com/Disegni/Guide/Generiche/charles_de_gaulle(4).jpg" alt="" width="90" height="90" />Nella primavera del 1943 Charles de Gaulle salì su un aereo militare e lasciò Londra dove si era rifugiato dalla Francia occupata dai nazisti. I rapporti con Winston Churchill e il governo britannico erano diventati difficili e aveva preferito trasferirsi&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://it-it.abctribe.com/Disegni/Guide/Generiche/charles_de_gaulle(4).jpg" alt="" width="90" height="90" />Nella primavera del 1943 Charles de Gaulle salì su un aereo militare e lasciò Londra dove si era rifugiato dalla Francia occupata dai nazisti. I rapporti con Winston Churchill e il governo britannico erano diventati difficili e aveva preferito trasferirsi ad Algeri, in una colonia che si era ribellata al governo fantoccio di Pétain. È qui che maturò il “progetto italiano”: se e quando le sorti della guerra lo avessero consentito, sarebbe stato imperativo occupare militarmente la Valle d’Aosta, altri punti del versante orientale delle Alpi occidentali e possibilmente una parte della Liguria (da Ventimiglia ad Imperia) e delle valli piemontesi (comprese Torino, Ivrea e Cuneo), per poi annetterli. Come atto di giustizia per la pugnalata alla schiena (<em>coup du poignard dans le dos</em>) inferta il 10 giugno 1940 da Mussolini a una Francia vinta e in agonia.</p>
<p>.</p>
<p>di Mario Avagliano da &#8220;Il Mattino&#8221; del 29 maggio 2011 <img src="http://www.ilmattino.it/img/logo_testata_mattino.gif" alt="" width="169" height="22" /></p>
<p>.</p>
<p>Il tentativo del Général de Gaulle è ricostruito nel bel libro di Gino Nebiolo <em>Soldati e spie</em> (Cairoeditore, pagine 220, euro 14), che si avvale della documentazione inedita degli Archives Nationales parigini e degli archivi militari e diplomatici francesi. Il progetto francese proseguì nonostante l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943 e l’entrata in guerra dell’Italia contro la Germania, con lo status di cobelligerante. In una conferenza stampa dell’aprile 1944 de Gaulle dichiarò senza mezzi termini: “Noi porteremo la nostra offensiva in territorio italiano” anche perché “lassù, nelle Alpi, io tengo molto a che le ostilità non finiscano su un confine mal tagliato. Prima che cessi il fuoco dobbiamo lavare su qule terreno gli oltraggi subiti”. Pur di realizzare questo disegno, il Général ostacolò in ogni modo la partecipazione dell’Italia alla guerra comune contro Hitler così come la collaborazione tra i partigiani francesi dei <em>maquis</em> e quelli italiani.</p>
<div id="_mcePaste">Il progetto di annessione si materializzò negli ultimi mesi di guerra, alla mezzanotte del 23 marzo 1945, quando le truppe francesi, guidate dal generale di corpo d’armata Paul-André Doyen, su esplicito ordine di de Gaulle (che raccomandò in un dispaccio riservato: “In alcun modo dovrà giungere all’orecchio degli Alleati lo scopo dell’organizzazione progettata”) avanzarono ben oltre il confine con l’Italia, provocando una grave crisi internazionale con Churchill e Roosevelt, che erano contrari alle pretese della Francia.</div>
<div id="_mcePaste">Nelle zone occupate i francesi inviarono le loro spie con un compito politico ben preciso: preparare il terreno favorevole all’annessione, influenzando le popolazioni, con comizi, riunioni segrete, volantini e manifesti con il tricolore di Francia. Stamparono e diffusero schede di voto di questo tenore: “Io sottoscritto dichiaro di optare per la Francia mia patria di origine e di accettare le sue leggi. Viva la Francia!”. Ma la reazione dei piemontesi, liguri e valdostani fu dappertutto negativa, con l’eccezione di Tenda, dove il sentimento francofilo era prevalente. L’ultimatum del nuovo presidente americano Truman pose termine ai piani francesi e all’occupazione militare.</div>
<div></div>
<div id="_mcePaste">L’ultimo atto di questa vicenda fu la conferenza di Parigi del 29 luglio 1946. Il presidente del consiglio Alcide De Gasperi, al momento del suo intervento, fu accolto da un silenzio di ghiaccio. Poi con un discorso di 45 minuti di grande dignità, spiegò di sentire “la responsabilità e il diritto di parlare come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica”, illustrando l’apporto dato dalla Resistenza italiana e dal Corpo di Liberazione militare alla guerra contro la Germania. Il Trattato di Pace venne firmato il 10 febbraio 1947. Alla Francia l’Italia cedette complessivamente 709 chilometri quadrati; in tutto, poco meno di 4500 abitanti. Il piano di de Gaulle era sostanzialmente fallito.</div>
<div>____________________________</div>
<div></div>
<div>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;? LEGGI STORIA IN RETE n° 66, <a href="http://www.storiainrete.com/4745/archivio-arretrati/storia-in-rete-numero-66-aprile-2011/"><strong>IN EDICOLA</strong></a> E IN <a href="https://storiainrete.myshopify.com/collections/arretrati/products/storia-in-rete-n-66"><strong>PDF</strong></a>!</div>
<div></div>
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<p>Inserito su www.storiainrete.com il 30 maggio 2011</p>
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		<title>Da Napoleone III a Strauss-Kahn, luci rosse alla francese</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 07:12:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.apep.nl/resources/1/Election%20Week%202008/Dominique%20Strauss-Kahn.jpg" alt="" width="90" height="90" />L&#8217;Eliseo, il palazzo presidenziale nel quale Dominique Strauss-Kahn, comunque vada a finire, non andrà ad abitare, non è mai stato un luogo in cui si è praticata la virtù della castità. Visti i precedenti, un inguaribile libertino dal robusto appetito&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.apep.nl/resources/1/Election%20Week%202008/Dominique%20Strauss-Kahn.jpg" alt="" width="90" height="90" />L&#8217;Eliseo, il palazzo presidenziale nel quale Dominique Strauss-Kahn, comunque vada a finire, non andrà ad abitare, non è mai stato un luogo in cui si è praticata la virtù della castità. Visti i precedenti, un inguaribile libertino dal robusto appetito sessuale come Strauss-Khan lì dentro non avrebbe rappresentato una grande novità, anche se c&#8217;è una bella differenza tra un focoso seduttore e un presunto stupratore che costringe una donna con la forza e la violenza.</p>
<p>.</p>
<p>di Roberto Zichittella per &#8220;il Riformista&#8221; del 17 maggio 2011  <img src="http://www.comunitazione.it/img/riformista.gif" alt="" width="191" height="47" /></p>
<p>.</p>
