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	<title>Storia In Rete &#187; Libia</title>
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	<description>Il sito ufficiale di Storia In Rete</description>
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		<title>1989, la verità non detta sulla caduta di Ceaucescu</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 18:29:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.seniorweb.ch/files/old/joomla/images/stories/Themen/Politik/erschossen.jpg" alt="" width="90" height="90" />A scanso di equivoci non scrivo qui per tessere gli elogi di due dittatori con le mani sporche di sangue come Gheddafi o Ceausescu ma è importante analizzare con lucidità i fatti. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.seniorweb.ch/files/old/joomla/images/stories/Themen/Politik/erschossen.jpg" alt="" width="90" height="90" />A scanso di equivoci non scrivo qui per tessere gli elogi di due dittatori con le mani sporche di sangue come Gheddafi o Ceausescu ma è importante analizzare con lucidità i fatti. In Romania la morte di Ceausescu fu preceduta da quella che ancora molti storici (soprattutto occidentali, ivi compresi i cosiddetti romenisti dei miei stivali), seguitano con ostinata ignoranza a chiamare “rivoluzione”. Ossia da un vastissimo movimento di piazza “spontaneo” sopraggiunto per saturazione causata dall’abuso del potere politico da parte del dittatore.</p>
<p>.</p>
<p>di Maurizio Pallone da Indymedia del 26 gennaio 2012 <img class="alignnone" src="http://italy.indymedia.org/sites/default/files/italyIndymedia_logo.png" alt="Home" width="198" height="28" /></p>
<p>.</p>
<p>La stessa cosa hanno detto e scritto, e diranno e scriveranno negli annali ufficiali, per quanto riguarda la Libia. Solo i più ottusi sostenitori della pseudodemocrazia american style e del politicamente corretto fanno finta di non sapere che ciò che accadde in Romania nel 1989 non fu affatto una rivoluzione, bensì un colpo di Stato. Ci sono molti documenti pubblicati in questi anni nel Paese danubiano che, al di sopra di ogni ragionevole sospetto o dubbio, dimostrano questo. La “rivolta” di Timisoara e i “massacri” di civili per opera dell’esercito su ordine diretto di Ceausescu, seguitano a scrivere e a ripretere storici, giornalisti: nessun massacro. Parlavano e scrivevano in tutto il mondo di 60mila morti ammazzati a Timisoara, quando questa città all’epoca aveva circa 60mila abitanti. Poi la fuga in elicottero: altri documenti dimostrano che Ceausescu non scappò, bensì fu costretto a salire sul velivolo dal generale Stanculescu, una delle menti di quel colpo di Stato; egli stesso ne ha più volte parlato, ammettendo con chiarezza il suo ruolo in quella vicenda. La lista delle “stranezze” è parecchio lunga.<br />
Secondo. Gli esperti di questioni arabe hanno in questi mesi, tra le altre cose, sottolineato la volontà autonomista di Gheddafi, la sua politica non disposta a piegarsi agli interessi privati del mondialismo e dell’atlantismo. Lo stesso principio autonomista e antioccidentale può essere applicato alla politica di Ceausescu, il quale, a principiare dal 1968 nei confronti dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia, ha sempre rivendicato il diritto all’autonomia e alla libertà della Romania rispetto a Mosca (non a caso per il regime di Ceausescu si deve parlare di nazionalcomunismo). Era evidente la sua consapevolezza circa l’ingerenza da parte di forze straniere.<br />
Terzo. Come ormai è noto, pochi giorni prima di essere catturato e ammazzato, Ceausescu si era recato a Teheran. Pochi tuttavia conoscono il motivo di questo viaggio. All’epoca era in progetto la costituzione di una banca per i Paesi in via di sviluppo, che prestasse soldi a questi ultimi con tassi di interesse che andavano dal 3% al 5%, a fronte di tassi di interesse quattro o piu’ volte maggiori applicati dalle banche private. Ogni Stato avrebbe dovuto contribuire all’istituzione di questa banca (che nulla avrebbe avuto a che fare con, ad esempio, il Fondo Monetario Internazione, la Banca Mondiale e i loro accoliti) con 5 miliardi di dollari. Ebbene, i primi tre sostenitori di un progetto che avrebbe messo i bastoni tra le ruote alle banche private mondialiste, erano: l’Iran, la Romania e, guarda caso, la Libia. Proprio così. Gheddafi, gli ayatollah iraniani e il governo nazionalcomunista di Bucarest si erano alleati al fine di rompere il monopolio usurocratico bancario, almeno in relazione ai loro interessi e a quelli di quanti si sarebbero uniti per questo progetto. La Romania, sin dal giorno dopo la caduta di Ceausescu, cadde nelle mani del Fmi. Ion Iliescu, emblema per eccellenza del “nuovo corso” politico romeno, già due volte presidente del Paese carpatico e oggi “grande vecchio” della politica romena – in particolare del Partidul social-democrat, vasta camera di riciclaggio degli ex comunisti e degli (ex?) agenti della Securitate, la polizia segreta del precedente regime – è di fatto uno degli uomini di maggior fiducia del Fmi in Romania. Quelle che molti non vedono oppure, peggio, chiamano “coincidenze” sono puri e semplici fatti, puri e semplici punti di partenza, ovvero di arrivo, che spiegano alla perfezione non solo ciò che è accaduto vent’anni fa e ciò che è accaduto poche ore fa in Libia, ma altresì ciò che potrebbe accadere presto in Siria.<br />
Né Gheddafi né Ceausescu hanno voluto capitolare davanti ai ricatti, non hanno voluto darsela per inteso, non hanno voluto cedere la loro legittima sovranità. E per questo sono stati detronizzati.</p>
<p>___________________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 29 gennaio 2012</p>
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		<title>Gheddafi, l&#8217;uomo del colonialismo alla rovescia</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/5669/in-primo-piano/gheddafi-luomo-del-colonialismo-alla-rovescia/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2011 22:07:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
				<category><![CDATA[In primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.violacentrica.com/wp-content/uploads/2010/08/gheddafi_arrivo_gheddafi_roma_011.jpg" alt="" width="90" height="90" /><em>Alla fine, Gheddafi è stato ucciso e il suo corpo sottoposto ad una &#8220;piazzale Loreto&#8221; in salsa libica. &#8220;Storia in Rete&#8221; ha dedicato diversi articoli al dittatore tripolino, l&#8217;ultimo dei quali è una lunga anticipazione dal saggio di Pierluca</em></div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.violacentrica.com/wp-content/uploads/2010/08/gheddafi_arrivo_gheddafi_roma_011.jpg" alt="" width="90" height="90" /><em>Alla fine, Gheddafi è stato ucciso e il suo corpo sottoposto ad una &#8220;piazzale Loreto&#8221; in salsa libica. &#8220;Storia in Rete&#8221; ha dedicato diversi articoli al dittatore tripolino, l&#8217;ultimo dei quali è una lunga anticipazione dal saggio di Pierluca Pucci Poppi &#8220;Gheddafi, ascesa e caduta di un oppositore globale&#8221; (Aliberti, 2011). L&#8217;articolo (<a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/58-63-pucci-poppi-gheddafi.pdf">vedi anteprima</a>) </em><em>è </em><em>stato pubblicato su <a href="http://www.storiainrete.com/5568/edicola/sir72/">&#8220;Storia in Rete&#8221; di ottobre 2011</a>. Eccone un estratto.</em></div>
<div><em>.</em></div>
<div>Nonostante l’appoggio dei governi e dei servizi italiani al Colonnello, e i miliardi che l’ENI versa nelle casse di Tripoli, Gheddafi non perde occasione per insolentire l’ex potenza coloniale. I rapporti fra l’Italia e la Libia del Qaid [guida NdR] sono tradizionalmente pessimi nella forma e ottimi nella sostanza. La Libia è stata la pompa di benzina dell’Italia per mezzo secolo e ha contribuito allo sviluppo economico della penisola dagli anni Sessanta, per cui è comprensibile che tutti i governi succedutisi a Roma abbiano considerato una questione di interesse nazionale mantenere buoni rapporti con Tripoli e sopportare le intemerate del colonnello Gheddafi.</div>
<div id="_mcePaste">.</div>
<div>di Pierluca Pucci Poppi da <em><a href="http://www.storiainrete.com/5568/edicola/sir72/">&#8220;Storia in Rete&#8221; n. 72 &#8211; ottobre 2011</a>. </em></div>
<div>.</div>
<div>Il generale Ambrogio Viviani, ex capo del controspionaggio italiano, dice al settimanale «Panorama» il 18 maggio del 1986: «Dal ‘70 al ‘74, nel periodo in cui diressi il controspionaggio italiano, la parola d’ordine fu “salvare i nostri interessi in Libia” e impedire che l’ENI fosse buttato fuori. Fu così che aiutammo il leader libico a sconfiggere gli oppositori al suo regime, a rifornirlo di armi, a organizzargli un servizio di intelligence, a circondarlo di consiglieri per l’ammodernamento delle forze armate. Io stesso compilai per Gheddafi un manuale dal titolo “Costituzione, organizzazione, funzionamento e impiego di un servizio segreto”».</div>
<div id="_mcePaste">L’Italia arma la Libia dal 1972 con artiglieria e blindati M113 tolti a reparti dell’esercito e riverniciati. Gli M113 sono costruiti dall’OTO Melara su licenza americana e Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, avrebbe preferito cedere materiale italiano, ma nella Democrazia Cristiana sono tutti d’accordo sul riarmo di Gheddafi, anche perché, come testimoniato dal generale Michele Correra del SID ai giudici di Roma «sulle forniture di petrolio dalla Libia all’Italia, l’ENI dava una tangente dello 0,5 oppure dello 0,6 per cento sul valore complessivo delle forniture a esponenti della Democrazia cristiana». Fra gli anni Sessanta e Settanta l’interscambio commerciale italo-libico cresce di diciassette volte. L’ENI si trova in joint venture al cinquanta per cento con i libici, mentre le compagnie petrolifere inglesi e americane sono state nazionalizzate; la SNAM Progetti costruisce la prima grande raffineria libica a Tripoli; nel febbraio del 1974 l’accordo Rumor-Jalloud sulla cooperazione economica permette all’Italia di ottenere sette milioni di tonnellate di petrolio libico all’anno in più, da pagare con costruzioni, infrastrutture e fabbriche. Roma ottiene concessioni petrolifere, costruisce impianti (come a Ras Lanuf e a Brega, dove si combatte nel 2011), edifici, fognature, industrie e infrastrutture. L’Italia è il primo partner commerciale della Libia, e lo rimarrà nonostante i tempestosi rapporti politici. Nel 1976 Tripoli compra per quattrocentoquindici milioni di dollari il dieci per cento delle azioni della FIAT, in grave crisi all’epoca e assetata di capitale. Secondo Cesare Romiti, Gianni Agnelli chiese il nulla osta alla CIA, all’epoca guidata dal futuro presidente George Bush senior, da cui ottenne il via libera. Agnelli dirà che i soci libici si comportarono «come banchieri svizzeri», e Enrico Cuccia li ammonì: «non dovete entrare nella gestione». Secondo Romiti, «venivano a Torino, partecipavano ai consigli, guardavano i bilanci e se ne andavano. Quando poi uscirono, nell’86, misurarono il loro affare: la FIAT era rinata, la Libia aveva guadagnato. E parecchio».</div>
<div><img class="alignright" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px; border: 5px solid black;" src="http://www.wuz.it/mm/6382/00417234_b.jpg" alt="" width="120" height="179" />Nell’intervista a Oriana Fallaci del due dicembre del 1979, Gheddafi dice alla giornalista, che gli parla di Gianni Agnelli:««Gianni chi?»</div>
<div id="_mcePaste">«Gianni Agnelli, il presidente della FIAT»</div>
<div id="_mcePaste">«La FIAT? La mia azienda, my company!»</div>
<div id="_mcePaste">«Sì, la sua azienda, la sua company. La FIAT. Agnelli».</div>
<div id="_mcePaste">«Non lo conosco».</div>
<div id="_mcePaste">«Non conosce Agnelli, il suo socio?»</div>
<div id="_mcePaste">«No, non è affar mio conoscerlo. È una faccenda che riguarda i miei funzionari, gli impiegati della mia banca. La Libyan Foreign Bank».</div>
<div id="_mcePaste">«Davvero lei non sa chi è Agnelli, il suo socio?»</div>
<div id="_mcePaste">«No, non lo so».</div>
<div id="_mcePaste">«Mai visto la sua fotografia, mai udito il suo nome?»</div>
<div id="_mcePaste">«Mai. Non mi interessa, non mi riguarda. Ho altre cose da fare, io, che conoscere i nomi dei miei soci o della gente che appartiene al mondo delle banche».</div>
<div id="_mcePaste">Gheddafi mente, perché è risaputo, testimoniato e persino raccontato dall’Avvocato che il Colonnello e Gianni Agnelli si sono incontrati a Mosca nel dicembre del 1976. Nonostante le idilliache relazioni economiche, un primo assaggio di rospi da ingoiare per mantenere buone relazioni con Tripoli ha luogo il 17 dicembre 1973, quando all’aeroporto romano di Fiumicino un commando palestinese di Settembre Nero attacca un aereo della Pan Am con bombe incendiarie al fosforo, uccidendo trenta persone. Dopo il massacro, i terroristi dirottano un aereo della Lufthansa sul Kuwait e lì scompaiono. Fra l’attacco e il dirottamento, i morti nell’operazione sono trentadue, fra cui sei italiani. Scrive Miguel Gotor, nel libro «Il memoriale della Repubblica»: «La notizia relativa al presunto ruolo svolto dal servizio segreto militare italiano [nell’attentato di Fiumicino, NdR] non ha trovato finora riscontri certi, ma l’allora sottosegretario alla Difesa Pietro Buffone e il generale della guardia di finanza Vittorio Emanuele Borsi hanno testimoniato che la strage, organizzata dai servizi segreti libici, ebbe l’assenso del capo del SID Miceli […] Soltanto nel maggio 1989 la Cassazione confermò in via definitiva la condanna all’ergastolo per Abu Nidal, riconoscendolo come mandante dell’attentato». Abu Nidal è un vecchio sodale del colonnello Gheddafi e lo incontreremo ancora per gli attentati di Roma e Vienna del 1985. Il governo italiano scagiona la Libia, perché non può permettersi di mettere a repentaglio i rapporti con Tripoli per una simile piccolezza (sei italiani uccisi), quindi si fa finta di niente e ancora oggi quella di Fiumicino è chiamata «la strage dimenticata». (…)</div>
<p>Nonostante l’appoggio dei governi e dei servizi italiani al Colonnello, e i miliardi che l’ENI versa nelle casse di Tripoli, Gheddafi non perde occasione per insolentire l’ex potenza coloniale. I rapporti fra l’Italia e la Libia del Qaid [guida NdR] sono tradizionalmente pessimi nella forma e ottimi nella sostanza. La Libia è stata la pompa di benzina dell’Italia per mezzo secolo e ha contribuito allo sviluppo economico della penisola dagli anni Sessanta, per cui è comprensibile che tutti i governi succedutisi a Roma abbiano considerato una questione di interesse nazionale mantenere buoni rapporti con Tripoli e sopportare le intemerate del colonnello Gheddafi.<br />
Il generale Ambrogio Viviani, ex capo del controspionaggio italiano, dice al settimanale «Panorama» il 18 maggio del 1986: «Dal ‘70 al ‘74, nel periodo in cui diressi il controspionaggio italiano, la parola d’ordine fu “salvare i nostri interessi in Libia” e impedire che l’ENI fosse buttato fuori. Fu così che aiutammo il leader libico a sconfiggere gli oppositori al suo regime, a rifornirlo di armi, a organizzargli un servizio di intelligence, a circondarlo di consiglieri per l’ammodernamento delle forze armate. Io stesso compilai per Gheddafi un manuale dal titolo “Costituzione, organizzazione, funzionamento e impiego di un servizio segreto”».<br />
