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	<title>Storia In Rete &#187; Guerra Fredda</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>La CIA aveva previsto la fine URSS 10 anni prima</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 16:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://pastorsteveweaver.files.wordpress.com/2007/05/reagan-gorbachev.jpg" alt="" width="90" height="90" />A vent&#8217;anni dalla fine dell&#8217;Urss, annunciata a Natale del 1991 e avvenuta entro il 31 dicembre di quell&#8217;anno con lo scioglimento di tutte le istituzioni sovietiche, la Cia ha desecretato documenti che confermano come l&#8217;amministrazione Reagan e quella di</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://pastorsteveweaver.files.wordpress.com/2007/05/reagan-gorbachev.jpg" alt="" width="90" height="90" />A vent&#8217;anni dalla fine dell&#8217;Urss, annunciata a Natale del 1991 e avvenuta entro il 31 dicembre di quell&#8217;anno con lo scioglimento di tutte le istituzioni sovietiche, la Cia ha desecretato documenti che confermano come l&#8217;amministrazione Reagan e quella di Bush padre l&#8217;avessero anticipata, e come vi avessero contribuito con l&#8217;appoggio di Papa Giovanni Paolo II.</div>
<div id="_mcePaste">Il crollo dell&#8217;Urss, precisano i documenti, avvenne prima del previsto, grazie all&#8217;implosione del suo impero e al rifiuto di Mikhail Gorbaciov, suo ultimo presidente, di prevenirlo con la forza. Ma fin dal 1978, alla elezione del cardinale polacco Karol Wojtyla a pontefice, la Cia aveva dato l&#8217;implosione per probabile, sia pure più tardi. E fin dal dicembre 1980, un anno prima della legge marziale in Polonia, aveva indicato i mezzi per agevolarla a Reagan, in procinto di insediarsi alla Casa Bianca.</div>
<div>.</div>
<div>di Ennio Caretto dal &#8220;Il Corriere della Sera&#8221; del 30 dicembre 2011 <img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c2/Corriere_della_Sera_logo.svg/260px-Corriere_della_Sera_logo.svg.png" alt="Logo di Corriere della SeraCorriere.itCorriere TV" width="156" height="14" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Altri documenti della Cia erano già stati pubblicati nel 1999, nel decennale del crollo del Muro di Berlino. Ma quelli nuovi, discussi il mese scorso a Mosca in un simposio tenuto da Gorbaciov, completano la storia segreta della caduta dell&#8217;Urss, l&#8217;evento più importante dalla Seconda guerra mondiale.</div>
<div>I documenti confermano anche che le convulsioni sovietiche nel fatale 1991 spaventarono l&#8217;amministrazione Bush. Il presidente temette che la caduta dell&#8217;Urss causasse guerre e sottrazioni di armi atomiche in alcune repubbliche ex sovietiche, rendendole ingovernabili e mortalmente pericolose, quindi cercò di ritardarla. Lo testimoniano le sue prime telefonate, una al leader russo Eltsin un&#8217;altra a Gorbaciov, del 21 agosto di quell&#8217;anno, subito dopo il fiasco del colpo di Stato tentato dai falchi del Cremlino. «Boris, come posso aiutarti?», chiede Bush a Eltsin. «Con forti dichiarazioni di sostegno &#8211; gli risponde Eltsin &#8211; come quella che hai già fatto. Non è interferenza nei nostri affari, è appoggio al nostro popolo».</div>
<div>La telefonata del presidente americano a Gorbaciov, per alcuni giorni ostaggio dei golpisti, è emotiva. «È meraviglioso riuscire a parlarti, ero preoccupato per te, Mikhail», dice Bush. «Caro George, sono così felice di sentirti», replica il leader sovietico. I due statisti discutono il da farsi, Bush assicura a Gorbaciov «pieno supporto» e questi lo ringrazia «della tua umanità e amicizia». Bush userà toni diversi in autunno: «Alla fine dell&#8217;anno &#8211; affermerà &#8211; sul Cremlino al posto della bandiera sovietica sventolerà la bandiera russa».</div>
<div id="_mcePaste">Dai massicci dossier della Cia, centinaia di documenti, il decennio che cambierà il corso della storia nasce con la presidenza Reagan. Nel gennaio 1981 i problemi politici e militari americani sono enormi. L&#8217;Iran e l&#8217;Iraq sono in guerra, Teheran tiene ostaggi i diplomatici dell&#8217;ambasciata Usa da 13 mesi, l&#8217;Urss ha occupato l&#8217;Afghanistan, ha fomentato il terrorismo e la guerriglia in Centro America e ha alterato a proprio vantaggio l&#8217;equilibrio strategico. La situazione in apparenza non potrebbe essere più favorevole al Cremlino.</div>
<div>Eppure la Cia lo considera in gravi difficoltà, difficoltà che consiglia a Reagan di accentuare. «L&#8217;economia sovietica &#8211; scrive &#8211; è in crisi. L&#8217;Urss dovrebbe ridimensionare i propri programmi militari e ridurre i sussidi all&#8217;Est europeo, che ha ormai un tenore di vita superiore al suo, ma la situazione polacca, dove da mesi il sindacato Solidarnosc è in rivolta, glielo impedisce». Il Cremlino, aggiunge la Cia esortando Reagan a incontrare il Papa per discutere il futuro assetto europeo, «si chiede con ansia quale effetto avrà Giovanni Paolo II su problemi cruciali come il dissenso nell&#8217;Urss e l&#8217;autonomia degli Stati satelliti».</div>
<div id="_mcePaste">Alla morte del leader sovietico Leonid Brežnev, nel novembre del 1982, viene messo a punto il piano di Reagan per indebolire l&#8217;Urss. Gli Stati Uniti si riarmeranno per costringerla a una corsa insostenibile, varando il progetto dello scudo spaziale l&#8217;anno seguente, e cercheranno di isolarla. Secondo la Cia, queste pressioni provocheranno un cambio della guardia al Cremlino: «La cerchia di Breznev, gli Andropov e i Cernenko, resterà al potere solo due o tre anni, e le subentrerà la nuova generazione dei Gorbaciov e degli Shevardnadze».</div>
<div id="_mcePaste">La previsione è esatta: nel 1983 le due superpotenze sfioreranno lo scontro frontale come nel 1961, ma nel 1985, scomparsi gli anziani falchi del Cremlino, sarà disgelo, il disgelo conclusivo della guerra fredda. Quell&#8217;anno Reagan, dopo avere stabilito rapporti diplomatici ufficiali con il Vaticano, apre una serie di vertici con Gorbaciov, e nell&#8217;86 rinuncia al programma delle guerre stellari. La Cia modifica allora la sua ricetta. La storia, ribadisce al presidente, «non è più dalla parte dell&#8217;Urss». Il declino sovietico è irreversibile, e per evitare esplosioni gli Usa dovranno tenere un delicato equilibrio: non avversare né aiutare Mosca, aspettare invece che le riforme di Gorbaciov falliscano o abbiano successo.</div>
<div id="_mcePaste">Una delle rivelazioni più interessanti è che Gorbaciov segue una linea più morbida di Reagan e di Bush. Al principio, i due presidenti americani diffidano di lui, anche perché la Cia non esclude che «voglia un po&#8217; di respiro» per rimettere in piedi l&#8217;Urss. Solo nel settembre del 1989, due mesi prima della demolizione del Muro di Berlino, quando l&#8217;intero Est europeo è in fermento, la Cia ammette che i cambiamenti promossi o accettati da Gorbaciov «segnalano la probabilità di una nuova era, in cui gli Stati Uniti potrebbero passare dalla strategia del contenimento a quella dell&#8217;inserimento dell&#8217;Urss nella comunità internazionale».</div>
<div>Ma nel 1990 gli eventi si susseguono a una velocità che inquieta i servizi segreti americani. Dietro loro consiglio, Bush rifiuta di aiutare economicamente Gorbaciov e nel 1991 cerca un altro interlocutore in Eltsin, «il primo leader eletto dal voto popolare nella storia russa». «I tentativi di Gorbaciov di preservare il comunismo e la pianificazione economica &#8211; avverte la Cia &#8211; hanno ridotto quasi a zero la sua credibilità». Un&#8217;ambiguità che ancora oggi l&#8217;ultimo presidente dell&#8217;Urss rinfaccia all&#8217;«amico George».</div>
<div id="_mcePaste">I documenti svelano anche che l&#8217;estate del 1991 è per la Cia un periodo di paura. Teme che «Eltsin e Gorbaciov non reggano alle tensioni che si stanno creando o che vengano assassinati» e che «sotto il pretesto della legalità e dell&#8217;ordine i falchi impongano una dittatura». Alla vigilia del viaggio di Bush a Mosca per la riduzione degli armamenti atomici, la Cia sostiene che «elementi delle truppe e della polizia politica sovietiche fanno preparativi per l&#8217;uso della forza» e che «i loro primi bersagli saranno Eltsin e Gorbaciov».</div>
<div id="_mcePaste">Ma conclude che c&#8217;è qualche possibilità che un golpe eventuale fallisca «grazie all&#8217;opposizione popolare» e che «entro un anno Gorbaciov si ritiri e ciascuna repubblica sovietica assuma i propri poteri». Per fortuna dell&#8217;Urss, dell&#8217;America e dell&#8217;Europa, sarà una conclusione profetica.</div>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 2 gennaio 2012</p>
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		<title>Storia in Rete numero 69-70, luglio-agosto 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 22:31:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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<p><a href="http://www.storiainrete.com/5212/edicola/storia-in-rete-numero-69-70-luglio-agosto-2011/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/i-cover-storia-69-70.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: left;">1943: mentre il mondo si avvia verso il culmine della guerra totale, c&#8217;è chi pensa alla pace. E la notizia sorprendente è che si tratta dei dittatori totalitari degli Stati belligeranti: Mussolini, Stalin ed anche Hitler.</p></div><p>&#8230;</p>]]></description>
