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Attacco a Norma. Il nuovo schwerpunkt della strategia antinazionale

Ci sono ambienti politici in Italia che hanno perfettamente chiare le strategie per ottenere l’egemonia culturale. Novelli Sun Tzu, gli esponenti di quell’area perseguono battaglie d’accerchiamento e logoramento con una puntualità che sembra uscita dalla Scuola di Guerra di Von Moltke. Costoro hanno ben presente che l’assalto alle cittadelle delle altre culture politiche va portato con metodicità, senza risparmio di forze e senza quartiere. Sanno benissimo che una volta scardinato lo schwerpunkt, il centro di gravità di uno schieramento avversario o concorrente, questo si sfalderà.

«[…] così come il centro di gravità si trova sempre là dove è concentrata la maggior parte della massa, ed ogni urto contro tale centro ha la massima efficacia sull’insieme, così deve avvenire in guerra e perciò l’urto più forte deve avvenire contro il centro di gravità».

Carl von Clausewitz

A differenza dunque delle altre culture politiche, che vivacchiano oppure si accontentano di un “civile dibattito”, c’è chi cerca lo scontro (al momento dialettico, al momento) e l’assalto ai centri di gravità delle ideologie concorrenti.

Tale è l’attacco che la figura di Norma Cossetto sta subendo da diverso tempo. Un attacco pensato per demolire uno dei pilastri del patriottismo italiano, quello dolente della memoria di ciò che l’Italia e gli italiani hanno subito nelle regioni orientali, perdute per sempre alla fine della Seconda guerra mondiale.

L’ultimo nell’ordine di comparizione fra gli attacchi alla memoria di Norma Cossetto è quello di Eric Gobetti, ospitato sul sito internet ultra-liberal Valigia Blu, un sito che si fa segnalare per aver attribuito agli italiani l’istituzione del lager triestino nella Risiera di San Sabba e per aver liquidato l’errore (dopo correzione doverosa) come qualcosa che “non inficia” un ragionamento generale sulla “colpevolezza” degli italiani nelle vicende giuliano-dalmate del XX secolo.

E dunque non a caso Gobetti ha scelto Valigia Blu come contenitore per il proprio articolo-attacco contro Norma Cossetto: una testata che considera gli italiani portatori di una “colpa” a prescindere, una macchia che li rende immeritevoli di poter coltivare una consapevolezza nazionale, una rivendicazione della legittimità delle proprie posizioni patriottiche e delle aspirazioni del passato, una memoria dolente delle sofferenze patite da parte di chi ha invaso, strappato quelle terre definitivamente all’Italia e cancellato per sempre 2000 anni di civiltà latina dalle coste orientali dell’Adriatico.

Il “non inficia” di Valigia Blu sullo sfondone su San Sabba (che mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni è come dire che siccome Auschwitz è in Polonia, i polacchi ne furono responsabili) corre di pari passo con il ragionamento di fondo di Gobetti nel suo articolo: ovvero un’inversione della realtà che parte dal presupposto che il mondo si divida in “fascisti” (cattivi, sempre e ovunque) e “antifascisti” (buoni, sempre e comunque) e che nella prima categoria ricada tutto ciò che riguarda il patriottismo italiano. Se sei patriota, sei “fascista” (o “di estrema destra”, termine che Gobetti, forse non esperto di scienza politica, usa indifferentemente, a quanto pare). Anzi, se sei italiano patriota sei “fascista”. Perché il patriottismo altrui non è mai “fascista”, ma è sempre afflato di liberazione. Le aspirazioni nazionali sono tutte giuste, tutte tranne quelle del nostro paese. Che è colpevole a prescindere, sia che i lager siano i suoi, sia che siano responsabilità di un alleato-occupante.

Gobetti identifica nella memoria e nella celebrazione della memoria di Norma Cossetto uno strumento che “rischia di far dimenticare proprio il contesto di violenza diffusa e generalizzata che caratterizzava quegli anni”. In sostanza farebbe parte di un complotto della memoria tesa a far passare i carnefici per vittime e le vittime che si vendicavano e lottavano “per la liberazione di interi popoli oppressi e schiavizzati” per carnefici.

Ma questo intero discorso si basa solo su una grossolana mistificazione della realtà dei fatti. L’Istria italiana era lontanissima dall’essere un mondo di “violenza diffusa e generalizzata”. Questa violenza, spaventosa e belluina, fa al contrario la sua apparizione in Istria proprio con l’arrivo dei carnefici di Norma, dopo l’8 settembre 1943. E’ quello che Raoul Pupo ha definito “l’arrivo dei Balcani” in una terra da secoli appartenente alla civiltà europeo-occidentale. Erano secoli che in Istria e Dalmazia non si vedevano più le crudeltà che invece erano tipiche dei paesi dell’Europa orientale e che ancora con le guerre civili dell’ultimo decennio del XX secolo abbiamo potuto vedere ben attive. Non c’è alcun paragone fra la violenza politica italiana, compresa quella dello “squadrismo di frontiera” (considerato giustamente il più duro e intransigente degli squadrismi fascisti) e quella predicata e poi messa in pratica dalle diverse compagini politiche jugoslave. Ambienti nei quali si predicava pulizia etnica, sterminio dell’avversario (etnoreligioso, politico, ideologico) fin dalla fondazione del paese balcanico, in ogni fazione, partito o setta del paese, dall’estrema destra all’estrema sinistra [in questo caso, termini usati con cognizione di causa].