L’Italia arma la Libia dal 1972 con artiglieria e blindati M113 tolti a reparti dell’esercito e riverniciati. Gli M113 sono costruiti dall’OTO Melara su licenza americana e Aldo Moro, all’epoca ministro degli Esteri, avrebbe preferito cedere materiale italiano, ma nella Democrazia Cristiana sono tutti d’accordo sul riarmo di Gheddafi, anche perché, come testimoniato dal generale Michele Correra del SID ai giudici di Roma «sulle forniture di petrolio dalla Libia all’Italia, l’ENI dava una tangente dello 0,5 oppure dello 0,6 per cento sul valore complessivo delle forniture a esponenti della Democrazia cristiana». Fra gli anni Sessanta e Settanta l’interscambio commerciale italo-libico cresce di diciassette volte. L’ENI si trova in joint venture al cinquanta per cento con i libici, mentre le compagnie petrolifere inglesi e americane sono state nazionalizzate; la SNAM Progetti costruisce la prima grande raffineria libica a Tripoli; nel febbraio del 1974 l’accordo Rumor-Jalloud sulla cooperazione economica permette all’Italia di ottenere sette milioni di tonnellate di petrolio libico all’anno in più, da pagare con costruzioni, infrastrutture e fabbriche. Roma ottiene concessioni petrolifere, costruisce impianti (come a Ras Lanuf e a Brega, dove si combatte nel 2011), edifici, fognature, industrie e infrastrutture. L’Italia è il primo partner commerciale della Libia, e lo rimarrà nonostante i tempestosi rapporti politici. Nel 1976 Tripoli compra per quattrocentoquindici milioni di dollari il dieci per cento delle azioni della FIAT, in grave crisi all’epoca e assetata di capitale. Secondo Cesare Romiti, Gianni Agnelli chiese il nulla osta alla CIA, all’epoca guidata dal futuro presidente George Bush senior, da cui ottenne il via libera. Agnelli dirà che i soci libici si comportarono «come banchieri svizzeri», e Enrico Cuccia li ammonì: «non dovete entrare nella gestione». Secondo Romiti, «venivano a Torino, partecipavano ai consigli, guardavano i bilanci e se ne andavano. Quando poi uscirono, nell’86, misurarono il loro affare: la FIAT era rinata, la Libia aveva guadagnato. E parecchio».<br />
Nell’intervista a Oriana Fallaci del due dicembre del 1979, Gheddafi dice alla giornalista, che gli parla di Gianni Agnelli:««Gianni chi?»«Gianni Agnelli, il presidente della FIAT»«La FIAT? La mia azienda, my company!»«Sì, la sua azienda, la sua company. La FIAT. Agnelli».«Non lo conosco».«Non conosce Agnelli, il suo socio?»«No, non è affar mio conoscerlo. È una faccenda che riguarda i miei funzionari, gli impiegati della mia banca. La Libyan Foreign Bank».«Davvero lei non sa chi è Agnelli, il suo socio?»«No, non lo so».«Mai visto la sua fotografia, mai udito il suo nome?»«Mai. Non mi interessa, non mi riguarda. Ho altre cose da fare, io, che conoscere i nomi dei miei soci o della gente che appartiene al mondo delle banche».<br />
Gheddafi mente, perché è risaputo, testimoniato e persino raccontato dall’Avvocato che il Colonnello e Gianni Agnelli si sono incontrati a Mosca nel dicembre del 1976. Nonostante le idilliache relazioni economiche, un primo assaggio di rospi da ingoiare per mantenere buone relazioni con Tripoli ha luogo il 17 dicembre 1973, quando all’aeroporto romano di Fiumicino un commando palestinese di Settembre Nero attacca un aereo della Pan Am con bombe incendiarie al fosforo, uccidendo trenta persone. Dopo il massacro, i terroristi dirottano un aereo della Lufthansa sul Kuwait e lì scompaiono. Fra l’attacco e il dirottamento, i morti nell’operazione sono trentadue, fra cui sei italiani. Scrive Miguel Gotor, nel libro «Il memoriale della Repubblica»: «La notizia relativa al presunto ruolo svolto dal servizio segreto militare italiano [nell’attentato di Fiumicino, NdR] non ha trovato finora riscontri certi, ma l’allora sottosegretario alla Difesa Pietro Buffone e il generale della guardia di finanza Vittorio Emanuele Borsi hanno testimoniato che la strage, organizzata dai servizi segreti libici, ebbe l’assenso del capo del SID Miceli […] Soltanto nel maggio 1989 la Cassazione confermò in via definitiva la condanna all’ergastolo per Abu Nidal, riconoscendolo come mandante dell’attentato». Abu Nidal è un vecchio sodale del colonnello Gheddafi e lo incontreremo ancora per gli attentati di Roma e Vienna del 1985. Il governo italiano scagiona la Libia, perché non può permettersi di mettere a repentaglio i rapporti con Tripoli per una simile piccolezza (sei italiani uccisi), quindi si fa finta di niente e ancora oggi quella di Fiumicino è chiamata «la strage dimenticata». (…)</p>
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<h1><strong><span style="color: #3366ff;"><span></p>
<p></span></span></strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong><strong> </strong></h1>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #333333; font-family: trebuchet, arial, sans-serif;">______________________________________</span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #333333; font-family: trebuchet, arial, sans-serif;">Inserito su www.storiainrete.com il 21 ottobre 2011</span></p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Fabio Andriola: «Le guerre? Le fanno anche le democrazie»</title>
		<link>http://www.storiainrete.com/5617/in-primo-piano/fabio-andriola-%c2%able-guerre-le-fanno-anche-le-democrazie%c2%bb/</link>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 20:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.forumpace.tn.it/var/ezwebin_site/storage/images/le-associazioni/novita/libia-1911/13617-1-ita-IT/Libia-1911_imagefull.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sugli insegnamenti e sulla valutazioni che possiamo trarre oggi da quel conflitto di cento anni fa, abbiamo sentito l’opinione dello storico, scrittore e giornalista Fabio Andriola, direttore della rivista<em>Storia in Rete</em> e autore, tra gli altri, del libro <em>Appuntamento sul lago</em>,&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.forumpace.tn.it/var/ezwebin_site/storage/images/le-associazioni/novita/libia-1911/13617-1-ita-IT/Libia-1911_imagefull.jpg" alt="" width="90" height="90" />Sugli insegnamenti e sulla valutazioni che possiamo trarre oggi da quel conflitto di cento anni fa, abbiamo sentito l’opinione dello storico, scrittore e giornalista Fabio Andriola, direttore della rivista<em>Storia in Rete</em> e autore, tra gli altri, del libro <em>Appuntamento sul lago</em>, dedicato agli ultimi giorni di Benito Mussolini.</p>
<p>.</p>
<p>di A.P. da &#8220;Il Secolo d&#8217;Italia&#8221; del 5 ottobre 2011 <img src="http://www.secoloditalia.it/media/images/ilsecolo/logo.gif" alt="" width="118" height="33" /></p>
<p>.</p>
<p><strong>Cosa ci ha lasciato cento anni dopo la quasi dimenticata guerra italo-turca?</strong></p>
<p>Non è affatto dimenticata, almeno a giudicare da come viene ricordata ancora oggi dagli sbadati, e certo involontari, professionisti della falsificazione storica. Sul numero del 12 agosto del <em>Venerdì di Repubblica</em> si ricorda il conflitto con queste testuali parole: «Cento anni fa l’Italia fascista aggredìva il Paese nordafricano». Insomma, ignoranza, lapsus freudiano o poca stima nella preparazionedei lettori di Repubblica, fatto sta che queste frequenti gaffe dimostrano lo scarso spessore dell’antifascismo culturale italiano.<br />
<strong><br />
Forse il fascismo, novant’anni dopo, fa ancora paura&#8230;</strong></p>
<p>Potrebbe fare paura se esistesse ancora, ma non esiste più, è finito nel 1945. La verità è che purtroppo ci sono alcuni poteri forti, non solo italiani, che hanno interesse a distorcere la storia per dimostrare che solo loro sono i bravi, i buoni, gli onesti: i manichei della disinformazione.</p>
<p><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.secoloditalia.it/media/2011/10/p9a03_medium.jpg" alt="" width="143" height="193" />Ma sulla guerra del 1911 non si può fare disinformazione&#8230;</strong></p>
<p>Eppure l’hanno fatta e ancora la stanno facendo. In quel periodo c’era a capo del governo italiano tale Giovanni Giolitti, liberale e democratico, e questo dimostra che le guerre non le fanno solo le dittature, né che il colonialismo discenda direttamente da queste. Le guerre le fanno anche e direi soprattutto le democrazie.</p>
<p><strong>Eppure quella fu una guerra coloniale.</strong></p>
<p>Non è vero. Fu una guerra contro un nemico storico dell’Italia e dell’Europa, l’Impero Ottomano, che nei secoli scorsi aveva minacciato da vicino le porte del Vecchio Continente e non solo le porte. Poi ce lo ritrovammo contro nella Grande Guerra, ma non nella Seconda guerra mondiale perché la Turchia non vi partecipò. Quanto alle colonie, il problema è sempre quello, senza chiarire il quale non possiamo compiere una serena analisi storica. Non possiamo guardare il 1911 con i parametri del 2011. Allora le potenze europee avevano tutte delle colonie. A inizio secolo scorso l’Europa si stava riposizionando e l’Italia, neonata nazione, seppe inserirsi con successo in quel contesto. La Francia teneva saldamente molte regioni del Maghreb, tra cui la Tunisia, l’Inghilterra era stabilmente posizionata accanto alla Cirenaica con l’Egitto e il Sudan.</p>
<p><strong>Fu una prova di forza del Regno d’Italia, insomma?</strong></p>
<p>Non una prova di forza ma una dimostrazione che un popolo che sino a mezzo secolo prima era diviso fra molti Stati seppe riconoscersi nazione e ritagliarsi un posto in prima fila tra le potenze europee, confermando un trend di crescita per affermare il suo ruolo, certo sempre nell’ottica di quel tempo, di potenza militare e territoriale. Quindi dobbiamo oggi, a 150 anni dall’Unità d’Italia, essere orgogliosi di quell’azione. Fu da parte nostra una dimostrazione di vitalità ed efficienza di un Paese che aveva bruciato le tappe dello sviluppo e che le avrebbe bruciate ancore negli anni a venire.</p>
<p><strong>Nell’Impero Ottomano poi erano in corso profondi mutamenti.</strong></p>
<p>Certo, era un Impero in fase terminale. Dopo le vicende che videro protagonisti i Giovani Turchi e dopo la Prima guerra mondiale ci fu la detronizzaazione di Maometto VI, ultimo sultano dell’Impero e centesimo Califfo dell’Islam. Maometto VI, a riprova che la Turchia non serbava rancore contro l’Italia, venne a trascorrere i suoi ultimi anni di vita in esilio a Sanremo, dove morì nel 1926.</p>
<p><strong>Però la repressione della resistenza libica da parte nostra non fu tutta rose e fiori&#8230;</strong></p>
<p>Certo che no. Ma vorrei togliere di mezzo la vulgata, peraltro recente e faziosa, secondo la quale l’Italia fu crudele con i popoli colonizzati. Noi alcune volte ci siamo comportati meglio e sicuramente mai peggio di come si comportavano le altre potenze coloniali. La maggioranza dei libici peraltro stava con noi, una minoranza invece, foraggiata da altre nazioni europee, ci era contro. Comunque, se l’Italia fosse stata così crudele, certo non avrebbe mai visto inquadrati nel suo esercito le truppe coloniali, gli ascari eritrei, la cavalleria libia e altri corpi che sempre si distinsero per valore e fedeltà. Una cosa è certa: la Libia l’abbiamo lasciata meglio di come l’abbiamo trovata.</p>
<p><strong>Tra pochi giorni “Storia in rete” si occuperà della guerra di Libia&#8230;</strong></p>
<p>Sì, usciremo con un dossier di oltre venti pagine. E a proposito, vorrei concludere con una frase di Giolitti che mi sembra adatta a questi tempi: «La politica estera non puo dare luogo a divisioni di partiti, ma deve essere dominata da un solo pensiero che ci unisce tutti, quello della patria, perché i ministri passano, ma i grandi interessi della patria sono permanenti».</p>
<p>__________________</p>
<p>VUOI SAPERNE DI PIU&#8217;? LEGGI IL LUNGO DOSSIER &#8220;LIBIA 1911-2011&#8243; SU STORIA IN RETE DI OTTOBRE</p>
<p>IN EDICOLA E IN PDF</p>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/5568/edicola/sir72/"><img title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/i-cover-storia-72.jpg" alt="" width="168" height="240" /></a></p>
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		<title>Storia in Rete numero 72, ottobre 2011</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 17:18:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/5568/edicola/sir72/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/i-cover-storia-72.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Calunniati Borgia: dopo cinque secoli la famiglia più famigerata del Rinascimento italiano torna alla ribalta con due fiction, che &#8211; more solito &#8211; non le rendono giustizia e si adagiano su vecchi stereotipi. E&#8217; allora l&#8217;occasione giusta&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/5568/edicola/sir72/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="00 I cover storia 67" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/i-cover-storia-72.jpg" alt="" width="101" height="144" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Calunniati Borgia: dopo cinque secoli la famiglia più famigerata del Rinascimento italiano torna alla ribalta con due fiction, che &#8211; more solito &#8211; non le rendono giustizia e si adagiano su vecchi stereotipi. E&#8217; allora l&#8217;occasione giusta per raccontare con un lungo dossier un po&#8217; della vera storia di papa Alessandro VI, Cesare e Lucrezia, protagonisti di quegli anni ribollenti fra Quattro e Cinquecento.</p>
<p style="text-align: left;">Altro dossier è quello che Storia in Rete dedica alla guerra Italo-Turca del 1911, di cui cade il centesimo anniversario proprio in questi giorni. Una guerra dimenticata in un imbarazzato silenzio, perchè ha legato i destini delle due sponde del Mediterraneo fino alle recentissime cronache belliche.</p>
<p style="text-align: left;">Quindi Storia in Rete presenta in esclusiva un inedito documento: l&#8217;auto-intervista che il dissidente cecoslovacco Jirì Pelikàn ha fatto a sé stesso negli anni post-tangentopoli, che rivela alcuni dei lati oscuri del Partito Comunista Italiano. E con un salto indietro, si ripercorre una delle vicende all&#8217;origine della moderna Australia, la Rivolta del Rum del 1808, fra governatori corrotti, contrabbandieri ed un intero reggimento che si ammutina.</p>
<p>A chiudere due considerazioni sugli ultimi sviluppi nelle inchieste sulla morte di Mussolini: dalla recensione\stroncatura del saggio di Pierre Milza e alla risposta alle obbiezioni sul <a href="http://storiainrete.myshopify.com/collections/dvd/products/dva-mussolini-una-morte-da-riscrivere" target="_blank">documentario di Storia in Rete &#8220;<strong>Mussolini, una morte da riscrivere</strong>&#8220;</a>.</p>
<p>Tutto questo e molto altro su Storia in Rete di ottobre!</p>
<blockquote>