<p>La passione per il sesso accompagna da tempo immemorabile i politici francesi. I sovrani di Francia accanto alla regina ufficiale hanno sempre amato circondarsi di tante &#8220;regine di cuori&#8221;, cioè amanti, favorite e cortigiane. Senza metterci a frugare tra le lenzuola di re lontani nel tempo, come Enrico IV o Luigi XIV, ricordiamo quello che si diceva dell&#8217;imperatore Napoleone III. «Corre dietro alla prima scopa vestita che capita», malignava sua cugina, la principessa Matilde Bonaparte.</p>
<p>Per conquistare alla causa italiana l&#8217;imperatore, Cavour non esitò a gettargli fra le braccia la diciannovenne nipote, Virginia Oldoini contessa di Castiglione, una bellissima figliola che certo &#8220;scopa vestita&#8221; non era. E l&#8217;imperatore ci cascò, nonostante fosse sposato con Eugenia de Montijo, da lui stesso adulata come &#8220;la bella spagnola&#8221;.</p>
<p>Pochi decenni dopo le effusioni fra Napoleone III e la contessina ci fu il più clamoroso e drammatico incidente sessuale della politica francese. Il fattaccio vide coinvolto il presidente Félix Faure, eletto il 17 gennaio 1895. Sposato con Marie-Mathilde Berthe Belluot, il presidente aveva un&#8217;amante, Marguerite Steinheil, detta &#8220;Meg&#8221;. Il 16 febbraio 1899 Faure incontrò la sua amante all&#8217;Eliseo. Lui aveva 58 anni, lei 30. I due si chiusero in un salone, ma dopo qualche minuto gli assistenti del presidente sentirono suonare un campanello.</p>
<p>Faure venne trovato disteso su un divano privo di sensi, mentre la Steinheil si riordinava i vestiti e i capelli. La donna fu fatta uscire da una porta secondaria, mentre accorse la moglie. Faure morì senza più riprendere conoscenza per &#8220;accidente vascolare cerebrale&#8221;. Il fatale coccolone sarebbe stato una conseguenza dell&#8217;orgasmo provocato da un rapporto orale con la Steinheil.</p>
<p>Non erano tempi di testimonianze esplicite o di abiti portati in tintoria, come fu costretta a fare circa un secolo dopo la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky, ma anche un casto giornale dell&#8217;epoca come Le Journal du peuple non poté fare a meno di scrivere che Félix Faure era morto «per essersi troppo sacrificato a Venere». La sventurata consorte, che forse sapeva ma non voleva ammettere la verità, continuò a ripetere a chi le faceva le condoglianze che il suo Felix «era un marito così bravo». La Steinheil, invece, fu soprannominata senza tanti riguardi &#8220;la pompa funebre&#8221;.</p>
<p>Nella Quinta Repubblica gli anni della presidenza di Charles De Gaulle e di Georges Pompidou non sembrarono caratterizzati da una grande vivacità sessuale. Il generale era molto legato alla moglie Yvonne, sposata nel 1921, una donna cattolica e conservatrice che i francesi vedevano come un&#8217;innocua zia, Tante Yvonne, appunto. Pompidou era sposato a una bella donna, amate dell&#8217;arte moderna. Sembravano una coppia affiatata e lui un giorno dichiarò che le donne erano la via più piacevole per portare gli uomini alla rovina.</p>
<p>Il libertinaggio torna protagonista all&#8217;Eliseo da Valery Giscard&#8217; Estaing in poi. Le testimonianze sulle scappatelle di Giscard, Mitterrand e Chirac sono numerose e abbastanza ben documentate. Nel 2006 in Francia se ne parlò ampiamente in un libro, Sexus Politicus, scritto dai giornalisti Christophe Dubois e Christophe Deloine.</p>
<p>Giscard ebbe la sventura di fare un piccolo incidente d&#8217;auto nel centro di Parigi mentre lui stesso era alla guida, accanto a una sua amante, nelle prime ore del mattino di un giorno del 1974. Per i suoi appetiti sessuali Giscard era soprannominato &#8220;il coniglio&#8221;. La passione per le donne di François Mitterrand non fu un mistero, anche se per vent&#8217;anni rimase un segreto ben custodito l&#8217;esistenza della figlia Mazarine, nata dalla relazione con Anne Pingeot, conservatrice del museo d&#8217;Orsay.</p>
<p>L&#8217;esistenza di Mazarine fu rivelata nel 1994 dal settimanale Paris Match, ma il vero scandalo non furono le bugie o l&#8217;infedeltà, piuttosto il fatto che Mazarine fosse stata alloggiata e accudita a spese dei contribuenti francesi.</p>
<p>La storia con la Pingeot non fu un caso isolato. Di Mitterrand si disse che aveva un&#8217;amicizia intima con la cantante Dalida, ma non ci sono mai state conferme, anche se i due certamente si frequentavano. Un&#8217;altra cantante dal fascino ambiguo, Amanda Lear, nel marzo del 2009 ha raccontato al mensile gay Tétu un gustoso episodio: «Arrivo una mattina all&#8217;Eliseo e Mitterrand mi apre la porta del suo studio. Non c&#8217;era nessun altro. Abbiamo passato un&#8217;ora a parlare di Van Gogh, Dalì, la piramide del Louvre, La Cinq, Berlusconi. Poi tutti mi hanno chiesto che cosa avrei fatto se mi fosse saltato addosso. Ho risposto che avrei chiuso gli occhi e pensato alla République».</p>
<p>Si sospetta che Mitterand e il suo successore, Jacques Chirac, abbiano avuto anche un&#8217;amante in comune, probabilmente una giornalista. Chirac è stato un gran seduttore fin da quando era sindaco di Parigi (si diceva &#8220;tre minuti, doccia compresa&#8221; per sottolineare i suoi modi spicci), ma la stampa ha sempre trattato con grande discrezione le sue avventure.</p>
<p>È stata la moglie Bernadette, in un libro intervista del 2001, a fare qualche allusione sulle amanti del marito, da lei definito «un bell&#8217;uomo dal successo formidabile». «Mio padre», ha raccontato Bernadette, «mi aveva detto che io sarei stata il suo punto fisso. I fatti gli hanno dato ragione. Mio marito è sempre ritornato al punto fisso». Una frase che lascia intendere lunghe peregrinazioni sentimentali del consorte.</p>
<p>Altre allusioni sulle abitudini di Chirac all&#8217;Eliseo sono state fatte da Jean-Claude Laumond, suo autista personale per 25 anni. Lo chauffeur ha raccontato che un&#8217;infinità di volte si è sentito chiedere dalla paziente Bernadette: «Ma insomma monsieur Lamond, mio marito dov&#8217;è questa sera?». E molti ricordano quando la mattina del 31 agosto 1997 Bernadette Chirac si recò da sola a rendere omaggio alle spoglie della principessa Diana, morta nella notte a Parigi. Il presidente, quella notte, non aveva dormito all&#8217;Eliseo e nessuno sapeva dove fosse. Tranne il suo autista, naturalmente.</p>
<p>________________________________</p>
<p><strong><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/02/+++18-30-puttanopoli.pdf">VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;? LEGGI L&#8217;ARTICOLO SU &#8220;PUTTANOPOLI&#8221; DA STORIA IN RETE N° 65</a></strong></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/4323/edicola/storia-in-rete-numero-64-febbraio-2011-2/"><img title="168361_10150097301747920_45061092919_6022728_279259_n" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/02/168361_10150097301747920_45061092919_6022728_279259_n-206x300.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 18 maggio 2011</p>
