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E i partigiani si divisero subito. Per una storia dell’Anpi (prima parte)

La maggiore associazione partigiana, l’Anpi, vanta 130mila iscritti: di questi, solo novemila sarebbero davvero ex partigiani, anche se la cifra ci sembra eccessiva se non altro per ragioni anagrafiche. Nessuno degli altri 120mila, ovviamente, ha fatto la guerra e molto spesso non ha neanche prestato servizio militare.

Secondo i dati dell’ Anpi, coloro che avrebbero ufficialmente partecipato alla guerra di liberazione erano 8000 nel 2014, circa 6700 nel 2015 e 5000 nel 2016. Riducendosi di circa 1500 ogni anno, entro i prossimi anni non ce ne sarà più nessuno. Ma l’Anpi continuerà ad essere piena di iscritti, giacché è aperta a chi condivida i valori dell’antifascismo, ricevendo anche prebende statali. Ma vediamo cos’è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e qual è la sua storia.

Alla data del 5 aprile del 1945, anno in cui venne designata come ente morale, l’Anpi comprendeva unitariamente tutti i partigiani italiani ed era retta da un consiglio formato da rappresentanti delle varie formazioni che avevano operato in tempo di guerra, ma già nel primo Congresso nazionale, indetto a Roma nel 1947, fra le varie componenti emersero divergenze in ordine a questioni di politica interna ed estera, soprattutto per la subalternità dei comunisti alla politica sovietica, di cui i reduci delle brigate Garibaldi – che, lungi dall’aver deposto le armi continuavano ad essere il braccio armato in Italia, proseguendo nell’azione di soppressione anche fisica di chi fosse considerato non solo fascista o fosse reduce della RSI, ma anche un avversario politico, anche se partigiano, o nemico di classe, soprattutto in aree come numerose zone del Veneto e del Piemonte ma soprattutto nel famigerato Triangolo della Morte emiliano, che Guareschi ribattezzò sul Candido il Messico d’Italia – erano il braccio armato.Senza pensare all’appoggio fattivo dei comunisti italiani alla pulizia etnica in Istria e Venezia Giulia.

Divisioni dunque iniziate già durante la guerra, dal momento che i comunisti perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la resistenza muoveva i primi passi: volevano essere la forza principale della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: imporre la dittatura del proletariato e fare dell’Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare di impronta stalinista schierata con l’Unione Sovietica.

Per inciso, storicamente è quantomeno inesatto definire combattenti della libertà i partigiani comunisti che combattevano con lo scopo dichiarato di instaurare una dittatura di tipo sovietico sotto l’egida dell’URSS di Stalin, di sicuro non più democratica di quella mussoliniana. Per raggiungere tale scopo rivoluzionario ogni mezzo era buono, dalla soppressione dagli avversari, anche appartenenti a formazioni partigiane di diverso orientamento, si pensi alle già citate malghe di Purzus o alle sospette morti di comandanti come Lupo e Bisagno, sino alla delazione, come avvenne a Roma con le denunce che portarono alla distruzione dei trotzkisti di Bandiera Rossa massacrati alle Fosse Ardeatine.

Di ciò i vertici della resistenza non comunista erano ovviamente ben consci. Bisogna qui ricordare Giovanni Pesce, il nome di copertura era Visone, aveva comandato i Gap di Milano, i piccoli nuclei partigiani comunisti che agivano in città con attacchi di pretto stile terroristico, assassinando alle spalle con colpi di pistola l’obbiettivo, di solito isolato: caddero così Ather Capelli a Torino- ucciso proprio da Pesce- Aldo Resega a Milano, Igino Ghisellini a Ferrara, l’archeologo Pericle Ducati a Bologna, il filosofo Giovanni Gentile a Firenze per citarne pochissimi. Non meraviglia pertanto la fuoriuscita dall’Anpi nel 1948, dopo l’attentato a Togliatti ed i tentativi di insurrezione armata, da parte dei partigiani monarchici, dei cattolici e degli autonomi che costituirono la Federazione Italiana Volontari della Libertà, Fivl, presieduta dapprima dal generale Raffaele Cadorna, già comandante militare della resistenza, nonché ultimo Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito e primo dell’Esercito italiano, poi da Enrico Mattei, quindi dopo la morte di questi, da Mario Argenton, da Aurelio Ferrando e da Paolo Emilio Taviani.

Facevano parte del primo Consiglio Direttivo Nazionale della Fivl Enrico Mattei, Raffaele Cadorna, Mario Argenton, Eugenio Cefis, Mario Ferrari Aggradi, Giovanni Marcora, Paolo Emilio Taviani, Aurelio Ferrando Scrivia, Aldo Sacchetti, Lelio Speranza, le Medaglie d’Oro al Valor militare Edgardo Sogno, Paola Del Din, Rino Pacchetti, Enrico Martini Mauri ed altri esponenti della Resistenza non comunista.

