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Medicine e disastri: gli anni ’50 e il Caso Talidomide

Anni Cinquanta: la casa farmaceutica tedesca Grünenthal brevetta la molecola talidomide, compensando con il marketing la carenza di test accurati. Milioni di donne gravide assumono il farmaco. Oltre 20.000 bambini nascono con problemi gravi, come focomelia e amelia. Ma la Grünenthal, sorvegliando medici e ricercatori, finanziando giornali, fa di tutto per insabbiare. Solo dopo anni si arriva alla verità. Una storia da ricordare in tempo di censure sulle vittime dei vaccini anti-Covid.

di Luisella Scrosati da La Nuova Bussola Quotidiana del 9 luglio 2021

Il male è terribilmente banale: non fa altro che ripetersi sempre allo stesso modo, utilizzando più o meno sempre le stesse strategie, presentandole però come qualcosa di assolutamente nuovo, creativo, all’avanguardia; facendoci sentire particolarmente fortunati di poter vivere un’epoca così baciata dalle conquiste dell’intelligenza, della democrazia e del progresso degli uomini. E noi uomini sempre a cascarci, afflitti come siamo da una cronica e autolesionistica amnesia della storia.

Negli anni Cinquanta, la casa farmaceutica tedesca Grünenthal aveva brevettato la nuova molecola talidomide (C₁₃H₁₀N₂O₄), che si prospettava come un nuovo efficace farmaco contro sintomi influenzali. Non avendo i test dato i risultati sperati, la Grünenthal cercò comunque di piazzare sul mercato la sua “creatura”, rilanciandola nel 1957 come uno straordinario sedativo e anti-nausea, particolarmente utile per contrastare i disturbi della gravidanza. L’anno successivo, il dottor Blasiu effettuò uno studio clinico su 370 volontari, di cui 160 erano donne in allattamento. Da questo studio la talidomide ne uscì brillantemente: nessun effetto collaterale né sulle madri né sui bambini. Lo studio del dott. Blasiu venne così “pompato” dalla casa farmaceutica, che inviò a svariate migliaia di medici tedeschi una lettera che illustrava le meraviglie della nuova molecola, asserendone, tra l’altro, la sua sicurezza per le donne in gravidanza.

Un primo studio del dottor Somers (1960) su animali gravidi confermava l’assoluta sicurezza del farmaco. Due anni dopo lo stesso Somers pubblicava su The Lancet gli esiti, questa volta teratogeni, della somministrazione della talidomide su topine gravide. Ma il 1962 era ancora di là da venire, e sul finire degli anni Cinquanta le uniche parole concesse erano: “sicuro ed efficace”.

L’ottima “promozione” pubblicitaria spinse milioni di donne gravide ad assumere questo farmaco così sicuro, per ovviare alla nausea, all’insonnia, ai disturbi dell’umore che si presentavano durante la gravidanza. Il prodotto venne commercializzato in oltre 40 Paesi; in Italia venne reso disponibile come farmaco da banco già nel 1957. Il signor Angelo Casale (vedi qui), classe 1961, racconta che, in quegli anni, le persone erano ancora profondamente turbate e disturbate dalle tensioni, precarietà e sofferenze protratte della guerra. In quel contesto, un farmaco sedativo si presentava come fosse la manna nel deserto.

Lo stress psicologico, la fiducia generalizzata nei confronti della scienza e della medicina, l’eccessiva rapidità della fase preclinica e clinica, una campagna di marketing condotta ad arte hanno prodotto la più grande tragedia farmacologica dei tempi moderni, che ha coinvolto oltre 20.000 bambini, colpiti prevalentemente da focomelia e amelia. Per non parlare dell’imprecisabile numero di aborti spontanei. Ed oggi ci sono ancora numerose vittime di questa tragedia cui non è stato riconosciuto un indennizzo (vedi qui).