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		<title>Robespierre, Stato francese salva manoscritto inedito da asta</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2011 10:31:38 +0000</pubDate>
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<p>Lo Stato francese ha acquistato un autografo di Maximilien Robespierre, il leader giacobino della Rivoluzione francese e poi alla guida del Terrore, intitolato &#8220;Finances&#8221;. E&#8217; stato il Ministero della Cultura ad annunciare l&#8217;acquisizione affidando il documento agli Archives de&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="notizie-dal-mondo-della-storia1.png (90×90)" width="90" height="90" /></p>
<p>Lo Stato francese ha acquistato un autografo di Maximilien Robespierre, il leader giacobino della Rivoluzione francese e poi alla guida del Terrore, intitolato &#8220;Finances&#8221;. E&#8217; stato il Ministero della Cultura ad annunciare l&#8217;acquisizione affidando il documento agli Archives de France. Si tratta di un testo inedito scritto nei giorni rivoluzionari della Costituente, intorno al 1791.</p>
<p>.</p>
<p>da <img style="border: 0px initial initial;" src="http://www.intelligence.tuc.gr/kouretes/NEWS/2008-05-08-Adnkronos_files/popup_ign.jpg" alt="" width="145" height="29" /> dell&#8217;11 maggio 2011</p>
<p>.</p>
<p>Nel testo Robespierre si occupa delle finanze pubbliche del paese e dei mezzi per correggerle mediante la vendita dei beni della Chiesa. Nel testo viene ripreso anche il discorso di Necker all&#8217;apertura degli Stati Generali. Robespierre denunciava inoltre le politiche finanziarie fino allora adottate, che secondo lui conducevano alla rovina del paese e accrescevano le diseguaglianze.</p>
<p>Il manoscritto rappresenta &#8220;un pezzo essenziale per la comprensione di quel complesso periodo della storia di Francia&#8221;, si legge in un comunicato del Ministero, che non ha rivelato il prezzo dell&#8217;acquisto. La sua acquisizione arriva pochi giorni prima che il documento inedito vada all&#8217;asta mercoledi&#8217; 18 maggio da Sotheby&#8217;s a Parigi, insieme ad altri testi di lavoro di Robespierre, scritti dal leader dei giacobini al culmine del Terrore e rimasti sconosciuti fino ad ora. I lotti sono valutati tra 200.000 e 300.000 euro.</p>
<p>______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 15 maggio 2011</p>
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		<title>Storia in Rete numero 66, aprile 2011</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 14:47:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/4745/edicola/storia-in-rete-numero-66-aprile-2011/"><img class="size-medium wp-image-4746 alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="i-cover-storia-66" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/i-cover-storia-66-210x300.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> di aprile ospita un vasto dossier su cinque secoli di cattivo vicinato fra Italia e Francia: dalla calata di Carlo VIII alla morte di Mattei, dall&#8217;invasione napoleonica ad Ustica, dalla crisi di Tunisi al&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/4745/edicola/storia-in-rete-numero-66-aprile-2011/"><img class="size-medium wp-image-4746 alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="i-cover-storia-66" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/i-cover-storia-66-210x300.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> di aprile ospita un vasto dossier su cinque secoli di cattivo vicinato fra Italia e Francia: dalla calata di Carlo VIII alla morte di Mattei, dall&#8217;invasione napoleonica ad Ustica, dalla crisi di Tunisi al tradimento delle promesse fatte all&#8217;Italia nei trattati di pace del 1919. Una storia fatta di reciproche influenze, tentativi francesi d&#8217;egemonia, rivalità e invidia. Con alcuni miti da sfatare, come quello della &#8220;pugnalata alla schiena&#8221; nel 1940 e quello che le relazioni fra popoli e nazioni cambino al cambiar dei regimi.</p>
<p>Voltata pagina, <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete </span></strong>ricorda due anniversari: il 150° anniversario della Guerra di Secessione americana e il 100° dalla morte del grande Emilio Salgari, il padre di Sandokan. Quindi due figure chiave nella storia della filosofia e dell&#8217;esoterismo: Apollonio di Tiana nel suo incontro con il futuro Imperatore Vespasiano e Madame Blavatsky, la fondatrice della Teosofia</p>
<p>Tutto questo e molto altro su <span style="color: #993300;"><strong>Storia in Rete </strong></span>di aprile!!</p>
<ul>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++03-Sommario-n-66.pdf">Guarda il Sommario di Storia in Rete n. 66</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/I-cover-storia-66.pdf">Guarda la copertina di Storia in Rete n. 66</a></li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++14-17-intervista-bertelli.pdf">Da Carlo VIII a Napoleone: 5 secoli d&#8217;ingerenze francesi</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++18-88-mola-napoleone-e-italia.pdf">Bonaparte e il Regno d&#8217;Italia: una simbologia al servizio dell&#8217;Impero</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++24-29-intervista-de-rienzo.pdf">Napoleone III, nemico-amico dell&#8217;Unità d&#8217;Italia</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++30-33-mola-2.pdf">&#8220;Questo Mediterraneo è troppo piccolo per tutti e due&#8221;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++34-39-rallo.pdf">Fra le due guerre: la &#8220;gratitudine&#8221; autolesionista francese </a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++40-43-gin.pdf">1938-1940: rivalità cieca sull&#8217;orlo del baratro</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++44-47-sommella.pdf">De Gaulle nuovo Brenno: &#8220;guai ai vinti!&#8221;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++48-53-pucci-poppi.pdf">Dar ricetto ai terroristi? Una &#8220;lezione di civiltà per gli italiani&#8221;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++54-59-pietro-romano.pdf">La Francia alla scalata del Made in Italy</a></li>
</ul>
<ul>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++62-67-guerra-secessione-1.pdf">Centocinquantesimi: la Guerra secessione USA (parte 1)</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++70-79-salgari-8-pagg-COMPLETO.pdf">Emilio Salgari: ritratto del papà di Sandokan a 100 anni dalla morte</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++80-85-blavatsky.pdf">&#8220;I Grandi Iniziati&#8221; \ 1: Madame Blavatsky</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/04/+++86-89-apollonio.pdf">Vespasiano e Apollonio: l&#8217;incontro che cambiò la storia di Roma</a></li>
