Home Stampa italiana 1 Il Politecnico a Re Bomba (dal "Corriere del Mezzogiorno")

Il Politecnico a Re Bomba (dal “Corriere del Mezzogiorno”)

“Fisimario”, di Ruggero  Guarini – tratto dal “Corriere del Mezzogiorno” del 4 ottobre 2008 – Questa volta cedo la parola a Ferdinando II di Borbone, che mi prega di girare al nostro premier una letterina nella quale egli assicura di aver utilizzato le ricerche di uno studioso – Nicola Zitara – che oggi è uno dei più agguerriti fautori della rinascita del Sud mediante la creazione di un nuovo stato “duosiciliano” indipendente. Ecco la sua missiva:

 «Caro Cavaliere. – Ho molto apprezzato la sua decisione di promuovere la creazione di un nuovo Politecnico nel casertano. Ma chi glielo ha fatto fare di dichiarare che vorrebbe che esso venisse intitolato a Gioacchino Murat?

 

Suppongo che a suggerirle questa balordissima idea, se non è stato il signor Veltroni, che dice di averla avuta prima di lei, sia stato uno di quegli storici sfegatatamente antiborbonici che pur di negare i meriti della mia casata sogliono, fra l’altro, gonfiare a dismisura le conquiste del periodo murattiano. Ora io riconosco che quel generale francese che nel 1808 fu schiaffato da Napoleone, suo cognato, sul trono del mio papà, nei sette anni del suo regno, specialmente nel campo delle opere pubbliche, fece alcune cose buone. Ma di fronte a quelle che feci io durante i miei circa trent’anni di regno francamente sono bazzécole. Ragion per cui, se a questo nuovo ateneo si deve dare il nome del sovrano che diede il maggiore impulso allo sviluppo tecnico e industriale del Regno di Napoli, allora questo nome non può essere che il mio.

 

Lei dirà che sono pazzo. E per contestare questa mia pretesa mi rinfaccerà la fermezza con cui repressi i moti del 1848, guadagnandomi così il nomignolo di “Re Bomba”. E magari mi ricorderà tutte le altre infamie che mi furono attribuite dal signor Gladstone, il ministro inglese che definì il mio regno “la negazione di Dio”. È però arcinoto, ormai, che la perfida campagna che egli sferrò contro di me aveva lo scopo di affrettare il crollo del mio regno per poter meglio promuovere gli interessi commerciali e industriali della Gran Bretagna in Sicilia. La invito comunque a riesaminare l’accusa di estrema ferocia che mi è stata sempre rivolta alla luce di questo modesto raffronto: mentre il mio contemporaneo Carlo Alberto, il re piemontese onorato da circa due secoli come uno dei padri dell’Italia Una, in un solo anno (il 1831) condannò alla forca ben 44 “patrioti”, io, durante tutto il mio regno, feci impiccare un solo liberale: quell’Agesilao Milano che aveva attentato alla mia vita.

 

E veniamo alle ragioni per cui penso che nessun nome meriti più del mio di figurare in cima al nuovo Politecnico campano. Pochi dati basteranno a dimostrare che questo onore mi spetta per la semplice ragione che fui non soltanto l’ultimo vero uomo di Stato che il Sud abbia avuto, bensì anche, proprio per il mio fiuto nelle faccende industriali, finanziarie e tecnologiche, il sovrano italiano più “moderno” del mio tempo.

 

Quando, nel 1831, salii sul trono delle Due Sicilie, avevo ventun anni. Il paese, dopo il decennio francese, versava in condizioni tutt’altro che prospere. Era l’epoca in cui in tutto il mondo si diffondevano le industrie, le ferrovie, le navi a vapore. Le merci valicavano ogni frontiera e portavano dovunque, nel mondo artigiano, la disoccupazione e la fame. Col ribasso del prezzo del grano, che ormai diventava poco costoso importare da altri continenti, la morte arrivava anche nelle campagne. Ebbene: in quei difficili anni io mi votai alla causa della difesa del mio paese ottenendo in molti campi splendidi risultati.

 

Mi  permetta di ricordargliene solo alcuni. Creai una grande flotta mercantile (la seconda del tempo a livello mondiale, subito dopo quella inglese). Inaugurai la più importante officina meccanica dell’Europa continentale. Costruii la prima ferrovia italiana. Feci entrare in servizio di linea il primo battello italiano a vapore. Volli la creazione di una linea telegrafica diretta fra Napoli e Palermo. Feci progettare e costruire il primo ponte sospeso in Europa continentale (il “Ponte Real Ferdinando” sul Garigliano, a catenaria di ferro). Incoraggiai ogni tipo di manifattura. E alla Mostra Universale di Parigi l’industria napoletana si collocò al secondo posto mondiale. E tutto questo fu reso possibile anche dall’efficace sostegno di una banca di stato – il Banco delle Sicilie – che faceva girare un volume di carta bancarie cinque o sei volte più ingente di quello che circolava in tutto il resto d’Italia.

 

Sotto il mio governo il paese rifiorì anche culturalmente. Si aprirono muove scuole. Napoli ospitò il primo convegno scientifico tenutosi in Italia. La sua università diventò una delle più prestigiose del mondo, nonché la più grande d’Italia. E insieme a Palermo, Catania e Messina, il mio regno contava 11.000 studenti: il doppio di tutta l’Italia restante, che ne contava meno di 5.000.

 

Coraggio, Cavaliere: lasci perdere Murat, spieghi ai napoletani che il nome di quell’ateneo spetta di diritto a me, e accolga questo invito come un segno dell’ammirazione che nutre per lei il suo affezionatissimo Ferdinando Carlo Maria di Borbone, fu re del Regno delle Due Sicilie».

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