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L'Insolita Storia

Coppa Volpi, quest’anno a Venezia niente polemiche

Quest’anno il conte Volpi di Misurata ha potuto dormire sonni tranquilli. L’industriale governatore della Tripolitania dal 1921 al 1925, e poi ministro delle finanze dal 1925 al 1928 è oggi noto ai più nel ruolo di ideatore della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il festival cinematografico seminale più antico che ebbe la sua prima edizione nell’agosto 1932. E proprio Volpi è l’ultimo retaggio dell’origine littoria della manifestazione, visto che i premi per migliore attrice e migliore attore sono dal 1935 proprio la Coppa Volpi.

Il fatto che Volpi fosse un fascista di primo piano e soprattutto governatore coloniale durante il Ventennio negli ultimi anni in più di un occasione ha sollevato polemiche circa il mantenimento di quella denominazione per il premio. Apice delle polemiche l’edizione del 2020 del festival di Venezia quando alcune testate online tornarono a sollevare il problema dell’opportunità storico-politica. Un apice “indiretto”, visto che le polemiche non arrivavano dal palco o dal tappeto rosso del Festival. Ma solo da un pugno di testate online. Scrivevamo in Iconoclastia.

Anche Pierfrancesco Favino, attore impegnato a sinistra, e coinvolto in questa stessa edizione anche in una polemica minore sul «non aver invitato» Salvini alla visione del suo film a Venezia, nel riceverla è stato ben lieto e non si è fatto problemi per la sua intitolazione. Nei titoli di giornale si legge: «Non me l’aspettavo, questo premio pesa tanto, sono molto felice» E l’anno prima, l’attore Luca Marinelli nel discorso della premiazione aveva dedicato il riconoscimento «a tutte le persone splendide che sono in mare a salvare altri esseri umani che fuggono da situazioni inimmaginabili». Insomma nell’emozione del premio il retaggio fascista sfugge pure agli attori impegnati! E questo nonostante il 10 settembre 2020, due giorni prima della premiazione, su «L’Espresso» fosse stato pubblicato il primo appello di cancel culture per stralciare Volpi e dedicare la coppa all’attrice Franca Valeri: «La Mostra del cinema di Venezia tolga il nome del fascista Volpi alla Coppa e la intitoli a Franca Valeri». Polemica poi ripresa duramente dalla scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri su Facebook il 13 settembre e dal «Globalist» il 14 settembre. Ma questa polemica stranamente ha avuto pochissimo seguito.

Quest’anno sul palco la storia si è ripetuta, nel senso che sul palco nessuno si è posto il problema della Coppa Volpi. Anzi la Coppa Volpi per la migliore intepretazione femminile è andata all’attrice spagnola Penélope Cruz, per un film che ha tra i propri motori narrativi proprio gli “orrori del franchismo”. Stranamente pur essendo l’equivalenza franchisco = fascismo automatica, l’aggancio è rimasto al palo. E al solito l’attrice è stata ben contenta di prendere la coppa del gerarca (Nota: Volpi non era un “gerarca” non avendo cariche all’interno del PNF, ma visto che la definizione è in uso si conceda lo svolazzo letterario).

Trascorse quasi 2 mesi ore dal premio è più interessante rilevare come quest’anno siano state le polemiche a mezzo stampa o social ad essere state completamente assenti. A parte qualche stanca ricondivisione dei post dell’anno precedente nessun nuovo pezzo. Nessun post della scrittrice Francesca Melandri. Niente Wu Ming, niente Valigia Blu, nulla dalle varie testate online della sinistra impegnata. Niente da Vice o The Vision.

Quest’anno la coppa del gerarca e governatore coloniale non fa notizia. Quest’anno i trascorsi del conte Volpi di Misurata non sono un problema. E nonostante l’anno scorso si ribadisse che la Berlinale, il Festival internazionale del cinema di Berlino, abbia già fatto i conti con il passato nazista del suo fondatore, Alfred Bauer, a cui era dedicato un premio dal 1987 al 2019.

