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E' la Storia, Bellezza...

Attenzione: la Storia è sempre più terreno di scontro politico

Da «Storia In Rete» n. 184, ottobre 2021

Avvertenza: non fatevi ingannare dalle apparenze. Infatti questo articolo, tra poche righe, inizierà all’insegna del buon senso e dell’intelligenza. Ma alla fine vedrete che era solo lo spunto per un viaggio in una specie di manicomio mediatico-intellettuale che ha vari difetti, il primo dei quali è che assolutamente reale. In più, non solo è tutto italiano ma è anche recentissimo. Insomma, la porta dell’Inferno ce l’abbiamo sul pianerottolo e le voci che si sentono arrivare non sono lontane ma belle forti. Vicine, arroganti, preoccupanti. Per prendere un po’ d’aria bisogna allontanarsi dall’Italia. La metà virtuale è la Gran Bretagna dove, ad agosto, un gruppo di storici e intellettuali di spessore – attivi non solo in Inghilterra ma anche negli USA, in Nuova Zelanda, in Polonia, in Canada, in Australia, in Olanda… – si è raccolto intorno ad un progetto e a un sito: «History Reclaimed». La breve presentazione dell’iniziativa è questa: «L’abuso della storia per scopi politici è vecchio come la storia stessa. Negli ultimi anni, abbiamo visto campagne per riscrivere la storia di diverse nazioni democratiche in un modo che mina la loro solidarietà come comunità, il loro senso di realizzazione, persino la loro stessa legittimità. Queste “guerre culturali”, perseguite nei media, negli spazi pubblici, nei musei, nelle università, nelle scuole, nei servizi civili, nei governi locali, nelle società commerciali e persino nelle chiese, sono particolarmente virulente in Nord America, Australasia e Regno Unito. Gli attivisti affermano che “affrontare” un passato presentato come eccessivamente e permanentemente vergognoso e carico di colpa è la via per un futuro migliore e più giusto. Non vediamo alcuna prova che questo sia vero. Al contrario, letture tendenziose e persino palesemente false della storia stanno creando o aggravando divisioni, risentimenti e persino violenza. Non siamo dell’opinione che le nostre storie siano uniformemente degne di lode – sarebbe assurdo. Ma rifiutiamo come altrettanto assurda l’affermazione che siano essenzialmente vergognose. Siamo d’accordo che la storia consiste di molte opinioni e molte voci. Ma questo non significa che tutte le opinioni siano valide, e certamente nessuna dovrebbe essere imposta come una nuova ortodossia. Intendiamo sfidare le distorsioni della storia, e fornire contesto, spiegazione ed equilibrio in un dibattito in cui la condanna è troppo spesso preferita alla comprensione. Siamo un gruppo indipendente di studiosi con una vasta gamma di opinioni su molti argomenti, ma con la convinzione condivisa che la storia richiede un’attenta interpretazione di prove complesse, e non dovrebbe essere un veicolo per una facile propaganda».

Bene. La parte positiva finisce qui. Da questo momento in poi non è che le notizie siano finite – anzi – ma cambiano natura e si lasciano, definitivamente, il buon senso alle spalle. Purtroppo bisogna tornare in Italia dove intorno alla metà di agosto si è accesa una polemica che ha seguito, come vedremo, un percorso tortuoso, toccando vari temi ma mostrando – ed è questa soprattutto la cosa su cui riflettere – una certa coerenza nell’abuso della logica. Si è trattato della più recente e nostrana «variazione sul tema» di quella deriva globale che gli storici di lingua inglese hanno denunciato. Con la leggera differenza che loro si sono riuniti e coordinati per organizzare un controcanto mentre in Italia sembra che tutto dorma…

