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Storia, non storie

Belli protestò perché il Papa non aveva tagliato lo stipendio ai cardinali. Ma che direbbe oggi?

Un fantasma si aggira per il Vaticano, un fantasma vestito di bianco e armato di forbici. Si tratta, e mi scuso per il tono scherzoso, di Sua Santità, Papa Francesco, che, motu proprio, come si suol dire in questi casi, ha deciso di tagliare gli emolumenti del personale che lavora nel piccolo Stato della Chiesa per far fronte alla diminuzione delle entrate dell’Obolo di San Pietro a causa della pandemia e del minor numero di fedeli presenti nelle Chiese. Il provvedimento entra in vigore (ironia involontaria o intenzionale…) dal 1° aprile e resterà in vigore fino a che non sarà intervenuto un cambiamento della situazione sanitaria e quindi economico-sociale del Paese.

Ma il punto cruciale dell’imprevisto e inusuale provvedimento è che riguarderà anche i Cardinali, le Porpore, cioè le più alte gerarchie della Chiesa, avvolte da una aura di sacralità e ritenute da sempre degli ‘intoccabili’ anche sul piano delle prerogative. In realtà c’è un precedente storico, anche se soltanto annunciato e minacciato, ma non condotto in porto per la reazione degli interessati. Ignoro, ovviamente, se il Santo Padre o i suoi collaboratori ne siano a conoscenza, ma esattamente 190 anni fa, Gregorio XVI, eletto in Conclave nel febbraio del 1831, succedendo a Pio VIII, un anno dopo, nel novembre del 1832, progettò una riduzione degli stipendi dei dipendenti dello Stato della Chiesa: le “mesate” come allora erano chiamati. Il provvedimento non riguardava però i cardinali (la cui paga era chiamata “il piatto”), a cui aveva anzi aumentato gli emolumenti da 4000 scudi annui a 4500 (secondo la vulgata come premio simoniaco per averlo votato in Conclave).

Papa Gregorio XVI (1765-1846)

Una notizia ghiotta, che fece rumore e non poteva sfuggire alla penna intinta nel veleno della satira del più grande poeta romano, Giuseppe Gioacchino Belli, i cui sonetti in dialetto romanesco (circa 2000) costituiscono, come ha scritto il suo maggiore interprete, Giorgio Vigolo, una sorta di Commedia laica in onore del popolo della Roma dell’800.

Il 28 novembre del 1832 nel sonetto n. 506 il poeta dà voce alla protesta degli interessati con due versi che chiamano in causa la differenza di trattamento tra laici ed ecclesiastici. “Perché a noantri soli sto ber fatto,/ E se lasseno stà li cardinali?”.

Il giorno dopo la risposta a questa protesta popolare, nel sonetto n.507 (Le raggione der cardinale mio) viene messa in bocca a un servitore che si rende interprete delle ragioni del padrone. E’ un sonetto che merita di essere riportato per intero con la grafia originale.

Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863)

            “Calacce er piatto a nnoi?! Parli pe ggioco/ Me dichi bbuggiarate co la pala,/Calacce er piatto a nnoi?! Si cce se cala,/ Manco mettemo ppiù la pila ar foco./

            “Pe ssei cavalli e tre carrozze in gala,/ Già era quattromila-eccinquecento è poco:/ Poi metti un po’ sei servitori in zala,/ Un caudatario, un coco e un zottococo:/

            “Sguattero, cappellano, cameriere,/ Mastro de scirimonie, cavalcante,/ Cocchiere, credenziere e ddispenziere:/

            “Metti er vestiario, e un pranzarello annante/ De tre pportate come vò il mestiere;/ Che cce resta pe ddà a la governante?”

Il senso è chiarissimo anche se qualche termine è in romanesco stretto ma rende perfettamente l’opinione della voce popolare, di cui Belli si fa sempre interprete, in merito all’idea che i Porporati dell’epoca avevano circa i propri doveri di povertà. Nihil novi sub sole, si potrebbe dire. In ogni caso penso che Papa Francesco si potrebbe fare una bella risata se qualcuno gli leggesse questo sonetto. E di questi tempi una bella risata è tutta salute.

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