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Putin chiude “Memorial”, custode della storia delle vittime dei Gulag

Marta Allevato da www.agi.it del 29 dicembre 2021

Anche se attesa, la notizia ha lasciato scioccati i difensori dei diritti umani in Russia: la Corte Suprema ha ordinato la chiusura della più prestigiosa e longeva Ong nel Paese, Memorial International, in quello che appare come l’ultimo tentativo di mettere a tacere il poco rimasto della società civile. Accogliendo la richiesta del procuratore generale, la Corte Suprema ha riconosciuto Memorial colpevole di violazione della controversa legge sugli agenti stranieri, già usata come una scure su diverse organizzazioni non governative e media indipendenti. La Ong non ha posto correttamente sui suoi materiali la necessaria etichetta di ‘agente straniero’, espressione che in Russia rievoca l’accusa di spia, di epoca sovietica.

Durante l’ultima udienza, i pubblici ministeri hanno anche affermato che Memorial “crea una falsa immagine dell’Urss come stato terrorista e denigra la memoria della Seconda guerra mondiale”, riabilitando “i criminali nazisti”. “Vergogna, vergogna”, è stato il grido alzatosi tra i sostenitori della Ong in aula, dopo la lettura della sentenza. Fondata alla fine degli anni ’80 a Mosca sulla scia dell’impegno, tra gli altri, anche del dissidente e Nobel per la Pace, Andrei Sacharov, Memorial si occupa di preservare la memoria delle vittime delle repressioni politiche in Urss e in Russia ed è stata il simbolo della democratizzazione post-sovietica del Paese.

Negli anni, ha creato un database delle vittime del Grande Terrore staliniano e del sistema dei gulag, ma allo stesso tempo ha sempre legato la commemorazione del passato alla lotta per i diritti umani nel presente: ha numerose filiali nella Federazione, una in Francia e in Repubblica Ceca e numerose associazioni omonime che si ispirano ai suoi valori in diversi Paesi, tra cui l’Italia, dove i suoi responsabili hanno appena chiesto un “incontro urgente” con la Farnesina per discutere il caso.

I vertici di Memorial hanno respinto le accuse, definendole “politicamente motivate” e hanno spiegato che solo un’insignificante quantità di materiale è stato pubblicato senza l’etichetta di ‘agente straniero’; il presidente della Ong, Yan Rachinsky, ha annunciato che faranno appello prima nei tribunali russi e poi, se necessario, alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Fino alla sentenza di appello, Memorial promette di continuare il suo lavoro. “Chiudendo l’organizzazione, le autorità russe calpestano la memoria di milioni di vittime perse nel gulag”, ha denunciato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale. Si tratta di uno “sfacciato e tragico tentativo di reprimere la libertà di espressione e di cancellare la storia”, ha commentato l’ambasciatore Usa a Mosca, John Sullivan.

La decisione dei giudici supremi arriva al termine di un annus horribilis per i diritti umani in Russia, iniziato a gennaio con l’arresto dell’oppositore Aleksei Navalny e continuato con la repressione sistematica delle voci critiche e non allineate al Cremlino. Senza nominarla direttamente, il presidente Vladimir Putin aveva, di recente, accusato Memorial di promuovere “terrorismo ed estremismo”.

Ed è proprio l’accusa di estremismo – con cui, per esempio, sono state chiuse quest’anno tutte le organizzazioni in Russia legate a Navalny – che ora Memorial dovrà affrontare domani in un procedimenti separato e che riguarda il suo Centro per i diritti umani.

Secondo Maksim Trudolyubov, senior fellow del Kennan Institute, il caso Memorial rientra nel più ampio “conflitto” di Mosca con l’Occidente: le autorità russe, ha scritto sulla testata indipendente Meduza, “non sono tanto interessate alle attività di questa Ong in patria, quanto alla sua popolarità in Europa, principalmente in Germania, dove il tema dei crimini del totalitarismo è estremamente importante”.

“Più una figura o un’organizzazione è visibile”, ha spiegato l’analista, “più ‘pesà nella strategia del conflitto” di Mosca con Europa e Usa e in cui “organizzazioni e personaggi significativi all’interno della Russia, compreso Memorial e Navalny, si stanno trasformando in merce di scambio” con cui il Cremlino cerca di ottenere leverage non potendo contare – tranne che per le forniture di gas – su molto altro che “la minaccia della forza”.

«Diamo un’immagine falsa della storia della Russia sovietica»

Irene Soave dal “Corriere della Sera” del 29 dicembre 2021

«Tutti i regimi russi si somigliano», come le famiglie infelici di Tolstoj: sarebbe così, «vedendo le somiglianze tra gli anni di Putin e l’era di Stalin, ma pure di Brezhnev e di Andropov, che si spiega il desiderio del potere odierno di riscrivere la storia».

Lo storico Boris Belenkin, classe 1953, autore di più di trenta saggi e studi sulla storia dell’opposizione in Russia, è direttore della biblioteca di Memorial dal 1990, cioè dalla fondazione, e fa parte del direttivo. Per lui il vero motivo della condanna «è stato dichiarato ieri dal procuratore, per la prima volta.

Formalmente, Memorial non ha indicato alcuni materiali come “provenienti da agente straniero”. Il nostro vero reato è che “diamo un’immagine falsa della storia della Russia sovietica” e che “portiamo avanti critiche ai corpi dello Stato”. Che per i suoi rappresentanti oggi è sopra ogni critica».

Vladimir Putin ha detto di recente che lo scioglimento dell’Urss è stata «una disgrazia geopolitica».

«Il presidente e i suoi usano la storia come ogni regime autoritario, al proprio servizio, per costruire un’identità, galvanizzare le masse».

L’oppositore Sergei Mitrokhin ieri ha commentato la sentenza dicendo che in Russia oggi vige «uno stalinismo un po’ più blando». È così?

«Certo che è così. Come detto, i regimi russi si somigliano tutti. Rifiuto delle libertà civili, persecuzioni dei dissidenti, censura. Tutte storie che conosciamo, e che servono da ispirazione per il regime di Putin».

Memorial custodisce il più grande archivio sui gulag, i campi di concentramento per oppositori nati proprio nell’Urss. Cosa contiene?

«Lettere, diari, foto, documenti dei detenuti e una collezione di opere d’arte fatte da loro. Ma anche copie di materiali dagli archivi di Stato. Non sono tutti documenti unici, ma è unico il loro insieme. È un corpus più prezioso della somma dei suoi pezzi».

L’archivio è in pericolo?

«Non essendo di proprietà di Memorial International, l’associazione sciolta ieri, non viene liquidato. E i documenti che contiene sono pubblici. Ma per prudenza stiamo digitalizzando tutto, e il nostro obiettivo immediato è rendere tutto consultabile online».

Nei gulag finirono 20 milioni di russi dagli anni di Lenin alla perestrojka, con massima ferocia tra il 1929 e la morte di Stalin nel 1953. Per le persone comuni quanto è intensa questa memoria?

«I sopravvissuti quasi se ne sono andati tutti, restano ancora i loro discendenti. C’è la letteratura, le testimonianze di Aleksandr Solzhenitsyn, di Varlam Shalamov. E anche Memorial ha fatto il suo, in trent’ anni di attivismo. No, non credo che i gulag saranno dimenticati».

Come si può sostenere la vostra causa dall’estero?

«Divulgandola, raccontando chi siamo e che ci stanno chiudendo. Mettendosi in contatto con Memorial Italia (associazione ispirata ai temi e ai valori di Memorial, ndr)».

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