Abbiamo accennato al fatto che sulla stampa italiana il dibattito pubblico ha seguito, nell’arco di qualche settimana, un «percorso tortuoso». Era un eufemismo come potrete giudicare voi stessi. Tutto ha preso le mosse in un giorno imprecisato di inizio estate, quando il ministro della Cultura del governo Draghi (ma lo era già nel Conte-bis), Dario Franceschini, esponente di punta del PD, decide di nominare il nuovo sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato (ACS), la massima istituzione archivistica nazionale, chiamata a custodire e valorizzare tutta la documentazione prodotta dallo Stato unitario. Visto che il sovrintendente in carica, Stefano Vitali, sta per andare in pensione, la scelta di Franceschini cade sull’ex direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Andrea De Pasquale, 51 anni a novembre. Un nome che subito accende gli animi in certi ambienti. Perché? Perché – non ridete… – nel novembre 2020 ha accettato di acquisire alla Biblioteca Nazionale il «Fondo Rauti», cioè l’archivio e la biblioteca di uno degli uomini simbolo della destra italiana, esponente di spicco del Movimento Sociale Italiano, intellettuale, storico (una sua imponente «Storia del Fascismo» in sei volumi è stata ricordata anche da Renzo De Felice), fondatore di giornali e animatore di circoli culturali. Il più famoso dei quali è stato sicuramente il «Centro Studi Ordine Nuovo» da non confondere con il «Movimento Politico Ordine Nuovo» nato, a fine anni Sessanta, da una scissione all’interno della comunità che si era raccolta intorno a Rauti. In pratica, dopo anni di dissidenza e di lontananza, Rauti nel 1969 decise di rientrare nel Movimento Sociale da cui era uscito nel 1956. La scelta non fu condivisa da alcuni militanti che, guidati da Clemente Graziani, non seguirono il leader e in aperta polemica con lui diedero vita, appunto, ad un movimento politico che si chiamava come il centro studi che Rauti nel frattempo aveva sciolto. Come è noto, da lì a poco, diversi esponenti del movimento politico Ordine Nuovo furono coinvolti in varie inchieste per stragi e omicidi nel pieno della Strategia della Tensione. Questo comportò numerose vicissitudini, compreso un arresto, per Rauti vittima della pratica abituale, da parte di certa magistratura e anche di vari intellettuali, dell’abuso della proprietà transitiva: poiché aveva fondato Ordine Nuovo e uomini di Ordine Nuovo erano implicati in gravi fatti di sangue e terrorismo allora Rauti poteva essere responsabile di quegli atti.

Pino Rauti (1926 – 20212)

Ovviamente non era così perché c’erano stati due distinti «Ordine Nuovo» che si erano succeduti, uno «centro culturale» l’altro «movimento politico»; il secondo era nato dalle ceneri e in polemica col primo e Rauti aveva avuto un ruolo solo nel centro culturale. Ci vollero, come al solito, parecchi anni perché la situazione si chiarisse e che Rauti venisse scagionato da ogni accusa. Scagionato dalla legge ma non dai «detentori» della verità assoluta, cultori, come vedremo, del metodico strazio della proprietà transitiva.

Torniamo al novembre scorso quando De Pasquale – considerato oltretutto vicino al PD – accetta l’archivio di Rauti che tre anni prima, nel 2017, era stato dichiarato un archivio «di interesse storico particolarmente importante» dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio oltre che «Bene Culturale» dal MiBAC (il ministero della Cultura) per il «particolare interesse storico» dei documenti contenuti. Lo fa però in un modo che indigna i rappresentanti delle famiglie delle vittime delle stragi di Piazza Fontana a Milano (1969), piazza della Loggia a Brescia (1974) e della stazione di Bologna (1980) per i quali, nonostante vari tribunali si siano già espressi in merito e incuranti anche di quanto semplicemente si può leggere su Wikipedia a proposito di Ordine Nuovo, Rauti – deceduto nel 2012 a 86 anni – è comunque una figura molto compromettente e troppo compromessa per non prendere «alcune cautele». Insomma, nonostante Rauti sia stato deputato della Repubblica per cinque legislature, deputato europeo, membro del Consiglio d’Europa oltre che segretario di quello che era il quarto partito della Prima Repubblica, le sue carte non andavano accettate senza adottare precauzioni. Quali? Lasciamo la parola – non ridete… – al giornalista che ha dato tra i primi la notizia: Gianni Barbacetto su «Il Fatto Quotidiano» del 18 agosto 2021: «De Pasquale, che da direttore della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, quando nel novembre 2020 acquisì il fondo archivistico personale del fascista Pino Rauti, lo comunicò con una nota dai toni agiografici diffusa dalla Fondazione Rauti e dalla famiglia, senza alcuna spiegazione sul ruolo di Rauti, militante dei Fasci di Azione Rivoluzionaria e poi fondatore di Ordine Nuovo, il gruppo che più d’ogni altro partecipò alla strategia delle stragi, realizzando – secondo quanto attestano sentenze ormai definitive – l’attentato di piazza Fontana e quello di piazza della Loggia a Brescia (…) “Nei siti e nei canali istituzionali della Biblioteca di cui De Pasquale era responsabile”, scrive Bolognesi [il presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, NdR], “è mancata una qualunque forma di contestualizzazione storico-critica della figura di Rauti, personaggio a dir poco controverso nel panorama del neofascismo italiano”. Anche Pier Luigi Bersani chiede che si ascoltino i familiari delle vittime. E Tomaso Montanari, rettore dell’Università per gli stranieri di Siena, aveva già dichiarato che con il comunicato della Fondazione Rauti “la Biblioteca nazionale di Roma ha completamente smarrito il senso costituzionale della cultura”».