Ridenominazioni che non decollano

E nonostante quest’anno sulla stampa si fosse dato un discreto spazio alle campagne di ridenominazione odonomastica di strade e vie. Campagne asmatiche come giustamente evidenziato da Emanuele Mastrangelo segnalando i due articoli di Simonetta Fiori a luglio ed agosto 2021 su Repubblica che non hanno avuto tutti questi riscontri.

Campagne che non decollano, nonostante vengano periodicamente ripresentate come nuove o nuovissime, e soprattutto urgenti e ugentissime. Difficile trovare una spiegazione per questo ciclico comparire-scomparire di queste polemiche. Congiunzioni astrali? Allineamenti zodiacali? Senso di sazietà, visto che la polemica sulla “coppa del gerarca” 2021 sarebbe caduta negli strascichi delle polemiche fuori stagione su Foibe e confine orientale?

Oppure come si evidenzia nel già citato articolo La falsificazione, arma indiscriminata della cancel culture, dissonanza cognitiva. Anche perché per chi studia il fenomeno è evidente che queste campagne stentino a decollare perché non hanno una direzione  “univoca” nemmeno da parte dei loro promotori. Né forse reale interesse presentandosi come stanche parodie di quello che succede tra Stati Uniti e Regno Unito.

In Iconoclastia ci siamo occupati degli unici due casi degni di nota, gli unici a riscuotere un minimo di riscontro. Quello dei “quartieri africani”, le aree più o meno vaste in cui sorgono edifici realizzati tra gli anni ’20 e gli anni ’50 e in cui le vie sono legate ai luoghi delle colonie italiane. Quartieri troppo intensamente urbanizzati e abitati perché qualche sindaco pensi di cambiare i nomi a qualche decina di vie e per cui i maître à penser si contentano delle operazioni situazioniste. Alle brutte, “risignificare” periodicamente le targhe delle vie con qualche manifesto provvisorio.

E quello dei quattro redattori del manifesto della razza ridenominati a Roma. Una campagna che non manca di causare anche “falsi positivi”, vista le famigerate “troppe firme” sotto il manifesto che si possono trovare su internet. Così, il modus operandi del moderno attivista, incrociare i dati di Google Maps con il sistema di categorie di Wikipedia, crea anche errori paradossali: Open Street Map vuole far rimuovere l’unica via dedicata a Paolo Ignazio Maria Thaon di Revel, supposto firmatario del manifesto della razza, via che come si legge da Wikipedia è stata voluta dall’ANPI locale nel 2007 per onorare l’opera meritoria di rifugio agli ebrei tra il ’44 e il ’45.

A parte questi casi le altre campagne faticano a decollare. Anche sui media si limitano a momenti di puro situazionismo che vengono dimenticati nel giro di 24 ore, giusto il tempo per finire nella classifica dei #trendingtopic su Twitter. Anche perché, come già visto, sono inevitabili le contraddizioni e i cortocircuiti.

E lo stesso situazionismo artistoide che tenta di sfruttare a propio vantaggio le polemiche in tema di cancel culture e attacchi alle statue dei grandi del passato, non sembra di godere di particolare fortuna, vedi il caso del finto busto di Marconi vandalizzato a Villa Borghese, ma di cui abbiamo parlato in pochi.

Le tre direttrici delle ridenominazioni

Insomma l’interesse dei media pare scemare, ma non bisogna ovviamente abbassare la guardia sulle campagne di ridenominazioni odonomastiche che nel 2021 si sono mosse su tre vettori:

