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La Locanda di Granito

Se avessi soldi per gli avvocati chiederei i danni ai neoborbonici

Una nazione faziosa e campanilista (absit iniuria verbis) come la nostra va in sollucchero davanti a ogni narrazione partigiana, meglio se vittimista, che si concluda con una “controverità”. A prescindere dal contenuto di effettiva verità di questa narrazione, per l’italiano medio la tentazione di poter fare il bastian contrario, il “avete visto? io ve l’avevo detto!” nonché l’annoiato spregiatore della sua stessa nazione è irresistibile. E mi ci metto io per primo nel novero per esserci cascato con tutte le scarpe quando ero più giovane.

Questa è la chiave sociologica per capire il successo incredibile che alcune tesi “neoborboniche” hanno avuto sulla consapevolezza storica degli italiani. Una consapevolezza sempre più evanescente e dunque – come ogni organismo anemico e in ipovitaminosi – facile preda d’ogni possibile influenza e suggestione.

Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto una serie di episodi che mostrano, ancora una volta, quanto sia diffusa e riscuota crediti la narrazione anti-nazionale portata avanti oramai da diversi decenni. Cominciamo dalla richiesta di chiusura del Museo Lombrosiano di Torino. Un “dibattito”, fino a qualche tempo fa, più che altro pittoresco mentre ora è approdato nientemeno che nei ministeri romani, su richiesta di un senatore grillino. Tutto l’armamentario neoborbonico (e ovviamente antinazionale) condito con anti-darwinismo di maniera, reductio ad Hitlerum e cancel culture. Non più solo boutade ma serie pressioni alle quali occorre rispondere per tabulas. Certe tesi se non le confuti subito poi crescono e si deformano (un po’ come il cucciolo di coccodrillo gettato nello scarico e mutato geneticamente per i rifiuti tossici, tipo i kaiju dei film giapponesi) e così finisce che una volta incancrenite sono in grado di mobilitare la politica e le masse. Allora tocca fare paginate sui quotidiani nazionali e scomodare professori universitari per smentirle e controbatterle. Come prova a fare Luca Addante (Università di Lucca) intervistato da Angela Lucci su “Il Giornale”,

Il problema è che Addante non fa altro che una azione di retroguardia. La sottotraccia dell’intervista non è una ferma e doverosa presa di posizione – “il museo Lombroso non va chiuso perché sì e basta” – ma un sommesso “non chiudiamolo per favore, là non c’è razzismo, se ci fosse non lo difenderemmo”. Insomma, si gioca sul terreno deciso dall’avversario con le sue regole. Abbiamo già visto in America quanto paghi nel medio-lungo periodo questa strategia nel contrasto alla cancel culture… Anche perché – spiace per Addante – nell’Ottocento il razzismo c’era, era ovunque e quindi dire “no, non è vero che Lombroso era razzista” non è che una forzatura di segno opposto a quella neoborbonica. Se si continua ad accettare che sia la cancel culture a dettare le tavole delle leggi come Geova nel roveto ardente è inutile anche solo iniziarla, una battaglia in difesa di Lombroso e del suo museo torinese.

E dunque questo giocare sulla difensiva finisce per alterare il dibattito e a farne le spese sono anche persone di spessore. Spiace – così – di sentire su Byoblu dall’avvocato Giuseppe Palma la ripetizione del birignao sul “brigantaggio patriottico” e sui “massacri dei Savoia al sud” (peraltro evidentemente citato a memoria, tanto che per un errore di montaggio viene addirittura ripetuto due volte in due versioni differenti). Palma, che da lungo tempo si spende meritoriamente per la difesa dello Stato di Diritto in Italia, ci casca anche lui e cede alla tentazione irresistibile di quella “contronarrazione”. Tanto basta per rovinare un’intervista per il resto interessante e condivisibile.

Insomma, ad averci due lire in tasca, ci sarebbe o no da chiedere i danni ai neoborbonici per come hanno condizionato la coscienza storica nazionale? Ebbene se pensate che questa idea è farina del sacco della testa calda che sta scrivendo, sbagliate. A gettare – polemicamente – questo sasso in piccionaia non è il sottoscritto, ma nientemeno che il circolo lealista borbonico (non NEO-tale) “Francesco II di Borbone” forte di oltre 40 mila followers. Per chi scrive, la storia deve sempre stare fuori dai tribunali e le opinioni dovrebbero TUTTE essere libere e tutte discusse. Ma la provocazione ci sta e ha fondamento logico: diffondere tesi storiche non fondate non solo fa alzare polveroni, ma crea un danno indiscriminato, a nemici e amici.

PS. Se volete saperne di più sulla polemica sul nostro Risorgimento e sui limiti delle teorie neoborboniche leggetevi l’intervista a Dino Messina nel numero 181 di Storia in Rete, attualmente in edicola.

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