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Contro i paragoni storici e a proposito delle debolezze della Repubblica

Da tempo sogno una legge impossibile: sarebbe una norma semplice, di un solo articolo e di facile applicazione perché il reato sarebbe talmente evidente da vanificare ogni eccezione, ricorso o deroga. Un solo articolo quindi e di poche parole: «E’ tassativamente proibito ogni parallelo storico». Al limite si potrebbero indicare alcune aggravanti (no a qualunque attenuante) per gli azzardi storici proposti da politici, giornalisti e ospiti di talk show. Sulle pene si può discutere ma il minimo sarebbe l’obbligo a non ricadere nello stesso errore per non incorrere in ulteriori sanzioni: per i casi meno gravi si potrebbe invece prevedere un corso di rieducazione alla prudenza (tipo i servizi sociali insomma…) mentre per le violazioni più serie e per i recidivi sarebbe necessaria qualche forma di confinamento in una biblioteca un po’ isolata e fornita solo di classici da rileggere e meditare.

Temo però che ben presto i condannati in base alla vagheggiata “legge anti cazzate storiche” sarebbero in numero tale che non basterebbero tutte le biblioteche d’ Europa. Comunque, in attesa che il legislatore affronti con la dovuta decisione questa vera e propria emergenza culturale, non resta che segnalare e confutare gli incontestabili abusi che spuntano da ogni dove. Ad esempio, una violazione abbastanza grave alle già vigenti leggi del buon gusto e del senso della misura è arrivata pochi giorni fa da una penna in genere misurata e ben documentata: mi riferisco al collega Antonio Carioti del “Corriere della Sera”. Perché questa volta Carioti merita un cartellino rosso grande come una casa? Perché nel numero del supplemento culturale del Corriere, “La Lettura”, del 30 maggio scorso, alla vigilia quindi del 75mo anniversario della ricorrenza del referendum istituzionale del 2 giugno, si è avventurato in un paragone da brividi sintetizzato già nel titolo: Re Umberto II come Trump.

«Anche quest’anno come nel 2020, a causa della pandemia, la ricorrenza del 2 giugno sarà celebrata a Roma con sobrietà, senza la tradizionale parata militare in via dei Fori imperiali. Ma le restrizioni imposte dal Covid-19 non tolgono certo significato alla data su cui «la Lettura» in arrivo nel weekend, nel settantacinquesimo anniversario, offre un dossier con testimonianze dirette di persone che nel 1946 votarono e parteciparono alla campagna elettorale referendaria in cui si decise la forma istituzionale dello Stato.

Se la Liberazione, nella primavera del 1945, aveva posto fine all’oppressione degli occupanti tedeschi e dei fascisti loro alleati, il voto che segnò il successo della Repubblica sulla Monarchia, un anno dopo, gettò le fondamenta per la ricostruzione dell’Italia su basi nuove, compiutamente democratiche. Dopo essere stata lungamente complice del regime fascista in tutte le sue scelte più funeste, casa Savoia non poteva presentarsi in modo credibile come la garante di una nuova convivenza civile. Troppo a lungo il «partito di corte», come veniva chiamato, si era rivelato un freno a qualsiasi sviluppo nel senso di una maggiore partecipazione popolare. E l’Italia del Centro Nord, che con la Resistenza aveva conosciuto una poderosa ventata d’aria nuova, mostrò di averlo ben compreso. Diversa la situazione nel Sud, dove prevalsero l’attaccamento affettivo alla Monarchia e un conservatorismo istintivo, timoroso dell’incognita rappresentata da un nuovo assetto dello Stato.

Il risultato a favore della Repubblica fu netto, due milioni di voti in più, ma i sostenitori della Monarchia parlarono di brogli e sollevarono cavilli per non riconoscere il verdetto delle urne. Per alcuni giorni si creò una situazione d’incertezza e contestazione, simile a quella che gli Stati Uniti hanno vissuto dopo le ultime elezioni presidenziali. Il re Umberto II si comportò un po’ come Donald Trump: partì per l’esilio in Portogallo senza aver riconosciuto la sconfitta, dopo aver diffuso un proclama in cui parlava di «sopruso». Per non esasperare gli animi le forze politiche antifasciste, come segnale di apertura verso chi aveva scelto i Savoia, elessero capo provvisorio dello Stato il liberale filomonarchico Enrico De Nicola. Quindi si avviò la feconda stagione dell’Assemblea Costituente, i cui deputati erano stati eletti in contemporanea al referendum. Altri temi, legati ai conflitti sociali e alle vicende internazionali della incipiente guerra fredda, avrebbero poi diviso gli italiani, anche in modo aspro. Ma le basi repubblicane su cui fu edificata la Costituzione si sarebbero rivelate sufficientemente solide».

