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1941: ecco il vero perché dell’attacco italiano alla Jugoslavia

La narrazione  controfattuale della peggior sinistra sull’invasione jugoslava delle regioni italiane di confine e la seguente mattanza e pulizia etnica continua a ripetere come detto in un precedente post, le solite stupidaggini giustificazioniste. La premessa è quella dell’aggressione fascista alla povera Jugoslavia nell’aprile del 1941. Al di là di certe fanfaluche vediamo come andarono i fatti.

Con la caduta del primo ministro jugoslavo Stoiadinović sembrò che l’amicizia tra Roma e Belgrado, rafforzatasi con i patti italo- jugoslavi del 1937 dovesse avere una brusca fine: tuttavia i rapporti con Belgrado sembrarono presto schiarirsi, tanto che Mussolini, in visita al fronte greco per la fallita offensiva di marzo, il 20 marzo 1941, dichiarò a Cavallero, Jacomoni, Gambara, Geloso, Messe ed agli altri generali presenti: “All’atto della mia venuta in Albania, vi segnalavo un fatto importante: l’adesione all’Asse della Bulgaria. Oggi ve ne segnalo un altro di importanza ancora maggiore: l’adesione della Jugoslavia al Patto tripartito. Pare che il documento relativo sarà firmato il 23 a Vienna. È importante il fatto che la Jugoslavia non rifiuta una sua eventuale partecipazione alla guerra. Quando ciò si saprà in Grecia, ci si convincerà che l’ultima ora è suonata, tanto più che quattordici divisioni germaniche stanno avvicinandosi. L’adesione della Jugoslavia al il Patto tripartito è particolarmente significativa, in quanto avviene dopo il discorso di Roosevelt, il più duro, brutale e minaccioso di tutti quelli da lui finora pronunciati (« Noi saremo l’arsenale delle democrazie »). Vien fatto di considerare a tale proposito che se la situazione danubiana e balcanica si è svolta a favore dell’Asse, lo si deve dall’aver l’Italia dichiarato la guerra alla Grecia. Solo in seguito a questo fatto, la Jugoslavia e la Bulgaria si sono sentite vincolate a noi, in quanto attratte a partecipare al bottino. Entrambe si affacceranno ora al Mediterraneo: la Bulgaria a Cavala, la Jugoslavia a Salonicco.”

L’alleanza italo- jugoslava era una cosa fatta, o almeno così pareva. Gli stati maggiori italiano, tedesco e jugoslavo pianificarono un’offensiva contro la Grecia e che prevedeva un attacco contemporaneo di due armate italiane in Epiro, e di armate tedesche (12. Armee, von List), bulgare e jugoslave in Macedonia, con la promessa che Salonicco sarebbe diventato lo sbocco al mare Egeo di Belgrado. Solo due giorni dopo però un colpo di stato organizzato dai servizi britannici portò al potere la fazione formata dai politici ostili all’Asse, guidata dai generali Borivoje Mirković e Dusan Simović, rovesciando il governo legittimo di Dragiša Cvetković. Dopo che il Regno di Jugoslavia aveva aderito al patto tripartito il 25 marzo, i servizi britannici diedero avvio a colloqui con i potenziali gruppi dissidenti serbi, in particolarmente con un gruppo di ufficiali dell’aviazione capeggiati dal generale Borivoje Mirković che assicurarono la propria adesione ad un colpo di Stato per impadronirsi della capitale.