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<p><a href="http://www.storiainrete.com/5212/edicola/storia-in-rete-numero-69-70-luglio-agosto-2011/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/i-cover-storia-69-70.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: left;">1943: mentre il mondo si avvia verso il culmine della guerra totale, c&#8217;è chi pensa alla pace. E la notizia sorprendente è che si tratta dei dittatori totalitari degli Stati belligeranti: Mussolini, Stalin ed anche Hitler. Una rete di contatti favorita dai giapponesi e dagli altri satelliti dell&#8217;Asse e finora negata o lasciata in ombra da una visione della Seconda guerra mondiale che somiglia più alla propaganda dell&#8217;epoca che non ad un&#8217;analisi storica seria. Ma i nuovi documenti diplomatici stanno consentendo di riscrivere in tre dimensioni le vicende dell&#8217;anno della svolta nel conflitto mondiale, come ci racconta un estratto da un approfondito saggio di Eugenio Di Rienzo ed Emilio Gin, preceduto da una lunga prefazione di Fabio Andriola.</p>
<p>E ancora, il bluff della Marcia su Roma, un mito creato dai fascisti e dagli antifascisti per motivi opposti di opposte propagande. Poi un altro un passo indietro negli anni con un ampio servizio su Luigi Cadorna, il Generalissimo: il comune di Udine decide di togliere la piazza che gli era stata dedicata. <span style="color: #993300;"><strong>Storia in Rete</strong></span> ha chiesto ad uno dei maggiori biografi del Generalissimo perchè questa decisione è antistorica. E sbagliata. Dalla Grande Guerra agli orrori della Guerra Fredda, quando le Superpotenze sperimentavano le atomiche in casa propria e sui propri cittadini e soldati, come gli USA in Nevada.<span style="color: #993300;"><strong> Storia in Rete</strong></span> fa quindi un salto nel Rinascimento, con la vicenda di Isabella de&#8217; Medici, che finora si credeva uccisa dal marito per gelosia, e con le teorie militari di Machiavelli, inascoltate in Italia ma applicate dagli eserciti spagnoli che dominarono i decenni a cavallo fra Cinque e Seicento. E proprio dal Secolo di Ferro parte una mostra a Villa D&#8217;Este sui &#8220;Battaglisti&#8221;, i pittori specializzati in scene di battaglia che fornivano all&#8217;Italia dei secoli della decadenza delle guerre da appendere al muro mentre le potenze europee si sfidavano in quelle vere.</p>
<p>Tutto questo e molto altro su<span style="color: #993300;"><strong> Storia in Rete </strong></span>di luglio e agosto!!</p>
<blockquote><p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/I-cover-storia-69-70.pdf">Guarda la copertina di Storia in Rete n. 69-70</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++05-Sommario-n-69-70.pdf">Leggi il sommario di Storia in Rete n. 69-70</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++14-22-estate-1943-fabio.pdf">Quella lunga estate del 1943</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++24-33-di-rienzo-gin.pdf">Exit strategy: quando Mussolini voleva la pace fra Stalin e Hitler</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++34-39-mola-governo-mussolini.pdf">Il grande bluff (bi-partizan&#8230;) della Marcia su Roma</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/++42-49-cadorna-di-colloredo.pdf">Luigi Cadorna. Fu veramente il &#8220;Generalissimo&#8221;!</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/++50-53-cadorna-ojetti.pdf">Cadorna raccontato da un maestro del giornalismo: Ugo Ojetti</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++56-63-anticipazione-cavie-umane.pdf">L&#8217;orrore degli esperimenti nucleari USA in Nevada</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++66-70-isabella-de-medici.pdf">Nessuno uccise Isabella de&#8217; Medici</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++74-79-machiavelli-stratega.pdf">Picca e archibugio: le armi del Secolo di Ferro viste da Machiavelli</a></p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/07/+++80-85-i-battaglisti.pdf">I &#8220;battaglisti&#8221; in mostra a Villa d&#8217;Este</a></p></blockquote>
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<p style="text-align: center;">
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		<title>E i documenti dell&#8217;FBI parlano di UFO e omini verdi&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 10:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ufosonearth.com/site/wp-content/uploads/2011/02/fake_ufo_Do_You_Think_Aliens_Are_Real-s500x375-20525.jpg" alt="" width="90" height="90" />Questa volta il documento sugli Ufo viene niente meno che dall&#8217;FBI. Secondo l&#8217;agente Guy Hottel, il 22 marzo del 1950 tre oggetti volanti non identificati precipitarono nel New Mexico e furono &#8220;catturati&#8221; dal servizio investigativo americano. All&#8217;interno dei velivoli c&#8217;erano&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.ufosonearth.com/site/wp-content/uploads/2011/02/fake_ufo_Do_You_Think_Aliens_Are_Real-s500x375-20525.jpg" alt="" width="90" height="90" />Questa volta il documento sugli Ufo viene niente meno che dall&#8217;FBI. Secondo l&#8217;agente Guy Hottel, il 22 marzo del 1950 tre oggetti volanti non identificati precipitarono nel New Mexico e furono &#8220;catturati&#8221; dal servizio investigativo americano. All&#8217;interno dei velivoli c&#8217;erano nove corpi dalle fattezze umanoidi alti circa 90-100 centimetri. Gli oggetti non identificati avevano un diametro di circa 16 m ed erano leggermente rialzati al centro. Insomma Ufo nel senso più classico del termine. &#8220;Gli occupanti erano vestiti come i piloti dei jet&#8221;, racconta Hottel nel suo documento. E&#8217; possibile, conclude l&#8217;agente dell&#8217;FBI, che gli oggetti volanti siano precipitati causa delle interferenze dei numerosi radar presenti nell&#8217;area.</p>
<p>.</p>
<p>di Luigi Bignami, da &#8220;La Repubblica&#8221; del 10 aprile 2011 <img src="http://www.repubblica.it/static/images/detail/2010/la-repubblica-it-logo.png" alt="Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale." width="162" height="30" /></p>
<p>.</p>
<p>Questa testimonianza è in una serie di altri atti resi pubblici dall&#8217;FBI negli ultimi giorni in un suo sito Internet dove vengono divulgati documenti non più segreti richiesti dai cittadini statunitensi. Il <a href="http://vault.fbi.gov/">sito Vault <sup>1</sup></a> presenta testi che riguardano vari aspetti delle investigazioni dell&#8217;FBI, dai diritti civili ai ganster, dalle testimonianze di ricerche su organizzazioni criminali fino a quelli che vengono definiti &#8220;fenomeni inspiegati&#8221;. I documenti vengono lasciati sul sito fin quando vi è una certa richiesta da parte del pubblico, dopo di che vengono cancellati.</p>
<p>Attualmente tra i documenti c&#8217;è, tra gli altri, il caso Hottel. Interessante però è anche il documento che riguarda il caso ufologico noto come &#8220;incidente di Roswell&#8221;. Si verificò nel luglio del 1947, quando qualcosa di strano per quell&#8217;epoca precipitò in prossimità della cittadina di Roswell, nel New Messico. I racconti passati di mano in mano segnalano che dapprima un comunicato stampa pubblicato dalla base aerea che si trovava in prossimità di quella località parlava proprio di un &#8220;disco volante&#8221;, ma poi le dichiarazioni ufficiali statunitensi spiegarono che si trattava di un semplice pallone sonda e a tal proposito vennero mostrate alcune immagini.</p>
<p>Il caso però ha continuato ad alimentare sospetti e ancora oggi viene avanzata l&#8217;ipotesi che a cadere nel deserto non fu un pallone sonda, ma qualcosa di sconosciuto. Ebbene il sito dell&#8217;FBI il caso sembra offrire una soluzione: si parla di un oggetto che aveva la forma di un disco esagonale che doveva essere sospeso per mezzo di un cavo a un pallone, il quale aveva un diametro di circa sei metri e mezzo, e si dice anche tuttavia, che secondo comunicazioni telefoniche tra due basi aeree l&#8217;ipotesi del pallone sonda fosse poco credibile. In ogni caso il pallone e il disco vennero portati alla base aerea e lì trattenuti senza ulteriori analisi.</p>
<p>_____________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 14 aprile 2011</p>
<div><span style="color: #222222; font-family: Arial, Helvetica, sans-serif; line-height: 20px;"><br />
</span></div>
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		<title>How Winston Churchill lost his big three status</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/3782/rassegna-stampa-estera/churchill-lost-britain/</link>
		<comments>http://www.storiainrete.com/3782/rassegna-stampa-estera/churchill-lost-britain/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 08:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.solarnavigator.net/history/explorers_history/Winston_Churchill_British_bulldog_portrait.jpg" alt="" width="90" height="90" />&#8220;Churchill Defiant: Fighting On, 1945-1955&#8243; (Harper, $26.99), by Barbara Leaming: During four years of World War II, Winston Churchill stood at the peak of his power: prime minister of Britain and one of the Big Three, with President Franklin D.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.solarnavigator.net/history/explorers_history/Winston_Churchill_British_bulldog_portrait.jpg" alt="" width="90" height="90" />&#8220;Churchill Defiant: Fighting On, 1945-1955&#8243; (Harper, $26.99), by Barbara Leaming: During four years of World War II, Winston Churchill stood at the peak of his power: prime minister of Britain and one of the Big Three, with President Franklin D. Roosevelt and Soviet leader Josef Stalin. Then, two months after Germany&#8217;s surrender, in the midst of a victors&#8217; summit, war-weary British voters threw him out of office.</p>
<p>.</p>
<p>di Carl Hartmann del The Associated Press da <img src="http://4.bp.blogspot.com/_Cry2hN-xUQM/TM2oXXjM6zI/AAAAAAAACPg/IpZxBoZl234/s1600/key_art_abc_news.jpg" alt="" width="116" height="46" /> del 18 ottobre 2010</p>
