Home Stampa italiana 1 Una scoperta esplosiva: nelle soffitte le bombe dei partigiani

Una scoperta esplosiva: nelle soffitte le bombe dei partigiani

Proiettili, colpi da mortaio, bombe a mano nelle cantine e nei solai. Le armi dei partigiani riemergono con sgomberi e riordini da lockdown. La storia (nascosta) della guerra davanti agli artificieri dei carabinieri

Andrea Galli, dal Corriere della Sera del 27 giugno 2021

L’abbondanza valica i confini delle tre classiche categorie di provenienza delle armi dei partigiani: armi lasciate dai soldati italiani nei depositi militari, armi rubate ai tedeschi di Wehrmacht e SS, armi lanciate con i paracadute da inglesi e americani. Nell’infinita stagione della pandemia e dei suoi molteplici effetti collaterali, non esistono certo parentesi di alleggerimento, ma l’attività degli artificieri dei carabinieri di Milano, che hanno «competenza» sull’intera Lombardia, ci permette di tracciare dalla scorsa primavera una nuova linea, quantomeno curiosa.

Una linea dettata dalla permanenza obbligatoria a casa dei cittadini e, volgarmente, dai piani più svariati pur d’ingannare il tempo dell’attesa. E così, tra cantine nei decenni precedenti mai esplorate, cascine appartenute a qualche parente e ormai dismesse, pezzi d’arredo quali credenze che giacevano in angoli dimenticati di case di campagna ugualmente dimenticate, sgabuzzini perennemente evitati e solai che si riteneva fossero inaccessibili, insomma in una vasta e diffusa operazione di pulizie/sgomberi/traslochi, ecco spiegata la sequenza di richieste d’intervento a quella che, ufficialmente, si chiama Aliquota artificieri, è operativa dagli anni Novanta, e ha nel tempo contrastato la massiccia diffusione a Milano di esplosivi della guerra nell’ex Jugoslavia e i pacchi bomba degli anarchici, e più di recente le bande che fanno saltare gli sportelli Bancomat e quelle che assaltano i furgoni portavalori.

A chiamare gli artificieri, sono state persone che avevano appunto scoperto pezzi di arsenali dei partigiani. I rinvenimenti, sparsi in tutta la regione, sono sovrapponibili alle zone, a cominciare s’intende da Milano e proseguendo verso le valli bergamasche, e quelle lariane poi salendo da un versante in direzione della Svizzera e dall’altro versante in direzione della Valtellina, dove la Resistenza ha più «insistito» e combattuto.

Il materiale del quale stiamo parlando era per lo più inesploso, dunque non preoccupante come potenza di rischi, ma al proposito conviene ribadire un consiglio degli esperti, ovvero i medesimi artificieri, peraltro in coincidenza di un altro fattore, ambientato sull’Adamello: l’apparizione di armi conseguenza degli scioglimenti dei ghiacciai. Non di rado infatti avvengono disgrazie a causa di esplosivi deflagrati e cittadini travolti dalle schegge oppure gravemente feriti se non uccisi. Con le armi si sa, niente importa se antiche e scariche, mai si scherza, e chi nei lockdown s’è visto arrivare gli artificieri per mettere in sicurezza gli inediti oggetti scovati, ha potuto assistere in diretta, sia pur a doverosa e necessaria distanza, alle lunghe e meticolose fasi successive all’individuazione: l’esame dell’ordigno, le manovre di recupero e il trasferimento dell’oggetto stesso. Una cinquantina le operazioni compiute in totale dagli artificieri, e un inventario finale – ma attenzione non definitivo, poiché le scoperte continuano ad avvenire – che elenca proiettili di vario calibro e colpi di artiglieria, bombe da mortaio e bombe a mano.

Gli esperti ricordano che i partigiani impugnavano pistole Beretta, Luger e Walther, fucili Mauser, fucili mitragliatori Thompson, mitra Sten… Come detto all’inizio, donne e uomini della Resistenza, in quella «eterogeneità» di operai, contadini, preti, carabinieri, figli e nipoti, mogli-tiratrici scelte, mogli-vedette e mogli-sentinelle, usavano in sostanza quel che capitava, sia che fossero armi depredate, recuperate casualmente o altro ancora. Ora, la collocazione di alcuni degli ordigni, rinvenuti in angoli domestici assai remoti, lascia ipotizzare non la loro casualità geografica quanto la scelta volontaria, all’epoca, di imboscarli in luoghi protetti, come conferma la scoperta di bombe a mano sotto la terra degli orti specie nella Bergamasca e nel Bresciano. Le statistiche sono spesso relative eppure, in considerazione della longevità e della trasversalità territoriale della guerra civile italiana, così come della diffusione delle bande partigiane, gli esperti di esplosivi non escludono affatto che la Lombardia rappresenterà a lungo un mondo da esplorare alla ricerca di tracce della lotta partigiana.

Senza scordare che, insieme agli esplosivi, è emerso del materiale cartaceo – si tratta di buste, lettere, mappe, diari – che potrebbe arricchire le vite degli scopritori magari svelando loro segreti di vecchi parenti o dei luoghi abitati; e senza scordare, ma questa appare un’altra storia, forse non meno interessante, la progressiva acquisizione di «fascino» per le esplorazioni montane a caccia di ordigni abbandonati, e in concomitanza con il fiorire di musei casalinghi di proiettili, bombe a mano e colpi di mortaio.

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