  • Quella contro Vittorio Emanuele III , avviata a inizio 2017 e ignorata dai più fino al 2021; Tra le colpe attribuite a Vittorio Emanuele III, apprendiamo da Open Street Map «Tra i tanti provvedimenti che il re ha controfirmato si deve ricordare anche il regio decreto del 9 aprile 1928 che ha soppresso tutte le organizzazione scautistiche in Italia». La campagna era rimasta sostanzialmente silente fino al 25 gennaio quando il conduttore televisivo, regista e documentarista Pif aveva ripreso l’idea, rimarcando come colpa principale non la soppressione delle organizzazione scoutistiche bensì le ben più gravi leggi razziali. Campagna che ha avuto il suo canonico quarto d’ora di celebrità, per finire nel dimenticatoio, anche perché come vedremo ai principali maître à penser nostrani di Vittorio Emanuele III non importa nulla.
  • Il revisionismo neoborbonico, anche questo lettera morta. Sempre Open Street Map si vanta sulla pagina dedicata a Vittorio Emanuele III di aver fatto rimuovere una via dedicata al generale piemontese Cialdini, perché sì sa, i sabaudi hanno commesso un genocidio e non rispettavano le convenzioni de L’Aia e di Ginevra definite qualche anno dopo. Ma a parte i soliti noti che vogliono togliere le piazze dedicati a Garibaldi che ogni tanto rispuntano fuori, anche questa rimane ferma.
  • La campagna contro ciò che può essere classificato come “coloniale” (fascismo ovviamente incluso). Capofila i soliti Wu Ming, che dalla loro avevano già  dato visibilità alle campagne situazioniste nei confronti dei “quartieri africani” e, nel novembre 2020, la mappatura delle targhe per le sanzioni.

Colonialismo, un fenomeno troppo ampio?

Ma queste erano iniziative ben definite e definibili. Quando si arriva al colonialismo è evidente che possa essere una definizione “troppo generica”, un cappello troppo ampio. E così i Wu Ming hanno fornito una loro personale interpretazione di cosa deve essere incluso e cosa no. Apprendiamo dal loro sito:  

«Per l’inserimento dei luoghi sulla mappa, oltre alle diverse categorie, abbiamo cercato di definire qualche criterio, onde mantenere il focus sull’eredità coloniale. Dei personaggi ricordati per i motivi più diversi, valuteremo l’importanza dei loro trascorsi coloniali o del loro appoggio al colonialismo. Per questo abbiamo Gabriele d’Annunzio e non Giovanni Pascoli, per L’ora di Barga; abbiamo Ferdinando Martini, governatore d’Eritrea per 10 anni e Ministro delle colonie, e non abbiamo Vittorio Emanuele III, imperatore d’Etiopia e Re d’Albania; e abbiamo Pietro Badoglio, criminale di guerra in Etiopia, ma non abbiamo Italo Pietra, che partecipò alla guerra d’Etiopia da soldato e fu poi comandante partigiano nell’Oltrepò pavese».

Già è ovvia la divergenza. Per gli attivisti di OpenStreetMap e Pif, Vittorio Emanuele III è il primo della lista. Per i Wu Ming, sicuramente più rilevanti dal punto di vista intellettuale e movimentista, il nome del Re soldato può rimanere inciso nel marmo e nel bronzo delle targhe. Ma quello che stupisce è l’esempio basato su D’Annunzio versus Pascoli. Bontà loro D’Annunzio è più “coloniale” di Pascoli!

Ovvio che D’Annunzio è più spendibile per una campagna mediatica contro i cattivi italiani di uno come Pascoli. Pascoli non è spendibile mediaticamente: “Via il nome di Giovanni Pascoli dalle scuole! Era un pre-fascista!”. Tutti gli riderebbero dietro.  

Ma qui siamo evidentemente nell’arbitrio più totale. Cosa è coloniale e cattivo lo decido io. Allo stesso modo colpisce nell’elenco la mancanza di Filippo Tommaso Marinetti, uno dei più celebri volontari d’Africa, esperienza a cui dedicò un Il poema africano della Divisione “28 Ottobre” e che a differenza di molti dei volontari delle guerre d’Africa ricordati da monumenti e steli, caduti in battaglia anche decenni prima dell’avvento del fascismo, aderì persino alla Repubblica Sociale!