Fateci l’abitudine a questa presa di distanza dalla realtà e dal senso della misura perché d’ora in poi sarà un crescendo inarrestabile. Volete sapere in cosa consisterebbe l’agiografia – per lo meno avallata da De Pasquale – a proposito di Rauti? Ecco cosa ha scritto in merito il quotidiano online «Il Post.it» del 25 agosto: «Rauti, nell’annuncio ufficiale emesso dalla famiglia e pubblicato per qualche giorno anche sul sito della Biblioteca Nazionale, veniva definito “statista” e presentato come “uno dei personaggi chiave della Storia della Destra in Italia: organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico”. Nessun accenno alla sua militanza come volontario nella Repubblica Sociale Italiana. Né al fatto che Rauti fondò il Centro Studi Ordine Nuovo, organizzazione di estrema destra da cui nacque Ordine Nuovo, movimento presto trasformatosi in eversivo, e sciolto dal governo per tentata ricostituzione del disciolto Partito Fascista (…). Rauti ufficialmente non ha mai fatto parte di Ordine Nuovo».

Al di là delle forzature/confusioni che continuano a inquinare ogni ragionamento (anche se «Il Post» rispetto a «Il Fatto Quotidiano» è stato sicuramente più corretto) vanno precisate alcune cose visto che nessuno l’ha fatto. In primis l’uso del termine «statista» è meno scandaloso di quanto possa sembrare visto che, secondo il vocabolario della lingua italiana Zingarelli, «statista» sarebbe: «Persona che, per la sua capacità e competenza, ha assunto un ruolo rilevante nella vita politica di uno Stato». Non necessariamente «uomo di governo» quindi ma, piuttosto, un «protagonista della vita politica»: definizione che sarebbe difficile non riconoscere a Rauti col suo lungo percorso politico, soprattutto nelle istituzioni italiane ed europee. Qui non si tratta di dare un giudizio sulle idee o sulle azioni di un uomo ma di dare il giusto valore alle parole. Discorso che vale anche per le definizioni di «organizzatore, pensatore, studioso, giornalista, deputato dal 1972 al 1992. Tanto attivo e creativo, quanto riflessivo e critico». Ora, non c’è bisogno di conoscere a fondo la biografia di Rauti né essere un suo sfegatato ammiratore per riconoscere – asetticamente, «laicamente» – che fu davvero un organizzatore, un pensatore, uno studioso attivo, creativo e critico. Tanto è vero che ispirò e organizzò per almeno vent’anni gran parte della gioventù missina (non esattamente quattro gatti…) con manifestazioni, libri e riviste senza contare il suo approccio fortemente critico non solo ai governi di centrosinistra della Prima Repubblica ma anche, nel MSI, alla leadership di Almirante prima e di Fini dopo. Sui trascorsi nella RSI di Rauti poi non conviene neanche attardarsi troppo visto che se quello fosse il vero discrimine bisognerebbe fare un repulisti enorme nella storia della cultura, delle arti, dello spettacolo e della politica italiane dal 1945 a tutti gli anni Ottanta almeno…

Ma qui, come si è detto, non si tratta di fare la biografia e neanche la agiografia di un leader politico: si tratta di fissare alcuni punti fermi, storici e semantici, per inquadrare al meglio le dinamiche di una polemica ormai esaurita ma che ha mostrato meccanismi destinati a raffinarsi e riprodursi sempre più in futuro. E, facilmente, spesso il terreno di scontro sarà proprio la Storia, materia dove, come hanno osservato gli storici inglesi di «History Reclaimed»: «…letture tendenziose e persino palesemente false della storia stanno creando o aggravando divisioni, risentimenti e persino violenza». Risultato che si ottiene, ad esempio, privilegiando la valutazione morale rispetto a quella storico-fattuale. Cioè i giudizi valgono più della realtà e questo spiega la distanza siderale che nel caso delle accuse a De Pasquale per Rauti corre tra l’evidenza dei fatti e le dichiarazioni roboanti che quella realtà negano o trascurano.