<p>.</p>
<p>Churchill had effectively lost his top status in the final weeks of the war. Gen. Dwight D. Eisenhower, the American commander of Western forces marching on Berlin, gave up the race against Soviet troops advancing on the city from the other direction.</p>
<p>Churchill had begged Roosevelt to make Eisenhower capture Berlin, pleading in vain that a Soviet victory would give Stalin too much influence in postwar Europe. Churchill liked to say that if his advice on Germany had been taken in the 1930s, there might have been no need for World War II. Out of power for six years after his election defeat, he kept urging a settlement with the Soviets while the United States still had a monopoly on the atomic bomb.</p>
<p>His famous &#8220;Iron Curtain&#8221; speech in 1946 warned against Soviet expansionism and urged the special relationship between Britain and America.</p>
<p>Though the Soviets accused him of warmongering and there was much controversy over the speech, his views on the Soviets were much like those of America&#8217;s leaders. President Harry S. Truman — who had invited him to speak — sat on the platform, applauded and wrote his mother that he wouldn&#8217;t endorse the speech but it might do some good.</p>
<p>&#8220;&#8230;(T)here was perhaps little room to quarrel with Churchill&#8217;s blunt review of unpleasant facts,&#8221; biographer Barbara Leaming writes in &#8220;Churchill Defiant.&#8221; It&#8217;s a sympathetic and highly readable account of his last decade as an active politician.</p>
<p>Leaming takes the reader on an intimate cruise of British politics: the intrigues of cabinet government and the importance of the royal prerogative, as exercised by King George VI and Queen Elizabeth II.</p>
<p>Though the royals are supposed to keep out of politics, Churchill gave great importance to consultations with them. The book also explores the ins and outs of the special relationship with Washington, including the disquiet among British leaders over suggestions that Eisenhower might use nuclear weapons against China in the Korean War.</p>
<p>His aim throughout: Keep Britain part of the Big Three, on equal footing with the United States and the Soviet Union. But neither Truman nor Eisenhower, his successor, accepted that. Britain, weakened by two world wars, was leaning on American aid and losing its empire; India was already an independent republic.</p>
<p>Churchill fought two more elections, winning reinstatement as prime minister after the second. In his mid-1950s, he found leaders of his Conservative Party, including his designated successor, Foreign Minister Anthony Eden, intriguing against him while outwardly supportive.</p>
<p>Churchill was in bad shape physically, suffering from one stroke and fearing another, increasingly deaf, nodding off at meetings. But he repeatedly refused to resign.</p>
<p>The final blow came from Eisenhower. Churchill told a political friend that he would have refused again if the president had seen a chance for a summit with him.</p>
<p>&#8220;But Ike won&#8217;t have it,&#8221; Churchill declared. &#8220;He&#8217;s afraid — and there it is.&#8221;</p>
<p>In a few weeks, Eisenhower was attending a four-power summit meeting with Prime Minister Eden representing Britain. The Soviets agreed to pull their troops out of Austria and reunite the country. Eisenhower was impressed, but the Cold War went on for another 35 years.</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 16 novembre 2010</p>
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		<title>Russia, dove si riscrive il Novecento: la storia sotto scacco</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 15:23:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[XX secolo]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gendarmi della Memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.regione.piemonte.it/notizie/piemonteinforma/archivio/diario/2006/gennaio/im/cremlino_b.jpg" alt="" width="90" height="90" />Nel 2009 due eventi, passati da noi quasi inosservati, senza richiamare quella attenzione che merita ciò che caratterizza la realtà politica e culturale europea, hanno riguardato la storia e la memoria del dramma centrale dello scorso secolo, la Seconda guerra&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.regione.piemonte.it/notizie/piemonteinforma/archivio/diario/2006/gennaio/im/cremlino_b.jpg" alt="" width="90" height="90" />Nel 2009 due eventi, passati da noi quasi inosservati, senza richiamare quella attenzione che merita ciò che caratterizza la realtà politica e culturale europea, hanno riguardato la storia e la memoria del dramma centrale dello scorso secolo, la Seconda guerra mondiale e i due sistemi totalitari che, con la corresponsabilità dell’Europa, a essa hanno portato: il nazionalsocialismo e il comunismo. Il primo evento è un decreto emesso il 15 maggio scorso dal presidente della Federazione russa Dmitrij Medvedev per istituire una «Commissione presidenziale contro i tentativi di falsificare la storia che ledano gli interessi della Russia». Quale sia il significato di questo decreto è una questione che, evidente per i diretti interessati, gli storici russi, richiede, come vedremo, una particolare analisi per chi ignora il mondo politico e culturale russo postsovietico. Si può però già osservare, da una parte, la stranezza della precisazione «ledano gli interessi della Russia», quasi non fossero condannabili i «tentativi di falsificare la storia» che non ledano tali interessi, anzi li favoriscano. D’altra parte, l’istituzione di un’apposita commissione statale per combattere tali tentativi non può non richiamare alla memoria le iniziative censorie messe in atto nell’Urss contro i «falsificatori della storia», cioè della sua versione marxista-leninista, quasi ora in luogo dell’incriminazione di «antisovietismo» si affermasse quella di «antirussismo».</p>
<p>.</p>
<p>Vittorio Strada su &#8220;Avvenire&#8221; del 12 settembre 2010 <img src="http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Images/Site/logoAvvenire.gif" alt="LogoAvvenire" width="67" height="43" /></p>
<p>.</p>
<p>Il secondo evento non ha avuto come sede Mosca e il Cremlino, ma Vilnius e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa: il 3 luglio 2009 la sua assemblea ha approvato a larga maggioranza una risoluzione dal titolo «L’Europa divisa riunita: promuovere i diritti umani e le libertà nel XXI secolo», il cui testo proclama il 23 agosto, giorno in cui settant’anni fa fu firmato il patto Ribbentrop-Molotov, «giornata europea della memoria delle vittime dello stalinismo e del nazismo» onde «preservare il ricordo delle vittime delle deportazioni di massa e degli stermini». Inoltre l’Assemblea ha esortato gli Stati partecipanti a «proseguire le ricerche sull’eredità totalitaria» per accrescere «la coscienza pubblica riguardo ai crimini commessi dai regimi totalitari». È inutile dire che la delegazione russa tentò invano di bloccare questa risoluzione, lasciando infine l’aula in segno di protesta, un atteggiamento che poi continuò da parte di esponenti del governo russo, indignati che stalinismo e nazismo fossero messi sullo stesso piano come criminosi regimi totalitari, le cui vittime erano ugualmente meritevoli di commemorazione: ciò era considerato un «pubblico insulto ai russi», quasi si fosse dimenticato che questi avevano dato un decisivo contributo di sangue nella guerra contro il nazismo. Si trattava, come disse il portavoce del Ministero degli Esteri russo, di un «tentativo di deformare la storia a fini politici», insomma di una vera e propria «falsificazione».</p>
<p>Se si precisa che la Commissione istituita dal presidente Medvedev aveva come suo primo obiettivo, oltre a una più ampia visione dell’intera storia sovietica, i «tentativi di falsificare» proprio la storia della Seconda guerra mondiale ovvero della Grande guerra patriottica, come questa fu chiamata nell’Urss ed è tuttora chiamata nella Federazione russa, si può capire che è proprio questo periodo della storia del XX secolo, che va dalla fine degli anni Trenta a tutta la prima metà degli anni Quaranta fino alla successiva Guerra fredda, a costituire un <em>punctum dolens</em> per l’attuale gruppo dirigente russo, impegnato a elaborare e imporre una sua interpretazione di questa storia in quanto momento centrale e culminante di tutta la storia sia russa che sovietica. Il fatto è che la storia della Seconda guerra mondiale, che per gli storici in generale è, come la storia di tanti altri periodi, non priva di problemi, ma sostanzialmente chiara, nella Russia di oggi è un problema inquietantemente aperto in quanto aperta è l’interpretazione di tutto il passato sovietico e, in particolare, dello «stalinismo», termine ambiguo, perché con esso non si intende la quintessenza dell’esperimento comunista, basato sul pensiero-azione di Lenin e ispirato dalle idee di Marx, ma una sorta di fenomeno a sé, degenerativo e nello stesso tempo essenziale, rispetto al periodo sovietico, quasi allo «stalinismo» e personalmente a Stalin si volessero addossare tutte le colpe e i crimini del comunismo, salvaguardandone però i risultati, cioè il trionfo nella guerra antinazista, l’ampliamento nell’«impero» sovietico e la trasformazione dell’Urss in superpotenza nucleare.</p>