<ul>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/i-cover-storia-72.pdf">Guarda la copertina di Storia in Rete n. 72</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/03-Sommario-n-72.pdf">Leggi il sommario di Storia in Rete n. 72</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/14-19-borgia-articolo-principale-martignon.pdf">I Borgia finiscono in fiction. Ed è il solito disastro&#8230;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/20-23-borgia-2-storia-di-famiglia.pdf">I Borgia: breve storia di una famiglia nobile e calunniata</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/24-29-borgia-3-stranges.pdf">I Borgia: la leggenda nera di Lucrezia</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/30-35-borgia-tordesillas.pdf">I Borgia: il trattato di Tordesillas che divise il mondo</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/38-43-libia-mola.pdf">Libia 1911-2011. Le guerra di Giolitti per il &#8220;posto al sole&#8221;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/44-45-Libia-mola-giolitti.pdf">Libia 1911-2011. E Giolitti spiegò la guerra al popolo italiano</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/46-49-libia-grande-proletaria-mod2.pdf">Libia 1911-2011: Giovanni Pascoli, quel proto-fascista a favore della guerra</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/50-54-libia-3-100-anni-guerra-aerea.pdf">Libia 1911-2011. Altro che &#8220;Italietta&#8221;. Un paese all&#8217;avanguardia che inventò la guerra aerea</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/58-63-pucci-poppi-gheddafi.pdf">Libia 1911-2011. Gheddafi-Italia, 50 anni di colonialismo alla rovescia</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/66-72-rapporto-pelikan-mod.pdf">Il &#8220;Rapporto Pelikan&#8221;: il lato oscuro del PCI di Berlinguer</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/74-78-rivolta-del-rum.pdf">Per qualche bicchiere in più: 1808, la Rivolta del rum in Australia</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/84-85-milza.pdf">Simoncelli: &#8220;Milza, sulla morte del Duce hai sprecato un&#8217;occasione&#8221;</a></li>
<li><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2011/10/90-93-dvd-duce.pdf">Sulla morte di Mussolini sappiamo di sicuro una cosa: come non è andata</a></li>
</ul>
</blockquote>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://storiainrete.myshopify.com/products/storia-in-rete-n-73-74">VUOI ACQUISTARE IL NUMERO 72 DI STORIA IN RETE IN PDF? CLICCA QUI!</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://storiainrete.myshopify.com/products/storia-in-rete-n-71" target="_blank"><br />
</a><a href="http://www.storiainrete.com/arretrati/" target="_blank">TI SEI PERSO QUALCHE COSA? VEDI NELL’ARCHIVIO DEI NUMERI ARRETRATI</a></strong></p>
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		<title>Cento anni fa iniziava nel sangue (italiano) la guerra di Libia</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 14:20:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1317042610758_0.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ricorre il 29 settembre il centenario della guerra di occupazione italiana della Libia, in concomitanza col quale ricorre anche l’anniversario di un luttuoso episodio avvenuto nella nostra provincia a Langhirano, noto appunto come «l&#8217;eccidio di Langhirano». Nel cimitero di</div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1317042610758_0.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ricorre il 29 settembre il centenario della guerra di occupazione italiana della Libia, in concomitanza col quale ricorre anche l’anniversario di un luttuoso episodio avvenuto nella nostra provincia a Langhirano, noto appunto come «l&#8217;eccidio di Langhirano». Nel cimitero di questo paese esiste un sobrio monumento dedicato alle vittime della repressione che si scatenò presso la stazione del tram la mattina del 28 settembre 1911, durante una manifestazione contro l’intervento armato voluto da Giolitti per conquistare una colonia africana all’Italia.</div>
<div>.</div>
<div>di Anna Ceruti Burgio dalla Gazzetta di Parma del 26 settembre 2011 <img src="http://www.gazzettadiparma.it/gfx/gazzettadiparma.gif" alt="Gazzetta di Parma" width="158" height="21" /></div>
<div>.</div>
<div id="_mcePaste">Giolitti, avendo ottenuto dalle potenze estere il riconoscimento dei diritti coloniali dell’Italia, nel 1911, preoccupato per la crisi marocchina, decide di iniziare la penetrazione in Libia. Intimato l’ultimatum alla Turchia, che controllava il paese, l’esercito italiano iniziò la conquista, che terminò nel novembre di quell&#8217;anno. La guerra libica però scatenò all’interno del nostro paese varie reazioni, che scardinarono un equilibrio decennale fra le forze politiche che si divisero fra interventisti e contrari. Il Psi, colto di sorpresa da questo evento programmato in sordina, si divise a sua volta in molte posizioni; l’ala destra dei riformisti riconobbe i diritti del colonialismo (contrario fu Turati); si ebbe invece la netta contrarietà dei massimalisti, in particolare dei sindacalisti rivoluzionari, raccolti intorno ad Amilcare de Ambris, fratello di Alceste, che da Lugano sulle pagine de «L&#8217;Internazionale», rivolgeva appelli alle masse «contro l’imperialismo, il colonialismo, il militarismo, nemici secolari della classe lavoratrice».</div>
<div id="_mcePaste">Il popolo era contrario alla guerra libica, poiché il ricordo dei 4000 morti di Abba Garima era ancora troppo vivo nelle famiglie. In Emilia vi furono le prime reazioni, da Forlì partì il segnale della protesta, il 24 settembre, ancor prima dell’inizio delle operazioni militari, con comizi di Benito Mussolini e Pietro Nenni, a cui seguirono manifestazioni e scontri, risoltisi con cariche dei carabinieri e della polizia e con l’intervento della cavalleria.</div>
<div id="_mcePaste">La Confederazione generale del Lavoro proclamò uno sciopero per il 27 settembre, che fu accolto con entusiasmo a Parma. L’adesione fu massiccia da parte di tutti i lavoratori, ad eccezione dei tranvieri delle linee a vapore; lunghe file di manifestanti cercavano di raggiungere le stazioni di capolinea dei tram, per impedire la partenza e lo svolgimento regolare delle corse. La loro intenzione era di manifestare pacificamente; avanzavano a piedi o in bicicletta, cantando il motivo di una canzone allora di moda, modificata con amara ironia in «Tripoli, suol del dolore, ti giunga il pianto della mia canzon!&#8230;. Tripoli, bel suol d’amore, sarai italiana a colpi di cannon!». La polizia controllava i tranvieri, i quali però cercavano qualche pretesto per poter aderire a loro volta allo sciopero.</div>
<div id="_mcePaste">Lo sciopero doveva terminare a mezzogiorno del 28, per cui già alle cinque del mattino a Langhirano una quarantina di persone fra uomini e donne si avviava verso la stazione del tram, per impedire la partenza della corsa. Erano poco aggressivi, tanto che portavano con sé anche i bambini; non si sentivano urla o minacce. La stazione era presidiata dai carabinieri, ai quali si unirono le guardie forestali; impugnavano minacciosamente i moschetti. La locomotiva era ancora nel deposito. Il corteo allora si divise in due gruppi, uno dei quali si mise sui binari, mentre l’altro entrò nel cortile interno per convincere i tranvieri a non far partire il convoglio.</div>
<div>All’improvviso, forse in preda al panico, i carabinieri caricarono gli operai e i contadini, buttando a terra anche le donne e calpestandole; partì anche una scarica di fucileria , non verso alto, ma ad altezza d’uomo. Un momento di follia, che generò il panico tra la gente in fuga e che lasciò sul terreno morti e feriti; due ragazze restarono uccise sul colpo: Maria Montali di 22 anni fu trafitta alla nuca e alle spalle ed Elisa Grassi di 24, che era incinta, cadde coi polmoni trapassati dai proiettili. Severino Frati, di 33 anni, salì sulla vettura, ma fu colpito dal basso alla gola da un proiettile che gli recise una vena e crollò a terra; fu poi trovato col braccio destro e la coscia crivellati da numerosi colpi; morì invece all’ospedale Antonio Gennari, 43 anni, che ebbe un occhio asportato da un proiettile. Sette feriti giacevano nella polvere.</div>
<div>In un battibaleno si diffuse in paese la luttuosa notizia, per cui accorse una folla inferocita, che si adunò attorno alla caserma dove si erano rifugiati i carabinieri e i forestali; la gente minacciava di far giustizia sommaria. Dal canto loro, i carabinieri tenevano ancora in pugno, quasi come estrema difesa, i moschetti. Stava per accadere un’altra tragedia, tanto gli animi erano esasperati, ma si frapposero fra i due gruppi il segretario comunale Ferrari col figlio Giacomo, il futuro partigiano Arta e sindaco di Parma nonché parlamentare e ministro, molto amato dai parmigiani che ancora ogni anno lo ricordano con stima e affetto. Le parole dei Ferrari placarono l’ira del popolo e la gente tornò a casa aspettando la giustizia legale, ma i carabinieri e forestali, rinviati a giudizio, furono assolti per «inesistenza di reato». Né la stampa fu più equilibrata: infatti nel «Bollettino» dell’Agraria  si scrisse: «I disordini di Langhirano sono avvenuti per causa della solita teppa».</div>
<div id="_mcePaste">A ricordo dell’episodio resta il monumento al cimitero, con la fiamma di bronzo e una stele da cui pende una corona di spine e un blocco di marmo sbozzato a colpi di mazza, dono dei cavatori carraresi. La dedica è «Il proletariato ai suoi morti» e sotto vi sono le lapidi di Maria, Elisa, Severino e Antonio.</div>
<div>________________________</div>
<div>Inserito su www.storiainrete.com il 29 settembre 2011</div>
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		<title>The history of declaring war and politics of it surrounding Libya</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Mar 2011 08:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://voxclamantisindeserto.files.wordpress.com/2009/09/scene_at_the_signing_of_the_constitution_of_the_united_states.jpg?w=450&#38;h=296" alt="" width="90" height="90" />One issue and two words comprised the debate at Philadelphia&#8217;s Constitutional Convention on August 17, 1787. The Founders struggled with whether they should grant war authority to the legislature or the executive. And the Founders also wrestled with what verb they&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://voxclamantisindeserto.files.wordpress.com/2009/09/scene_at_the_signing_of_the_constitution_of_the_united_states.jpg?w=450&amp;h=296" alt="" width="90" height="90" />One issue and two words comprised the debate at Philadelphia&#8217;s Constitutional Convention on August 17, 1787. The Founders struggled with whether they should grant war authority to the legislature or the executive. And the Founders also wrestled with what verb they should use when entering into war: &#8220;make&#8221; or &#8220;declare.&#8221; Charles Pinckney of South Carolina worried about vesting war power with the legislature. Pinckney argued that legislative proceedings were &#8220;too slow&#8221; to respond to something as critical as war.</p>
<p>.</p>
<p>Di Chad Pergram da Fox News del 21 marzo 2011 <img src="http://www.spaceelevatorblog.com/Images/FoxNewsLogo.jpg" alt="" /></p>
<p>.</p>
<p>Meantime, Virginia&#8217;s George Mason expressed concern about depositing war powers in the lap of the executive. Mason didn&#8217;t think the executive branch could be &#8220;trusted&#8221; with such a broad prerogative.</p>
<p>Pierce Butler of South Carolina indicated the president would never &#8220;make war&#8221; unless the nation backed him.</p>
<p>Butler&#8217;s use of the word &#8220;make&#8221; apparently caught the attention of Elbridge Gerry of Massachusetts and Virginia&#8217;s James Madison. They moved to strike &#8220;make&#8221; and inserted &#8220;declare&#8221; instead. But Connecticut&#8217;s Roger Sherman resisted Elbridge and Madison. Sherman fretted that the word &#8220;declare&#8221; narrowed &#8220;the power too much.&#8221;</p>
<p>Finally, Oliver Ellsworth of Connecticut stated that &#8220;there is a material difference between the cases of making war and making peace. It should be more easy to get out of war than into it.&#8221;</p>
<p>In the end, the Founders agreed to &#8220;declare.&#8221; And in Article I, Section 8 of the Constitution, they granted Congress the power &#8220;to declare war.&#8221; Right in between authorizing the legislative branch the ability &#8220;to end and punish Piracies and Felonies committed on the high Seas&#8221; and to write &#8220;Letters of Marque and Reprisal.&#8221;</p>
<p>+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++</p>
<p>On March 2, Defense Secretary <a href="http://www.foxnews.com/topics/politics/obama-administration/robert-gates.htm#r_src=ramp">Robert Gates</a> appeared at the witness table before a meeting of the House Defense Appropriations Subcommittee. Rep. Rodney Frelinghuysen (R-NJ) queried Gates about the chances of the U.S. patrolling a no-fly zone over Libya while simultaneously committed to Afghanistan and Iraq.</p>
<p>Gates minced no words about what a Libyan mission might require.</p>
<p>&#8220;A no-fly zone begins with an attack on Libya to destroy the air defenses. That&#8217;s the way you do a no-fly zone. And then you can fly planes around the country and not worry about our guys being shot down,&#8221; Gates replied. &#8220;It also requires more airplanes than you would find on a single aircraft carrier.&#8221;</p>
<p>Frelinghuysen noted he wasn&#8217;t &#8220;endorsing&#8221; that the U.S. implement a Libyan no-fly zone. But the New Jersey Republican worried that some factions in Africa could interpret what it takes to build a no-fly zone as &#8220;a war, aggressive action on our part.&#8221;</p>
<p>Gates responded that up to that point, the <a href="http://www.foxnews.com/topics/politics/united-nations.htm#r_src=ramp">United Nations</a> had not authorized the use of force in Libya.</p>
<p>+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++</p>
<p>A few weeks later, the U.N. changed its tune when it came to a no-fly zone in Libya. And on Friday, President Obama summoned key Congressional leaders to the White House or had them dial in to brief them about U.S. involvement in Libya.</p>
<p>House Intelligence Committee Chairman Mike Rogers (R-MI) was one of the few lawmakers who attended the session in person. Afterwards, Rogers fully backed the action, describing it as a &#8220;support role.&#8221; But Rogers added this caveat:</p>
<p>&#8220;If this is going to go long or if there is going to be a mission change, I think (the president) has to come back to Congress for an affirmative vote,&#8221; Rogers said.</p>
<p>By Saturday, the U.S. had already lobbed more than 100 Tomahawk cruise missiles at targets near Tripoli and Misrata to help establish the no-fly zone. These Tomahawk missiles cost $600,000 apiece. Later, B-2 bombers and Harrier jets executed additional strikes on Libyan soil.</p>
<p>On Saturday afternoon, House Democrats convened a conference call with many expressing concern that the president didn&#8217;t have the power to authorize such strikes without consulting Congress.</p>
<p>And by Sunday afternoon, it wasn&#8217;t just Congressional Democrats who were skeptical about how the president involved the U.S.</p>
<p>&#8220;Before any further military commitments are made, the admnistration must do a better job of communicating to the American people and to Congress about our mission in Libya and how it will be achieved,&#8221; said House Speaker John Boehner (R-OH).</p>
<p>&#8220;I am concerned that the use of military force in the absence of clear political objectives for our country risks entrenching the United States in a humanitarian mission whose scope and duration are not known at this point and cannot be controlled by us,&#8221; said House Armed Services Committee Chairman Buck McKeon (R-CA) in a statement. &#8220;A United Nations&#8217; Security Council resolution is not and should not be confused for a political and military strategy.&#8221;</p>
<p>Lawmakers typically lodge two types of reservations when the U.S. intervenes in conflicts like Libya.</p>