</ul>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://storiainrete.myshopify.com/products/storia-in-rete-n-66">VUOI ACQUISTARE IL NUMERO 66 DI STORIA IN RETE IN PDF? CLICCA QUI!</a></strong></p>
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		<title>Da Mattei a Ustica: ecco la guerra segreta fra Francia e Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:26:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/edicola/storia-in-rete-numero-57-5-l2010/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/07/I-cover-storia-58-210x300.jpg" alt="" width="88" height="120" /></a>Riprendiamo alcuni passaggi dell&#8217;anticipazione dal <a href="http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/intrigo-internazionale.php">volume di Giovanni Fasanella e Rosario Priore &#8220;Intrigo internazionale&#8221;</a>, anticipato sul numero 57-58 di &#8220;Storia in Rete&#8221;, che riguardano i rapporti fra Francia ed Italia nel Mediterraneo. Storia di una guerra segreta fra &#8220;alleati&#8221;&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/edicola/storia-in-rete-numero-57-5-l2010/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/07/I-cover-storia-58-210x300.jpg" alt="" width="88" height="120" /></a>Riprendiamo alcuni passaggi dell&#8217;anticipazione dal <a href="http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/intrigo-internazionale.php">volume di Giovanni Fasanella e Rosario Priore &#8220;Intrigo internazionale&#8221;</a>, anticipato sul numero 57-58 di &#8220;Storia in Rete&#8221;, che riguardano i rapporti fra Francia ed Italia nel Mediterraneo. Storia di una guerra segreta fra &#8220;alleati&#8221; sullo sfondo degli anni di Piombo, del golpe di Gheddafi in Libia, e della decolonizzazione. Una guerra segreta che in questi giorni sta vivendo un nuovo capitolo con le operazioni militari volute da Sarkozy e Cameron contro il regime di Tripoli.</p>
<p>.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>di Giovanni Fasanella e Rosario Priore, <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/07/+++18-27anticipazione-chiarelettere.pdf">da Storia in Rete n° 57-58 </a> </em></p>
<p><em>.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Per gentile concessione della casa editrice Chiare Lettere, anticipiamo alcuni passaggi del libro scritto da Giovanni Fasanella, giornalista e documentarista, con l’ex magistrato Rosario Priore, già titolare di importanti inchieste come quelle sull’attentato a Giovanni Paolo II e quella sulla strage di Ustica. Il libro è impostato come una lunga intervista dove le domande (in corsivo) sono di Fasanella e le risposte (in tondo) di Priore, oggi finalmente libero di dire quello che poté scoprire durante le sue lunghe indagini.</em></p>
<p>[…] Nel corso del XX secolo ci sono stati diversi tentativi italiani di conquistare una posizione di predominio nel Mediterraneo, ridimensionando la presenza inglese. Questa era la linea, per esempio, degli statisti dei primi del Novecento, che però non seppero sfruttare le grandi occasioni. Infatti, ripiegarono sull’impresa di Libia, invece di scegliere una delle alternative offerte dalla storia: aderire alla proposta britannica di un «condominio » anglo-italiano sul Sudan o fornire l’ausilio in funzione antinglese agli Usa. La linea di personaggi come Francesco Crispi e Giovanni Giolitti fu seguita poi dal regime fascista, che voleva addirittura tentare avventure sugli oceani, oltrepassando le colonne d’Ercole e il canale di Suez. La guerra sul mare, combattuta durante il secondo conflitto mondiale, aveva questo scopo. Anche se poi l’Italia, pur avendo una flotta che in determinati momenti è stata persino superiore a quella inglese, non è mai riuscita a fronteggiare l’avversario in mare aperto. <strong><span style="text-decoration: underline;">Sembrerà strano, ma il progetto di Mussolini ha influenzato anche la linea di condotta dell’Italia democratica, fino ai giorni nostri. E con un certo successo, dal momento che la nostra politica mediterranea, nel dopoguerra, è riuscita a ridimensionare fortemente la presenza britannica.</span></strong></p>
<p><em>Sconfitta in guerra, l’Italia si prende quindi una rivincita sul piano politico-diplomatico?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.chiarelettere.it/img/intigro.jpg" alt="" width="200" height="318" />Sì, è il felice paradosso della prima Repubblica. Il tentativo, questa volta, è in gran parte riuscito perché è stato condotto con maggiore intelligenza rispetto ai decenni precedenti e ha avuto grandi protagonisti. Cito innanzitutto Enrico Mattei, che in effetti ha attuato una politica di potenza e di espansione in tutta l’area, con metodi che irritavano gli altri paesi occidentali. E poi, colui che gli è succeduto negli obiettivi politici: Aldo Moro. Anche le sue iniziative entrarono in conflitto con tutti coloro che avevano interessi forti e consolidati nel Mediterraneo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Enrico Mattei, Aldo Moro. Non voglio indurla a trarre subito delle conclusioni. Però, la coincidenza è impressionante: i due maggiori protagonisti della politica di espansione italiana nel Mediterraneo, a un certo punto, sono stati entrambi assassinati.</em></p>
<p>Due omicidi ovviamente politici, di uomini di rilievo dell’Italia del secondo dopoguerra. Sì, la coincidenza è impressionante. Non dimentichiamo la lezione della storia: gli uomini politici capaci di iniziative davvero forti generano reazioni altrettanto forti, compresi progetti di eliminazione fisica.</p>
<p><em>La loro politica, ha detto, si è scontrata con tutti coloro che avevano interessi consolidati nel Mediterraneo. L’Inghilterra. E poi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La Francia. Sì, la  Francia forse è stata una delle vittime principali della politica italiana. Non dimentichiamo che Mattei prima appoggiò in tutti i modi la guerra di liberazione algerina dai coloni francesi. E poi contribuì a fare dell’Algeria uno dei paesi più forti del Nord Africa; si è irrobustita, dopo la conquista dell’indipendenza, grazie agli aiuti italiani. E tuttora mantiene con noi un rapporto di alleanza e di collaborazione economica, molto proficuo anche per il nostro paese.</p>
<p><em>Qual è stata la leva su cui si è appoggiata la politica italiana in quest’area?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Una politica petrolifera basata sull’offerta di un rapporto paritario con i paesi produttori. L’Eni garantiva il cinquanta per cento contro il trenta delle altre compagnie occidentali. E in questo modo l’Italia assestò un colpo mortale agli interessi francesi e inglesi. Ma non solo. La politica mediterranea dell’Italia si è appoggiata anche su un’efficace azione di propaganda e di guerra psicologica tesa a mettere i nostri concorrenti in cattiva luce. (…)</p>