<p>Di qui la rinascita del mito di Stalin in tanta parte dell’opinione pubblica russa d’oggi. Di qui anche la questione scottante dell’insegnamento della storia del periodo sovietico nelle scuole russe e il dibattito in corso sui manuali di tale insegnamento, manuali che tendono a diventare un manuale unico, dettato dall’alto nello spirito della Commissione istituita da Medvedev contro i «falsificatori», dopo gli anni di pluralismo e liberalismo postsovietico oramai al tramonto. La campagna iniziata in Russia contro le «falsificazioni della storia», «lesive» degli interessi dello Stato russo, riguarda, come s’è detto, in primo luogo la Seconda guerra mondiale. Parallelamente alla istituzione della Commissione presidenziale da parte di Medvedev il ministro della Protezione civile Sergej Shoigù aveva avanzato l’idea di promulgare una legge per perseguire penalmente chi si rendesse colpevole della «negazione della vittoria dell’Unione Sovietica nella Grande guerra patriottica», incriminazione che suona davvero strana perché neppure il più accanito «antisovietico» o «antirusso» oserebbe negare un fatto così evidente e conclamato. Vuol dire che come «negazione» si intende una interpretazione di tale vittoria diversa dalla versione ufficiale che il gruppo dirigente russo oggi intende dare a un avvenimento che per il popolo russo costituisce l’unico indiscusso e indiscutibile motivo d’orgoglio di tutta la storia sovietica, ragion per cui l’anniversario di tale vittoria (il 9 maggio) è celebrato con la massima solennità, a differenza dell’anniversario della «Rivoluzione d’ottobre» che non è più neppure una festività.</p>
<p>Vediamo allora quali sono i momenti cruciali della Seconda guerra mondiale, la cui interpretazione storica difforme dalla versione ufficiale viene considerata una «falsificazione» da punire, anzi addirittura l’equivalente della «negazione» della vittoria sul nazismo. Il primo punto riguarda il patto Ribbentrop-Molotov e la spartizione tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica delle sfere di influenza dell’Europa orientale, secondo quanto stabilito nel protocollo segreto del patto, il quale di fatto favorì l’inizio della Seconda guerra mondiale, lasciando a Hitler le mani libere per l’attuazione dei suoi piani espansionistici. Connessa a questo punto è l’occupazione da parte dell’Armata Rossa dell’Ucraina e della Bielorussia occidentali, in base al patto, e l’aggressione contro la Polonia, aggiungendo poi (1940) l’annessione all’Urss dei Paesi baltici, per non dimenticare infine un eccidio come la fucilazione di ventiduemila cittadini polacchi a Katyn. La contro-versione è che il patto Hitler-Stalin fu la risposta agli accordi di Monaco del 1938, ossia una misura necessaria per la sicurezza dell’Urss, anche se è evidente la sproporzione tra questi due eventi: Monaco fu un riprovevole cedimento delle democrazie occidentali con l’illusione di «placare» l’aggressione nazista (la cessione alla Germania dei Sudeti doveva essere la garanzia del nuovo confine della Cecoslovacchia e non la premessa della sua distruzione, il che è una notevole differenza rispetto alla spartizione di territori e alla collaborazione economica e militare tra la Germania e l’Unione Sovietica). Un’altra contro-versione ufficiale è che l’Armata Rossa non «occupò» nuovi territori, ma «liberò» l’Ucraina e la Bielorussia occidentali per difendere i fratelli slavi dall’invasione germanica, come poi «liberò» i Paesi baltici e, dopo la fine della guerra, non li «annesse», ma li «riunì» con il loro consenso all’Urss.</p>
<p>Quanto poi all’eccidio di Katyn, si sarebbe trattato di un crimine commesso dai tedeschi (in realtà è appurato che questa versione è falsa e che gli autori dell’eccidio furono i sovietici, come è stato finalmente riconosciuto in maniera ufficiale da Vladimir Putin il 7 aprile 2010).<br />
Un problema a parte, molto complesso e dibattuto, riguarda l’intenzione di Stalin di sferrare il primo colpo contro Hitler in una guerra «rivoluzionaria» che avrebbe dovuto estendere l’area del socialismo all’Europa occidentale (sui progetti staliniani di espansionismo bellico-rivoluzionario si hanno chiare testimonianze nel Diario del segretario generale del Komintern Georgi Dimitrov, e curiosa è la dichiarazione fatta da Stalin a Thorez che, se non ci fosse stato lo sbarco degli alleati occidentali in Normandia, l’Armata Rossa avrebbe «liberato» anche Parigi). A questo proposito la discussione che si è svolta, e si svolge, promossa dal libro di Viktor Suvorov &#8220;Il rompighiaccio&#8221;, dove si sostiene la tesi della guerra preventiva vagheggiata e programmata contro Hitler da Stalin, prevenuto però dal dittatore nazista, è così vasta, e tutt’altro che univocamente conclusa, da impedire qui un suo approfondimento. Si aggiunga il problema del numero delle perdite subite dall’Armata Rossa, un numero che è quasi dieci volte superiore a quello delle perdite avversarie (tedesche), con il conseguente problema, oltre a quello della particolare violenza dell’aggressione subita, del tipo di conduzione della guerra da parte del Comando sovietico e dello stesso Stalin, fatto senza economia di vite umane, come nessuna «economia» di vite era stata fatta in precedenza nella collettivizzazione forzata delle campagne sovietiche e nella repressione dei «nemici del popolo», secondo una spietatezza propria del regime totalitario.</p>
<p>Non meno importante è il problema della situazione postbellica, con l’inclusione diretta o indiretta nella sfera sovietica di vastissimi territori, considerati «liberati» dal giogo fascista e beneficiati dal regime «socialista» secondo i sovietici e, al contrario, «occupati» con una nuova oppressione e sottomessi a un nuovo regime totalitario, secondo i democratici di tali territori e alfine secondo la maggioranza delle loro popolazioni nel periodo terminale del dominio comunista. Come si vede già da questo elenco, che potrebbe allungarsi, i punti dolenti, e controversi, della Grande guerra patriottica sono numerosi e scottanti e l’accusa di «falsificazione» non è il mezzo per trattarli e dirimerli. Gli «interessi della Russia» non dovrebbero essere considerati «lesi» da una libera ricerca storica, orientata in varie direzioni, che può trovare la sua unica verifica di verità nell’onestà intellettuale e professionale degli storici e nel libero confronto delle loro ricerche.</p>
<p>L’altro tema o problema, sollevato dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, cioè la comparazione strutturale e il rapporto storico tra i due totalitarismi, comunismo e nazionalsocialismo, è anch’esso legato all’insieme di questioni che sopra si sono delineate per la Seconda guerra mondiale, ed è di una tale complessità da richiedere una trattazione analitica e quindi da esulare dalla possibilità di un suo approfondimento in questa sede. Del resto, la stessa comparazione tra i due totalitarismi, che in un non ancora remoto passato (e spesso anche nel presente, come dimostrano le reazioni ufficiali alla risoluzione dell’Osce) poteva ad alcuni parere «sacrilega» alla luce di un antifascismo ideologizzato e univoco, fortunatamente è, per la ricerca storica e teorica libera, diventata normale, anzi necessaria e feconda, come è dimostrato da numerosi lavori al proposito. Naturalmente, si tratta di una comparazione che mette in luce ciò che c’è di comune e ciò che c’è di diverso tra i due maggiori totalitarismi, nazista e comunista (non «staliniano» soltanto, dato che lo «stalinismo» è stato solo la fase centrale del comunismo come realtà storica), a parte poi la questione se il fascismo italiano sia stato un totalitarismo compiuto, come gli altri due, o non piuttosto un totalitarismo imperfetto e mancato, nonostante le sue esplicite aspirazioni, per la presenza di due istituzioni «limitative» come la monarchia e la Chiesa. Il paradosso tragico della storia europea dello scorso secolo è che ci si è trovati a dover scegliere tra due epidemie per poi alla fine, debellata l’una, mettersi a combattere anche l’altra.</p>
<p>Stando così le cose, a prescindere da «falsificazioni lesive» o no per il potere sovietico ieri e russo oggi, la letteratura di lingua russa sulla Seconda guerra mondiale ovvero sulla Grande guerra patriottica è di particolare interesse e in essa spicca indubbiamente un libro come &#8220;Vita e destino&#8221; di Vasilij Grossman, ad esempio, che, scritto in condizioni estreme di controllo ideologico e censorio totale, riesce ad abbracciare la problematica sopra delineata. A questo romanzo eccezionale, che ha avuto la debita fortuna tra i lettori occidentali, si possono aggiungere, come veridiche visioni della guerra nella sua asprezza e crudezza, &#8220;I dannati e i morti&#8221; di Viktor Astaf’ev, purtroppo ignoto in Italia, e, come espressione della realtà bellica quotidiana, vissuta e vista dal «basso», dalla truppa combattente, &#8220;Nelle trincee di Stalingrado&#8221; di Viktor Nekrasov, futuro «dissidente » (che vinse nel 1947 un Premio Stalin).</p>
<p>______________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 16 settembre 2010</p>
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		<title>&#8220;Che&#8221; disastro! (da &#8220;Storia in Rete&#8221; n° 17 &#8211; marzo 2007)</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 22:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/3/3/Anonymous-Che-Guevara--Red--331461.jpg" alt="" width="90" height="90" />A ottobre saranno giusto quarant’anni che “Che” Guevara se n’è andato, complice una sventagliata di mitra di un soldato boliviano. Ma prima che l’ondata delle celebrazioni travolga tutto e tutti, sarà bene dare un’occhiata seria, e con la lente di&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/3/3/Anonymous-Che-Guevara--Red--331461.jpg" alt="" width="90" height="90" />A ottobre saranno giusto quarant’anni che “Che” Guevara se n’è andato, complice una sventagliata di mitra di un soldato boliviano. Ma prima che l’ondata delle celebrazioni travolga tutto e tutti, sarà bene dare un’occhiata seria, e con la lente di ingrandimento, ad una figura storica scivolata troppo presto, e troppo facilmente, nel Mito. Perché da un esame attento icona del Novecento esce con le ossa rotte e con qualche mistero in meno. E almeno uno in più…</p>