Ma le contraddizioni sono come le ciliegie: una tira l’altra. E così, il traballante impianto accusatorio non si è rivelato fine a se stesso ma utile a delegittimare De Pasquale destinato, in quanto sovrintendente dell’ACS, a guidare la commissione che, in base ad una decisione del governo Renzi, si appresta a valutare e classificare i documenti relativi alle stragi degli anni della Strategia della Tensione, carte che fino a oggi sono state tenute segrete dai vari organismi dello Stato interessati. Visto l’atteggiamento tenuto in occasione del versamento dell’archivio Rauti, le associazioni dei familiari delle vittime e i loro fiancheggiatori giornalistici hanno ritenuto che De Pasquale non abbia – non ridete… – la necessaria «spiccata sensibilità costituzionale, una coraggiosa autonomia rispetto alle numerose pressioni politiche che possono ostare all’attuazione dell’iniziativa». Nel più classico «processo alle intenzioni», quindi, partendo da premesse errate o forzate, comunque inquinate da forti pregiudizi ideologici, si ipotizza il fantomatico rischio che De Pasquale possa in qualche modo occultare documenti e verità utili a fare finalmente chiarezza sulle stragi. Insomma, si paventa chiaramente che De Pasquale oltre ad essere un «fan di Rauti», oltre ad essere tiepido con «i fascisti» sia anche potenzialmente disonesto al punto da intralciare la ricerca storica su fatti gravissimi e sanguinosi. E così, partendo da premesse errate si arriva a tesi ancora più sballate e indimostrabili. Si potrebbe liquidare tutto con un sorriso e un’alzata di spalle. Ma non di questi tempi dove l’irrazionalità si materializza e finisce per farsi realtà concreta. Infatti, da un lato De Pasquale è stato confermato nell’incarico all’ACS: si è insediato regolarmente il 30 agosto. Ma pochi giorni dopo, l’8 settembre il presidente del Consiglio Mario Draghi ha deciso personalmente che De Pasquale non presiederà il Comitato per la desecretazione degli atti riguardanti le stragi. Il Comitato opererà invece direttamente sotto la supervisione della Presidenza del Consiglio. Quindi: «missione compiuta»? Sì e no perché nel frattempo la polemica aveva preso anche un’altra strada grazie ad un intellettuale molto presente in TV e in libreria: lo storico dell’arte Tomaso Montanari.

Una data chiave in questa storia è il 23 agosto 2021, quando cioè «Il Fatto Quotidiano» pubblica un articolo di Montanari che rivela una assoluta padronanza dei meccanismi retorici che abbiamo già visto in azione nel caso De Pasquale con la loro devastante capacità di deformare la realtà, presente o storica che sia. Agli occhi di Montanari – che non è certo solo ma interpreta sentimenti molto diffusi in certi ambienti culturali, giornalistici e sindacali – il «caso De Pasquale» (che «caso» non sarebbe mai dovuto essere come abbiamo visto poiché l’unica vera eccezione sensata, sia pur di merito ma non di diritto vista l’attuale normativa, era che è la prima volta che un bibliotecario ricopre un ruolo archivistico) sarebbe l’ennesima spia di un processo in atto da tempo. Quale? – non ridete… – «…ormai da anni è in corso un’agguerrita campagna culturale da parte di una destra più o meno apertamente fascista: una battaglia il cui obbiettivo è niente meno che un revisionismo di Stato. E cioè la cancellazione della storia che racconta cosa fu davvero il Fascismo, e cosa è stato il neofascismo criminale della seconda metà del Novecento». Curiosamente, ammesso che quello che scrive sia fondato (e non lo è, come sappiamo), Montanari & C. non si fanno la più semplice delle domande: ma come è possibile – senza contare la fine drammatica del Regime e del suo capo, ridicolizzato e ingiuriato come nessun altro leader di rilievo del Novecento – che dopo oltre 75 anni di martellante antifascismo – non solo in Italia ma a livello globale – nelle piazze, nella legislazione, nell’editoria, nelle scuole e nelle università, in televisione, nelle fondazioni e nei convegni possa avere non dico successo ma semplicemente un minimo di visibilità questa fantomatica «agguerrita campagna culturale di una destra più o meno apertamente fascista»?