Alle 2.20 del 27 marzo Mirković entrò in azione. I carri armati e l’artiglieria uscirono dalle caserme per occupare tutti i più importanti incroci stradali di Belgrado. La capitale fu tagliata fuori da tutto il resto del paese . Il generale  Simović, scortato da ufficiali dell’aeronautica, occupò il ministero della guerra deponendo il governo. Un proclama lanciato all’alba per radio annunziò la caduta del governo e la fine della reggenza. Il reggente, principe Pavel Karageorgević, veniva esautorato e i poteri sovrani vennero assunti da Pietro II, non ancora maggiorenne, affiancato da Simović, che ordinò la mobilitazione generale. Cvetković venne arrestato e il principe Pavel catturato mentre si trovava nel nord del paese e fu riportato con la forza a Belgrado per cedere la reggenza in favore del giovane Pietro II. Simović proclamò la maggiore età politica del sovrano diciassettenne e ordinò la mobilitazione, ma nel paese non tutti risposero all’appello: in Croazia solo la metà dei richiamati si presentò nelle caserme, e il partito comunista clandestino boicottò la chiamata alle armi, dato che la Germania era firmataria del patto di non aggressione con l’Unione Sovietica. I comunisti avrebbero preso le armi solo nel giugno 1941, dopo l’invasione tedesca dell’URSS, come deciso da una riunione del Politburo del KPJ tenuta il 27 giugno.

Per di più, a preoccupare Italia e Germania era la conoscenza da parte jugoslava del piano di attacco alla Grecia alla cui pianificazione, prima del golpe filo- britannico, avevano partecipato gli ufficiali di Stato Maggiore jugoslavo che si apprestavano a comunicarlo ad Atene e Londra. Il 1° aprile il ministro jugoslavo era a Mosca nella speranza di arrivare alla conclusione di un patto militare. Il 6 aprile i rappresentanti dei due paesi firmarono un trattato di amicizia e di non aggressione. Su impulso britannico lo Stato Maggiore jugoslavo iniziò immediatamente a pianificare un’ azione offensiva contro l’enclave italiana di Zara e l’invasione dell’Albania dalla zona del lago d’Ocrida per impadronirsi delle armi e delle riserve italiane stoccate al confine con la Jugoslavia che era diventata la terza linea italiana o retrovia del fronte greco, ritenendo gli italiani troppo impegnati contro la Grecia per reagire adeguatamente. 

Contrariamente a quanto troppo spesso sostenuto, quindi, i primi ad iniziare le ostilità contro il Regno d’Italia, sia pure non ufficialmente dichiarate, furono gli jugoslavi che posero il blocco via terra all’enclave italiana di Zara, e che varcarono con qualche unità il confine albanese presso il lago di Ocrida.

Il presidio italiano di Zara, dopo il colpo di stato di Belgrado si trovò subito in prima linea. Nella piazzaforte c’erano circa 9.000 uomini agli ordini del generale di Brigata Emilio Giglioli. I servizi d’informazione italiani avevano segnalato sin dal 28 marzo la presenza di notevoli forze nemiche raggruppate al confine, e localizzate diverse postazioni di artiglieria nei dintorni della città, con buona pace di chi fingendo di ignorare la realtà dei fatti, attribuisce all’Asse l’inizio delle ostilità. Il 2 aprile venne predisposta l’evacuazione da Zara della popolazione civile e quindi vennero rinforzate le opere di difesa. Contro la guarnigione italiana era schierata in prima linea la divisione Jadranska e pronte ad intervenire le divisioni Mostar e Sibenic.

La Jugoslavia divenne pertanto un obiettivo da colpire per le forze dell’Asse, la cui reazione fu immediata. L’invasione, operazione Marita, cui presero parte oltre ai tedeschi e agli italiani anche i bulgari e gli ungheresi, iniziò il 6 aprile. Belgrado fu pesantemente bombardata dalla Luftwaffe. Il 10 aprile due armate croate si ammutinarono, passando dalla parte dei tedeschi e degli italiani, aprendo loro le porte di Zagabria dove i soldati dell’Asse vennero accolti come liberatori. Solo le unità serbe cercarono di opporsi all’avanzata nemica e una parte di questi reparti, dopo il disfacimento delle forze jugoslave, organizzò il movimento di resistenza dei cetnici. La campagna jugoslava si concluse in meno di due settimane; l’esercito jugoslavo, minato dal rifiuto di combattere delle unità croate, venne travolto dalle colonne tedesche penetrate sia dalla frontiera settentrionale che dalla Romania e dall’avanzata dei reparti italiani lungo la costa adriatica. Avanzata tramutatasi in una rincorsa per tentare di agganciare gli jugoslavi datisi ad una fuga ingloriosa

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