<p>.</p>
<p>di Luca Di Bella da Storia in Rete n° 17 <a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-17-marzo-2007/"><img title="cover-17" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/cover-17.jpg" alt="" width="145" height="200" /></a></p>
<p>.</p>
<p>La cosa più romantica di Ernesto “Che” Guevara è che non è ha fatta una giusta in tutta la sua vita. Insomma, una specie di tragico Paperino affascinato però dalla rivoluzione, dalla guerra, dal sangue. Sempre più spesso ospite dei cortei pacifisti e democratici, l’effige del “Che” dovrebbe stare più a suo agio in altri contesti. Ma lui non può più protestare e chi lo ha fatto suo non ne conosce bene la storia. E poiché è prevedibile che nei prossimi mesi la melassa apologetica tornerà a scorrere copiosa, «Storia In Rete» ha deciso di provare a nuotare contro corrente e d’anticipo, ricordando alcuni “dettagli” di un personaggio che, storicamente, ha ben poco a che vedere col suo mito e che, invece, condivide con i tanti che ne hanno fatto un simbolo una certa dose di ingenuità. Solo che quella di “Che” Guevara era un’ingenuità non innocente, che ha causato morte e disastri. Di cui saran ricche le prossime pagine.</p>
<p>La prima cosa che lascerebbe probabilmente di stucco molti dei giovani ed ex giovani tuttora affascinati dalla figura di Ernesto Guevara è che il suo comunismo aveva due pilastri al giorno d’oggi decisamente imbarazzanti alla luce delle più aggiornate indagini storiche: il cinese Mao e il sovietico Stalin. «Chi non ha letto i 14 volumi degli scritti di Stalin – diceva ad esempio il “Che” – non può assolutamente considerarsi comunista». Inutile dire che, oltre a questo, non amava assolutamente la pace. Anzi, teorizzò – e praticò &#8211; a più riprese lo scontro e la guerra globale. Pochi mesi prima di morire, mentre era già infognato in una campagna di guerriglia che l’avrebbe portato al fallimento e alla morte, non ancora arresosi all’evidenza dei fatti, scriveva nel suo diario (aprile 1967): «Bisogna portare la guerra dove il nemico la conduce: a casa sua, nei suoi luoghi di divertimento; bisogna farla totalmente». E tra poco vedremo come il “Che” tentò, maldestramente, di far seguire i fatti ai suoi teoremi. Ma la prima prova di una visione sanguinaria e totalitaria della via rivoluzionaria, Guevara la diede nei primi mesi del 1959 in quello che era il suo nuovo Paese (lui era nato in Argentina il 14 giugno 1928): Cuba. Col successo della rivoluzione castrista del primo gennaio 1959, il leader maximo cubano, il giovane avvocato Fidel Castro, si trovò a dover affidare ai suoi pochi e fidati luogotenenti i posti di maggior responsabilità. I fedelissimi di Castro – uomo molto attento all’adulazione e, di contro, sospettosissimo e poco incline alle critiche – si contavano sulle dita di una mano: il fratello Raul, il “Che”, Camillo Cienfuegos, Huber Matos. Al “Che” tocca un ruolo di punta nell’epurazione verso le persone compromesse col passato regime del dittatore Fulgencio Batista (un ex sergente restato al potere per molti anni prima che Castro lo rovesciasse). Diventa il responsabile del dipartimento militare de la Cabaña, antica fortezza coloniale a La Avana, trasformata in carcere e mattatoio. Una forzatura? Mica tanto se, in luogo del soprannome “Che”, gli affibbiarono in quei mesi la definizione di “carnicerito” (cioè “Piccolo macellaio”). In quei mesi, Guevara esegue le direttive dei fratelli Castro con scrupolo e un certo compiacimento se è vero quanto ha ricordato un suo sodale dell’epoca: Dariel Alarcón Ramírez, detto “Benigno”. E’ “Benigno”, che seguirà Guevara anche nelle avventure del Congo e della Bolivia, che guida gran parte delle esecuzioni di ex poliziotti e burocrati di Batista (esecuzioni ritenute necessarie per evitare qualunque rigurgito controrivoluzionario). Mentre Ramírez fucila, il “Che” controlla il lavoro: molti lo ricordano freddo, distaccato, col sigaro in bocca, mentre da un terrapieno guarda dall’alto le persone morire. Quanti siano stati i morti non si saprà mai: forse non gli oltre 20 mila che si è detto ma neanche si può dar retta al Fidel Castro che nei primi comizi da dittatore infiammava le folle con un slogan macabro e bugiardo: «Basta sangue!».</p>
<p>L’ex ragazzino malaticcio di Rosario (l’asma lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni) mostra una tempra rivoluzionaria da Robespierre latino-americano unita ad una disciplina assoluta ed una dedizione al Leader Maxímo, se possibile, ancora più integrale. Dietro le centinaia di esecuzioni (in circa quattro-cinque mesi) che cadono sotto la responsabilità diretta di Guevara c’era sempre la solita trafila: un processo farsa (i giudici spesso erano gli stessi guerriglieri scesi con Castro dalle montagne) nonostante la presenza di giornalisti, che poteva durare al massimo qualche ora. Ma spesso la condanna arrivava dopo pochi minuti; poi l’invio degli ordini delle esecuzioni nelle varie prigioni verso sera; il mattino dopo il cerchio si chiudeva con una salva di moschetti. E’ sempre “Benigno” a ricordare come Guevara attendesse con ansia, ogni pomeriggio verso le sei, l’arrivo delle sentenze capitali che dovevano essere eseguite il giorno dopo. E se, per qualche ragione, il plico con le carte tardava, il “Comandante” non riusciva a tradire una certa impazienza. Altre volte la repressione era gestita direttamente da lui, con punte di perfidia inaspettate per chi è abituato a vedere – e immaginare – il rivoluzionario puro e disinteressato immortalato dal fotografo Alberto Días Gutierrez Korda e diffuso ai quattro angoli del globo grazie all’italiano Giangiacomo Feltrinelli. Una delle vittime di Guevara, Fausto Menocal, ha potuto raccontare la sua odissea a la Cabaña. Menocal si è salvato perché membro della famiglia di un ex presidente cubano ma questo non gli ha risparmiato – come presumibilmente altri – le attenzioni di “carnicerito” Guevara: «Ho dovuto restare circa 40 ore, giorno e notte, senza mangiare, senza bere, davanti a lui, nel suo ufficio – ha raccontato Menocal – C’era un lungo corridoio dove degli uomini armati andavano e venivano per fargli firmare ordini e ricevere istruzioni. Mi prendevano in giro quando mi vedevano. Era lo stesso Guevara ad interrogarmi. Una sera, dopo essere stato rinchiuso in una cella, venne a trovarmi per dirmi: “Ascoltate, Menocal, noi vi fucileremo questa notte”. Sono stato condotto davanti al plotone d’esecuzione. Mi hanno legato ad un palo, mi hanno bendato gli occhi, poi c’è stata una scarica di fucili». Ma il plotone aveva sparato in aria. Prima che Menocal realizzasse cosa era accaduto un violento colpo alla testa dato col calcio di un fucile lo fece svenire. Liberato prenderà subito la strada dell’esilio. Anni dopo, durante una delle sue sortite all’estero, difendendo l’operato della rivoluzione, Guevara dirà senza mezzi termini: «Abbiamo fucilato, fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è una lotta senza quartiere».</p>
<p>Dopo la caccia agli uomini di Batista iniziò il regolamento di conti all’interno del movimento castrista. Regolamento di conti che oppose Castro e alcuni fedelissimi a quanti, ingenuamente, avevano protestato perché la Rivoluzione si era discostata rapidamente dai suoi obbiettivi originari. Tra i critici non c’è Guevara ma c’è Huber Matos che si dimette polemicamente con una lettera a Castro, lettera che sarà la sua rovina. Castro ordina ad un riluttante Cienfuegos di andare ad arrestare Matos. Cienfuegos tenta invano di portare il Leader Maxímo a più miti consigli. Ma quelle sue insistenze forse segnano un’altra rottura. Pochi giorni dopo viene annunciata la morte di Cienfuegos in un incidente aereo di cui non verranno però mai mostrate tracce. Intanto Matos viene processato e condannato a vent’anni di prigione. E Guevara? Con Raúl Castro è il luogotenente che resta più vicino, nonostante tutto, a Fidel. E così mentre i suoi pari grado dei tempi della guerriglia vengono processati o muoiono in incidenti dubbi, lui viene destinato a nuovi incarichi. Che lo porteranno a collezionare altri disastri.</p>
<p>Un giornale francese &#8211; «Historia» &#8211; a proposito del periodo trascorso da “Che” Guevara alla guida di importanti settori dell’economia cubana ha titolato così: «Come rovinare il paese in tre lezioni». O tre tappe: che nella breve e non esaltante carriera di Guevara corrispondono alla sua permanenza ai vertici del settore Industria nell’ambito dell’Istituto nazionale per la riforma agraria (ottobre 1959), alla sua nomina alla presidenza della Banca Centrale di Cuba (dicembre 1959) e poi l’incarico di ministro dell’Industria (gennaio 1961). L’avventura di Guevara ai vertici della traballante economia cubana durerà fino alla primavera 1964 quando rappresenterà Cuba alla prima conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCDE). Pochi mesi più tardi Castro lo destinerà ad altri incarichi, cioè lo rimanderà a fare il guerrigliero. Non forse non a caso. Infatti i cinque anni del “Che” economista non hanno fatto registrare risultati esaltanti. Anzi. Anche perché ogni scelta del giovane rivoluzionario (Guevara nel 1959 ha 31 anni) è influenzata dall’ideologia, riveduta e corretta. Infatti, dopo aver promesso la fine del latifondo incoraggiando quindi la speranza dei poverissimi contadini cubani di aver un po’ di terra per sé, la rivoluzione castrista – auspice Guevara – fece un mezzo giro a vantaggio dello Stato e a scapito dei contadini. Infatti le terre confiscate vennero per lo più nazionalizzate nonostante una legge – redatta dal braccio destro di Guevara, Antonio Núñez Jiménez &#8211; avesse dato il la alla speranza stabilendo che ogni appezzamento privato non poteva superare i 40 ettari. Da qualunque lato la si voglia vedere, la scelta di Guevara era comunque troppo ambiziosa: infatti poiché i quadri amministrativi erano stati decimati dalla repressione ogni decisione faticava a trovare chi la potesse mettere in atto. Questo valeva sia per l’agricoltura che per l’industria, campo quest’ultimo dove Guevara spinse Cuba verso piani ai confini con la megalomania. Con i suoi collaboratori elaborò una teoria infinita di progetti per dotare Cuba – la cui risorsa principale era la canna da zucchero – di una industria propria: si progettarono cantieri navali, officine meccaniche, impianti siderurgici, fabbriche chimiche per scoprire poi regolarmente che era complicato arruolare tecnici specializzati anche nell’amico est Europa controllato dall’Urss e al tempo stesso non veder correre comunque il deficit commerciale. Deficit che per le casse cubane del 1961 ammontava a 12,3 milioni di pesos, passati a 237 milioni nel 1962 e a 322,2</p>