<p><em>E in quali altre aree del Mediterraneo si è manifestato l’«interventismo» italiano?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Per rimanere ai conflitti con la Francia, direi in Corsica. Lì, da parte nostra, c’è sempre stata una politica sotterranea favorevole non dico all’indipendenza di quella regione, ma sicuramente a una sua maggiore autonomia dai francesi. Vede, sotto certi aspetti, la Corsica è molto più «italiana» della Sardegna. Quindi il nostro appoggio alla causa autonomista era naturale, e non è mai venuto meno sin dal passaggio dell’isola ai francesi. (…)</p>
<p><em>Se con la Francia il conflitto si concentrò soprattutto sull’area maghrebina e sulla Corsica, con l’Inghilterra la partita si giocò sulla Libia. È così?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, almeno fino ai primissimi anni Settanta soprattutto in Libia, che dopo la  Seconda guerra mondiale era passata sotto il mandato inglese. E già quella decisione era stata preceduta da un contenzioso molto duro, perché Stati Uniti e Unione Sovietica volevano che una parte del territorio libico restasse sotto il mandato italiano. Ma alla fine la spuntarono gli inglesi. L’influenza britannica in Libia si fondava sul potere della famiglia del re Idris. Il quale fu deposto nel 1969, con un colpo di Stato dei giovani colonnelli guidati da Muammar Gheddafi. Idris era andato a passare le acque in Turchia e Gheddafi ne approfittò.</p>
<p><em>C’era la mano dei servizi segreti italiani dietro il golpe di Gheddafi?</em></p>
<p>Il colpo di Stato fu organizzato in un albergo di Abano Terme. Penso proprio di sì, c’era dietro la mano italiana. Appena Gheddafi prese il potere, per la parata trionfale noi gli mandammo in quattro e quattr’otto navi cariche di carri armati, intere divisioni, lasciando addirittura sguarnite le nostre difese ai confini.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Nel 1969 la Libia non era ancora una potenza petrolifera. Quale interesse poteva avere, l’Italia, a rimetterci sopra le mani?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Noi sapevamo che cosa conteneva quello scatolone di sabbia, perché avevamo fatto delle ricerche già prima della guerra. Sapevamo che c’era il petrolio e che i giacimenti erano immensi. La Libia ci faceva gola, perché poteva costituire la nostra riserva strategica, il carburante del nostro sviluppo economico. Come in effetti è poi avvenuto.</p>
<p><em>Quale fu l’effetto del golpe di Gheddafi sull’equilibrio in quell’area?</em></p>
<p>I libici chiusero immediatamente le basi inglesi e americane, espellendo i militari dei due paesi.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Però vennero espulsi anche migliaia di italiani.</em></p>
<p>Certamente. Ma nonostante questo, l’Italia divenne subito il principale partner economico di Gheddafi. Mentre gli inglesi, perdendo la Libia, di fatto si ritrovarono fuori dal Mediterraneo. Perché, di lì a poco, furono costretti a lasciare anche le isole di Malta e Cipro.</p>
<p><em>Come reagirono gli inglesi al colpo di stato in Libia?</em></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Secondo un’ipotesi non provata, dietro la strage di Piazza Fontana ci sarebbe stato un mandante inglese. Ripeto, tutto da provare. Tuttavia, alcuni elementi portati a sostegno di questa ipotesi danno da pensare</span></strong>. Innanzitutto la data, dicembre 1969, a poco più di tre mesi dal golpe di Tripoli. Poi il legame degli ambienti neofascisti italiani, accusati dell’organizzazione della strage, con il principe Junio Valerio Borghese, indicato dalla stessa storiografia di destra più recente come un uomo legato ai servizi britannici sin dagli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Inoltre, il fatto che l’espressione «strategia della tensione» fosse stata coniata proprio dalla stampa inglese in quello stesso dicembre 1969. Quell’espressione pesa ancora oggi come un macigno sulla nostra storia, perché continua a essere la chiave d’interpretazione non solo di Piazza Fontana, ma dell’intero periodo degli anni di piombo. <strong><span style="text-decoration: underline;">Un altro elemento merita di essere ricordato: l’esplicita accusa mossa agli inglesi dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Pochi giorni dopo la strage, quando i giornali inglesi tornarono a parlare di «strategia della tensione» per alludere a responsabilità tutte italiane, Saragat reagì ritorcendo l’accusa contro gli inglesi, riferendosi a sua volta ai rapporti dei servizi britannici con gli ambienti in cui era maturato il progetto dell’attentato</span></strong>.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Piazza Fontana, tutto da dimostrare. Ma le reazioni inglesi sono provate?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Tentarono subito di riprendersi quello che avevano perso in Libia. Ma non ci riuscirono, perché l’Italia proteggeva il regime di Gheddafi. Poco più di un anno dopo il golpe, organizzarono una spedizione militare segreta. (…)</p>
<p><em>(&#8230;)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Con il golpe di Gheddafi in Libia, si accentua dunque il filo arabismo della politica estera italiana nel Mediterraneo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>E ancora di più negli anni successivi. Ma, vede, la nostra politica estera è sempre stata caratterizzata da una linea filoaraba. Fin dai primi del Novecento, addirittura già con Francesco Crispi. Era quasi una necessità imposta dalla nostra collocazione geografica. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Poi, però, concluso il secondo conflitto mondiale, inizia un’altra storia: l’Italia, nazione sconfitta in guerra, comincia a rialzare la testa nel Mediterraneo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, rialza la testa, riprende i vecchi disegni e le antiche ambizioni. Però li nutre e li fortifica con robuste iniezioni di razionalità e di saggezza. Dal piano militare, il conflitto si trasferisce sul terreno politico-diplomatico e della concorrenza economica. La politica di Mattei, insomma.</p>
<p><em>Con quali mire? Quali erano le coordinate della politica mediterranea italiana nel secondo dopoguerra?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’influenza sul Nord Africa; il controllo delle grandi isole del Mediterraneo, come Malta e Cipro; e, se possibile, delle due porte di accesso, lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez. Di fatto, l’obiettivo era sostituirsi a Francia e Gran Bretagna.</p>