Ci si era accorti ben presto della teratogenicità di questo farmaco, almeno negli Stati Uniti, dove la preparazione, la tenacia e il coraggio della dottoressa Frances Oldham Kelsey portarono la Food and drug administration (Fda) a negare l’autorizzazione al farmaco. Eppure la Grünenthal faceva di tutto per insabbiare: «Vennero arruolati degli investigatori privati per tenere sotto controllo i medici che avevano espresso critiche nei confronti della talidomide; uno di loro, che era riuscito a scoprire 14 casi di gravi anomalie alla nascita, molto rare, riconducibili all’uso del farmaco, ricevette minacce di essere trascinato in tribunale dalla Grünenthal». A scriverlo non è un cronista di provincia, ma Peter Gøtzsche, professore di “Clinical research design and analysis” all’Università di Copenhagen, co-fondatore del network internazionale Cochrane Collaboration, che si occupa di raccogliere evidenze scientifiche aggiornate di ambito sanitario.

Nel suo volume Medicine letali e crimine organizzato, Gøtzsche documenta l’incredibile organizzazione architettata dalle case farmaceutiche e dai governi per tenere sotto controllo medici e ricercatori: «Si può capire l’immenso potere di cui dispongono le aziende farmaceutiche se si esaminano le cause giudiziarie relative alla talidomide. La prima di esse è svolta a Södertälje […]. L’Astra aveva prodotto la talidomide: gli avvocati incontrarono enormi difficoltà a trovare qualche esperto che fosse disposto a testimoniare a sfavore dell’azienda. Anche negli Stati Uniti era successo qualcosa di analogo: l’azienda che distribuiva la talidomide aveva arruolato tutti gli esperti che si occupavano di difetti congeniti, per evitare che testimoniassero a favore delle vittime».

In Germania, patria della molecola, accadde anche di peggio: «Gli avvocati dell’azienda arrivarono a sostenere che le lesioni a un feto non sono reati, in quanto il feto non ha diritti legali […] Durante i tre anni del processo, la Grünenthal continuò a minacciare i giornalisti che avevano scritto articoli realistici sulla vicenda; il processo terminò con un accordo economico davvero ridicolo, che riconosceva un risarcimento di 11.000 dollari per ognuno dei bambini nati malformati. Non venne emessa alcuna sentenza di condanna, non venne indicata alcuna responsabilità individuale e nessuno finì in galera». Insomma, vissero tutti felici e contenti. Tutti, tranne le vittime della talidomide.

Anche nel Regno Unito le tecniche furono dittatoriali: «Ai giornalisti venne impedito di scrivere articoli sul procedimento giudiziario e coloro che erano al vertice dell’apparato statale, primo ministro compreso, si dimostrarono molto più interessati a difendere l’azienda e i suoi azionisti, che a tutelare i diritti delle vittime». Lo scandalo era però sempre più evidente e le persone iniziarono a boicottare i prodotti dell’azienda distributrice, la Distillers & Ralph, che vendeva anche liquori.

Intanto migliaia di bambini nascevano senza arti, o con arti accorciati. Si faceva però di tutto per coprire, insabbiare, negare: la strategia della “nessuna correlazione” non è evidentemente una novità. Fu Harold Evans, giornalista del Sunday Times, che decise di andare a fondo della vicenda, studiandosi gli studi che confermavano la teratogenicità del farmaco e cercando di sostenere le vittime per ottenere risarcimenti. Evans era praticamente solo e osteggiato da gran parte del mondo politico, scientifico e politico. Eppure nel 1967 riuscì a documentare la malafede della Grünenthal. L’articolo che smascherava finalmente la casa farmaceutica fu però bloccato dal giornale, lautamente finanziato dalla stessa Grünenthal. Il frutto dell’indefesso lavoro di Evans finì però «sul tavolo della Corte Europea di Giustizia, dove venne chiesto a Margaret Thatcher di spiegare i misteri della legislazione inglese […]. La Commissione Europea preparò un documento finale sulla vicenda, che conteneva – in appendice – anche l’articolo mai pubblicato del Sunday Times. È difficile immaginare che queste forme di censura della stampa siano potute accadere in un Paese europeo».

Forse Gøtzsche sta vivendo con ancora maggior amara sorpresa le continue censure da parte dei canali di informazione delle quotidiane vittime delle vaccinazioni anti-Covid. A Harold Evans, deceduto lo scorso settembre, è stato invece risparmiato il vergognoso spettacolo “in onda” della cortigianeria scientifica e giornalistica.

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