Addio a Robert Conquest, ​lo storico che smascherò Stalin

8 agosto

Si racconta – l’aneddoto fu diffuso dal grande scrittore inglese Kingsley Amis – che, dopo il crollo del comunismo, Robert Conquest (che di Amis era intimo amico e con il quale aveva firmato alcuni volumi) avesse proposto al suo editore inglese, che intendeva ripubblicare in versione aggiornata “Il grande terrore”, di modificare il titolo della sua opera più celebre nel provocatorio “Non ve l’avevo già detto, fottuti idioti?”.

di Francesco Perfetti dal Giornale del 6 agosto 2015 il Giornale, ultime notizie

È probabile che l’aneddoto non sia rispondente al vero, ma coglie quelli che, di fronte ai dati che ormai pervenivano in Occidente dopo l’apertura degli archivi sovietici, dovevano essere i sentimenti dello storico anglo-americano.

Robert Conquest

Nel 1968, quando apparve la prima edizione di Il grande Terrore , infatti, Conquest era stato fatto oggetto di critiche impietose. L’opera non era, certamente, politicamente corretta. I crimini di Stalin erano, sì, venuti alla luce da tempo, da quando Kruscev aveva avviato il cosiddetto processo di destalinizzazione, ma l’idea dominante negli ambienti progressisti era che i processi contro i dirigenti sovietici caduti in disgrazia e che le «purghe» fossero il risultato aberrante della personalità criminale del «piccolo padre». Conquest dimostrò la falsità di questa tesi sostenendo che il «grande terrore» non era riducibile ai «processi di Mosca» degli anni Trenta, ma era qualcosa di inerente alla natura stessa del comunismo per cui Stalin appariva come il continuatore, e non già come il traditore, di Lenin. Non solo. Il volume non lesinava rimbrotti a tutti quegli intellettuali occidentali – da Romain Rolland a Jean Paul Sartre, da George Bernard Shaw a Theodore Dreiser, da Lion Feuchtwanger a Bertolt Brecht e via dicendo – che negavano o minimizzavano quando non giustificavano gli orrori del periodo staliniano. Non potevano lasciare indifferente il lettore certe dichiarazioni riportate da Conquest come la battuta di Brecht a un amico: «Più innocenti sono, più meritano di morire» o le parole di Sartre secondo il quale le testimonianze sul sistema dei campi di lavoro forzati sovietici avrebbero dovuto essere ignorate anche se vere perché il proletariato francese sarebbe caduto in preda alla disperazione. Il lavoro di Conquest non era, però, soltanto interpretativo. Per la prima volta, basandosi sulle più varie fonti disponibili e sulle testimonianze di sopravvissuti ed emigrati, lo studioso era arrivato a stimare il numero delle vittime, dirette o indirette, del sistema di terrore comunista, fra i tredici e i venti milioni. I suoi dati, contestati dai critici come frutto di fantasia o di propaganda politica propria del periodo della Guerra fredda, trovarono conferma quando egli poté accedere agli archivi degli ex servizi segreti sovietici e alla documentazione ufficiale top secret. Ecco perché l’aneddoto raccontato da Amis sul titolo del libro – che venne effettivamente ristampato nel 1990 e che costrinse al silenzio i suoi detrattori tranne quei pochi inguaribili nostalgici del comunismo come Eric Hobsbawm che se la cavò dicendo che Il grande terrore era diventato «inevitabilmente obsoleto» e non serviva più a nulla – ha una sua giustificazione perché, esprime, con ironia, quello che probabilmente l’autore pensava davvero.

Nel 1968, quando pubblicò Il grande terrore , Robert Conquest, scomparso qualche giorno fa a causa di una crisi polmonare (ed è quanto meno strano che la notizia in Italia non abbia avuto eco), aveva appena superato la cinquantina essendo nato nel 1917, l’anno dello scoppio della rivoluzione russa, in Gran Bretagna, in una cittadina del Worcestershire. Era, quindi, nelle pienezza delle sue energie intellettuali. Aveva compiuto gli studi universitari a Grenoble e a Oxford, specializzandosi in storia e cultura del mondo russo, e si era avvicinato negli anni trenta, al pari di altri intellettuali come Philip Toynbee (il figlio del grande storico Arnold), alle idee comuniste. Poi il contatto diretto con la realtà del comunismo, frutto di incarichi diplomatici e di intelligence in Bulgaria, gli aveva aperto gli occhi e lo aveva spinto, anche politicamente, su lidi diversi tanto che, in seguito, sarebbe divenuto consulente per la politica estera di Margaret Thatcher.

Da quel momento in poi si sarebbe dedicato alla carriera di storico insegnando in prestigiose università, dalla London School of Economics alla Columbia University fino a Stanford, e accreditandosi come uno dei maggiori sovietologi insieme a studiosi come Richard Pipes e Adam B. Ulam. Nacquero così opere che hanno lasciato il segno nella storiografia, molte delle quali sono state tradotte in italiano, come Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica (Fondazione Liberal, 2004), uscito originariamente nel 1986, che rivelò come la moria per fame degli anni 1932-1933 fu in realtà non tanto il risultato della grande carestia quanto piuttosto il frutto di una operazione di sterminio deliberato pianificata da Stalin per piegare i contadini che si opponevano alla collettivizzazione. O, ancora, come la bella biografia dedicata a Stalin (Mondadori, 2002), scritta nel 1991, che presenta il dittatore come un uomo nel quale coesistevano «una profonda mediocrità» e «una forza di volontà sovrumana» con una psicologia «maniaca e distruttiva» e un sistema di convinzioni «straordinariamente limitato» segnato dal «meschino dogmatismo degli studi di seminarista».

Convinto del peso che hanno nella storia le singole personalità ma anche le ideologie capaci di trascinare gli individui fino a farli precipitare nel baratro di un vero e proprio «delirio ideologico», Conquest non si è limitato a denunciare il comunismo e i suoi crimini. Nel volume Il secolo delle idee assassine (Mondadori 2001), del 1999, per esempio, egli ha offerto un suggestivo quadro interpretativo – quasi un controcanto al celebre saggio dello storico marxista Eric Hobsbawm dal titolo Il secolo breve in ideale consonanza con il classico lavoro di François Furet Il passato di una illusione. L’idea comunista nel XX secolo (Mondadori, 1995) – sulla storia e sugli orrori del ‘900 accomunando tutti i movimenti dittatoriali contrari alla «società aperta», dal comunismo al nazionalsocialismo, dal fascismo fino ai Khmer rossi. Storico del comunismo, dunque, e dei movimenti totalitari, Conquest si inserisce a pieno titolo nel filone dei grandi interpreti della storia che non si limitano a riflettere sul passato, ma che, in nome della difesa della civiltà, volgono la loro attenzione anche al futuro: in questo quadro si collocano le sue riflessioni critiche sull’Unione Europea della quale ha denunciato in più occasioni difetti e controsensi sottolineando il pericolo che essa possa, alla fin fine, rappresentare un elemento di divisione dell’Occidente.

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