In questo scenario – perché questo è lo scenario – parlare di una contrapposizione fra “politiche di sterminio fasciste” e il resto del mondo che invece combatteva contro queste politiche (e dunque era buono a priori) è del tutto fallace. Quello fra Italia e Jugoslavia è stato un banalissimo scontro di imperialismi, nel quale ha trionfato la seconda dispiegando peraltro una violenza e una spregiudicatezza totalmente fuori portata degli stomaci dei più duri fra gli esponenti della classe dirigente italiana. E giova in questo senso fare un confronto fra le perdite subite dal Regio Esercito durante l’occupazione di Slovenia, Croazia occidentale e Montenegro a petto delle perdite jugoslave attribuite a rappresaglie, fucilazioni e deportazioni operate dal Regio Esercito. Altro che morte “più spesso inflitta che subita”, come scrive Gobetti… La violenza dispiegata dalle diverse formazioni jugoslave, comprese quelle alleate dell’Italia e che all’Italia procurarono più grattacapi, guai e disonore che sostegno, è spaventosamente imparagonabile a quella più truce messa in campo dai nostri reparti esasperati dalle pratiche nemiche.

E vale per tutto il semplice conteggio delle vittime. Perché se gli italiani sterminati dagli jugoslavi (per lo più a guerra finita, infierendo su un popolo sconfitto e inerme) sono un numero che – con buona pace dei conteggi a ribasso – oscilla attorno ai 10.000, gli jugoslavi ammazzati da altri jugoslavi moltiplicano per venti, trenta, forse cento volte questa cifra. Tant’è che non passa mese che in Slovenia non venga scoperta una nuova fossa comune, una cava, una foiba in cui giacciono le vittime della vendetta finale delle armate di Tito sui collaborazionisti jugoslavi e le loro famiglie.

Certo, si dirà, i titini si vendicavano dopo quattro anni di guerra civile e massacri compiuti da ustascia, domobranci, cetnici (che tuttavia erano parte del fronte antifascista…). Ma anche la violenza di queste fazioni non esce come Atena in armi dalla testa di Zeus. E basta leggere qualche scritto di Tito degli anni Venti per capire come per la Jugoslavia questo bagno di sangue non fosse affatto evitabile. L’unica cosa incerta era il “quando”. Non esiste che un’unica relazione fra la guerra portata dall’Asse contro la Jugoslavia e la successiva violenza scatenata da tutte le sue fazioni, l’una contro l’altra: quella di aver determinato il “quando” e stabilito una data certa all’inevitabile. Un “inevitabile” che si è ripetuto anche alla fine del XX secolo, quando a far collassare la Jugoslavia precipitandola in una serie di guerre civili non fu “l’imperialismo nazifascista” (in realtà fu Belgrado a causare la guerra, ma questo è un altro paio di maniche, affrontato per tabulas altrove. Et de hoc satis) ma la fine della dittatura comunista e l’arrivo di democrazia e autodeterminazione dei popoli. Tutte cose bellissime secondo l’etica oggi più à la page. E che hanno fatto esplodere la polveriera jugoslava esattamente come l’entrata delle truci armate dell’Asse il 6 aprile 1941.

Ma la narrazione ha spiegazioni semplicistiche: nel caso della guerra civile jugoslava del 1941-45 la colpa è esterna: l’invasione imperialistica nazifascista (tant’è che il milione e passa di morti di quel conflitto sono tutti ascritti a responsabilità nazifascista). Nelle guerre civili jugoslave del 1991-2001 la colpa esterna sparisce e diventa tutta interna: i nazionalismi locali. Nessuno imputa i 140.000 morti di quel decennio all’attivismo democratico clintoniano ed europeista. In entrambi i casi comunque il fatto che un detonatore lavora a vuoto se non c’è una carica esplosiva, fatta in questo caso di un retaggio di violenza connaturato alle ancestrali tradizioni di quei luoghi, passa in secondo piano.

Attaccare la memoria italiana, che ha subito la marea di questa violenza balcanica, con gli strumenti dialettici utilizzati da Valigia Blu e da Eric Gobetti significa solo operare una infantile suddivisione in buoni e cattivi, creando una versione grottesca e deforme dell’Italia degli anni Venti e Trenta e al contempo una idealizzata e totalmente fuori dalla realtà dei suoi avversari. E non è un caso che Gobetti ami farsi scattare foto accanto alle statue di Josif Broz Tito. Ma questa non è fare storiografia, è Culto della Personalità.

Vale la pena, in fondo, di mettere due puntini sulle i anche a un altro argomento tirato fuori da Gobetti: quello della “responsabilità” della società patriarcale nelle violenze e negli stupri. Un ragionamento che si infrange miseramente davanti a queste foto, scattate nell’Iraq “liberato” ad alcune soldatesse dell’esercito dell'”arsenale delle democrazie”, nazione all’avanguardia nella demolizione dell'”eteronormatività patriarcale”. Beh, non sembra affatto che nel nuovo regno del femminismo e dell’intersezionalismo le cose cambino molto rispetto a quando dominava il patriarcato. Anzi.
Nice try, Eric.

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