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Doppiopesisti incurabili: Del Boca e il “buon colonialismo” turco (mica come quello italiano…)

Angelo Del Boca, come tutti sanno (o dovrebbero sapere, se leggono il mio blog) è per antonomasia il fustigatore del colonialismo italiano. Presentato invariabilmente come storico (cosa che non è mai stato) l’ex cronista del Giorno ha contribuito a distruggere come nessun altro la leggenda degli italiani brava gente e crearne un’altra, altrettanto farlocca, di criminali in trasferta nelle colonie. Prima con i suoi lavori sull’Etiopia, poi con quelli sulla Libia (qualcuno ha insinuato di finanziamenti dalla quarta sponda ma sinceramente noi non ci crediamo) gli italiani sono descritti tutti o quasi come (citiamo Mario Brega) dei boia ‘nfami, a cominciare dall’Orco Ciociaro, Rodolfo Graziani, sino a Badoglio, e ovviamente, al Crapone.

I loro nemici invece tutti buoni, tutti santi. Magari commerciavano in schiavi, eviravano, seviziavano un po’ i prigionieri, stupravano qualche migliaio di donne somale, galla o tigrine, usavano pallottole esplosive: ma la colpa era sempre degli italiani. Veniamo alla guerra di Libia: Del Boca dedica pagine e pagine alle rappresaglie italiane dopo l’agguato dell’oasi di Sciara Sciat nel 1911 (dove i bersaglieri vennero aggrediti di sorpresa, vennero loro amputati gli arti, evirati e sepolti vivi dopo aver strappato loro gli occhi: per rappresaglia gli arabi responsabili (e anche quelli che non lo erano) vennero fucilati e impiccati. Ovviamente gli italiani sono i criminali, eh. A cominciare da quel feroce nazista ante litteram che risponde al nome di Giovanni Giolitti.

Per Del Boca gli italiani erano colonialisti e imperialisti (mentre i turchi no. Stavano a casa loro. Come tutti sanno Istanbul si trova nel golfo della Sirte e Ankara in Cirenaica…). Ecco come Del Boca descrive invece Ismail Enver Pashar il comandante militare turco che aveva combattuto le forze italiane in Libia: “Usciva così dalla scena uno degli avversari più capaci e leali che l’Italia avesse mai incontrato. Un uomo dolce, sensibile, che non conosceva l’odio” (Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia. I. Tripoli bel suol d’amore. 1860-1922, Laterza 1986, ed. su licenza Milano 2000, p. 202).

Ismail Pascià o Enver Pasha (1881 – 1922)

Si tratta di quello stesso  Enver Pasha, prima comandante in Libia, che fu poi ministro della guerra sotto il governo dei Giovani Turchi. Enver fu membro del triumvirato, costituito, oltre a lui, da Ta’lat Pascià e da Ahmed Jemal, che assunse il controllo dello stato turco nel 1913 e che concepì e realizzò il genocidio degli armeni, che provocò circa 1.500.000 morti. Enver fu anche responsabile del genocidio dei greci del Ponto nel corso del quale tra 1916 e 1923 secondo la Ligue Internationale pour les Droits et la Libération des Peuples, furono uccisi quasi 350.000 greci. E di quello degli assiri, con almeno 275.000 vittime nel 1915-16, dichiarando che l’Impero ottomano avrebbe dovuto essere ripulito dagli armeni e da tutte le altre minoranze cristiane, come i greci e gli assiri: “Abbiamo distrutto i primi con la spada e distruggeremo i secondi per fame” (cfr. T. Akçam, The young Turks’ crime against humanity : the Armenian genocide and ethnic cleansing in the Ottoman Empire, London 2012; Hannibal Travis, “Native Christians Massacred: The Ottoman Genocide of the Assyrians During World War I” , in Genocide Studies and Prevention: An International Journal,2006, vol. 1.3, pp. 334, 337-38.). Enver, parlando con l’ambasciatore statunitense Henry Morgenthau si assunse orgogliosamente la piena responsabilità degli eccidi. Ma per Del Boca, nella sua foia antinazionale, il mandante dei primi genocidi del XX secolo era un uomo dolce, sensibile, che non conosceva l’odio!

Purtroppo, restando nell’ambito della storiografia di una certa parte politica che va per la maggiore, il riferimento non è uno studioso serio come Giorgio Rochat ma Angelo Del Boca, del quale, per certi ambienti, come per Pitagora si deve dire αὐτὸς ἔφα, ipse dixit, ma che rimane colui che definisce dolce, sensibile e senz’odio Enver, il boia degli armeni, degli assiri e dei greci d’Epiro. Un criminale, ci si consenta, di ben altro livello rispetto non solo Giolitti o Mussolini, ma anche a un Graziani od ad un Badoglio. Ma lui era dolce e sensibile, quasi petaloso.

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