<p>For starters, liberals are usually concerned about whether the president, Democrat or Republican, is usurping the Constitution by deploying U.S. forces or other military assets overseas. Furthermore, Republicans express disquiet about whether the president is using the military the &#8220;right&#8221; way.</p>
<p>After last fall&#8217;s purge at the polls, there are few moderate Democrats left in the House. Nearly all Democrats who remain are liberal. Thus, it&#8217;s natural that those ranging from Reps. Dennis Kucinich (D-OH) to Jerry Nadler (D-NY) would express reservation about not only whether the U.S. should deploy the military but if the president followed the Constitution and the 1973 War Powers Resolution. The resolution requires the president to tell Congress within two days of commencing military action and prohibits the use of force for two months without a Congressional declaration of war.</p>
<p>But the electoral makeup of this Congress is a little different than in years past. Last November, voters dispatched dozens of conservative lawmakers to Washington with the backing of the tea party. Many of these newly-minted members ran on a platform of sticking strictly to the Constitution. Moreover, few of these lawmakers have yet to weigh in on any foreign policy issue at all. Nearly all of the debate in Washington this year has focused on spending and repealing the health care law.</p>
<p>So this begs an interesting question. After Friday&#8217;s White House consultation, most Republicans were mum about the Libya operation.</p>
<p>But Sunday&#8217;s comments from Boehner and McKeon suggested there was more than a little concern among Republicans. And no one quite knows where these new, conservative members will come down on this issue.</p>
<p>Rep. Steve King (R-IA) isn&#8217;t a neophyte lawmaker. But he is one of the most conservative voices in the House and is closely aligned with the tea party movement. King says he favors the U.S. mission &#8220;if this is to be a limited engagement&#8221; and that he didn&#8217;t &#8220;quibble with Obama not going to Congress.&#8221; But King added he would have concerns if the operation expanded.</p>
<p>&#8220;Republicans don&#8217;t want to handcuff the commander-in-chief but we have to be willing to handcuff the president,&#8221; King said.</p>
<p>Which is precisely the crux of the Constitutional debate as to which branch of government has the power to &#8220;declare&#8221; war. And whether U.S. action in Libya constitutes &#8220;war.&#8221;To hearken back to the debate at the Constitutional Convention, it&#8217;s pretty clear in this case which branch of government &#8220;declared&#8221; it was going to intervene in Libya and which branch didn&#8217;t have a say in the process.</p>
<p>That could stir up many of the constitutionalists on <a href="http://www.foxnews.com/topics/politics/capitol-hill.htm#r_src=ramp">Capitol Hill</a> because it runs afoul of Article I, Section 8.</p>
<p>There isn&#8217;t too much out there on how the Congressional newcomers feel about this. On his website in November, Sen. Rand Paul (R-KY) stated that &#8220;when we must fight, we declare war as the Constitution mandates.&#8221;</p>
<p>But perhaps an even more intriguing example of where freshmen could drive this debate rests with Rep. Justin Amash (R-MI). Amash has already made a name for himself on <a href="http://www.foxnews.com/topics/politics/capitol-hill.htm#r_src=ramp">Capitol Hill</a> by voting &#8220;present&#8221; on several issues this year. That&#8217;s where a lawmaker votes, but doesn&#8217;t weigh in with a &#8220;yea&#8221; or &#8220;nay.&#8221;</p>
<p>Late last week, Amash took the rare step of casting back-to-back &#8220;present&#8221; votes on wildly diverse issues. One vote asked lawmakers whether they should yank federal dollars from NPR. The other resolution would have required the U.S. to withdraw from Afghanistan.</p>
<p>At the start of the year, Amash stated he would vote &#8220;present&#8221; if he supports a bill, but believes the legislation &#8220;uses improper means&#8221; to accomplish its goal and violates the Constitution.</p>
<p>&#8220;I took an oath to uphold the Constitution. I take that oath seriously and I consider the constitutional implications of every action I take as a representative in Congress,&#8221; Amash said on his Facebook page.</p>
<p>On the NPR measure, Amash believed Congress was &#8220;picking one viewpoint over another.&#8221; He suggested that violated the Constitution&#8217;s equal protection clause. When it came to Afghanistan, Amash argued that the resolution was unconstitutional because it created a &#8220;legislative veto.&#8221;</p>
<p>By Sunday night, Amash again invoked the Constitution over the president&#8217;s decision to join the international effort against Libya.</p>
<p>&#8220;It&#8217;s not enough for the president simply to explain military actions in Libya to the American people, after the fact, as though we are serfs,&#8221; Amash wrote on Facebook. &#8220;When there is no imminent threat to our country, he cannot launch strikes without authorization from the American people, through our elected representatives in Congress. No United Nations resolution or Congressional act permits the president to circumvent the Constitution.&#8221;</p>
<p>It will be interesting to see how many freshmen question this intervention on Constitutional grounds.In short, the debate over which branch of government can &#8220;declare&#8221; war dates back to that August day in 1787. And it&#8217;s even murkier now than it was then.</p>
<p>Many of you have heard of Rod Serling and &#8220;The Twilight Zone.&#8221; Fewer have heard of Supreme Court Justice Robert Jackson and the &#8220;zone of twilight.&#8221; In a 1952 decision about presidential powers, Jackson wrote that &#8220;there is a zone of twilight&#8221; where the executive and legislative branches may have &#8220;concurrent authority, or in which its distribution is uncertain.&#8221;</p>
<p>Jackson noted that presidential power plummets to &#8220;its lowest ebb when he takes measures incompatible with the expressed or implied will of Congress.&#8221;</p>
<p>It&#8217;s hard to assess what the &#8220;expressed or implied will of Congress&#8221; is on Libya. There are definitely concerns. And Congress certainly didn&#8217;t &#8220;declare war&#8221; as prescribed by the Constitution.</p>
<p>Which is why the U.S. now resides in Jackson&#8217;s &#8220;zone of twilight&#8221; when it comes to military action in Libya.<br />
_______________________</p>
<p>Inserito su www.storiainrete.com il 30 marzo 2011</p>
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		<title>Da Mattei a Ustica: ecco la guerra segreta fra Francia e Italia</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Mar 2011 16:26:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/edicola/storia-in-rete-numero-57-5-l2010/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/07/I-cover-storia-58-210x300.jpg" alt="" width="88" height="120" /></a>Riprendiamo alcuni passaggi dell&#8217;anticipazione dal <a href="http://www.chiarelettere.it/libro/principio-attivo/intrigo-internazionale.php">volume di Giovanni Fasanella e Rosario Priore &#8220;Intrigo internazionale&#8221;</a>, anticipato sul numero 57-58 di &#8220;Storia in Rete&#8221;, che riguardano i rapporti fra Francia ed Italia nel Mediterraneo. Storia di una guerra segreta fra &#8220;alleati&#8221; sullo sfondo degli anni di Piombo, del golpe di Gheddafi in Libia, e della decolonizzazione. Una guerra segreta che in questi giorni sta vivendo un nuovo capitolo con le operazioni militari volute da Sarkozy e Cameron contro il regime di Tripoli.</p>
<p>.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>di Giovanni Fasanella e Rosario Priore, <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2010/07/+++18-27anticipazione-chiarelettere.pdf">da Storia in Rete n° 57-58 </a> </em></p>
<p><em>.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Per gentile concessione della casa editrice Chiare Lettere, anticipiamo alcuni passaggi del libro scritto da Giovanni Fasanella, giornalista e documentarista, con l’ex magistrato Rosario Priore, già titolare di importanti inchieste come quelle sull’attentato a Giovanni Paolo II e quella sulla strage di Ustica. Il libro è impostato come una lunga intervista dove le domande (in corsivo) sono di Fasanella e le risposte (in tondo) di Priore, oggi finalmente libero di dire quello che poté scoprire durante le sue lunghe indagini.</em></p>
<p>[…] Nel corso del XX secolo ci sono stati diversi tentativi italiani di conquistare una posizione di predominio nel Mediterraneo, ridimensionando la presenza inglese. Questa era la linea, per esempio, degli statisti dei primi del Novecento, che però non seppero sfruttare le grandi occasioni. Infatti, ripiegarono sull’impresa di Libia, invece di scegliere una delle alternative offerte dalla storia: aderire alla proposta britannica di un «condominio » anglo-italiano sul Sudan o fornire l’ausilio in funzione antinglese agli Usa. La linea di personaggi come Francesco Crispi e Giovanni Giolitti fu seguita poi dal regime fascista, che voleva addirittura tentare avventure sugli oceani, oltrepassando le colonne d’Ercole e il canale di Suez. La guerra sul mare, combattuta durante il secondo conflitto mondiale, aveva questo scopo. Anche se poi l’Italia, pur avendo una flotta che in determinati momenti è stata persino superiore a quella inglese, non è mai riuscita a fronteggiare l’avversario in mare aperto. <strong><span style="text-decoration: underline;">Sembrerà strano, ma il progetto di Mussolini ha influenzato anche la linea di condotta dell’Italia democratica, fino ai giorni nostri. E con un certo successo, dal momento che la nostra politica mediterranea, nel dopoguerra, è riuscita a ridimensionare fortemente la presenza britannica.</span></strong></p>
<p><em>Sconfitta in guerra, l’Italia si prende quindi una rivincita sul piano politico-diplomatico?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.chiarelettere.it/img/intigro.jpg" alt="" width="200" height="318" />Sì, è il felice paradosso della prima Repubblica. Il tentativo, questa volta, è in gran parte riuscito perché è stato condotto con maggiore intelligenza rispetto ai decenni precedenti e ha avuto grandi protagonisti. Cito innanzitutto Enrico Mattei, che in effetti ha attuato una politica di potenza e di espansione in tutta l’area, con metodi che irritavano gli altri paesi occidentali. E poi, colui che gli è succeduto negli obiettivi politici: Aldo Moro. Anche le sue iniziative entrarono in conflitto con tutti coloro che avevano interessi forti e consolidati nel Mediterraneo.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Enrico Mattei, Aldo Moro. Non voglio indurla a trarre subito delle conclusioni. Però, la coincidenza è impressionante: i due maggiori protagonisti della politica di espansione italiana nel Mediterraneo, a un certo punto, sono stati entrambi assassinati.</em></p>
<p>Due omicidi ovviamente politici, di uomini di rilievo dell’Italia del secondo dopoguerra. Sì, la coincidenza è impressionante. Non dimentichiamo la lezione della storia: gli uomini politici capaci di iniziative davvero forti generano reazioni altrettanto forti, compresi progetti di eliminazione fisica.</p>
<p><em>La loro politica, ha detto, si è scontrata con tutti coloro che avevano interessi consolidati nel Mediterraneo. L’Inghilterra. E poi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La Francia. Sì, la  Francia forse è stata una delle vittime principali della politica italiana. Non dimentichiamo che Mattei prima appoggiò in tutti i modi la guerra di liberazione algerina dai coloni francesi. E poi contribuì a fare dell’Algeria uno dei paesi più forti del Nord Africa; si è irrobustita, dopo la conquista dell’indipendenza, grazie agli aiuti italiani. E tuttora mantiene con noi un rapporto di alleanza e di collaborazione economica, molto proficuo anche per il nostro paese.</p>
<p><em>Qual è stata la leva su cui si è appoggiata la politica italiana in quest’area?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Una politica petrolifera basata sull’offerta di un rapporto paritario con i paesi produttori. L’Eni garantiva il cinquanta per cento contro il trenta delle altre compagnie occidentali. E in questo modo l’Italia assestò un colpo mortale agli interessi francesi e inglesi. Ma non solo. La politica mediterranea dell’Italia si è appoggiata anche su un’efficace azione di propaganda e di guerra psicologica tesa a mettere i nostri concorrenti in cattiva luce. (…)</p>
<p><em>E in quali altre aree del Mediterraneo si è manifestato l’«interventismo» italiano?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Per rimanere ai conflitti con la Francia, direi in Corsica. Lì, da parte nostra, c’è sempre stata una politica sotterranea favorevole non dico all’indipendenza di quella regione, ma sicuramente a una sua maggiore autonomia dai francesi. Vede, sotto certi aspetti, la Corsica è molto più «italiana» della Sardegna. Quindi il nostro appoggio alla causa autonomista era naturale, e non è mai venuto meno sin dal passaggio dell’isola ai francesi. (…)</p>
<p><em>Se con la Francia il conflitto si concentrò soprattutto sull’area maghrebina e sulla Corsica, con l’Inghilterra la partita si giocò sulla Libia. È così?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, almeno fino ai primissimi anni Settanta soprattutto in Libia, che dopo la  Seconda guerra mondiale era passata sotto il mandato inglese. E già quella decisione era stata preceduta da un contenzioso molto duro, perché Stati Uniti e Unione Sovietica volevano che una parte del territorio libico restasse sotto il mandato italiano. Ma alla fine la spuntarono gli inglesi. L’influenza britannica in Libia si fondava sul potere della famiglia del re Idris. Il quale fu deposto nel 1969, con un colpo di Stato dei giovani colonnelli guidati da Muammar Gheddafi. Idris era andato a passare le acque in Turchia e Gheddafi ne approfittò.</p>
<p><em>C’era la mano dei servizi segreti italiani dietro il golpe di Gheddafi?</em></p>
<p>Il colpo di Stato fu organizzato in un albergo di Abano Terme. Penso proprio di sì, c’era dietro la mano italiana. Appena Gheddafi prese il potere, per la parata trionfale noi gli mandammo in quattro e quattr’otto navi cariche di carri armati, intere divisioni, lasciando addirittura sguarnite le nostre difese ai confini.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Nel 1969 la Libia non era ancora una potenza petrolifera. Quale interesse poteva avere, l’Italia, a rimetterci sopra le mani?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Noi sapevamo che cosa conteneva quello scatolone di sabbia, perché avevamo fatto delle ricerche già prima della guerra. Sapevamo che c’era il petrolio e che i giacimenti erano immensi. La Libia ci faceva gola, perché poteva costituire la nostra riserva strategica, il carburante del nostro sviluppo economico. Come in effetti è poi avvenuto.</p>
<p><em>Quale fu l’effetto del golpe di Gheddafi sull’equilibrio in quell’area?</em></p>
<p>I libici chiusero immediatamente le basi inglesi e americane, espellendo i militari dei due paesi.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Però vennero espulsi anche migliaia di italiani.</em></p>