La risposta non c’è anche se l’evidenza dei fatti dovrebbe suggerire che «qualcosa», forse, non ha funzionato a dovere nonostante il grande dispendio di energie e risorse economiche. Ma come abbiamo imparato dal sistema dei media mainstream in questi anni a proposito di terrapiattisti, no vax, filo trumpiani, no euro, sovranisti ecc. ecc. il «complottismo» serve a «dare risposte semplici a problemi complessi». Dev’essere così anche per chi – i contestatori di De Pasquale ad esempio – sostiene che «la nomina di De Pasquale è un vulnus intollerabile, una operazione che sembra serva a tranquillizzare quegli apparati che ancora oggi hanno paura della verità». Chi sono questi apparati? Chi li incarna? E dopo 40-50 anni quale continuità ci può essere? Altre domande senza risposta. A meno che una possibile spiegazione stia nella «debolezza delle istituzioni», nel diluirsi del ricordo, dell’eredità dell’antifascismo… A questo sembra pensare Montanari quando scrive, sempre il 23 agosto, che «non si può nascondere che alcune battaglie revisioniste siano state vinte, grazie alla debolezza politica e culturale dei vertici della Repubblica. La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione  a quella della Memoria (dell’Olocausto) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica».

E così, in poche righe, la questione si è spostata dall’ACS, dalle carte sulle stragi e dal povero De Pasquale al Giorno del Ricordo e alle Foibe. «Tout se tient» dicono i francesi: «tutto è collegato», almeno nella testa di Montanari. Chi invece fa fatica a seguirlo lungo certi tornanti non può far altro che assistere, basito, alla seconda puntata di questa storia. Puntata all’insegna delle Foibe, incautamente tirate in ballo per contrastare il più pericoloso – e per alcuni, inaccettabile – dei paralleli: Fascismo uguale a Comunismo. Quello delle Foibe è un tema incandescente come Montanari scoprirà a breve anche perché ha la pessima idea di citare un testo dello storico di sinistra Angelo D’Orsi – testo che Montanari presenta come «una coraggiosa lettera aperta» – in cui si criticava la scelta di istituire il Giorno del Ricordo, si avanzava la tesi – ovviamente indimostrata a rigor di logica ma questo è ormai un dettaglio – della «equiparazione» tra tragedia delle Foibe e Olocausto, si negava l’esistenza di una qualunque «pulizia etnica» a danno degli italiani di Istria e Dalmazia e si sottolineava a proposito delle Foibe che «le vittime accertate, ad oggi, furono poco più di 800 (compresi i militari), parecchie delle quali giustiziate essendosi macchiate di crimini, autentici quanto taciuti, verso le popolazioni locali».

L’effetto di questo intervento è che quanti avevano taciuto su Rauti, sono insorti: su Montanari sono piovute accuse di «negazionismo» – sdegnosamente respinte – che comunque hanno indotto lo storico dell’arte a una parziale correzione di rotta visto che in un intervento successivo – 30 agosto – ha scritto che lui voleva criticare la lettura del dramma delle Foibe «imposta» dalle Destre e che non intendeva certo negare nulla: arriva anche a ricordare che «nessuno nega le Foibe (che videro, secondo l’opinione prevalente tra gli storici, la morte di circa cinquemila persone – fascisti, collaborazionisti ma anche innocenti [corsivo nostro NdR] – per mano dei partigiani di Tito)…». Inutilmente si è cercato di capire da Montanari come però sia passato in una settimana dagli 800 morti ricordati da D’Orsi ai “circa cinquemila”; né è servito che l’ex presidente della Camera Luciano Violante abbia ricordato che la scelta del 10 febbraio per celebrare il Giorno del Ricordo non ha nulla a che vedere con il Giorno della Memoria per l’Olocausto ma riguarda casomai la data della firma del Trattato di Pace del 1947 che segnò il destino delle terre istriane e dalmate e quello delle loro popolazioni, costrette a un esodo di massa sul quale la sinistra italiana ha avuto un atteggiamento prima di aperta ostilità e poi di pura e semplice rimozione. È la sinistra, con la sua politica filo-jugoslava prima e poi con un imbarazzato silenzio, che ha lasciato «alle Destre» l’esclusiva della memoria di una tragedia nazionale. Giocare sulla vicinanza delle date, quasi che qualcuno possa scegliere le opportune distanze tra i giorni segnati dalla Storia, è un gioco meschino. Che ben rientra però nell’uso distorto della logica e della dialettica che si è fatto anche in questo caso: si prende un fatto, lo si snatura e su questa contraffazione si costruisce un teorema che altro non è che una affermazione – o riaffermazione – rozza e brutale di presunte «verità oggettive». Si tratta in altri termini di fissare un controllo ideologico della memoria storica. E poco importa che, via via, i «fascisti» siano avvistati un po’ ovunque (anche a sinistra: una volta erano i socialisti craxiani, oggi sono quelli di Italia Viva di Renzi) e che sia aberrante insistere nel distinguo tra «fascisti» e «vittime innocenti» quasi che le due cose non debbano mai coincidere o che, nei fatti, spesso le seconde siano state fatte passare per i primi.