All’inizio del 1948, Pesce era il segretario provinciale dell’Anpi di Milano; il 29 febbraio di quell’anno, nella relazione al congresso che l’avrebbe rieletto, Pesce ebbe accenti di grande asprezza nei confronti dei partigiani anticomunisti usciti dall’Anpi: li accusò di utilizzare il denaro della Confindustria, e non per fini assistenziali, bensì per costituire delle squadre filo-fasciste. E subito dopo dichiarò che l’Anpi avrebbe sostenuto il Fronte Popolare, perché, spiegherà poi, era il naturale sbocco delle nostre attese democratiche. Il libro di Pesce- non scritto da lui, uomo di mediocrissima se non nulla cultura, ma da Roasio, esponente del Pci- La guerra dei GAP sarebbe divenuto il livre de chevet dei terroristi rossi negli anni Settanta.

 La sconfitta del Fronte nelle elezioni del 18 aprile aveva esasperato i partigiani comunisti. Sette giorni dopo il voto, ossia il 25 aprile 1948,a Milano si stava celebrando la liberazione. Tra gli oratori accanto a Luigi Longo c’era Ferruccio Parri Maurizio, già Presidente del Consiglio. I comunisti cominciarono a fischiarlo, per impedirgli di parlare. Allora Parri interruppe il discorso e scese dal palco. Conseguenza fu, nel 1949, la scissione dall’Anpi anche delle componenti legate a Giustizia e Libertà ed al partito socialista, con la nascita della Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane (Fiap) che ebbe come primo Presidente proprio Parri. La separazione dall’Anpi era stata decisa oltre che da Parri, da Antonio Greppi, sindaco socialista di Milano, da Piero Calamandrei, da Leo Valiani, da Giuliano Vassalli e da Aldo Aniasi. Come scrisse lo stesso Aniasi, l’uscita dall’Anpi era avvenuta con lo scopo di:

“Riaffermare un impegno di libertà e in salvaguardia dei valori della Resistenza nella completa indipendenza da ogni partito o raggruppamento politico.”

Parri disse che

“Vogliamo riunire non la totalità dei partigiani, ma soltanto quelli legati dalla fede nella libertà e dalla volontà di difenderla. A chi ci rimprovera di rompere l’unità partigiana a profitto della reazione, rispondiamo che è la pretesa di monopolio del Pci che ha fatto il gioco delle forze reazionarie. Infine, concluse Parri, a rompere l’unità della Resistenza raffigurata dall’Anpi è la pressione da carro armato della potenza sovietica sui paesi dell’Est e sull’Europa al di là di essi, a Berlino, a Praga, a Belgrado.”

Insomma, per Parri i partigiani rossi non avevano nulla a che fare con la libertà, ma erano strumenti dell’imperialismo sovietico. E ancora:

“Nell’ultima fase della lotta partigiana fu ben dannoso l’ingrossamento della penultima ora. E più ancora la valanga di eroi della sesta giornata, che hanno fornito la massima parte degli avventurieri imbroglioni e profittatori: quelli che, intervenendo nel dopoguerra, hanno servito di pretesto ai nostri avversari. Venne poi la politica dell’organizzazione controllata dai comunisti per allargare le maglie, per moltiplicare le truppe. Noi preferiamo la qualità. Primo requisito dei nostri iscritti, dice il nostro statuto, deve essere la moralità nella vita pubblica e privata Noi abbiamo e dobbiamo avere sempre una sola legge: quella della verità e della giustizia.”

Già allora, come oggi, per i comunisti l’esser stati partigiani non contava molto: piuttosto contava la fedeltà all’idea comunista, l’esser pronti alla seconda ondata, E, allora come oggi, chi aveva un’altra idea era semplicemente bollato come fascista.

Di fatto, l’Anpi era uno dei bracci della politica comunista in Italia. Una politica che aveva come stella polare la totale fedeltà a Mosca e a Stalin, ed era destinata, in caso di guerra, a ricoprire nuovamente il ruolo di quinta colonna in appoggio alle truppe del Patto di Varsavia, e, ancora una volta di eliminazione degli elementi ostili, di sabotaggio di caserme: quella che sarà poi definita la Gladio Rossa, le cui mosse erano controllate dal servizio informazioni militare, il SIFAR, soprattutto su istanza del ministro della difesa Randolfo Pacciardi, che i comunisti li conosceva da quando aveva combattuto in Spagna nella XII Brigada Internacional “Garibaldi”(segue)

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