<p>Certamente. Ma nonostante questo, l’Italia divenne subito il principale partner economico di Gheddafi. Mentre gli inglesi, perdendo la Libia, di fatto si ritrovarono fuori dal Mediterraneo. Perché, di lì a poco, furono costretti a lasciare anche le isole di Malta e Cipro.</p>
<p><em>Come reagirono gli inglesi al colpo di stato in Libia?</em></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Secondo un’ipotesi non provata, dietro la strage di Piazza Fontana ci sarebbe stato un mandante inglese. Ripeto, tutto da provare. Tuttavia, alcuni elementi portati a sostegno di questa ipotesi danno da pensare</span></strong>. Innanzitutto la data, dicembre 1969, a poco più di tre mesi dal golpe di Tripoli. Poi il legame degli ambienti neofascisti italiani, accusati dell’organizzazione della strage, con il principe Junio Valerio Borghese, indicato dalla stessa storiografia di destra più recente come un uomo legato ai servizi britannici sin dagli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Inoltre, il fatto che l’espressione «strategia della tensione» fosse stata coniata proprio dalla stampa inglese in quello stesso dicembre 1969. Quell’espressione pesa ancora oggi come un macigno sulla nostra storia, perché continua a essere la chiave d’interpretazione non solo di Piazza Fontana, ma dell’intero periodo degli anni di piombo. <strong><span style="text-decoration: underline;">Un altro elemento merita di essere ricordato: l’esplicita accusa mossa agli inglesi dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Pochi giorni dopo la strage, quando i giornali inglesi tornarono a parlare di «strategia della tensione» per alludere a responsabilità tutte italiane, Saragat reagì ritorcendo l’accusa contro gli inglesi, riferendosi a sua volta ai rapporti dei servizi britannici con gli ambienti in cui era maturato il progetto dell’attentato</span></strong>.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Piazza Fontana, tutto da dimostrare. Ma le reazioni inglesi sono provate?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Tentarono subito di riprendersi quello che avevano perso in Libia. Ma non ci riuscirono, perché l’Italia proteggeva il regime di Gheddafi. Poco più di un anno dopo il golpe, organizzarono una spedizione militare segreta. (…)</p>
<p><em>(&#8230;)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Con il golpe di Gheddafi in Libia, si accentua dunque il filo arabismo della politica estera italiana nel Mediterraneo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>E ancora di più negli anni successivi. Ma, vede, la nostra politica estera è sempre stata caratterizzata da una linea filoaraba. Fin dai primi del Novecento, addirittura già con Francesco Crispi. Era quasi una necessità imposta dalla nostra collocazione geografica. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Poi, però, concluso il secondo conflitto mondiale, inizia un’altra storia: l’Italia, nazione sconfitta in guerra, comincia a rialzare la testa nel Mediterraneo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, rialza la testa, riprende i vecchi disegni e le antiche ambizioni. Però li nutre e li fortifica con robuste iniezioni di razionalità e di saggezza. Dal piano militare, il conflitto si trasferisce sul terreno politico-diplomatico e della concorrenza economica. La politica di Mattei, insomma.</p>
<p><em>Con quali mire? Quali erano le coordinate della politica mediterranea italiana nel secondo dopoguerra?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>L’influenza sul Nord Africa; il controllo delle grandi isole del Mediterraneo, come Malta e Cipro; e, se possibile, delle due porte di accesso, lo stretto di Gibilterra e il canale di Suez. Di fatto, l’obiettivo era sostituirsi a Francia e Gran Bretagna.</p>
<p><em>Ambizioni, se non da grande, certamente da media potenza. Per una nazione appena sconfitta in guerra, non era un po’ troppo?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Il progetto era molto ambizioso. In un certo senso, coincideva con quel disegno di Mussolini che voleva per il nostro paese sbocchi sugli oceani Indiano e Atlantico. Con una differenza rispetto al passato: alla luce dei risultati ottenuti, era sicuramente alla portata della classe dirigente italiana di quel secondo dopoguerra. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Parliamo ora di un’altra delle sue inchieste, quella sulla strage di Ustica, che sembra evocare scenari del tutto diversi da quelli descritti finora.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Apparentemente. In realtà ci aiuta a illuminarli meglio, consentendoci di intravedere con maggiore chiarezza una delle chiavi interpretative della storia tragica che abbiamo vissuto, proprio uno dei fili che percorre e lega le pagine di questo libro.</p>
<p><em>Vediamo. La sera del 27 giugno 1980 un DC-9 dell’Itavia esplode sul Tirreno mentre vola da Bologna a Palermo. Gli ottantun passeggeri a bordo muoiono tutti. Non hanno mai avuto giustizia:</em></p>
<p><em>non ci sono colpevoli per quella strage, non esiste una verità giudiziaria. E i vertici dell’Aeronautica militare italiana dell’epoca, imputati di depistaggio, sono stati tutti assolti. Lei tuttavia ha raccolto una mole impressionante di materiale durante la sua istruttoria. Sulla base di quelle carte e delle informazioni emerse dopo i processi, è davvero possibile intravedere una verità?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, abbiamo comunque raccolto elementi e informazioni che ci portano alla verità. Una verità però «indicibile», quella che non è stato possibile rivelare in occasione dell’inchiesta giudiziaria, come del resto è capitato in molte altre inchieste su episodi oscuri della storia italiana recente, a cominciare dalle stragi e dai legami internazionali del nostro terrorismo. Una verità, su Ustica, misconosciuta dalle sentenze assolutorie, ma che oggi viene affermata a mezza bocca anche dalle più alte istituzioni. Ma la si dice e poi quasi la si ritratta, nella speranza che, con il tempo, venga disinnescato il suo effetto deflagrante, e quindi venga rimossa.</p>
<p><em>Ustica, intanto, è un’intricatissima storia internazionale: questo si può dire?</em></p>
<p>Accidenti se lo è. Perché ci sono colpe e responsabilità dirette di più paesi. Per non parlare di tutti gli altri che sanno ma che non possono o non vogliono dire. Insomma, la strage di <strong><span style="text-decoration: underline;">Ustica è un caso coperto dall’omertà internazionale, che è ancora più impenetrabile di quella di una semplice cosca mafiosa siciliana o di una ’ndrina calabrese. Tenga poi conto che le stragi «silenti», cioè senza rivendicazioni, come quella di Ustica e la quasi totalità delle stragi compiute in Italia, sono in genere dei messaggi da governo a governo, che i governi recepiscono e comprendono, agendo poi di conseguenza.</span></strong> Quella di Ustica, inspiegabile alle prime battute, si è poi immediatamente aggrovigliata soprattutto a causa di intese scellerate e di intrighi fra istituzioni nazionali e internazionali. (…)</p>
<p><em>Il</em><em> DC-9 Itavia fu attaccato e abbattuto da altri aerei?</em></p>
<p>È assai probabile. Anzi, direi che è certo. Anche se <strong><span style="text-decoration: underline;">penso che sia successo per errore: non era il DC-9 Itavia l’obiettivo, ma altri aerei che in quel momento volavano nella scia del DC-9 per proteggersi dalle intercettazioni dei radar. Questo lo abbiamo appurato. E possiamo affermare con certezza anche che gli attaccanti erano aerei militari, </span></strong>aerei da caccia. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>È possibile trarre una conclusione certa?</em></p>
<p>Direi proprio di sì. È evidente che il DC-9 fu abbattuto da uno o più aerei militari sicuramente indirizzati verso l’obiettivo da un’efficiente «guida caccia», un potente sistema radar in grado di «vedere» anche a centinaia di chilometri di distanza.</p>
<p><em>Ricapitolando, quella sera, quanti aerei erano in volo tra gli Appennini e il Tirreno?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Questo non è facile stabilirlo con esattezza. Dopo il decollo del DC-9 apparvero due caccia non identificati, che però scomparvero quasi subito ai radar: potrebbero essere atterrati o essersi nascosti dietro un aereo, probabilmente quello dell’Itavia. Poi c’era l’Awacs [Airborne Warning And Control System: radar volante. NdR] ; quindi uno o due caccia non identificati che puntarono sul DC-9; e, infine, i due caccia dello stormo di Grosseto, pilotati da Mario Naldini e Ivo Nutarelli.</p>
<p><em>I due ufficiali morti qualche anno dopo nell’incidente di Ramstein, durante un’esibizione delle Frecce tricolori?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Esatto. Ufficialmente stavano facendo esercitazioni, addestrando un allievo pilota. Intercettarono il DC-9 nel nord della Toscana, lo affiancarono e lo seguirono fino all’altezza di Grosseto. All’improvviso si accorsero che qualcosa non andava e lanciarono alla base il segnale di allarme, ma non via radio, «squoccando» elettronicamente invece il codice di emergenza. (…) E questa è una prova che Naldini e Nutarelli avevano visto qualcosa di veramente serio, e cioè che dietro l’aereo civile si nascondevano velivoli militari non Nato. Nei colloqui tra loro e con i loro colleghi della base di Grosseto, nei giorni successivi, uno dei due aveva detto che «era successo qualcosa di terribile, che c’era stato un vero e proprio combattimento aereo e che si era sfiorata addirittura una guerra».</p>
<p><em>Peccato che i due piloti italiani non ebbero il tempo di raccontare ai magistrati quello che avevano visto.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Già. Stavano forse per farlo perché io li avevo già chiamati a testimoniare ma, poco prima che potessi ascoltarli, morirono nell’incidente di Ramstein. Su quell’incidente la magistratura tedesca aprì un’indagine, però i risultati non ci vennero mai comunicati. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A questo punto le devo porre la «madre di tutte le domande»: qual era la verità che non si poteva far conoscere all’opinione pubblica?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>C’era un groviglio di verità «indicibili» che nascevano dalla nostra politica mediterranea, in particolare verso la Libia, e dall’irritazione che quella politica provocava nei nostri alleati europei. Se quelle verità fossero venute pubblicamente a galla, non sarebbero rimaste prive di conseguenze. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>L’aereo che viaggiava sotto la pancia del nostro DC-9 poteva essere quello di Gheddafi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Secondo ragionevoli ipotesi, potevano essere uno o più caccia militari libici che tornavano dalla Jugoslavia utilizzando un corridoio senza la copertura del NADGE [NATO Air Defence Ground Environment, il coordinamento contraerei NATO, NdR]. Secondo ipotesi più recenti, quei caccia dovevano prelevare il leader libico sul Tirreno e scortarlo in un viaggio nell’Europa dell’Est. Ma, avvertito da qualcuno dell’imminente pericolo, all’altezza di Malta l’aereo avrebbe improvvisamente cambiato rotta per tornare in Libia. (…)</p>
<p><em>Chi voleva uccidere Gheddafi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Di recente, a inchiesta giudiziaria ormai conclusa, dopo che le sentenze di assoluzione dei generali erano ormai divenute definitive, l’ex presidente della Repubblica <strong><span style="text-decoration: underline;">Francesco Cossiga, che all’epoca era presidente del Consiglio, ha detto qualcosa in proposito. Riferendo informazioni provenienti dall’interno dei nostri servizi, ha parlato esplicitamente di una responsabilità francese</span></strong>. (…) <strong><span style="text-decoration: underline;">Tenderei a escludere responsabilità dell’amministrazione americana dell’epoca</span></strong>. Primo, perché ne era a capo il democratico Jimmy Carter, che al tempo manteneva rapporti con la Libia; addirittura la riforniva di armi. Secondo, perché gli americani ci aiutarono nell’inchiesta, più degli italiani. La stampa italiana allora accusò brutalmente gli Stati Uniti, ma da Washington noi abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile: dalle perizie di Macidull e Transue delle prime ore all’istituzione dell’«Ustica Desk», che dette risposte addirittura a un centinaio di rogatorie.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ma, durante l’inchiesta, lei chiese informazioni anche ai francesi?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Sì, naturalmente. Ma ci fu opposta una chiusura totale. In tutte le epoche e da tutti i governi. Sia Valéry Giscard d’Estaing sia François Mitterrand si chiusero a riccio, persistendo nella politica di tutela assoluta dei segreti di Stato, a prescindere dal colore dei governi. Qualche indicazione preziosa la ricavai invece da un lungo colloquio con Alexandre de Marenches, il direttore dello Sdece, il servizio segreto esterno francese all’epoca di Ustica. (…) Mi disse che le mie ricerche in Francia non avrebbero sortito alcun effetto, perché se quei servizi avessero tentato un’operazione contro Gheddafi, non avrebbero lasciato alcuna prova. Però ci tenne anche a precisare che, secondo lui, il leader libico doveva essere messo nella condizione di non nuocere più, e farlo era il dovere di più governi.</p>
<p><em>E lei che sensazione ne ricavò?</em></p>
<p>Che avesse voluto dirmi la verità su Ustica, ma senza che io la potessi utilizzare sul piano giudiziario. Perché era certissimo che non avrei mai potuto trovare prove nelle carte dello Sdece. Comunque, una volta chiusa l’inchiesta, sono emersi frammenti di verità. Abbiamo già detto delle ammissioni di Cossiga. E poi la notizia, molto attendibile, che l’operazione partì dalla portaerei francese <em>Clemenceau</em>, che si trovava a sud della Corsica e aveva la copertura radar della base a terra di Solenzara. (…)</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>È possibile, comunque, che l’attacco francese contro Gheddafi avesse in qualche modo la copertura di altri stati interessati all’eliminazione del leader libico?</em></p>
<p>Visti i rischi che l’operazione avrebbe comportato sia sul piano militare sia su quello degli equilibri internazionali, era bene che se ne occupasse un solo governo. Di sicuro, però, c’erano diversi paesi interessati a una soluzione forte e definitiva del «problema Gheddafi». L’eliminazione del leader libico su Ustica sarebbe stata soltanto la prima fase di un progetto assai più vasto e complesso che prevedeva anche interventi via terra sulla Libia. La caduta del regime di Tripoli avrebbe avuto come</p>
<p>conseguenza un riordino dell’intero assetto nordafricano e subsahariano e una nuova spartizione dell’influenza in queste aree ricchissime di risorse. A tutto svantaggio della presenza italiana.</p>
<p><strong><em>Giovanni</em></strong><em><strong> </strong>Fasanella e Rosario Priore</em></p>
<p><em>Per gentile concessione </em></p>
<p><em>dell’editore Chiare Lettere</em></p>
<p><em>__________________________________</em></p>
<p><em>Inserito su www.storiainrete.com il 25 marzo 2011</em></p>