Visto che cosa può fare il virus del paragone storico? Certo, qualche vaccino ci sarebbe: ad esempio il corposo studio di Aldo A. Mola, pochi giorni fa riproposto in edizione ampliata in abbinata con Il Giornale: “Quel 2 giugno 1946”. Ma per chi del vaccino giusto non abbia ancora fatto neanche la prima dose o abbia dubbi sulla efficacia delle cure, proviamo ad evidenziare alcune delle forzature più evidenti.

Scrive Carioti: «Dopo essere stata lungamente complice del regime fascista in tutte le sue scelte più funeste, casa Savoia non poteva presentarsi in modo credibile come la garante di una nuova convivenza civile».

In realtà si dovrebbe ricordare che il Fascismo trovò proprio nella Corona uno dei suoi “limiti” più ostici e che, al di là delle compromissioni del Ventennio, Casa Savoia aveva una “legittimità” secolare per aver progettato e portato a compimento il processo di unificazione nazionale. Processo che, nei decenni successivi all’Unità, ha visto anche le importanti svolte politiche – tutte benedette dal Quirinale – di apertura alle emergenti forze nuove, come socialisti e cattolici a inizio Novecento. Resta poi il fatto che il Regime fu rovesciato non dagli anti fascisti ma proprio dalla Monarchia che con il Regno del Sud prese parte in modo decisivo anche alla parte finale della guerra. E questo senza gli odi e la ferocia che hanno segnato molti momenti della Guerra civile. Piaccia o no Casa Savoia avrebbe garantito qualunque svolta politica decisa democraticamente, specie con Umberto II e la moglie Maria José (di note simpatie progressiste) sul trono.

  • Surreale anche l’analisi della differenza del voto al referendum istituzionale tra Nord e Sud: il Nord più schierato per la Repubblica – perché «… con la Resistenza aveva conosciuto una poderosa ventata d’aria nuova» – e il Sud nettamente a favore della Monarchia – in quanto condizionato da un «… attaccamento affettivo alla Monarchia e un conservatorismo istintivo, timoroso dell’incognita rappresentata da un nuovo assetto dello Stato». In realtà la “poderosa ventata d’aria nuova” rappresentata dalla Resistenza poggiava su basi fragili visto che tra armati e “fiancheggiatori” la Resistenza aveva rappresentato una ben piccola fetta di popolazione del centro-nord, raggiungendo la sua massina espansione solo a ridosso del 25 aprile e nonostante questo rimanendo surclassata nei numeri da quanti avevano scelto il partito opposto. Poi l’agibilità nell’immediato dopoguerra si tramutò in una gestione dispotica della piazza da parte dei social-comunisti al punto da inibire in gran parte la propaganda monarchica. Ricordiamo, ad esempio, le sventagliate di mitra alle finestre in occasione di una visita di Umberto II a Torino rivendicate dal sempre sobrio e pacato Sandro Pertini. E poi, perché tralasciare quanto evidenziato da tempo da molti storici e cioè che sull’esito elettorale a Nord pesarono non poco i 18 mesi di propaganda anti-Savoia da parte della Repubblica Sociale Italiana?

Sulle considerazioni, riduttive e schematiche, circa il “conservatorismo istintivo e timoroso” dell’elettorato meridionale basterebbe ricordare quante personalità di spicco, in ogni regione e in ogni campo, si schierarono con la Monarchia. Il Paese si spaccò davvero a metà e la linea di frattura più significativa non è certo quella geografica visto che come in tutte le contrapposizioni civili e politiche le divisioni si manifestano in ogni settore sociale a cominciare dalle famiglie. Del resto lo si era già visto pochi anni prima con il dramma dell’8 settembre.