Non a caso Montanari ha citato, a sostegno della propria tesi, il recente pamphlet di Eric Gobetti «E allora le foibe?» (Laterza, 2021), un agile volumetto i cui evidenti limiti di metodo e storiografici sono stati messi in luce da più parti (sul nostro sito c’è un’eccellente recensione di Pierluigi Romeo di Colloredo). E, ancora meno a caso, le prevedibili levate di scudi a difesa dello storico dell’arte – di cui qualche ingenuo ha chiesto le dimissioni aiutandolo a trasformarsi in una «vittima», colpevolesolo «di aver difeso l’antifascismo»… – si sono tramutate negli immancabili appelli sottoscritti da storici e intellettuali. Roboanti e inutili come sempre. Anche perché De Pasquale è stato di fatto «depotenziato», Montanari resterà rettore, le critiche al Giorno del Ricordo avranno sempre più campo e legittimazione e i meccanismi retorici che trasformano chiunque in un «fascista» e in quanto tale in uno scarto della società, suscettibile di ogni insulto morale o fisico, verranno nuovamente reiterati e affinati.

Questa storia insegna alcune cose: per prima cosa che le tanto «paventate» Destre, «più o meno fasciste», ancora una volta hanno offerto una risposta talmente insufficiente, scoordinata ed episodica da rendere se possibile ancora più surreali e infondati i timori di Montanari & C. Di cosa hanno davvero paura? Di un po’ di trombonismo condensato in un pugno di articoli o dichiarazioni alla stampa? Di qualche interrogazione parlamentare sballata (come si fa a chiedere le dimissioni di un Rettore non ancora in carica a un ministro che non ha, anche volendo, i poteri per farlo…)? Di un mondo che non è stato neanche capace di difendere la memoria di uno dei suoi leader più importanti e influenti (e non certo per le «ragioni» espresse dai critici di De Pasquale)? Di un segmento di paese, pur prevalente da sempre – e anche, stando ai sondaggi, nel prossimo futuro – che manca di una qualunque forma di organizzazione delle risorse intellettuali, mediatiche e accademico-scientifiche?Mancando tutto questo, quale «pensiero» antagonista o semplicemente alternativo può prendere forma al di là delle possibili fortune elettorali?

Eppure, paradosso nel paradosso, lo scenario che si va definendo è proprio quello di uno scontro di due debolezze: da una parte una minoranza agguerrita e organizzata, capace di ogni funambulismo retorico e logico, timorosa – temo sinceramente anche se non fondatamente – di dover fronteggiare un avversario potente con una chiara strategia culturale e politica; dall’altra una massa elettorale nettamente maggioritaria ma senza voci autorevoli e mezzi adeguati per tradurre in «progetto» alcunché. Men che meno un progetto culturale straordinariamente ambizioso come, addirittura, «riscrivere la storia dalla parte del fascismo» (copyright Montanari). Ma chi ha un rapporto così complicato con l’evidenza fattuale, e con la pratica di definire fatti e azioni in modo attendibile e dimostrabile, può convincersi di tutto. Anche di questo.

La cosa più preoccupante è che ciò a cui abbiamo assistito tra agosto e settembre rischia di ripetersi nel prossimo futuro. Montanari, col solito senso della misura, ha denunciato un «fascismo polifonico» (da Italia Viva a CasaPound…) che avrebbe cercato di zittirlo. Ai suoi occhi – e non solo ai suoi – una chiara avvisaglia di quello che potrebbe accadere se alle prossime elezioni verranno confermati i sondaggi che da anni confermano una maggioranza di centro-destra in Italia. Così Montanari su «Il Fatto Quotidiano» del 30 agosto: «È stato un assaggio di quel ritorno al Fascismo che potrebbe comportare l’ascesa al governo di questa compagine nera». Attendiamoci quindi, nei prossimi tempi, molti altri casi come quello che ha scaldato l’agosto 2021. Fossimo in Montanari & C. non saremmo però preoccupati più di tanto ma anzi pronti a sfregarci le mani e a decidere quale bottiglia stappare alla prima occasione.

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