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		<title>Libia-Italia. Le radici della paralisi di Roma nella crisi libica</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Feb 2011 16:33:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[<div>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-35-settembre-2008/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="i-cover-storia35" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia35.jpg" alt="" width="87" height="120" /></a><em>La paralisi della diplomazia romana in questi giorni di crisi della Libia ha radici nei legami economici con la Quarta Sponda. I quali &#8211; a loro volta &#8211; risentono pesantemente delle ipoteche culturali con le quali si è messa</em></p></div><p>&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><a href="http://www.storiainrete.com/2008/09/storia-in-rete-n%c2%b0-35-settembre-2008/"><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="i-cover-storia35" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia35.jpg" alt="" width="87" height="120" /></a><em>La paralisi della diplomazia romana in questi giorni di crisi della Libia ha radici nei legami economici con la Quarta Sponda. I quali &#8211; a loro volta &#8211; risentono pesantemente delle ipoteche culturali con le quali si è messa l&#8217;Italia in condizione di contrattare &#8220;col cappello in mano&#8221; con quella che è stata una nostra ex colonia, e che l&#8217;Italia ha contribuito a creare come Stato, fin dallo stesso nome. Ipoteche culturali che vanno dissolte una volta per sempre, riconoscendo eventuali torti dell&#8217;Italia durante la colonizzazione, ma contestualizzandoli e ricordando anche quanto di buono è stato lasciato dall&#8217;Italia in quelle terre. Riportiamo quindi un articolo comparso su &#8220;Storia in Rete&#8221; n. 44 col quale si volevano puntualizzare alcuni aspetti della questione Italia-Libia. <strong><span style="color: #993300;">(SiR)</span></strong></em></p>
<p><span id="more-4397"></span></p>
<h1>PER FAVORE, BASTA MEA CULPA SULLA LIBIA</h1>
<p><em>Il mito degli “Italiani brava gente” sarà stucchevole ma quello degli italiani solo feroci colonialisti è anche più fastidioso (e bugiardo). Un mensile di storia a larga diffusione il mese scorso si è fatto prendere la mano sul colonialismo italiano in Libia, dando voce a forzature e mezze verità che, insieme ad un bel po’ di omissioni, hanno fornito una ricostruzione parziale e ingenerosa dell’attività italiana in Cirenaica e Tripolitania a partire dal 1911. Ricostruzione che sposa solo le “ragioni del risarcimento alla Libia per trent’anni di occupazione italiana”. Ecco invece quello che i lettori di «Focus Storia» non hanno potuto sapere</em></p>
<p>di Emanuele Mastrangelo da &#8220;Storia in Rete&#8221; n° 44 <img src="http://www.storiainrete.com/wp-content/themes/template2/images/logo.gif" alt="Storia In Rete - Il sito ufficiale di Storia In Rete" width="77" height="19" /></p>
<p>Se il negazionismo è una brutta bestia, il giustificazionismo non è da meno perché raccontando mezze verità si creano bugie ancora più grandi e difficili da smascherare. Come quella che esce dal pezzo “La 4a Sponda” di Gianpaolo Fissore, su “Focus Storia” del mese di maggio. Fissore, esperto di cinema prestato alla storia, ha preso il via con le frasi del presidente del Consiglio Berlusconi che, lo scorso settembre, hanno rappresentato l’autodafé italiano nei confronti della nostra ex colonia. Un autodafé sul quale ci sarebbe da fare molta dietrologia, magari basata su concetti semplici come “petrolio”, “affari”, “ricatti finanziari, politici e demografici”, problemi che però pertengono ai governanti ma non riguardano la nostra ragione sociale. Agli storici – e anche solo a chi si prende la briga di raccontare la Storia – il compito di appurare come si è arrivati all’oggi, cercando di spiegare, non certo di giustificare.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Il pezzo parte in quarta con alcuni marginali episodi nella conduzione della guerra agli ottomani, sorvolando completamente sulla complessa situazione di Tripolitania e Cirenaica (ah, il termine “Libia” è di almeno vent’anni posteriore). Rischiariamo allora noi la memoria: i vilayet ottomani che corrispondono all’attuale Libia erano amministrati dai turchi ottomani ed erano abitati principalmente da arabi e berberi – sulla costa – e da nomadi sahariani (tuareg) o dalla confraternita della Senussia nell’interno. Una considerazione non dappoco – come vedremo più avanti. Le due maggiori etnie sono solo parzialmente fuse, e i vari clan e tribù sono in continua lotta fra loro. Parlare di un “nazionalismo libico” o di una “resistenza nazionale” è una forzatura storica immane, poiché nessuno fra gli arabi o i berberi allora aveva la minima coscienza di far parte di una “nazione” che partiva da Zuara e finiva a Bardia. Anzi, divisi da un secolare odio razziale (gli arabi pretendendo di essere i veri ed autentici depositari del messaggio maomettano, con tutti gli altri giunti buoni ultimi alla conversione), le due etnie non faticarono a polarizzarsi l’una in funzione anti-italiana, l’altra invece favorevole al Tricolore. E dunque, una parte della pretesa italiana di manifestarsi come liberatrice di Tripolitania e Cirenaica dal malgoverno ottomano è fondata su solide basi diremmo oggi di consenso popolare, almeno fra i berberi (come testimonia il contegno di città come Zuara, detta “la Fedelissima”).</p>
<p>Questo addentellato non trascurabile viene perfino accennato nell’articolo di «Focus Storia», senza che se ne traggano però le debite conseguenze: “il conte Volpi, invece, a tradimento, col generale Graziani e coi berberi venne da noi con la forza”, dice la citazione delle memorie di un ribelle arabo, Mohamed Khalifa Fekini (Feheni, secondo la grafia italiana dell’epoca). Dunque, una parte della popolazione dell’attuale Libia unita non doveva essere ostile agli italiani. Ma questo, evidentemente, è meglio che continui ad essere ignorato. Eppure, ignora oggi ignora domani, qualcosa ogni tanto sfugge… E intanto tocca leggere che – parola di Fissore – gli anni fra 1912 e 1921 furono “un periodo di relativa pace”. Una pace dovuta al fatto che “si cercò di stabilire alcune regole di convivenza che culminarono nella concessione degli statuti del 1919” e con “l’attenzione per la cultura locale” che il governatore Volpi “sembrò mostrare”. Ma questo finì presto, per la protervia degli italiani, ovviamente, come abbiamo letto dalle “indubitabili” parole di Fekini sopra citate.</p>
<p>E invece non andò così manco per niente. Fissore non si preoccupa troppo di cosa sia e come nasca la “resistenza libica” (virgolette obbligatorie): oggi affibbiare la patente di “resistente” a qualcuno è come dargli tre quarti di nobiltà, quindi inutile approfondire. Ma chi non voglia accontentarsi delle patenti patacche, e voglia invece guardare dietro le quinte, deve prendere atto per prima cosa che Tripolitania e Cirenaica furono occupate in poco meno di un anno fra 1911 e 1912. La situazione – nemmeno finita la guerra coi turchi – non era affatto pacifica. La strage di Sciara Sciat (dove i bersaglieri furono sterminati dagli irregolari arabi) aveva aperto gli occhi ai nostri: fra gli indigeni c’era chi non era affatto felice d’essere “liberato” dagli italiani, e ce lo faceva capire con esplicita ferocia. I prigionieri italiani venivano sadicamente trucidati e a queste azioni seguivano le rappresaglie (su cui tanto insiste Fissore, ovviamente omettendo che esse furono istigate dalla brutalità di cui erano oggetto i nostri militari caduti in mano nemica). Si alzarono delle forche, si impiccarono dei rivoltosi, forse un migliaio (Fissore cita l’esagerata cifra di quattromila morti secondo le notoriamente “attendibilissime” fonti libiche).</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>La rivolta araba della “Quarta Sponda” dunque ebbe origine esterna: le tribù di confine venivano pagate ed armate da potenze ostili a Roma per fare quello che hanno fatto per secoli – saccheggiare e razziare – ma farlo, questa volta, in funzione precipuamente anti-italiana. Contro questi rivoltosi l’Italia sopporta a lungo, addirittura rinunciando all’amministrazione dell’entroterra cirenaico che diventa un emirato senussita dal 1917, ancorché de iure sotto sovranità italiana. Nel 1919 vengono proclamati degli statuti per le colonie, che concedono ampi diritti ai cittadini mussulmani, ma i saccheggi e le incursioni delle varie tribù non sottomesse continuano (fra queste, anche quella di Fekini), mentre la Senussia, a cui l’Italia aveva garantito un emirato in Cirenaica meridionale con due accordi (Acroma, 1917 ed Er Regima, 1920) anziché ottemperare al disarmo delle proprie bande, si accorda con altre tribù libiche in funzione anti-italiana. Con la nomina di Giuseppe Volpi da parte di Giolitti a governatore delle colonie nordafricane si decise di applicare l’unica strategia possibile: bastone e carota. Da un lato si cercò di aumentare il prestigio italiano fornendo provvigioni e servizi alle popolazioni coloniali e accordandosi con i senussi nel già citato patto di Er Regima. Dall’altra si decise di troncare il contrabbando d’armi che sosteneva i rivoltosi e che passava per il porto di Misurata Marina, l’unico non controllato dagli italiani. E’ questa azione – fatta per ristabilire la legittima sovranità italiana – che le memorie di Fekini identificano come “attacco a tradimento” nel bel mezzo di “trattative” per la “pace”. Si trattò, comunque, del primo atto della riconquista della colonia.</p>
<p>Per altri anni le forze italiane riusciranno a sottrarre una dopo l’altra le oasi ai rivoltosi, ricacciandoli sempre più verso l’entroterra: la sovranità italiana, finora accettata solo de iure, venne estesa anche de facto. Insomma, le cose stavano diversamente da come le racconta «Focus Storia»: la guerra alle popolazioni libiche non la inaugurarono gli italiani (che nel 1911 intendevano farla solo ai turchi, occupanti né più né meno di noialtri, solo che lo erano da secoli) e soprattutto non si scatenò con l’arrivo di quello che viene considerato il mostruoso artefice di tutte le nefandezze italiane vere o presunte: Rodolfo Graziani, questo capro espiatorio tanto antipatico al ras della storiografia colpevolista del colonialismo italiano, Angelo Del Boca. A Graziani si imputa perfino l’aver scatenato una “guerra santa”, per aver utilizzato cioè contro i libici mussulmani gli ascari eritrei di religione copta (e qui ci si chiede: i marinai e i bersaglieri di Giolitti invece di che parrocchia erano?). Fissore trascura di precisare che il nerbo delle colonne di Graziani era formato dai superbi reparti di meharisti, libici mussulmani volontariamente arruolati come truppe coloniali. Così come nell’articolo si afferma che l’Italia avrebbe rotto gli accordi con la Senussia nel 1923, costringendo l’emiro Idris alla fuga in Egitto: falso. Come visto, gli accordi fra Italia ed emirato furono più volte disattesi da Idris, che continuò a tollerare campi di armati nei territori concessi dall’Italia alla sua amministrazione. Nel marzo 1923 l’Italia chiese per l’ennesima volta alla Senussia di ottemperare agli accordi di Er Regima, ma per tutta risposta i senussi si radunarono in armi ad Agedabia, per mostrare i muscoli. Era la fine di ogni possibile ulteriore accomodamento.</p>
<p>Con la fine degli anni Venti solo il Gebel (l’Altopiano di Barca) che fronteggia il mare in Cirenaica resisteva ancora alla riconquista italiana. Lo si doveva al terreno – accidentato e ricco di nascondigli – e ai rifornimenti che dal compiacente Egitto sotto protettorato britannico provenivano tramite la Senussia. Il capo di questa resistenza era il celebrato Omar Al Mukhtar, vicario dell’emiro Idris esule in Egitto. Per sconfiggere i rivoltosi vennero allestiti, è vero, anche campi di concentramento, come avevano fatto gli inglesi in Sudafrica. Mentre è probabilmente falso – invece – che in Libia furono usate le armi chimiche, come invece suggerisce Fissore citando ad arte una lettera di Pietro Badoglio a Domenico Siciliani, che auspica l’uso dell’iprite, ma non dice affatto che essa fu poi realmente usata. Il bilancio alla fine è comunque pesante: sessantamila morti e distruzioni immani per una guerra non iniziata e non voluta dagli italiani.</p>
<p>Insomma, una serie di imprecisioni, mezze verità e bugie surrettizie, per puntellare le quali addirittura il direttore della rivista nel suo editoriale arriva a parlare di “libici che preferivano restare padroni in casa propria” (ma – abbiamo visto, padroni non lo erano nemmeno prima degli italiani) e di “armi chimiche vietate dalla Convenzione di Ginevra” usate secondo “varie e indiscutibili testimonianze”… varie? L’articolo cita (in modo forzato) una lettera. Indiscutibili? Se ne discute da anni, ma una prova certa non è ancora uscita fuori, a differenza della questione dell’iprite in Abissinia, “segreto di Pulcinella” su cui si montò tutta la stuccosa polemica (tutta giornalistica e niente affatto storica) fra Montanelli e Del Boca che molti ricorderanno.</p>
<p>E qui arriviamo al vero cuore del problema: l’equivoco fondamentale su cui è basata ogni requisitoria anticolonialista ed anti-italiana è che il nostro Paese avrebbe invaso una terra indipendente e pacifica, facendone un campo di battaglia e opprimendo i sentimenti nazionali di un popolo libero e cosciente della propria nazionalità. Un equivoco basato – oltre che sul nascondere dati e fatti fondamentali – sull’applicazione ad un mondo del tutto diverso dal nostro le categorie che si adattavano all’Europa del 1900 (meglio: quella del secondo Novecento) ma che in Africa non avevano alcun significato. Si parla dunque di “occupazione della nazione libica”, ma non vi era alcuna “nazione” che veniva occupata. Vi erano “territori”, disorganici fra loro, abitati da popolazioni seminomadi, soggette comunque ad un potentato straniero. Si parla di “esproprio delle terre libiche”, ma non si considera che il concetto di proprietà privata della terra – nel nome del quale si vorrebbe ravvisare un crimine o un’oppressione italiana – era del tutto alieno alle strutture tribali dei popoli colonizzati. Si parla di “stragi ed eccidi” commessi dall’Italia, e si tace che contemporaneamente gli indigeni si massacravano allegramente fra di loro per motivi tribali, etnici, religiosi o per semplice abitudine alla scorreria e al saccheggio, e che continuarono a farlo finché – ancorché coi mezzi discutibili che vanno stigmatizzati con fermezza ma senza mai dimenticare che la sensibilità e il modo di fare la guerra si è voluto ed è inutile considerare con gli occhi di oggi comportamenti di anche meno di un secolo fa – non fu imposta una “pax italiana” a tutta la colonia. Così l’articolo fa sembrare Fekini (complice anche la mitizzazione creata da Angelo Del Boca su questo personaggio) una sorta di resistente legittimo che “trattava la pace per noi [libici] e per il nostro Paese” (ma, come abbiamo visto, un “paese” libico nel 1921 non era neppure in mente Dei) “attaccato a tradimento” dalle truppe italiane di Volpi e Graziani. La campana italiana – a volerla sentire se non spiace – è molto differente: Fekini era – secondo quanto riportato da Volpi nel suo annuale rapporto a Roma del 1922 – un “provocatore” e un “ribelle”, rappresentante al più di sé stesso e la sua tribù, in perenne lotta con gli italiani ma anche con gli altri indigeni cirenaici – arabi o berberi.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Se gli italiani cercavano di stabilire un regime di vita comune fra indigeni e coloni, essi “schiacciavano le peculiarità culturali dei popoli sottomessi”, se invece garantivano una doppia via (per esempio, scuole italiane per i coloni, madrasse per gli indigeni, tribunali di diritto romano per i coloni, sciariah per gli indigeni etc.) facevano “segregazione razziale” e “apartheid”. Se gli italiani impiccavano i rivoltosi erano dei “massacratori”. Se gli arabi inchiodavano vivi i bersaglieri, o li eviravano, o cucivano gli occhi ai prigionieri era “resistenza”. Un giudizio sbilanciato che ben si nota nei libri di Del Boca che hanno ispirato l’articolo di Fissore: le atrocità arabe vengono registrate (se proprio si deve…) senza una parola di commento. Quelle italiane sono sotto la lente d’ingrandimento, e per ogni impiccato per mano italiana ci sono lunghi mea culpa.</p>