<p>milioni nel 1963. Con l’economia in coma la scelta di Guevara di favorire il finanziamento pubblico delle riforme agricole e industriali non favorì i conti. Ma per capire che bisognava fermarsi e cambiare rotta si dovette attendere il 1964, anno in cui si abbandonarono almeno le velleità industrialistiche e si optò per una politica agraria che facesse perno sullo sfruttamento della canna da zucchero, contando anche sull’appoggio dei “paesi amici” (del genere di quelli che con una mano ti danno un po’ di grano e con l’altra ti piantano in casa un po’ di missili puntati contro un potente vicino…). Insomma, quasi cinque anni per tornare al punto di partenza, ma con molti debiti in più. Che questa scelta coincida, mese più mese meno, con la decisione di Castro di indirizzare altrove le energie e le velleità di Guevara, non deve stupire.</p>
<p>Non essendoci più cubani da fucilare o da rovinare economicamente, il nuovo obbiettivo per il Comandante Guevara fu quello di tornare a far quello che, si supponeva, sapesse far meglio: il guerrigliero. La situazione del resto, da un certo punto di vista, era propizia. Gli americani andavano stuzzicati ovunque fosse possibile: Guevara aveva già fatto la sua parte attaccandoli nel 1964 e dichiarando – sorvolando al tempo stesso sui propri sbagli &#8211; che gli USA avevano applicato un blocco economico contro Cuba che strozzava la giovane economia rivoluzionaria dell’isola. Ma un vero rivoluzionario vive all’attacco, mai in difesa: ed eccobox Guevara – che Castro, molto più intelligente di lui, vede per quello che è: un oltranzista implacabile e non l’idealista libertario che si è imposto nell’immaginario dopo la sua morte – che viene spedito in Congo. Perché in Congo, in Africa? Sia perché, come dirà lo stesso Guevara con una punta di lucida follia, bisogna «scatenare due, tre, tanti Vietnam». Sia perché, gli Stati Uniti vanno combattuti anche attraverso i governi che li appoggiano nel Terzo Mondo. In Congo, ad esempio, nel gennaio 1961 il leader progressista Patrice Lumumba è stato assassinato. La sua morte ha dato il via ad una guerriglia comunista che il nuovo presidente, Mosé Tshombé, cerca di stroncare con l’aiuto degli USA. Parlando all’Onu, nel dicembre 1964, Guevara – che tra le tante cose che non era, non era neanche un diplomatico – aveva dichiarato senza tante perifrasi che «tutti gli uomini liberi del mondo devono prepararsi a vendicare il crimine del Congo». Detto fatto: pochi mesi più tardi Guevara sbarca in Congo con un gruppo di guerriglieri cubani che, nelle settimane successive, arriveranno a 300 unità. Dovrebbero essere la punta di diamante, i professionisti della guerra in grado di guidare alla vittoria gli insorti congolesi ma finiscono per infognarsi in una serie di contrattempi e disfunzioni che trasformeranno l’avventura in una tragica pochade. Sembra incredibile ma Guevara non ha idea di dove sia finito. Facendo un errore che gli sarà fatale nel 1967, il rivoluzionario argentino scopre solo una volta arrivato in Congo che le sue idee e quelle degli uomini che vorrebbe aiutare a liberarsi non collimano. A cominciare dalla tecnica della guerriglia: per i congolesi rifugiarsi in una trincea può portar male, i proiettili del nemico possono essere evitati facilmente grazie ad una pozione magica o magari pregando qualche divinità animista. Ma soprattutto la disciplina è una variabile secondaria. Aggiungiamo la pratica della poligamia, che era difficile spiegarsi in spagnolo a chi parlava solo lo swahili, che le varie anime della guerriglia si scontravano di continuo sulla base non di dispute ideologiche ma per rivalità etniche e, ultimo ma non ultimo, che gli uomini che avevano seguito il “Che” da Cuba erano decimati dalla sifilide e il quadro è fatto. Guevara non riesce ad imporre neanche delle scelte militari di un qualche senso: le sue indicazioni sono disattese, rifiutate o vanificate da atti di indisciplina che, come nel caso di alcune imboscate, finiscono per far più danni agli attaccanti che alle truppe governative. Arrivati in aprile (1965), Guevara e i suoi tolgono le tende nel novembre successivo. Lumumba sarebbe stato vendicato da qualcun altro. O in un altro posto. Ad esempio la Bolivia.</p>
<p>Con uno stile di pensiero difficile da capire oggi ma molto diffuso all’epoca negli ambienti intellettuali e rivoluzionari (a parole e no), pensare in grande più che una necessità era una vera e propria vocazione. E così, Guevara – spinto e ispirato da Castro – arrivò a teorizzare addirittura la sollevazione dell’intera America del Sud. La scintilla sarebbe scoccata in Bolivia, un paese poverissimo di circa 6 milioni d’abitanti controllati da un governo eletto democraticamente e guidato dal generale Barrientos, legato a filo doppio a Washington. La Bolivia confina con Perù, Cile, Paraguay, Brasile e Argentina, paesi dove la situazione era agitata in quegli anni e dove erano attivi movimenti rivoluzionari. Insomma, facendo esplodere la rivoluzione in Bolivia si poteva sperare di esportarla rapidamente in altri Paesi innescando una reazione a catena che avrebbe potuto minare il secolare controllo statunitense su tutto il sub continente. Fin qui la teoria. La pratica fu, anche in questo caso, molto più complicata e meno lineare. Al confronto di “Che” Guevara i mazziniani dell’Ottocento erano dei raffinati pianificatori: avendo deciso che la guerriglia avrebbe fatto insorgere il mondo contadino, Guevara si avventura nella jungla boliviana con altri 16 cubani e una trentina di boliviani e peruviani. In tutto una banda di cinquanta persone che, stando alle parole del Comandante, ha davanti a sé un lavoro di almeno dieci anni prima di terminare la fase insurrezionale. La Jungla ci mette del suo, insieme ad insetti e malattie, a rendere tutto complicato anche se per prevederlo non ci voleva una laurea in scienze naturali. Sarebbe poi bastato leggere i giornali per sapere che una recente riforma agraria aveva migliorato un po’ le condizione dei contadini boliviani, meno disposti del previsto quindi a “infiammarsi” per la rivoluzione mondiale e, in nome di essa, magari aiutare e foraggiare i guerriglieri. A rendere ancora più fantozziana la situazione concorrs poi un fatto non secondario: la regione scelta dal “Che” per infiammare il continente era tra le meno abitate dell’intera Bolivia che, va ricordato, non è che abbia già di suo una densità di popolazione stile Hong Kong… La cosa però forse più clamorosa è che, ben prima dei rangers boliviani che gli faranno la pelle, il “Che” si ritrova contro il Partito comunista boliviano. Inizialmente favorevole all’impresa pensata a Cuba, il leader comunista Mario Monje fa un clamoroso voltafaccia subito dopo il suo primo e unico incontro con Guevara! Che si ritrova così a voler fare la rivoluzione per conto di contadini che se ne fregano, in una zona dove si fa già fatica ad incontrare capre figuriamoci uomini, con una armata Brancaleone di malaticci, senza cibo e medicine, con l’esercito boliviano alle calcagna e senza neanche l’appoggio dei comunisti locali. Stante la situazione è già un miracolo che l’avventura boliviana del “Che” sia durata complessivamente 11 mesi invece che 11 giorni.</p>