  • Scrive ancora Carioti: «Il risultato a favore della Repubblica fu netto, due milioni di voti in più, ma i sostenitori della Monarchia parlarono di brogli e sollevarono cavilli per non riconoscere il verdetto delle urne». A questo ha risposto già brillantemente sul suo blog pochi giorni fa l’amico Aldo G. Ricci, specie sulla fondatezza dei ricorsi monarchici. Qui mi limito a sottolineare la brutta caduta di stile con cui si accenna all’atteggiamento dei monarchici di fronte ad una sconfitta piena di ombre che pure – ricorsi a parte e si sa, e si è visto, quale è in genere il destino dei ricorsi… – non ha dato luogo ad un movimento revanscista ma casomai ad un partito monarchico da subito pienamente inserito nel contesto democratico della nuova Repubblica che pure aveva esordito con la celebre e indegna norma transitoria che condannava all’esilio tutti i Savoia maschi. E se tutto questo è stato – e si è protratto per decenni – è stato perché in esilio in Portogallo ci stava un galantuomo come Umberto II che evitò sempre di soffiare sul fuoco, pure quando qualche ragione ce l’aveva come ha ben spiegato Ricci a proposito delle giornate che precedettero la sua partenza dall’Italia nel giugno 1946. Tutto il “diritto” della Repubblica, ricordiamolo, si basava su una maggioranza relativa (con milioni di italiani impossibilitati a votare) che l’aveva portata ad un vantaggio di due milioni di voti. Vantaggio che se si fosse andati avanti nelle verifiche si sarebbe probabilmente ridotto di molto fino a scendere a meno di mezzo milione di voti.
  • Senza freni, quindi Carioti insiste: «Per alcuni giorni si creò una situazione d’incertezza e contestazione, simile a quella che gli Stati Uniti hanno vissuto dopo le ultime elezioni presidenziali. Il re Umberto II si comportò un po’ come Donald Trump: partì per l’esilio in Portogallo senza aver riconosciuto la sconfitta, dopo aver diffuso un proclama in cui parlava di “sopruso”». Tra soccombere e lo scatenare la guerra civile, Umberto II scelse la prima opzione ma questo non vuol dire che le cose siano andate in modo lineare e con tutti i crismi della correttezza. Umberto parlò di “sopruso” a buon diritto e non solo perché ancora non c’era stata nessuna pronuncia ufficiale e nessun ricorso era stato preso in esame, ma perché le pressioni di De Gasperi forse quasi più dei social-comunisti furono tali da non lasciargli alternative di fronte al dilemma: cedere o resistere. Paragonarlo a Trump è quindi una vera bestialità che non tiene conto, tra le mille altre cose, di un fatto: Umberto II se ne andò protestando ma senza aizzare i suoi a resistere. E a sua disposizione aveva ben altro che la folla raccogliticcia che ha assaltato il Campidoglio di Washington: dalla sua c’era gran parte dell’esercito e della amministrazione dello Stato, metà del paese reale, importanti appoggi internazionali… rinunciò a tutte queste armi e lasciò il campo, lasciando la bocca amara a più di un suo sostenitore
  • Surreale poi la frase successiva di Carioti, quella secondo cui «Per non esasperare gli animi le forze politiche antifasciste, come segnale di apertura verso chi aveva scelto i Savoia, elessero capo provvisorio dello Stato il liberale filomonarchico Enrico De Nicola». Alla faccia dei “segnali di apertura”: i Savoia vennero condannati all’esilio (anche da morti…) e gli vennero confiscati tutti i beni, anche quelli che erano chiaramente esclusi da qualsiasi correlazione con la funzione pubblica del Sovrano. Tanto è vero che, ad esempio, la decisione di Umberto di donare all’Italia i gioielli della Corona destò la sorpresa anche dell’allora Presidente della Banca d’Italia e futuro Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che ben sapeva che quei gioielli non spettavano per forza allo Stato italiano (ne abbiamo parlato dettagliatamente su Storia In Rete n. 161, del marzo-aprile 2019). Ad una Repubblica che si dimostrava da subito così accanita e rancorosa Umberto II contrappose questo e altri gesti di generosità e mitezza. Che non fecero cambiare atteggiamento alla Repubblica fino agli anni Ottanta quando Umberto morì e nessuno fece nulla per consentire il rientro in Patria di un uomo in fin di vita. Alla luce di tutto questo siamo sicuri che, specie negli anni Quaranta e Cinquanta, la Repubblica si sentisse così salda come sembra essere convinto Carioti?

Ed è in questa presunta saldezza delle istituzioni repubblicane che va cercata la morale della Storia che continua ad essere la “nostra Storia”, dove cioè si annidano le vere debolezze e le ombre che ci portiamo appresso a 160 dall’Unità d’Italia e dopo 75 anni Repubblica. Così come con il 25 aprile si celebra, di fatto, l’affermazione nel 1945 di una minoranza esigua (la Resistenza) su una minoranza ben più corposa (gli italiani che si schierarono con la Repubblica Sociale Italiana), con il 2 giugno si commette lo stesso errore enfatizzando il prevalere tutt’altro che limpido e netto di una parte sull’altra nel giugno 1946. Due fratture a poco più di un anno di distanza che hanno segnato il nostro essere comunità nazionale perché due presunte vittorie risicate sono state assolutizzate e mitizzate, circondate da un’aura di superiorità morale ed etica che non trova così tanti riscontri nella realtà storica. Ed inoltre sono state accompagnate da un atteggiamento più che punitivo sulla parte “perdente”. Ex fascisti e monarchici sono stati relegati in un angolo, condannati alla gogna morale: senza nessun riguardo per le effettive dimensioni degli schieramenti e delle ragioni dell’avversario si è puntato con decisione sul “Vae Victis”, nessuna vera pacificazione ma accanimento, nessuna mano tesa ma la richiesta pura e semplice di abiura e sottomissione totale. Un accanimento che ricorda tanto quello di chi non avendo poi così tante ragioni se le dà, aiutandosi con una buona dose di prepotenza. Per funzionare, il metodo per un po’ funziona: poi però il motore inizia a perdere colpi e si arriva ad oggi. Con un deserto che ormai non si sa più come riempire e che anzi enfatizza gli azzardi di certi paragoni storici senza capo né coda.

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