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La storia vera della “Leggenda Nera” che segnò il colonialismo

di Luca Gallesi da InsideOver del 13 ottobre 2021

Con l’avvicinarsi della fatidica data del 12 ottobre, 529° anniversario della “scoperta” dell’America, non è difficile prevedere lo scatenarsi dell’ennesima tempesta politicamente corretta contro Cristoforo Colombo, ritenuto il principale responsabile dei genocidi che, dopo di lui, insanguinarono il Nuovo mondo. Ora, se è difficile negare i massacri compiuti a danno dei cosiddetti “pellerossa” nei territori che diventeranno Canada e Stati Uniti d’America, dove i coloni WASP (bianchi, anglosassoni e protestanti) attueranno spesso la politica di John Wayne, ovvero: “L’unico indiano buono è l’indiano morto”, non possiamo dire altrettanto a proposito dell’America Centrale e di quella del Sud. Come si può ancora facilmente notare, infatti, c’è una sostanziale differenza tra l’altissima percentuale esistente di nativi mesoamericani e di individui dal sangue misto che popolano l’America latina confrontati con l’esiguo numero di discendenti dai “pellerossa” nordamericani sopravvissuti, confinati per lo più nelle riserve indiane.

La propaganda anti spagnole

Eppure, a partire dal Cinquecento, quella che è stata chiamata la “leggenda nera” (La Leyenda Negra), ossia il tentativo di screditare l’impero spagnolo, è riuscita a inculcare nell’immaginario collettivo lo stereotipo degli operosi coloni nordamericani, contadini pacifici, contrapposti ai rozzi e violenti conquistadores, mercenari assetati di ricchezza e privi di scrupoli. Questa idea, rafforzata dalla pubblicazione, nel 1522, della discutibile Breve relazione sulla distruzione delle Indie del frate domenicano Bartolomé de las Casas, è stata la base sulla quale Inghilterra e Paesi Bassi costruiranno, nei secoli, una vera e propria campagna propagandistica in funzione anti-spagnola.

A tentare di smontare scientificamente la leggenda nera dello sterminio dei popoli precolombiani nelle ex-colonie spagnole, Marcelo Gullo Omodeo, un autorevole accademico e intellettuale argentino, ha recentemente pubblicato Madre Patria, (edizioni Espasa), un corposo saggio che ha bruciato, in pochissimi mesi, già cinque edizioni. Di lettura scorrevole nonostante la mole, il volume, dichiaratamente revisionista, vuole incoraggiare gli Spagnoli a essere orgogliosi del loro passato coloniale, al contrario degli Inglesi, degli Americani del Nord e degli Australiani, che dovrebbero invece vergognarsi dei loro crimini contro l’umanità, spesso occultati grazie al loro invincibile apparato di propaganda.

La “vera storia” dell’America centrale

In sintesi, il saggio dimostra che: Cortés non fu il conquistatore del Messico, bensì il liberatore di centinaia di popoli indigeni sottomessi al più crudele imperialismo antropofago mai visto, quello degli aztechi; che l’altrettanto oppressivo imperialismo Inca non fu rovesciato da Pizarro e dal pugno di suoi compagni, ma dalle altre popolazioni indigene, soprattutto gli huaylas e gli huancas, che si ribellarono vittoriosamente contro l’odiato oppressore; e che, soprattutto, gli invasori europei del Sud America non nutrirono mai nessun sentimento di pretesa superiorità razziale nei confronti dei nativi.

Infatti, come dimostra ampiamente il libro, gli spagnoli praticarono e favorirono il meticciato, estendendo agli indigeni gran parte dei diritti e dei privilegi degli europei: su mandato reale furono aperte prestigiose scuole e università eccellenti, come la Universidad Mayor de San Marcos, fondata 85 anni prima di Harvard, dove si studiavano le lingue e le culture degli indigeni, e, soprattutto, avviarono la costruzione, già all’inizio del Cinquecento, di ospedali che erano tra i migliori del mondo, spesso superiori a quelli europei. Qui, tutti gli ammalati venivano curati gratuitamente, senza alcuna differenza di classe o di razza, anche presso le cliniche specializzate nella cura della lebbra e della sifilide.

Oltre alla confutazione della “leggenda nera”, il saggio di Gullo Omodeo vuole offrire spunti per costruire il futuro, fornendo solide argomentazioni a favore della necessità storica di rinsaldare il legame tra il Nuevo Mundo e, appunto, la “Madre Patria”. A questo proposito, il libro affronta anche il tema della Catalogna, che è parte, non secondaria né accessoria, della Spagna, nonostante le pretese secessionistiche che, sempre secondo il Nostro, sono alimentate da piani destabilizzatori partoriti dagli Anglo-britannici.

L’ultimo capitolo del libro, intitolato Il separatismo catalano e la pugnalata geopolitica, individua nella metà dell’Ottocento il momento dell’invenzione di una Catalogna antispagnola, un mito fomentato dal romanticismo letterario e consacrato dopo la disastrosa sconfitta del 1898 per la ingente quantità di debiti lasciati dalla guerra perduta, debiti che la borghesia mercantile catalana cercò di evitare creando la leggenda nera di una Catalogna ispanofobica. Come ci riuscì? Grazie alla creazione e al finanziamento di “una superstruttura culturale” incaricata di inventare la leggenda della contrapposizione tra lo stato centrale spagnolo e le piccole patrie separatiste, narrazione dalle finalità spesso lontane dai limpidi e disinteressati ideali professati. Un libro importante, provocatorio e solidamente fondato, che speriamo possa alimentare un po’ più di coraggio tra gli storici, troppo spesso disposti a rifiutare la verità dei fatti a favore di tesi ideologiche precostituite.

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