<p>Tra le molte cose che Guevara non aveva considerato o, comunque, che aveva sottovalutato c’era anche la questione degli appoggi internazionali. In altri termini, come s’era già visto in Congo, l’Urss non aveva grande interesse ad avventure del genere. La Guerra Fredda si combatteva in altro modo e con altri scopi. E, per la verità anche la guerriglia, tecnica di guerra teorizzata da Che Guevara in un libretto di gran successo anche perché nessuno, nell’Europa studentesca del ’68, ha mai provato a metterlo in pratica, si sarebbe dovuta combattere in altro modo. Se non altro perché l’esercito boliviano aveva distaccato alla caccia dei guerriglieri rivoluzionari ben 5.000 uomini e questo quando col “Che” erano rimasti in piedi meno di 30 uomini. La strada che porta al fallimento totale dell’operazione è però lunga perché Guevara e i suoi perlomeno capiscono che l’unica speranza è quella di muoversi di continuo. Fanno a piedi oltre 600 km in pochi mesi, decimati anche da qualche tradimento, boicottati da una radio che non ne ha mai voluto sapere di trasmettere, frustrati dall’impossibilità di emettere dei comunicati, demoralizzati dal dover bere la propria urina per non crepare di sete subito. La ciliegina sulla torta arriva l’8 ottobre 1967: è proprio un contadino a rivelare ai soldati che in zona c’è la banda di Guevara. Si muovono 300 rangers e ormai è questione di ore. Dopo le prime sparatorie la banda si sparpaglia, Guevara è ferito ed è sorretto da un compagno. Ma i boliviani li catturano alla svelta. Li portano a due chilometri di distanza, a La Higuera, dove c’è una scuola che diventa una prigione. Guevara ci resta il pomeriggio-sera dell’8 e la mattina del 9. Poi, a mezzogiorno, entra nella stanza dove è tenuto prigioniero, un soldato. Si chiama Mario Téran, ed ha avuto ordini precisi da Bogotà, frutto di una riunione durata tutta la notte. Téran lo guarda e senza dire nulla spara a sangue freddo nove colpi di mitragliatore. Recentemente un giornale argentino ha scovato le foto che mostrano il “Che” poco prima di essere giustiziato e poi il suo cadavere, non ancora messo in bella mostra su un tavolaccio come mostrano foto famose che han fatto scattare l’irriverente parallelo col Cristo deposto di Mantegna. Prima che il cadavere venga sepolto in un luogo segreto gli vengono mozzate le mani perché la CIA – che non c’entra nulla con la decisione di uccidere Guevara (vedi box) &#8211; sollecita una identificazione certa grazie alle impronte digitali. Non bastando evidentemente le foto – le stesse ritrovate da poco e che mostriamo in queste pagine – scattate dall’agente CIA Felix Rodriguez che aveva seguito tutta l’operazione con i rangers boliviani.</p>
<p>Agli uomini che l’avevano appena arrestato, Guevara aveva detto «Valgo più da vivo che da morto». A Bogotà la pensavano esattamente al contrario – nonostante il rischio di scontrarsi con gli USA – e poco dopo gli mostrarono, nei fatti, che anche la sua ultima convinzione si era rivelata molto lontana dalla realtà.</p>
<p>Luca Di Bella</p>
<p>Box 1:</p>
<p>Il soprannome di &#8220;Che&#8221; venne attribuito a Guevara dai suoi compagni di lotta cubani in Messico prima della rivoluzione castrista, e deriva dal fatto che Guevara, come tutti gli argentini, pronunciava spesso l&#8217;allocuzione &#8220;che&#8221;. La parola deriva dalla lingua <a title="Mapuche" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mapuche">Mapuche</a> e significa &#8220;uomo&#8221;, &#8220;persona&#8221;, e venne ripresa nello spagnolo parlato in Argentina e Uruguay, per richiamare l&#8217;attenzione di un interlocutore, o più in generale, come un&#8217;esclamazione simile a &#8220;hey&#8221;.</p>
<p>BOX 2</p>
<p>«Un essere che, da storico, diventa mitico non può essere giudicato in base a criteri razionali, ma solo ad atti di fede e di speranza. È il caso del Che. La sua figura oggi (…) è «un marchio capitalista» sfruttato da imprenditori d’ogni genere nei cinque continenti, e venerata, citata, ammirata da un gran numero di giovani che non hanno il minimo afflato rivoluzionario e forse non sanno neppure trovare Cuba o la Bolivia sulla carta geografica. Il Che rappresenta un personaggio del quale la storia contemporanea è orfana: l’eroe, il giustiziere solitario, l’idealista, il rivoluzionario generoso e disinteressato che compie imprese superlative e, alla fine, è abbattuto, come i santi, dalle forze del male. Non importa che gli storici seri dimostrino, in opere esaurienti, che il Che in carne e ossa era molto lontano da questo modello di virtù militari ed etiche. Certo, fu coraggioso, ma anche sanguinario, capace di fucilare decine di persone senza il minimo scrupolo e, da un punto di vista militare, i suoi insuccessi e i suoi errori sono stati assai più numerosi dei buoni risultati. È vero: era coerente, austero e frugale, incapace di lasciarsi andare alle pagliacciate e alle doppiezze dei politicanti di professione. Ma è vero, anche, che la violenza e ciò che Freud definisce «la pulsione di morte» ne hanno guidato il comportamento quanto la passione per l’avventura e per la rivoluzione».</p>
<p>Mario Vargas Llosa (da «La Stampa» del 25 febbraio 2007)</p>
<p>Box 3:</p>
<p>Non la lunga mano del Dipartimento di Stato o della Cia, ma più semplicemente quella del presidente boliviano Barrientos si nasconderebbe dietro l&#8217;uccisione, il 9 ottobre 1967, di Ernesto “Che” Guevara nella foresta andina. A queste conclusioni, tanto in contrasto con il mito che da decenni avvolge la figura del “Che” e la sua stessa fine, giungono Vincenzo Vasile, inviato dell’«Unità», e Mario J. Cereghino, (Mario J. Cereghino-Vincenzo Vasile, «Che Guevara top secret», Bompiani, pp. III-151, € 7,50) sulla base di una documentazione apparentemente inoppugnabile quale quella fornita da carte della stessa Cia, declassificate durante la presidenza Clinton. Può risultare credibile la tesi di una Cia più interessata a un “Che” vivo che morto, indebolito dai fallimenti in Congo e nella stessa Bolivia, da utilizzare magari in funzione anticastrista, o quella della fretta di un Barrientos nel togliere definitivamente dalla scena un guerrigliero divenuto scomodo per gli stessi sovietici e che invece gli americani progettavano di trasportare a Panama per lunghi interrogatori prima, magari, di un processo di risonanza mondiale. Resta soltanto da capire &#8211; e non è problema di poco conto, né chiarito dalla pur accurata ricerca di Cereghino eVasile &#8211; come un governo tanto legato agli Usa come quello boliviano avesse potuto prendere autonomamente una decisione di tale portata, scavalcando di fatto un così potente alleato e protettore. E il mistero sulla fine di Guevara e sugli scenari, internazionali o locali che le fecero da contorno, finisce, invece di chiarirsi, per infittirsi. (Guglielmo Salotti)</p>
<p>Box 4</p>
<p>Come per molti altri importanti personaggi storici, anche per Ernesto Che Guevara non c’è stata pace dopo la morte. Mentre diveniva un Mito delle masse studentesche e rivoluzionarie fino ad assurgere, decennio dopo decennio, ad icona di un certo Novecento, Guevara restava per gli storici un enigma. Se nel luogo della sua morte è sorto una specie di piccolo santuario dove alcuni boliviani lo venerano come San Ernesto de La Higuera, sui suoi resti mortali si è aperto un giallo. Fu Fidel Castro, il 15 ottobre 1967 ad annunciare al mondo che il “Che” era morto ed è sempre stato il Leader Maxímo a volere per il suo antico compagno di lotta (anche se ci son parecchi indizi che tra i due, dietro la facciata, negli ultimi anni non corresse buon sangue) un vero e proprio mausoleo a Santa Clara. Mausoleo, come è facile immaginare, visitatissimo ma che conterrebbe una sorpresa. O meglio non conterrebbe quello che dovrebbe contenere. La rivelazione è arrivata a metà febbraio, grazie ad un’inchiesta condotta dal giornale messicano «Letras Libres». Secondo la ricerca dei giornalisti Maite Rico e Bertrand de la Grange, gli specialisti cubani che nel luglio 1997 dissero di aver finalmente rintracciato il luogo dove era stato sepolto Guevara dopo il suo omicidio, presso il villaggio di Villagrande, in Bolivia, hanno mentito per ragioni politiche e di propaganda. Sarebbe stato Fidel Castro a premere perché si annunciasse comunque il ritrovamento per «riaccendere il fervore rivoluzionario a Cuba». Di passaggio va sottolineato che il “ritrovamento” è avvenuto nel trentennale della morte del guerrigliero argentino-cubano. Così come va ricordato che non si è fatto ricorso al classico esame del DNA per identificate senza ombra di dubbio i resti del “Che”. Che forse, hanno osservato Rico e de la Grange, non ci sono più perché il cadavere, dopo l’orgia di fotografie, fu cremato proprio per evitare quello che, trent’anni dopo, Castro ha voluto comunque mettere in scena.</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/05/che.pdf"> VEDI L&#8217;ANTEPRIMA DELL&#8217;ARTICOLO</a></p>
<p>_________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 26 aprile 2010</p>
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		<title>Morto l&#8217;ambasciatore sovietico protagonista della crisi di Cuba</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 20:05:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; morto a Mosca il 6 aprile scorso uno dei più importanti protagonisti della guerra fredda: l&#8217;ex ambasciatore sovietico a Washington Anatoly Dobrynin. Il diplomatico aveva 90 anni ed è stato uno degli attori principali durante la crisi di Cuba.&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />E&#8217; morto a Mosca il 6 aprile scorso uno dei più importanti protagonisti della guerra fredda: l&#8217;ex ambasciatore sovietico a Washington Anatoly Dobrynin. Il diplomatico aveva 90 anni ed è stato uno degli attori principali durante la crisi di Cuba. La notizia è stata data dal quotidiano russo &#8220;Kommersant&#8221;, proprio nel giorno della firma tra Russia e Usa per il nuovo trattato Start, l&#8217;accordo per la riduzione delle armi strategiche offensive.</p>
<p>Dobrynin è stato uno dei più grandi diplomatici sovietici: dietro le quinte contribuì a prevenire la guerra atomica e a ravvicinare l&#8217;America e l&#8217;Unione Societica. Dal &#8217;62 all&#8217;86, fu inviato del Cremlino a Washington: a lui, da Kennedy a Reagan, vennero aperte le porte della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. Parte dei retroscena apparvero nelle sue memorie: &#8220;In confidenza&#8221;, pubblicate nel 1995 in America.</p>
<p>Dobrynin entrò al Ministero degli Esteri nel 1946: ha lavorato sotto i ministri Vyacheslav Molotov, Dmitry Shepilov e Andrei Gromyko. Ma fu la sua mano il 27 ottobre 1962 a firmare l&#8217;accordo con il presidente USA John F. Kennedy per la rinuncia alle installazioni missilistiche a Cuba, in cambio dello smantellamento delle rampe di lancio statunitensi in Turchia e Italia, e della garanzia di non intervento contro Cuba.</p>