<p><em>Ambizioni, se non da grande, certamente da media potenza. Per una nazione appena sconfitta in guerra, non era un po’ troppo?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il progetto era molto ambizioso. In un certo senso, coincideva con quel disegno di Mussolini che voleva per il nostro paese sbocchi sugli oceani Indiano e Atlantico. Con una differenza rispetto al passato: alla luce dei risultati ottenuti, era sicuramente alla portata della classe dirigente italiana di quel secondo dopoguerra. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Parliamo ora di un’altra delle sue inchieste, quella sulla strage di Ustica, che sembra evocare scenari del tutto diversi da quelli descritti finora.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Apparentemente. In realtà ci aiuta a illuminarli meglio, consentendoci di intravedere con maggiore chiarezza una delle chiavi interpretative della storia tragica che abbiamo vissuto, proprio uno dei fili che percorre e lega le pagine di questo libro.</p>
<p><em>Vediamo. La sera del 27 giugno 1980 un DC-9 dell’Itavia esplode sul Tirreno mentre vola da Bologna a Palermo. Gli ottantun passeggeri a bordo muoiono tutti. Non hanno mai avuto giustizia:</em></p>
<p><em>non ci sono colpevoli per quella strage, non esiste una verità giudiziaria. E i vertici dell’Aeronautica militare italiana dell’epoca, imputati di depistaggio, sono stati tutti assolti. Lei tuttavia ha raccolto una mole impressionante di materiale durante la sua istruttoria. Sulla base di quelle carte e delle informazioni emerse dopo i processi, è davvero possibile intravedere una verità?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, abbiamo comunque raccolto elementi e informazioni che ci portano alla verità. Una verità però «indicibile», quella che non è stato possibile rivelare in occasione dell’inchiesta giudiziaria, come del resto è capitato in molte altre inchieste su episodi oscuri della storia italiana recente, a cominciare dalle stragi e dai legami internazionali del nostro terrorismo. Una verità, su Ustica, misconosciuta dalle sentenze assolutorie, ma che oggi viene affermata a mezza bocca anche dalle più alte istituzioni. Ma la si dice e poi quasi la si ritratta, nella speranza che, con il tempo, venga disinnescato il suo effetto deflagrante, e quindi venga rimossa.</p>
<p><em>Ustica, intanto, è un’intricatissima storia internazionale: questo si può dire?</em></p>
<p>Accidenti se lo è. Perché ci sono colpe e responsabilità dirette di più paesi. Per non parlare di tutti gli altri che sanno ma che non possono o non vogliono dire. Insomma, la strage di <strong><span style="text-decoration: underline;">Ustica è un caso coperto dall’omertà internazionale, che è ancora più impenetrabile di quella di una semplice cosca mafiosa siciliana o di una ’ndrina calabrese. Tenga poi conto che le stragi «silenti», cioè senza rivendicazioni, come quella di Ustica e la quasi totalità delle stragi compiute in Italia, sono in genere dei messaggi da governo a governo, che i governi recepiscono e comprendono, agendo poi di conseguenza.</span></strong> Quella di Ustica, inspiegabile alle prime battute, si è poi immediatamente aggrovigliata soprattutto a causa di intese scellerate e di intrighi fra istituzioni nazionali e internazionali. (…)</p>
<p><em>Il</em><em> DC-9 Itavia fu attaccato e abbattuto da altri aerei?</em></p>
<p>È assai probabile. Anzi, direi che è certo. Anche se <strong><span style="text-decoration: underline;">penso che sia successo per errore: non era il DC-9 Itavia l’obiettivo, ma altri aerei che in quel momento volavano nella scia del DC-9 per proteggersi dalle intercettazioni dei radar. Questo lo abbiamo appurato. E possiamo affermare con certezza anche che gli attaccanti erano aerei militari, </span></strong>aerei da caccia. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>È possibile trarre una conclusione certa?</em></p>
<p>Direi proprio di sì. È evidente che il DC-9 fu abbattuto da uno o più aerei militari sicuramente indirizzati verso l’obiettivo da un’efficiente «guida caccia», un potente sistema radar in grado di «vedere» anche a centinaia di chilometri di distanza.</p>
<p><em>Ricapitolando, quella sera, quanti aerei erano in volo tra gli Appennini e il Tirreno?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo non è facile stabilirlo con esattezza. Dopo il decollo del DC-9 apparvero due caccia non identificati, che però scomparvero quasi subito ai radar: potrebbero essere atterrati o essersi nascosti dietro un aereo, probabilmente quello dell’Itavia. Poi c’era l’Awacs [Airborne Warning And Control System: radar volante. NdR] ; quindi uno o due caccia non identificati che puntarono sul DC-9; e, infine, i due caccia dello stormo di Grosseto, pilotati da Mario Naldini e Ivo Nutarelli.</p>
<p><em>I due ufficiali morti qualche anno dopo nell’incidente di Ramstein, durante un’esibizione delle Frecce tricolori?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Esatto. Ufficialmente stavano facendo esercitazioni, addestrando un allievo pilota. Intercettarono il DC-9 nel nord della Toscana, lo affiancarono e lo seguirono fino all’altezza di Grosseto. All’improvviso si accorsero che qualcosa non andava e lanciarono alla base il segnale di allarme, ma non via radio, «squoccando» elettronicamente invece il codice di emergenza. (…) E questa è una prova che Naldini e Nutarelli avevano visto qualcosa di veramente serio, e cioè che dietro l’aereo civile si nascondevano velivoli militari non Nato. Nei colloqui tra loro e con i loro colleghi della base di Grosseto, nei giorni successivi, uno dei due aveva detto che «era successo qualcosa di terribile, che c’era stato un vero e proprio combattimento aereo e che si era sfiorata addirittura una guerra».</p>
<p><em>Peccato che i due piloti italiani non ebbero il tempo di raccontare ai magistrati quello che avevano visto.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Già. Stavano forse per farlo perché io li avevo già chiamati a testimoniare ma, poco prima che potessi ascoltarli, morirono nell’incidente di Ramstein. Su quell’incidente la magistratura tedesca aprì un’indagine, però i risultati non ci vennero mai comunicati. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A questo punto le devo porre la «madre di tutte le domande»: qual era la verità che non si poteva far conoscere all’opinione pubblica?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>C’era un groviglio di verità «indicibili» che nascevano dalla nostra politica mediterranea, in particolare verso la Libia, e dall’irritazione che quella politica provocava nei nostri alleati europei. Se quelle verità fossero venute pubblicamente a galla, non sarebbero rimaste prive di conseguenze. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>L’aereo che viaggiava sotto la pancia del nostro DC-9 poteva essere quello di Gheddafi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Secondo ragionevoli ipotesi, potevano essere uno o più caccia militari libici che tornavano dalla Jugoslavia utilizzando un corridoio senza la copertura del NADGE [NATO Air Defence Ground Environment, il coordinamento contraerei NATO, NdR]. Secondo ipotesi più recenti, quei caccia dovevano prelevare il leader libico sul Tirreno e scortarlo in un viaggio nell’Europa dell’Est. Ma, avvertito da qualcuno dell’imminente pericolo, all’altezza di Malta l’aereo avrebbe improvvisamente cambiato rotta per tornare in Libia. (…)</p>
