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Inquisizione: la leggenda nera smentita dagli archivi

La percezione comune della gente è una mera caricatura, dice un ricercatore. La verità non è né nera né rosea…

Xavier Le Normand – i.Media per Aleteia del il 16 luglio 21

La settimana scorsa si è concluso a Roma un simposio in occasione del 20° anniversario dell’apertura degli archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede, che com’è noto contiene documenti storici dell’Inquisizione romana.

L’allora cardinale Joseph Ratzinger riteneva che l’apertura avrebbe segnato “una nuova tappa” nel dialogo tra la Chiesa e i fedeli di oggi.

Gli archivi, che coprono gli anni dal 1542 al 1903 – in 4.500 volumi –, ripercorrono quattro secoli di storia della Chiesa, anche se gran parte dell’archivio è scomparso.

Monsignor Alejandro Cifres, incaricato degli archivi, ha dichiarato che i documenti mostrano che l’Inquisizione non è all’altezza della sua “leggenda nera”. Lo abbiamo intervistato.

Cosa rivelano questi archivi sull’Inquisizione?

Gli archivi mostrano che la verità è diversa dall’immagine che si ha abitualmente dell’Inquisizione. La leggenda nera è appunto una leggenda, come lo sono quelle “rosa” che cercano di giustificare tutto. Dico sempre che non c’è ricercatore che non sia venuto per la prima volta nei nostri archivi e se ne sia andato con un’idea dell’Inquisizione peggiore di quella che aveva.

Vuoi saperne di più? Leggi Storia in Rete n. 105-106

Questi archivi sottolineano che l’Inquisizione è stata un’istituzione creata dall’uomo in base a criteri diversi dai nostri, ma che cercava di applicare norme e regole con rigore e serietà. Al di sopra di tutto, l’Inquisizione non era solo un tribunale che giudicava e condannava – e spesso assolveva –, ma un luogo di dibattito in cui si studiavano idee e si spiegavano dottrine.

Le immagini di un tribunale a caccia di streghe sono caricature, e chiunque viene negli archivi se ne accorgerà. Gli storici seri non hanno dovuto aspettare che si aprissero gli archivi per rendersene conto.

Cos’è l’Inquisizione?

Innanzitutto bisogna sapere che sono esistite tre Inquisizioni diverse. In primo luogo c’era l’Inquisizione medievale, una prerogativa di vescovi o delegati papali per casi particolari. L’episodio più famoso è la crociata contro gli albigesi nel XIII secolo.

Ci sono poi state le Inquisizioni spagnola e portoghese, le prime a centrarsi su un Paese.

Infine c’è stata l’Inquisizione romana, fondata nel 1542 da Paolo III per essere un organo centrale della Santa Sede per controllare il dissenso religioso. Essendo pontificia, aveva giurisdizione universale, ovvero copriva il mondo intero. Non agiva nel territorio delle Inquisizioni spagnola e portoghese, e quindi non ha operato neanche nelle Americhe. Nel 1908, l’Inquisizione romana ha lasciato il posto al Sant’Uffizio, predecessore della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Perché il cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congregazione e futuro Papa Benedetto XVI, ha voluto aprire questi archivi?

Fino a vent’anni fa, i nostri archivi erano in larga misura chiusi alle consultazioni. Era l’ultima area degli archivi vaticani a non essere mai stata aperta; la maggior parte era stata aperta alla fine del XIX secolo. Nel 1998 il cardinale Ratzinger, dopo varie richieste, ha deciso che era il momento di aprire l’archivio ai ricercatori.

Chiunque abbia un diploma riconosciuto che certifichi la propria capacità di leggere questi documenti – e che non sia mosso da semplice curiosità – può venire negli archivi. Non ci sono discriminazioni per ideologia, religione o nazionalità.

Come archivista, posso dire che il bilancio è molto positivo, soprattutto per il clima di collaborazione che si è creato tra l’istituzione e il mondo accademico.

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