<p>In una dichiarazione ufficiale del Cremlino il presidente russo Dmitry Medvedev lo ha definito &#8220;una leggenda&#8221; della diplomazia russa, mentre il primo ministro Vladimir Putin ha chiamato Dobrynin &#8220;un esempio di dedizione al servizio della Patria&#8221;.</p>
<p>______________________________</p>
<p>inserito su www.storiainrete.com il 19 aprile 2010</p>
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		<title>1976: Kissinger non impedì l&#8217;omicidio dell&#8217;ambasciatore cileno?</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 18:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />Dagli archivi statunitensi è emerso un documento che rivelerebbe responsabilità indirette di Henry Kissinger per l&#8217;assassinio a Washington dell&#8217;ex ambasciatore cileno Orlando Letelier, strenuo oppositore di Augusto Pinochet. In un telegramma datato 16 settembre 1976 si legge che l&#8217;allora segretario di&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />Dagli archivi statunitensi è emerso un documento che rivelerebbe responsabilità indirette di Henry Kissinger per l&#8217;assassinio a Washington dell&#8217;ex ambasciatore cileno Orlando Letelier, strenuo oppositore di Augusto Pinochet. In un telegramma datato 16 settembre 1976 si legge che l&#8217;allora segretario di Stato non volle che il dipartimento di Stato inviasse un monito ai governi di Cile, Montevideo e Uruguay affinchè ponessero fine agli omicidi politici. Cinque giorni dopo Letelier saltò in aria in un attentato ordito nell&#8217;ambito della cosiddetta &#8220;Operazione Condor&#8221;. Secondo Kissinger, tuttavia, il NARA avrebbe distorto il contenuto del telegramma, poichè egli intendeva solo fornire al suo ambasciatore a Montevideo un&#8217;altra maniera per continuare a far pressioni sul governo uruguayano poichè lo stesso ambasciatore &#8220;temeva per la propria vita&#8221;.</p>
<p>____________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 19 aprile 2010</p>
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		<title>Giappone, rivelati patti segreti con Usa: il paese si spacca</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 23:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[armi nucleari]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />Stanno per venire alla luce in Giappone gli accordi segreti con gli Stati Uniti  ai tempi della Guerra Fredda che obbligavano Tokyo, tra l&#8217;altro, a contribuire  alle spese delle basi militari Usa e a permettere l&#8217;ingresso nei porti di navi&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />Stanno per venire alla luce in Giappone gli accordi segreti con gli Stati Uniti  ai tempi della Guerra Fredda che obbligavano Tokyo, tra l&#8217;altro, a contribuire  alle spese delle basi militari Usa e a permettere l&#8217;ingresso nei porti di navi  da guerra con testate nucleari. E il Paese si spacca, scrive il quotidiano  americano &#8220;New York Times&#8221;, spiegando che i leader giapponesi, per decenni,  hanno sempre smentito l&#8217;esistenza di questi patti.</p>
<p>.</p>
<p>da libero-news.it del 9 febbraio 2010 <img class="alignnone" src="http://www.libero-news.it/blank.gif" alt="" width="1" height="1" /><img class="alignnone" src="http://www.libero-news.it/blank.gif" alt="" width="1" height="1" /><img class="alignnone" src="http://www.libero-news.it/blank.gif" alt="" width="1" height="1" /></p>
<p>.</p>
<p>La nuova amministrazione del primo ministro democratico Yukio Hatoyama,  vincitore l&#8217;anno scorso delle elezioni contro i liberaldemocratici al governo da  mezzo secolo, ha deciso di portare alla luce quanto custodito negli archivi che,  peraltro, negli Stati Uniti è stato già reso pubblico, quando nell&#8217;anno 2000  sono stati declassificati i documenti relativi a questi accordi segreti. Cosi&#8217;  l&#8217;autunno scorso il ministero degli Esteri guidato da Katsuya Okada ha nominato  una commissione di esperti che presenterà un rapporto entro questo mese sulle  carte relative agli accordi segreti con gli Stati Uniti e celate negli  archivi.</p>
<p>&#8220;Il partito democratico apre un vaso di Pandora che scatenerà il dibattito  pubblico&#8221;, prevede Massaki Gaabe, docente di Relazioni internazionali  all&#8217;università Ryukyu di Okinawa. Secondo alcuni politologi, si legge, in  Giappone si potrebbe arrivare alla richiesta di chiudere le basi militari Usa,  di riscrivere la Costituzione pacifista fino anche a ipotizzare di poter  sviluppare deterrenti nucleari sul suolo nazionale.</p>
<p>___________________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 16 febbraio 2010</p>
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		<title>Ecco la verità sulla morte di Juri Gagarin</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 21:54:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img style="max-width: 100%; float: left; margin-top: 0px; margin-right: 5px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; display: inline; padding: 4px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />Avreste mai pensato che Jurij Alekseevič Gagarin cosmonauta e aviatore sovietico,  il primo uomo a volare nello spazio,  colui che aveva dedicato la sua vita al  volo, potesse morire per un attacco di panico? E’ quello che sostiene una  commissione&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="max-width: 100%; float: left; margin-top: 0px; margin-right: 5px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; display: inline; padding: 4px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/04/notizie-dal-mondo-della-storia1.png" alt="" width="90" height="90" />Avreste mai pensato che Jurij Alekseevič Gagarin cosmonauta e aviatore sovietico,  il primo uomo a volare nello spazio,  colui che aveva dedicato la sua vita al  volo, potesse morire per un attacco di panico? E’ quello che sostiene una  commissione indipendente dal governo russo dopo 9 anni di attente indagini e  valutazioni e che svela il mistero della morte di Gagarin precipitato a  Kiržač in Russia a bordo di un MiG15UTI il 27 marzo del 1968 a  soli 34 anni.</p>
<p>.</p>
<p>di Claudia Migliore per gialli.it <img class="alignnone" src="http://profile.ak.fbcdn.net/profile6/1090/0/q100000082355540_9214.jpg" alt="" width="50" height="50" /></p>
<p>.</p>
<p>E’ il 27 marzo del 1968. Sono passati sette anni dall’impresa che lo ha reso  un eroe. Compiere un’intera orbita ellittica attorno alla Terra. Gagarin sta  volando a bordo di un piccolo caccia MiG-15UTI e improvvisamente si schianta al  suolo nelle vicinanze della città di Kiržač in Russia. Un incidente anomalo,  misterioso. Un’improvvisa picchiata e poi lo schianto. Cosa poteva aver causato  la morte di un esperto aviatore, prima ancora che cosmonauta, in un volo che  avrebbe dovuto essere una passeggiata diviene subito oggetto di mille ipotesi.  Soprattutto dopo le frettolose conclusioni dei militari sovietici che  attribuiscono l’incidente al probabile avvistamento di una sonda atmosferica o  di un manto di nubi. Per loro il caso è chiuso. Il mistero risolto. Ma per molti  altri non è così.</p>
<p>Tutte le ipotesi e le recenti scoperte<br />
Alcool, complotto,  abduzione da parte degli ufo, falsa morte per rinascere a nuova vita, omicidio.  In questi quarant’anni si è sentito di tutto con una ricorrenza drammaticamente  simile alla morte di molti altri personaggi famosi. In questo caso è stato  scomodato persino il leader sovietico Leonid Brezhnev che invidioso del successo  di Jurij Gagarin avrebbe fatto sabotare l’aereo. Le mille ipotesi negli anni  hanno favorito la nascita della leggenda. L’ennesimo mistero nascosto negli  archivi dell’Unione Sovietica. Fino ad oggi.</p>
<p>L’ex colonnello dell’aviazione Igor Kuznetsov, dopo aver preso parte alle  prime indagini e aver lavorato negli ultimi nove anni per risolvere questo  mistero, ha dichiarato al quotidiano britannico «Daily Telegraph» quella che  secondo il gruppo di studio è la possibile causa di quella “picchiata”  improvvisa.</p>
<p>Quel 27 marzo 1968 Gagarin e il suo copilota Vladimir Seryogin stanno  conducendo un volo di routine ad oltre 3000 metri di altezza. Il cosmonauta si  accorge improvvisamente che una presa d’aria nel suo abitacolo è stata lasciata  aperta. La cabina non è adeguatamente pressurizzata e l’aereo è a 3000 metri  d’altezza. Gagarin si spaventa. Si fa prendere dal panico o forse deve aver  pensato all’unica cosa possibile per salvarsi la vita, scendere in picchiata ad  un’altezza più sicura. Scendere, velocemente, ad oltre 145 metri al secondo. Per  non morire. A quei tempi i piloti non sapevano che una discesa così improvvisa e  veloce poteva provocare danni enormi. I due perdono conoscenza e si schiantano  nel vicino bosco di Kiržač.</p>
<p>Il colonnello Kuznetsov assieme ai suoi collaboratori ha usato le più moderne  tecniche investigative e consultato centinaia di documenti per riuscire a  scoprire le circostanze che causarono quel fatale schianto. Kuznetsov aveva  anticipato queste conclusioni già alcuni anni fa. Oggi ne è fermamente convinto  e chiede la riapertura del caso che gli era stata già negata nel 2007  dell’allora presidente russo Vladimir Putin. Chi sa come mai.</p>
<p>Al momento della morte Jurij Gagarin aveva 34 anni, una moglie e due bambine  ed era in procinto di partire per una nuova missione nello spazio. Lo storico  volo del 1961 rimarrà invece il suo unico viaggio in orbita. Forse la sua  famiglia dopo oltre quaranta anni avrà il diritto di sapere come è morto uno dei  più famosi eroi nazionali russi.</p>
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