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Indiana Jones è esistito. Solo che si chiamava Leo Frobenius

Indiana Jones è esistito davvero, solo che non era americano né, tantomeno, un cacciatore di nazisti, anzi… La figura di un erudito professore universitario, a proprio agio tanto con le lingue morte quanto con gli indigeni vivi, capace di organizzare decine di spedizioni nelle terre ancora inesplorate e di scrivere migliaia di pagine sulle civiltà scomparse non è frutto della fantasia di Spielberg ma è un straordinario personaggio in carne ed ossa, vissuto in Germania a cavallo tra il Diciannovesimo e Ventesimo secolo, la cui memoria è stata offuscata per motivi ideologici.

Stiamo parlando di Leo Frobenius (1873-1938), archeologo, scrittore, avventuriero, esploratore, accademico e soprattutto fondatore nel 1925 del più antico centro tedesco di studi antropologici, l’Istituto etnologico dell’Università di Francoforte, che ancora oggi porta il suo nome. Appassionato autodidatta, Frobenius fu sempre irresistibilmente attratto dall’Africa nera, che cominciò prestissimo a esplorare e a difendere, fondando poco più che ventenne il primo Archivio africano a Berlino; la sua intenzione era di evidenziare la bellezza e l’importanza delle civiltà indigene, in aperta polemica con la politica degli altri stati europei: erano gli anni di Cuore di tenebra, quando il Congo belga era un possedimento privato di Re Leopoldo, e nel Benin gli inglesi sterminavano senza pietà gli autoctoni, per sradicare una civiltà millenaria che Frobenius aveva conosciuto e apprezzato.

L’occasione per riscoprire questa affascinante figura ci viene offerta dalla prima traduzione italiana di Paideuma (Mimesis, pp 116 €12), una breve summa delle sue  idee, egregiamente curata e tradotta da Luciano Arcella. Il termine paideuma, coniato da Frobenius, forse non è del tutto ignoto al lettore colto, che potrebbe averlo incontrato nelle pagine di Ezra Pound, che dell’antropologo tedesco era un grande estimatore e sostenitore, o tra quelle di Yeats, il cui daimon preferito era Leo Africanus, trasparente riferimento a Frobenius. Il paideuma, secondo l’autore dei Cantos, “è il complesso delle idee, dominante e germinale, di un’epoca e di un popolo. Si può morirne o si può collaborare ed aggiungere una forza di volontà propria a questo complesso”.

Convinto assertore della validità del mito e delle leggende, Frobenius riteneva una civiltà un organismo vivente, e passò molti anni a raccogliere fiabe e racconti dalla viva voce dei custodi di quella antica sapienza, considerata espressione di un vivo mondo magico, che “noi, arroganti figli del Nord meccanicistico”, liquidiamo come semplici fantasie. Riteneva, infatti, che non fu il senso dell’utile e del pratico ad avviare il “progresso”, bensì il mito, che mostra all’uomo la strada da percorrere e i modelli da seguire.

Tanto bastò per muovergli, dopo la sconfitta tedesca, l’accusa di irrazionalismo “vago e disgregatore” e a precluderne il ricordo nel secondo dopoguerra; come scriveva Ranuccio Bianchi Bandinelli nella vergognosa prefazione alla splendida Storia delle civiltà africane, l’opera di Frobenius, che “contribuì a spingere il sognante spirito germanico sulle vie irrazionali e mitologiche”,  costituisce “un buon servizio reso alla cultura italiana, solo se si pongono in termini ben chiari i principi ideologici che la informano, e se ne delineino i pericoli”.

Sono passati settant’anni, e gli occhiuti censori sono ancora al lavoro, ma, fortunatamente, invece di mettere all’indice libri pericolosi, preferiscono occuparsi di chiudere spiagge e di elencare monumenti da abbattere. Meglio così.

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