Insomma se togliamo Pascoli per mettere D’Annunzio, non possiamo dimenticare Marinetti. Si passa nel paradosso del gatto di Schrödinger, siamo ormai al colonialismo di Schrödinger. Così come il gatto del famoso paradosso sulla fisica quantistica è contemporaneamente vivo o morto, allo stesso modo il “poeta colonialista” di turno si può tenere o non tenere fino a quando il tribunale del popolo di Twitter non prende la decisione.

D’altronde lo dimostra bene il “caso” del situazionista marconiano. La rivendicazione non era poi così diversa da quelle che abbiamo visto intorno a Montanelli. Dalla pagina facebook realizzata per il finto vandalismo della finta statua: «È possibile accettare di venerare personaggi che hanno fatto del fascismo una mentalità, senza ripensamenti? Con le sue invenzioni Guglielmo Marconi fu l’iniziatore di una delle mutazioni più pericolose e devastanti per il mondo contemporaneo. Portandoci a tutto questo».

Il vero imbrattimento del finto busto di Marconi (non gli somiglia affatto). Il confronto tra le due foto è stato caricato dal situazionista di turno su Wikipedia. (Wikimedia Commons CC-BY-SA 4.0)

La burla marconiana (e il quasi nullo riscontro sui media) diventa quindi involontaria dimostrazione di come la narrazione sia ormai al limite. Al netto di Genova dove si sono viste quest’anno proteste contro la statua di Rubattino, e un azione contro la statua di Giorgio Parodi, fondatore della Moto Guzzi, a Genova, dove la statua è stata imbrattata di escrementi. E il solito Montanelli, dove l’installazione situazionista dello scorso anno di cui abbiamo parlato in Iconoclastia quest’anno è stata replicata con un’installazione al sicuro tra le pareti del Mudec.

Il resto della narrazione fatica a decollare. Evidente che sia i militanti che i giornalisti facciano fatica a trovare una narrazione univoca per provare a motivare ed egemonizzare l’opinione pubblica. Il 17 gennaio compagni bisogna prendersela con Vittorio Emanuele III! Il 28 gennaio contrordine compagni, Vittorio Emanuele III rimane, tocca a Ferdinando Martini! Ma compagno commissario del popolo? Martini chi?

Allo stesso modo i social justice warrior possono reagire alle obbiezioni che la logica, la documentazione e la semplice onestà intellettuale solo con l’isterismo. Pure la questione delle intitolazioni e dell’odonomastica è lampante esempio di un meccanismo di egemonia culturale di sinistra che ormai gira a vuoto. Non è più un’oliata e gioiosa macchina da guerra, ma un meccanismo che può funzionare solo per effetto valanga, come dimostra la questione foibe fuori stagione.

E allora le foibe fuori stagione?

Appare evidente come quel meccanismo si sia potuto innescare solo dopo decenni di puttanate clamorose sulle foibe – dai “VENTIMILAH INFOIBATIH!” alle foto di partigiani fucilati dagli italiani spacciati per istriani fucilati dai titini, per finire con l’ultima clamorosa autorete del tentativo di parificare le foibe all’olocausto – si è fatto di tutto per mettere la memoria della tragedia giuliano-dalmata in balia delle critiche. Una strategia antinazionale che ora ha per obbiettivo la memoria di Norma Cossetto.

Ma la realtà vera è che se sulle foibe non ci fossero stati i suddetti errori, non si sarebbe prestato il fianco a queste reazioni. Come dimostrano fin’ora i tentativi di prendersela con il passato coloniale, che faticano a carburare.

Allo stesso modo non serve “defascistizzare” D’Annunzio, la mostra del cinema di Venezia e la coppa dedicata a quel furbacchione di Volpi. O derubricare il ruolo durante il Ventennio di intelettuali come Pirandello. Nel farlo si presta unicamente il fianco a simile rivendicazioni. Il passato è ostinato, e non si può nascondere sotto un tappeto. Per combattere la cancel culture è questa consapevolezza.

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