<p><em>Chi voleva uccidere Gheddafi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Di recente, a inchiesta giudiziaria ormai conclusa, dopo che le sentenze di assoluzione dei generali erano ormai divenute definitive, l’ex presidente della Repubblica <strong><span style="text-decoration: underline;">Francesco Cossiga, che all’epoca era presidente del Consiglio, ha detto qualcosa in proposito. Riferendo informazioni provenienti dall’interno dei nostri servizi, ha parlato esplicitamente di una responsabilità francese</span></strong>. (…) <strong><span style="text-decoration: underline;">Tenderei a escludere responsabilità dell’amministrazione americana dell’epoca</span></strong>. Primo, perché ne era a capo il democratico Jimmy Carter, che al tempo manteneva rapporti con la Libia; addirittura la riforniva di armi. Secondo, perché gli americani ci aiutarono nell’inchiesta, più degli italiani. La stampa italiana allora accusò brutalmente gli Stati Uniti, ma da Washington noi abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile: dalle perizie di Macidull e Transue delle prime ore all’istituzione dell’«Ustica Desk», che dette risposte addirittura a un centinaio di rogatorie.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ma, durante l’inchiesta, lei chiese informazioni anche ai francesi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, naturalmente. Ma ci fu opposta una chiusura totale. In tutte le epoche e da tutti i governi. Sia Valéry Giscard d’Estaing sia François Mitterrand si chiusero a riccio, persistendo nella politica di tutela assoluta dei segreti di Stato, a prescindere dal colore dei governi. Qualche indicazione preziosa la ricavai invece da un lungo colloquio con Alexandre de Marenches, il direttore dello Sdece, il servizio segreto esterno francese all’epoca di Ustica. (…) Mi disse che le mie ricerche in Francia non avrebbero sortito alcun effetto, perché se quei servizi avessero tentato un’operazione contro Gheddafi, non avrebbero lasciato alcuna prova. Però ci tenne anche a precisare che, secondo lui, il leader libico doveva essere messo nella condizione di non nuocere più, e farlo era il dovere di più governi.</p>
<p><em>E lei che sensazione ne ricavò?</em></p>
<p>Che avesse voluto dirmi la verità su Ustica, ma senza che io la potessi utilizzare sul piano giudiziario. Perché era certissimo che non avrei mai potuto trovare prove nelle carte dello Sdece. Comunque, una volta chiusa l’inchiesta, sono emersi frammenti di verità. Abbiamo già detto delle ammissioni di Cossiga. E poi la notizia, molto attendibile, che l’operazione partì dalla portaerei francese <em>Clemenceau</em>, che si trovava a sud della Corsica e aveva la copertura radar della base a terra di Solenzara. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>È possibile, comunque, che l’attacco francese contro Gheddafi avesse in qualche modo la copertura di altri stati interessati all’eliminazione del leader libico?</em></p>
<p>Visti i rischi che l’operazione avrebbe comportato sia sul piano militare sia su quello degli equilibri internazionali, era bene che se ne occupasse un solo governo. Di sicuro, però, c’erano diversi paesi interessati a una soluzione forte e definitiva del «problema Gheddafi». L’eliminazione del leader libico su Ustica sarebbe stata soltanto la prima fase di un progetto assai più vasto e complesso che prevedeva anche interventi via terra sulla Libia. La caduta del regime di Tripoli avrebbe avuto come</p>
<p>conseguenza un riordino dell’intero assetto nordafricano e subsahariano e una nuova spartizione dell’influenza in queste aree ricchissime di risorse. A tutto svantaggio della presenza italiana.</p>
<p><strong><em>Giovanni</em></strong><em><strong> </strong>Fasanella e Rosario Priore</em></p>
<p><em>Per gentile concessione </em></p>
<p><em>dell’editore Chiare Lettere</em></p>
<p><em>__________________________________</em></p>
<p><em>Inserito su www.storiainrete.com il 25 marzo 2011</em></p>
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		<title>La duchesse de Berry, icône de la Restauration</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 15:07:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://lh5.ggpht.com/_mJqdGBPbKO8/TS4OMFyWNWI/AAAAAAAAAk8/JJ-geHaulVo/image1.png" alt="" width="90" height="90" />Elle était l&#8217;égérie des monarchistes. Du moins de ceux qui professaient la foi légitimiste. Encore que même les plus fidèles en vinrent à se lasser de son agitation. Bref, elle, la duchesse de Berry, fut à la fois idolâtrée &#8211;&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://lh5.ggpht.com/_mJqdGBPbKO8/TS4OMFyWNWI/AAAAAAAAAk8/JJ-geHaulVo/image1.png" alt="" width="90" height="90" />Elle était l&#8217;égérie des monarchistes. Du moins de ceux qui professaient la foi légitimiste. Encore que même les plus fidèles en vinrent à se lasser de son agitation. Bref, elle, la duchesse de Berry, fut à la fois idolâtrée &#8211; on dirait aujourd&#8217;hui qu&#8217;elle fut une &#8220;icône&#8221; &#8211; et rejetée. Cette figure n&#8217;a pas manqué de biographes. Au-delà même du caractère romanesque de sa vie, le fait qu&#8217;elle ait incarné la cause légitimiste a été source d&#8217;une littérature &#8220;militante&#8221; abondante. Il y a longtemps, toutefois, que cette &#8220;cause&#8221; n&#8217;a plus de partisans ardents. L&#8217;hagiographie peut dès lors laisser la place au portrait sensible.</p>
<p>.</p>
<p>da l&#8217;Express del 15 marzo 2011  <img src="http://static.lexpress.fr/imgstat/logo_lexpress.gif" alt="lexpress.fr" width="138" height="29" /></p>
<p>.</p>