<p>Se resta stuccosa l’immagine del “buon italiano”, quella della dominazione coloniale fatta di “atrocità e infamie” à la Del Boca non regge di fronte ai bilanci che la Storia può trarre: oggi la Libia è una nazione unita e dotata di infrastrutture solo grazie al dominio coloniale italiano e al lavoro di decine di migliaia di coloni, poi cacciati via senza complimenti ed espropriati di tutto per “restituire” al popolo libico qualcosa che non è mai stato suo. Fra i lasciti del nostro dominio, una serie di istituzioni politiche e giuridiche nel nome delle quali si vuole imputare al nostro Paese una serie pressoché infinita di crimini (non si dimentichi che la Libia imputa all’Italia uno sterminio di quasi un milione e mezzo di persone, oltre venti volte le stime reali e il doppio della reale popolazione libica del periodo!). Se una guerra spietata è stata condotta dagli italiani contro i rivoltosi libici (e non già contro “il popolo libico” tout court, sia chiaro) essa aveva come scopo la creazione di una realtà nuova, dove la sovrabbondanza demografica italiana di allora poteva vivere accanto alla tradizionale cultura indigena. Al contrario, la Libia che ci chiede oggi risarcimenti e mea culpa ha costruito il proprio relativo benessere sullo sfruttamento fino all’esaurimento dei lasciti coloniali italiani e la distruzione delle realtà nomadi e tribali, alle quali è stata imposta un’urbanizzazione coatta molto più violenta culturalmente delle misure coloniali italiane. Del resto, nella migliore tradizione araba, il governo di Tripoli invece di investire al massimo per il benessere dei libici preferisce essere protagonista della scena finanziaria mondiale (da qui l’interesse di Berlusconi per l’accordo “riparatorio”) per cui i libici campano ancora in gran parte grazie alle opere realizzate dagli italiani, staranno meglio grazie alle opere che l’Italia colpevolizzata si è impegnata a realizzare nel prossimo futuro mentre la cricca di Gheddafi si guarda in giro per il mondo per spendere al meglio (speculazioni e investimenti) i soldi della Libia. Ulteriore capitolo di uno sfruttamento “interno” che sembra non turbare nessuno. Ma se, ieri come oggi, gli africani si opprimono fra loro, questo non provoca conati e rimorsi ai masochisti di casa nostra per i quali continua a valere mito del “Buon selvaggio” declinato in chiave anticolonialista, dove l’europeo è sempre e comunque avido, sanguinario e sfruttatore mentre l’indigeno invece è una povera vittima strappata dalla sua arcadia primitiva ma felice.</p>
<p>Emanuele Mastrangelo</p>
<p>____________________________________</p>
<p><strong>ECCO GLI ARTICOLI CHE STORIA IN RETE HA DEDICATO AL &#8220;DOSSIER GHEDDAFI&#8221;:  FRA DIMENTICANZE, MEZZE VERITA&#8217; E BUGIE TUTTE INTERE, ECCO UNO SPACCATO DELLE RELAZIONI CHE CI LEGANO ALLA &#8220;QUARTA SPONDA&#8221;.</strong></p>
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<p>PER FAVORE, BASTA MEA CULPA SULLA LIBIA! <img title="libia" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/libia.jpg" alt="" width="195" height="138" /></p>
<p>su Storia in Rete n° 44   <img title="i-cover-storia-44" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/i-cover-storia-44.jpg" alt="" width="87" height="120" /></p>
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		<title>Gheddafi di nuovo a Roma: ecco con chi abbiamo a che fare</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 07:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/69800/gheddafi.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ennesima visita del dittatore di Tripoli a Roma. Ancora una volta uno scenario da circo equestre, con una capitale blindata, disagi per i romani e tutto per non scontentare il capriccioso ospite. Di contorno, dei &#8220;revisionisti&#8221; che gettano fango sulla&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://diarioelettorale.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/69800/gheddafi.jpg" alt="" width="90" height="90" />Ennesima visita del dittatore di Tripoli a Roma. Ancora una volta uno scenario da circo equestre, con una capitale blindata, disagi per i romani e tutto per non scontentare il capriccioso ospite. Di contorno, dei &#8220;revisionisti&#8221; che gettano fango sulla storia d&#8217;Italia in un &#8220;convegno storico&#8221; pilotato per far contento il rais di Tripoli, che non andrà mai a contestare la sua dittatura sul popolo libico e la gestione quantomeno piratesca degli affari internazionali (dall&#8217;espulsione dei 20 mila italiani al recente caso delle infermiere bulgare rapite e torturate per anni), nè l&#8217;osceno sfruttamento dell&#8217;immigrazione clandestina come arma di pressione internazionale. Ecco tutto quello che sia chi si inchina davanti al dittatore della nostra ex colonia, sia chi lo contesta avrebbe dovuto sapere ma ha sempre ignorato. O magari ha sempre saputo, ma ha fatto finta di ignorare&#8230;</p>
<p><em><strong>ECCO GLI ARTICOLI CHE STORIA IN RETE HA DEDICATO AL &#8220;DOSSIER GHEDDAFI&#8221;: L&#8217;UOMO CON CUI L&#8217;ITALIA &#8220;FA LA PACE&#8221;, SVENDENDO IL NOSTRO PATRIMONIO ARTISTICO, PAGANDO TANGENTI E FALSIFICANDO LA NOSTRA STORIA, FRA DIMENTICANZE, MEZZE VERITA&#8217; E BUGIE TUTTE INTERE.</strong></em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong>IL LIBRO NERO DI GHEDDAFI </strong><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/dossier-gheddafi.pdf"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1632" title="dossier-gheddafi_page_1" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/dossier-gheddafi_page_1.jpg" alt="" width="195" height="138" /></a></p>
<p style="text-align: right;">su <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> n° 35 <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia35.pdf"><img class="alignnone" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/09/i-cover-storia35.jpg" alt="" width="87" height="120" /></a></p>
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<p style="text-align: right;"><strong>LA VENERE DI CIRENE, UNA TANGENTE A GHED</strong><strong>DAFI </strong><a href="http://new.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/sir-36-venere-cirene-apertura.pdf"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1633" title="sir-36-venere-cirene-apertura" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/sir-36-venere-cirene-apertura.jpg" alt="" width="195" height="138" /></a></p>
<p style="text-align: right;">su <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> n° 36 <a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/i-cover-storia361.pdf"><img class="alignnone" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2008/10/i-cover-storia36.jpg" alt="" width="87" height="120" /></a></p>
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<p style="text-align: right;"><strong>PER FAVORE, BASTA MEA CULPA SULLA LIBIA! </strong><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1637" title="libia" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/libia.jpg" alt="" width="195" height="138" /></p>
<p style="text-align: right;">su <strong><span style="color: #993300;">Storia in Rete</span></strong> n° 44 in edicola fra pochi giorni <img class="alignnone size-medium wp-image-1634" title="i-cover-storia-44" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/06/i-cover-storia-44.jpg" alt="" width="87" height="120" /></p>
<p><em>Il mito degli “Italiani brava gente” sarà stucchevole ma quello degli italiani solo feroci colonialisti è anche più fastidioso (e bugiardo). Un mensile di storia a larga diffusione il mese scorso si è fatto prendere la mano sul colonialismo italiano in Libia, dando voce a forzature e mezze verità che, insieme ad un bel po’ di omissioni, hanno fornito una ricostruzione parziale e ingenerosa dell’attività italiana in Cirenaica e Tripolitania a partire dal 1911. Ricostruzione che sposa solo le “ragioni del risarcimento alla Libia per trent’anni di occupazione italiana”. Ecco invece quello che i lettori di «Focus Storia» non hanno potuto sapere</em></p>
<p>di Emanuele Mastrangelo</p>
<p>Se il negazionismo è una brutta bestia, il giustificazionismo non è da meno perché raccontando mezze verità si creano bugie ancora più grandi e difficili da smascherare. Come quella che esce dal pezzo “La 4a Sponda” di Gianpaolo Fissore, su “Focus Storia” del mese di maggio. Fissore, esperto di cinema prestato alla storia, ha preso il via con le frasi del presidente del Consiglio Berlusconi che, lo scorso settembre, hanno rappresentato l’autodafé italiano nei confronti della nostra ex colonia. Un autodafé sul quale ci sarebbe da fare molta dietrologia, magari basata su concetti semplici come “petrolio”, “affari”, “ricatti finanziari, politici e demografici”, problemi che però pertengono ai governanti ma non riguardano la nostra ragione sociale. Agli storici – e anche solo a chi si prende la briga di raccontare la Storia – il compito di appurare come si è arrivati all’oggi, cercando di spiegare, non certo di giustificare.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Il pezzo parte in quarta con alcuni marginali episodi nella conduzione della guerra agli ottomani, sorvolando completamente sulla complessa situazione di Tripolitania e Cirenaica (ah, il termine “Libia” è di almeno vent’anni posteriore). Rischiariamo allora noi la memoria: i vilayet ottomani che corrispondono all’attuale Libia erano amministrati dai turchi ottomani ed erano abitati principalmente da arabi e berberi – sulla costa – e da nomadi sahariani (tuareg) o dalla confraternita della Senussia nell’interno. Una considerazione non dappoco – come vedremo più avanti. Le due maggiori etnie sono solo parzialmente fuse, e i vari clan e tribù sono in continua lotta fra loro. Parlare di un “nazionalismo libico” o di una “resistenza nazionale” è una forzatura storica immane, poiché nessuno fra gli arabi o i berberi allora aveva la minima coscienza di far parte di una “nazione” che partiva da Zuara e finiva a Bardia. Anzi, divisi da un secolare odio razziale (gli arabi pretendendo di essere i veri ed autentici depositari del messaggio maomettano, con tutti gli altri giunti buoni ultimi alla conversione), le due etnie non faticarono a polarizzarsi l’una in funzione anti-italiana, l’altra invece favorevole al Tricolore. E dunque, una parte della pretesa italiana di manifestarsi come liberatrice di Tripolitania e Cirenaica dal malgoverno ottomano è fondata su solide basi diremmo oggi di consenso popolare, almeno fra i berberi (come testimonia il contegno di città come Zuara, detta “la Fedelissima”).</p>
<p>Questo addentellato non trascurabile viene perfino accennato nell’articolo di «Focus Storia», senza che se ne traggano però le debite conseguenze: “il conte Volpi, invece, a tradimento, col generale Graziani e coi berberi venne da noi con la forza”, dice la citazione delle memorie di un ribelle arabo, Mohamed Khalifa Fekini (Feheni, secondo la grafia italiana dell’epoca). Dunque, una parte della popolazione dell’attuale Libia unita non doveva essere ostile agli italiani. Ma questo, evidentemente, è meglio che continui ad essere ignorato. Eppure, ignora oggi ignora domani, qualcosa ogni tanto sfugge… E intanto tocca leggere che – parola di Fissore – gli anni fra 1912 e 1921 furono “un periodo di relativa pace”. Una pace dovuta al fatto che “si cercò di stabilire alcune regole di convivenza che culminarono nella concessione degli statuti del 1919” e con “l’attenzione per la cultura locale” che il governatore Volpi “sembrò mostrare”. Ma questo finì presto, per la protervia degli italiani, ovviamente, come abbiamo letto dalle “indubitabili” parole di Fekini sopra citate.</p>
<p>E invece non andò così manco per niente. Fissore non si preoccupa troppo di cosa sia e come nasca la “resistenza libica” (virgolette obbligatorie): oggi affibbiare la patente di “resistente” a qualcuno è come dargli tre quarti di nobiltà, quindi inutile approfondire. Ma chi non voglia accontentarsi delle patenti patacche, e voglia invece guardare dietro le quinte, deve prendere atto per prima cosa che Tripolitania e Cirenaica furono occupate in poco meno di un anno fra 1911 e 1912. La situazione – nemmeno finita la guerra coi turchi – non era affatto pacifica. La strage di Sciara Sciat (dove i bersaglieri furono sterminati dagli irregolari arabi) aveva aperto gli occhi ai nostri: fra gli indigeni c’era chi non era affatto felice d’essere “liberato” dagli italiani, e ce lo faceva capire con esplicita ferocia. I prigionieri italiani venivano sadicamente trucidati e a queste azioni seguivano le rappresaglie (su cui tanto insiste Fissore, ovviamente omettendo che esse furono istigate dalla brutalità di cui erano oggetto i nostri militari caduti in mano nemica). Si alzarono delle forche, si impiccarono dei rivoltosi, forse un migliaio (Fissore cita l’esagerata cifra di quattromila morti secondo le notoriamente “attendibilissime” fonti libiche).</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>La rivolta araba della “Quarta Sponda” dunque ebbe origine esterna: le tribù di confine venivano pagate ed armate da potenze ostili a Roma per fare quello che hanno fatto per secoli – saccheggiare e razziare – ma farlo, questa volta, in funzione precipuamente anti-italiana. Contro questi rivoltosi l’Italia sopporta a lungo, addirittura rinunciando all’amministrazione dell’entroterra cirenaico che diventa un emirato senussita dal 1917, ancorché de iure sotto sovranità italiana. Nel 1919 vengono proclamati degli statuti per le colonie, che concedono ampi diritti ai cittadini mussulmani, ma i saccheggi e le incursioni delle varie tribù non sottomesse continuano (fra queste, anche quella di Fekini), mentre la Senussia, a cui l’Italia aveva garantito un emirato in Cirenaica meridionale con due accordi (Acroma, 1917 ed Er Regima, 1920) anziché ottemperare al disarmo delle proprie bande, si accorda con altre tribù libiche in funzione anti-italiana. Con la nomina di Giuseppe Volpi da parte di Giolitti a governatore delle colonie nordafricane si decise di applicare l’unica strategia possibile: bastone e carota. Da un lato si cercò di aumentare il prestigio italiano fornendo provvigioni e servizi alle popolazioni coloniali e accordandosi con i senussi nel già citato patto di Er Regima. Dall’altra si decise di troncare il contrabbando d’armi che sosteneva i rivoltosi e che passava per il porto di Misurata Marina, l’unico non controllato dagli italiani. E’ questa azione – fatta per ristabilire la legittima sovranità italiana – che le memorie di Fekini identificano come “attacco a tradimento” nel bel mezzo di “trattative” per la “pace”. Si trattò, comunque, del primo atto della riconquista della colonia.</p>
