Home Stampa italiana 1 La vera patria degli 007? La Venezia rinascimentale

La vera patria degli 007? La Venezia rinascimentale

Un saggio di Ioanna Iordanou racconta la “Serenissima” nascita dei servizi segreti

di Matteo Sacchi da Il Giornale del 25 aprile 2021

La patria d’origine dei moderni servizi segreti? D’istinto potrebbe venirvi in mente l’Inghilterra o magari la Francia. Se avete compulsato i manuali di storia potrebbe venirvi in mente magari la Francia di Richelieu o, per non retrodatare troppo, la polizia politica di Joseph Fouché (1759-1820).

No, lo spionaggio moderno è stato inventato a Venezia, la prima grande potenza che si sia munita di una intelligence vera propria. Per rendersene conto niente di meglio del saggio di Ioanna Iordanou, I servizi segreti di Venezia. Organizzazione dei servizi d’informazione nel rinascimento (Leg, pagg. 350, euro 24). La Iordanou, che insegna all’università di Oxford Brookes ed è ricercatrice onoraria al Center for the studies of the Reinassance dell’università di Warwick, ha compulsato una mole enorme di documenti delineando lo sviluppo precocissimo dell’intelligence veneta.

Sia chiaro, la Serenissima non era affatto l’unica potenza ad utilizzare le spie, anzi. Semplicemente il potente Consiglio dei Dieci, che aveva compiti di sorveglianza sulla sicurezza della città e della sua estesa rete di possedimenti e commerci, fu la prima autorità politica a intuire che quella dell’intelligence era una vera e propria professione.

Uno dei primi sviluppi fondamentali su cui il Consiglio e il suo braccio operativo, gli Inquisitori di Stato (anche noti come Inquisitori contro la propagazione del segreto), lavorarono fu quello del «reparto crittologia». La comunicazione cifrata era fondamentale per una potenza con domini sparpagliati per il Mediterraneo. Un primo gruppo di crittologi fu associato alla Cancelleria ducale ed era già operativo attorno al 1543. Vennero presto creati appositi manuali e un vero e proprio corso formativo per segretari in grado di cifrare messaggi, creare codici e chiavi e violare i sistemi di scrittura segreta del nemico. I primordi di questo sistema datano al 1505, quando a Giovanni Soro fu dato l’incarico di segretario ufficiale alla cifra di Venezia. Nel 1539 aveva elaborato un primo manuale di tecniche di cifratura a cui si aggiunse nel 1583 il manuale di crittologia (una sola copia scritta a mano e gelosamente custodita) di Agostino Amandi intitolato proprio Delle cifre. Stipendi regolari, esami, regole: tra i cifratori veneziani è facile trovare l’abbozzo di un vero e proprio servizio segreto permanente.

Certo può sembrare meno avvincente dell’azione degli agenti sul campo ma basta pensare al duello attorno alla macchina cifrante Enigma durante la Seconda guerra mondiale per capire quanto Venezia fosse avanti.

Comunque la Iordanou documenta anche la robusta azione degli agenti sul campo. Da un lato infatti, gli Inquisitori di Stato istituiti in forma stabile nel 1539, sorvegliavano attentissimamente la stabilità interna della città e l’attività degli agenti stranieri tra sottoporteghi e calli. L’immagine da dare all’estero era quella di uno stato serenissimo e compatto dove nessun cittadino si sognava di fornire informazioni compromettenti allo straniero o di creare disordini. Il sistema migliore per mantenere il controllo? La delazione. Apposite buche sparse per la città consentivano ai cittadini di fare delazioni anonime contro chiunque fosse ritenuto pericoloso per lo Stato. E si rischiava l’esilio, la prigione e persino la morte. Il tutto ovviamente passando magari prima dalla stanza delle torture per vedere se c’era qualcosa da cavar fuori al reo.

Furono una serie di delazioni anonime a far finire Casanova ai Piombi. E dopo la sua spettacolare fuga divenne un agente al soldo della Serenissima, uno 007 con qualche secolo di anticipo. Il pragmatismo dei servizi veneti consentiva di distinguere tra un donnaiolo odiato dai mariti cornificati e un pericolo per lo Stato. E se il cornificatore poteva essere un ottimo agente: nessun problema.

Ecco gli agenti sul campo utilizzati soprattutto all’estero e che i veneziani chiamavano confidenti e «exploratori». Il loro reclutamento era meno ufficializzato e spesso facevano capo agli ambasciatori della città. Erano attivi soprattutto nei territori ottomani e rischiavano grosso. Ogni ambasciatore aveva un fondo per spese segrete che serviva proprio a pagarli.

In questa rete un ruolo fondamentale svolgevano anche i mercanti veneziani, facilmente reclutati per operazioni coperte. E anche gli ebrei che risiedevano nella Serenissima venivano spesso reclutati. La loro mancanza di diritti li rendeva reclutabili, anche sotto minaccia, e la loro rete di rapporti internazionali preziosa. Ad esempio il medico Leon Abravanel, noto per le sue conoscenze astrologiche, venne mandato a frequentare l’astrologo del sultano per carpire informazioni.

E la licenza di uccidere? Gli agenti veneziani l’avevano ampiamente e la lotta contro le spie avversarie si incrudelì particolarmente a partire dalla Guerra di Cipro contro i turchi del 1570-1573. Ci furono vittime da entrambe le parti. Molti agenti veneziani morirono cercando di portare missive al «Bailo» di Costantinopoli. I veneziani uccisero e torturarono presunti agenti turchi come due giannizzeri che vennero malamente liquidati a Corfù nel 1588. Brutta fine anche per Mustafa dei Cordoami, legato del gran visir Sokollu Mehmet Pascià. Tra il 1574 e il 1576 circolava per le calli veneziane per riscattare schiavi ottomani apparentemente. I Dieci lo classificarono come spia. Tentarono l’avvelenamento, fallì. Alla fine si rivolsero a un killer, tale Capitano Trec. Il colpo riuscì. Ma nonostante i suoi servizi segreti efficientissimi nel Seicento il declino della città divenne inarrestabile. Le vie commerciali erano cambiate e questo non poteva aggiustarlo nessuno a colpi di lettere cifrate o di omicidi mirati.

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