<p>Celui que brosse Laure Hillerin est de cette espèce et il est de la meilleure facture. D&#8217;autant qu&#8217;il se trouve que la portraitiste entretient avec son sujet une relation singulière. Sa trisaïeule fut une des amies d&#8217;enfance de la duchesse de Berry. Cela suscite l&#8217;empathie &#8211; sans quoi il n&#8217;est pas de biographie réussie &#8211; et permet même, dans ce cas, de dénicher de nouvelles sources dont les spécialistes ont salué l&#8217;intérêt.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.lexpress.fr/imgs/15/163.jpg" alt="" width="134" height="216" />La future duchesse de Berry est née Caroline de Bourbon-Sicile. Laure Hillerin retrace avec finesse l&#8217;atmosphère de cette cour sicilienne où la morgue bourbonienne fait bon ménage avec des façons de vivre plutôt rustiques. De sorte que lorsque Caroline est appelée à épouser le duc de Berry, deuxième fils du futur Charles X, son arrivée à la cour de France provoque quelque émoi. Ses manières de sauvageonne séduisent autant qu&#8217;elles inquiètent. Son franc-parler amuse, mais ses foucades perturbent. Si l&#8217;obèse Louis XVIII est assez fin pour apprécier les originalités de sa nièce, son beau-père, Charles X, à l&#8217;intelligence limitée, ne cessera jamais d&#8217;en être décontenancé. La duchesse de Berry aurait pu n&#8217;être qu&#8217;une pièce rapportée exotique à la maison de France, si des circonstances inattendues ne l&#8217;avaient conduite à tenir un rôle politique de première grandeur. Lorsque, en 1820, son époux, le duc de Berry, héritier de la couronne, est assassiné par le sieur Louvel, elle va, en effet, se retrouver au coeur de la question dynastique. Car Caroline est enceinte. Dès lors que le fils aîné de Charles X est sans descendance, l&#8217;enfant qu&#8217;elle porte en son sein, et pourvu que ce soit un garçon, détient donc tout l&#8217;avenir des Bourbons. Ce fut un garçon, et il fut vite désigné comme &#8220;l&#8217;enfant du miracle&#8221;.</p>
<p>Mère de l&#8217;héritier légitime, elle va tout tenter pour faire valoir les droits de son rejeton</p>
<p>Laure Hillerin restitue avec talent le contexte politique dans lequel se situe l&#8217;épisode. Elle ne se contente pas de planter ses personnages dans leur décor. Elle analyse avec justesse les politiques réactionnaires désastreuses conduites par Charles X et qui le mèneront à sa perte. Avec la bêtise obtuse de celui qui des bouleversements révolutionnaires n&#8217;avait &#8220;rien appris et rien oublié&#8221;, les manoeuvres du duc d&#8217;Orléans pourront se déployer sans entrave et les journées de 1830 verront le départ sans gloire du dernier des Bourbons. C&#8217;est dans ces circonstances que la duchesse de Berry va entrer dans l&#8217;Histoire. Mère de l&#8217;héritier légitime, celui qui, sur le trône, deviendrait Henri V, elle va tout tenter pour faire valoir les droits de son rejeton. Et c&#8217;est l&#8217;équipée de Vendée à travers laquelle se forge son image romantique dont Balzac se fera le chantre et Chateaubriand l&#8217;avocat. Dans ce qui fut un authentique fiasco &#8211; les troupes firent défaut, la duchesse fut arrêtée, emprisonnée quelque temps, puis invitée à aller voir ailleurs &#8211; on ne sait ce qui revient aux légèretés de Caroline et ce qui incombe aux palinodies de ses partisans. Toujours est-il qu&#8217;après cette entreprise avortée, la duchesse de Berry est, dans le même mouvement, entrée dans la légende et sortie de l&#8217;Histoire. La cause légitimiste courra bien encore quelques décennies sur son aire. Mais la niaiserie de &#8220;l&#8217;enfant du miracle&#8221;, devenu comte de Chambord, préférant renoncer au trône &#8211; qu&#8217;on lui apporte pourtant sur un plateau en 1871 &#8211; plutôt que de devoir accepter le drapeau tricolore, consommera définitivement les espoirs légitimistes. Il n&#8217;avait décidément pas hérité de l&#8217;audace et de la vivacité d&#8217;esprit de sa maman. La duchesse de Berry, elle, traversa son siècle en étonnant son monde jusqu&#8217;au bout.</p>
<p>Ses aventures amoureuses, son remariage avec un aristocrate italien modestement né, sa nombreuse progéniture, ses libéralités en faveur des arts et des lettres la firent se distinguer du triste gotha dont elle restait une figure et dont sa biographe restitue avec bonheur les petitesses et les grandeurs.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 15 marzo 2011</p>
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		<title>«L’occupazione italiana. La cosa migliore che ci sia mai capitata&#8230;»</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 12:10:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/44/Bundesarchiv_Bild_101II-MW-6268-06A%2C_Frankreich%2C_Italienische_Offiziere_und_Soldaten.jpg" alt="" width="90" height="90" />I ragazzi dell’Esercito italiano, gente superiore alla media: «Eravamo sotto l’occupazione degli italiani. La cosa migliore che ci sia mai capitata&#8230;». Così, con quest’enfasi, l’ebrea Lya Quitt ricorda il periodo in cui, in fuga dalle persecuzioni  naziste, trovò rifugio a&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/44/Bundesarchiv_Bild_101II-MW-6268-06A%2C_Frankreich%2C_Italienische_Offiziere_und_Soldaten.jpg" alt="" width="90" height="90" />I ragazzi dell’Esercito italiano, gente superiore alla media: «Eravamo sotto l’occupazione degli italiani. La cosa migliore che ci sia mai capitata&#8230;». Così, con quest’enfasi, l’ebrea Lya Quitt ricorda il periodo in cui, in fuga dalle persecuzioni  naziste, trovò rifugio a Saint Martin Vesubie a nord di Nizza.</p>
<p>.</p>
<p>di Francesco Specchia da Libero Quotidiano del 26 gennaio 2011 <img class="alignnone" src="http://www.libero-news.it/images/logo.png" alt="Libero-news.it" width="136" height="29" /></p>
<p>.</p>
<p>Fino al settembre ’43, insieme a lei, 1500 ebrei vennero ospitati in questo piccolo paese delle Alpi Marittime francesi, finito sotto il controllo del nostro esercito. A raccontarne la storia è il documentario Vacanza dall’Olocausto che History ha trasmesso per la  Giornata della Memoria. La storia è bellissima. Nel ’42, temendo lo sbarco degli anglo-americani, tedeschi e italiani occupano anche il sud della Francia, che appartiene a Vichy. I nostri gestiscono l’area dalle Alpi a Nizza, che include anche la Corsica. Molti ebrei fuggono nella zona di occupazione italiana per sfuggire ai nazi. Ma le nostre truppe non li perseguitano. Anzi. Lì si parla francese, italiano, polacco, tedesco e yiddish. Gli ebrei si integrano perfettamente; organizzano partite di calcio, la sera ballano insieme, le donne imparano le canzoni italiane e i maschi sfidano i nostri in incontri di boxe. E vi sorge una sinagoga. Dieci mesi di tolleranza che farebbero la fortuna di uno sceneggiatore tv&#8230;</p>
<p style="text-align: center;"><em>Uno spezzone del documentario di History Channel, anticipato da &#8220;Libero quotidiano&#8221;</em></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/4366/stampa-italiana-2/%c2%abl%e2%80%99occupazione-italiana-la-cosa-migliore-che-ci-sia-mai-capitata-%c2%bb/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 17 febbraio 2011</p>
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