<p>Per altri anni le forze italiane riusciranno a sottrarre una dopo l’altra le oasi ai rivoltosi, ricacciandoli sempre più verso l’entroterra: la sovranità italiana, finora accettata solo de iure, venne estesa anche de facto. Insomma, le cose stavano diversamente da come le racconta «Focus Storia»: la guerra alle popolazioni libiche non la inaugurarono gli italiani (che nel 1911 intendevano farla solo ai turchi, occupanti né più né meno di noialtri, solo che lo erano da secoli) e soprattutto non si scatenò con l’arrivo di quello che viene considerato il mostruoso artefice di tutte le nefandezze italiane vere o presunte: Rodolfo Graziani, questo capro espiatorio tanto antipatico al ras della storiografia colpevolista del colonialismo italiano, Angelo Del Boca. A Graziani si imputa perfino l’aver scatenato una “guerra santa”, per aver utilizzato cioè contro i libici mussulmani gli ascari eritrei di religione copta (e qui ci si chiede: i marinai e i bersaglieri di Giolitti invece di che parrocchia erano?). Fissore trascura di precisare che il nerbo delle colonne di Graziani era formato dai superbi reparti di meharisti, libici mussulmani volontariamente arruolati come truppe coloniali. Così come nell’articolo si afferma che l’Italia avrebbe rotto gli accordi con la Senussia nel 1923, costringendo l’emiro Idris alla fuga in Egitto: falso. Come visto, gli accordi fra Italia ed emirato furono più volte disattesi da Idris, che continuò a tollerare campi di armati nei territori concessi dall’Italia alla sua amministrazione. Nel marzo 1923 l’Italia chiese per l’ennesima volta alla Senussia di ottemperare agli accordi di Er Regima, ma per tutta risposta i senussi si radunarono in armi ad Agedabia, per mostrare i muscoli. Era la fine di ogni possibile ulteriore accomodamento.</p>
<p>Con la fine degli anni Venti solo il Gebel (l’Altopiano di Barca) che fronteggia il mare in Cirenaica resisteva ancora alla riconquista italiana. Lo si doveva al terreno – accidentato e ricco di nascondigli – e ai rifornimenti che dal compiacente Egitto sotto protettorato britannico provenivano tramite la Senussia. Il capo di questa resistenza era il celebrato Omar Al Mukhtar, vicario dell’emiro Idris esule in Egitto. Per sconfiggere i rivoltosi vennero allestiti, è vero, anche campi di concentramento, come avevano fatto gli inglesi in Sudafrica. Mentre è probabilmente falso – invece – che in Libia furono usate le armi chimiche, come invece suggerisce Fissore citando ad arte una lettera di Pietro Badoglio a Domenico Siciliani, che auspica l’uso dell’iprite, ma non dice affatto che essa fu poi realmente usata. Il bilancio alla fine è comunque pesante: sessantamila morti e distruzioni immani per una guerra non iniziata e non voluta dagli italiani.</p>
<p>Insomma, una serie di imprecisioni, mezze verità e bugie surrettizie, per puntellare le quali addirittura il direttore della rivista nel suo editoriale arriva a parlare di “libici che preferivano restare padroni in casa propria” (ma – abbiamo visto, padroni non lo erano nemmeno prima degli italiani) e di “armi chimiche vietate dalla Convenzione di Ginevra” usate secondo “varie e indiscutibili testimonianze”… varie? L’articolo cita (in modo forzato) una lettera. Indiscutibili? Se ne discute da anni, ma una prova certa non è ancora uscita fuori, a differenza della questione dell’iprite in Abissinia, “segreto di Pulcinella” su cui si montò tutta la stuccosa polemica (tutta giornalistica e niente affatto storica) fra Montanelli e Del Boca che molti ricorderanno.</p>
<p>E qui arriviamo al vero cuore del problema: l’equivoco fondamentale su cui è basata ogni requisitoria anticolonialista ed anti-italiana è che il nostro Paese avrebbe invaso una terra indipendente e pacifica, facendone un campo di battaglia e opprimendo i sentimenti nazionali di un popolo libero e cosciente della propria nazionalità. Un equivoco basato – oltre che sul nascondere dati e fatti fondamentali – sull’applicazione ad un mondo del tutto diverso dal nostro le categorie che si adattavano all’Europa del 1900 (meglio: quella del secondo Novecento) ma che in Africa non avevano alcun significato. Si parla dunque di “occupazione della nazione libica”, ma non vi era alcuna “nazione” che veniva occupata. Vi erano “territori”, disorganici fra loro, abitati da popolazioni seminomadi, soggette comunque ad un potentato straniero. Si parla di “esproprio delle terre libiche”, ma non si considera che il concetto di proprietà privata della terra – nel nome del quale si vorrebbe ravvisare un crimine o un’oppressione italiana – era del tutto alieno alle strutture tribali dei popoli colonizzati. Si parla di “stragi ed eccidi” commessi dall’Italia, e si tace che contemporaneamente gli indigeni si massacravano allegramente fra di loro per motivi tribali, etnici, religiosi o per semplice abitudine alla scorreria e al saccheggio, e che continuarono a farlo finché – ancorché coi mezzi discutibili che vanno stigmatizzati con fermezza ma senza mai dimenticare che la sensibilità e il modo di fare la guerra si è voluto ed è inutile considerare con gli occhi di oggi comportamenti di anche meno di un secolo fa – non fu imposta una “pax italiana” a tutta la colonia. Così l’articolo fa sembrare Fekini (complice anche la mitizzazione creata da Angelo Del Boca su questo personaggio) una sorta di resistente legittimo che “trattava la pace per noi [libici] e per il nostro Paese” (ma, come abbiamo visto, un “paese” libico nel 1921 non era neppure in mente Dei) “attaccato a tradimento” dalle truppe italiane di Volpi e Graziani. La campana italiana – a volerla sentire se non spiace – è molto differente: Fekini era – secondo quanto riportato da Volpi nel suo annuale rapporto a Roma del 1922 – un “provocatore” e un “ribelle”, rappresentante al più di sé stesso e la sua tribù, in perenne lotta con gli italiani ma anche con gli altri indigeni cirenaici – arabi o berberi.</p>
<p>(&#8230;)</p>
<p>Se gli italiani cercavano di stabilire un regime di vita comune fra indigeni e coloni, essi “schiacciavano le peculiarità culturali dei popoli sottomessi”, se invece garantivano una doppia via (per esempio, scuole italiane per i coloni, madrasse per gli indigeni, tribunali di diritto romano per i coloni, sciariah per gli indigeni etc.) facevano “segregazione razziale” e “apartheid”. Se gli italiani impiccavano i rivoltosi erano dei “massacratori”. Se gli arabi inchiodavano vivi i bersaglieri, o li eviravano, o cucivano gli occhi ai prigionieri era “resistenza”. Un giudizio sbilanciato che ben si nota nei libri di Del Boca che hanno ispirato l’articolo di Fissore: le atrocità arabe vengono registrate (se proprio si deve…) senza una parola di commento. Quelle italiane sono sotto la lente d’ingrandimento, e per ogni impiccato per mano italiana ci sono lunghi mea culpa.</p>
<p>Se resta stuccosa l’immagine del “buon italiano”, quella della dominazione coloniale fatta di “atrocità e infamie” à la Del Boca non regge di fronte ai bilanci che la Storia può trarre: oggi la Libia è una nazione unita e dotata di infrastrutture solo grazie al dominio coloniale italiano e al lavoro di decine di migliaia di coloni, poi cacciati via senza complimenti ed espropriati di tutto per “restituire” al popolo libico qualcosa che non è mai stato suo. Fra i lasciti del nostro dominio, una serie di istituzioni politiche e giuridiche nel nome delle quali si vuole imputare al nostro Paese una serie pressoché infinita di crimini (non si dimentichi che la Libia imputa all’Italia uno sterminio di quasi un milione e mezzo di persone, oltre venti volte le stime reali e il doppio della reale popolazione libica del periodo!). Se una guerra spietata è stata condotta dagli italiani contro i rivoltosi libici (e non già contro “il popolo libico” tout court, sia chiaro) essa aveva come scopo la creazione di una realtà nuova, dove la sovrabbondanza demografica italiana di allora poteva vivere accanto alla tradizionale cultura indigena. Al contrario, la Libia che ci chiede oggi risarcimenti e mea culpa ha costruito il proprio relativo benessere sullo sfruttamento fino all’esaurimento dei lasciti coloniali italiani e la distruzione delle realtà nomadi e tribali, alle quali è stata imposta un’urbanizzazione coatta molto più violenta culturalmente delle misure coloniali italiane. Del resto, nella migliore tradizione araba, il governo di Tripoli invece di investire al massimo per il benessere dei libici preferisce essere protagonista della scena finanziaria mondiale (da qui l’interesse di Berlusconi per l’accordo “riparatorio”) per cui i libici campano ancora in gran parte grazie alle opere realizzate dagli italiani, staranno meglio grazie alle opere che l’Italia colpevolizzata si è impegnata a realizzare nel prossimo futuro mentre la cricca di Gheddafi si guarda in giro per il mondo per spendere al meglio (speculazioni e investimenti) i soldi della Libia. Ulteriore capitolo di uno sfruttamento “interno” che sembra non turbare nessuno. Ma se, ieri come oggi, gli africani si opprimono fra loro, questo non provoca conati e rimorsi ai masochisti di casa nostra per i quali continua a valere mito del “Buon selvaggio” declinato in chiave anticolonialista, dove l’europeo è sempre e comunque avido, sanguinario e sfruttatore mentre l’indigeno invece è una povera vittima strappata dalla sua arcadia primitiva ma felice.</p>
<p>Emanuele Mastrangelo</p>
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		<title>C&#8217;è Gheddafi dietro la strage di Bologna del 1980?</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 16:52:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>emanuele</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/09/gheddafi-ghegna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1953" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="gheddafi-ghegna" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/09/gheddafi-ghegna.jpg" alt="" width="90" height="90" /></a>All&#8217;indomani della strage di Bologna, il Quirinale di Sandro Pertini non escluse la pista del terrorismo straniero, lamentando la presenza di agenti «libici, palestinesi e cecoslovacchi» in Italia e attribuendo tali infiltrazioni all&#8217;«eccesso di tolleranza» dei governi a guida democristiana «nei confronti&#8230;</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/09/gheddafi-ghegna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1953" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" title="gheddafi-ghegna" src="http://www.storiainrete.com/wp-content/uploads/2009/09/gheddafi-ghegna.jpg" alt="" width="90" height="90" /></a>All&#8217;indomani della strage di Bologna, il Quirinale di Sandro Pertini non escluse la pista del terrorismo straniero, lamentando la presenza di agenti «libici, palestinesi e cecoslovacchi» in Italia e attribuendo tali infiltrazioni all&#8217;«eccesso di tolleranza» dei governi a guida democristiana «nei confronti del terrorismo di destra e di sinistra».</p>
<p>Maurizio Molinari su &#8220;La Stampa&#8221; del 7 settembre 2009 <img class="alignnone" src="http://www.lastampa.it/common/images/lastampatop.gif" alt="" width="193" height="26" /></p>
<p>Questo si evince dalla lettura dei documenti sulla strage di Bologna che «La Stampa» ha ottenuto dal Dipartimento di Stato nel rispetto delle norme del «Freedom of Information Act». Il primo accenno a una «pista straniera» per la strage di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, la si trova il 4 agosto, quando l&#8217;ambasciata americana a Roma informa il Dipartimento di Stato a Washington dell&#8217;esistenza di una possibile matrice libica: «Le deduzioni ci portano a dire che la matrice è neofascista ma alcuni importanti personaggi italiani ritengono che la regia sia all&#8217;estero e il leader del Psdi Pietro Longo fa riferimento a responsabilità africane, presumibilmente libiche».</p>
<p>Passano 72 ore ed è Richard Gardner, titolare dell&#8217;ambasciata, a firmare un telegramma all&#8217;attenzione del Segretario di Stato Ed Muskie per far sapere che Gerardo Bianco, capogruppo della Dc alla Camera, non solo «sospetta del coinvolgimento libico nell&#8217;attacco di Bologna» ma «chiede di avere un maggiore scambio di informazioni fra servizi segreti» al fine di chiarire le minacce che il regime del colonnello Muammar Gheddafi porta all&#8217;Italia.</p>
<p>E Gardner lo rassicura sulla «stretta cooperazione con i servizi segreti italiani», sottolineando che l&#8217;intelligence americana è «costantemente in allerta sui segnali di sostegni stranieri per il terrorismo italiano».</p>
<p>Il 14 agosto è il Dipartimento di Stato che invece scrive aGardner, facendogli sapere che «le autorità italiane stanno indagando su un possibile legame fra l&#8217;attacco di Bologna e la misteriosa caduta di un DC-9 di una compagnia italiana nel Mar Tirreno dello scorso 27 giugno», suggerendo di «seguire da vicino» questa «prima indicazione di un possibile collegamento» contro il disastro di Ustica.</p>
<p>La risposta da Roma arriva il 15 agosto, con un telegramma che cita come fonte «tre dissidenti libici», secondo i quali «Gheddafigarantisce addestramento e sostegno ai terroristi italiani tanto di destra che di sinistra nell&#8217;ambito di una strategia tesa a destabilizzare l&#8217;area del Mediterraneo».</p>
<p>Sono proprio questi due dissidenti a fare i nomi delle località dove Gheddafi addestra i terroristi: «Iufra, Ghadames e Sinuaen». Gli istruttori sarebbero «di più nazionalità», includendo «palestinesi ma anche europei e americani già impiegati dalla Cia», mentre «sovietici e est europei sono troppo prudenti per farsi coinvolgere direttamente in questi campi».</p>
<p>Ma ciò che più conta perGardner è quanto ascolta dal primo ministro Francesco Cossiga e da Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale, nei colloqui che ha l&#8217;8 settembre e di cui scrive il giorno seguente al Dipartimento di Stato, con un lungo telegramma intitolato «Terrorismo &#8211; Le opinioni del primo ministro Cossiga e del presidente Pertini» e classificato «Confidential»: «Sul coinvolgimento di stranieri nel terrorismo Cossiga ha osservato che l&#8217;Italia sa, da fonti americane, che vi sono campi di addestramento in Libia anche se nessun collegamento fra la strage ed elementi stranieri è stato ancora stabilito».</p>
<p>Quanto a Maccanico, «ha detto che il presidente Sandro Pertini è convinto che non solo elementi libici ma anche palestinesi e cecoslovacchi sono implicati nel terrorismo italiano al comune obiettivo di destabilizzare la nazione». E&#8217; questo il punto che Gardner più porta all&#8217;attenzione del Segretario di Stato, EdMuskie: «Maccanico ha detto che l&#8217;Italia è per molti versi il Paese europeo più vulnerabile al terrorismo, dandone in gran parte la responsabilità a eccessi di tolleranza da parte del governo italiano nei confronti del terrorismo tanto di destra che di sinistra».</p>
<p>Fino a quel momento tutti i governi italiani erano stati a guida democristiana. «Se il governo italiano avesse agito energicamente quando questo fenomeno era nelle sue fasi finali &#8211; sono le parole di Maccanico a Gardner - le dimensioni del terrorismo sarebbero totalmente differenti».</p>
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<p><em><strong>Inserito su www.storiainrete.com il 7 settembre 2009</strong></em></p>
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